OZZY OSBOURNE

Speak of the Devil

1982 - Jet Records / Epic

A CURA DI
ANDREA ORTU
04/12/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Siamo nel 1982, primi anni di un decennio che vede molte vecchie glorie dell'hard rock mutare radicalmente, darsi ad eleganti completini pastello, a capigliature più ordinate e a sonorità di plastica riciclata, in linea con l'edonismo galoppante della nuova era. Be', non è il caso di Ozzy Osbourne: il buon vecchio Madman non ha mollato nemmeno di mezzo centimetro il percorso imboccato alla fine degli anni '60, riuscendo a conservare intatta sia la propria integrità, sia il volume del proprio sound - oltre a quello del suo notevole portafogli. Chiusa nel 1978 la gloriosa parentesi coi Black Sabbath, in questi anni Ozzy è impegnato a perseguire con successo una carriera solista i cui esiti erano tutt'altro che scontanti, senza peraltro limitarsi ad una stantia riproposizione del vecchio stile e delle vecchie idee, ma portando se stesso verso sempre nuove evoluzioni, illuminando come un faro l'intera scena heavy mondiale. In effetti, in questi primissimi anni del nuovo decennio, i grandi poli dell'heavy metal sono proprio Ozzy Osbourne e i Black Sabbath - forti adesso dell'incredibile voce di Ronnie James Dio -, rinati entrambi dalle ceneri dell'antica formazione. La differenza, c'insegnerà molti anni dopo il senno di poi, è che il successo commerciale di Ozzy rimarrà parecchio solido per altri vent'anni, mentre i Sabbath arrancheranno tra cambi di formazione, mezzi passi falsi e capitomboli veri e propri, nonostante i molti dischi interessanti (e spesso oggi largamente rivalutati).
La situazione, per il Madman, non è però tanto rosea quanto le posizioni in classifica lascerebbero presagire. Gli antichi problemi personali alla base di quei dissapori che disgregarono i Sabbath, sono ancora tutti lì. Da una parte ci sono il suo carattere e i suoi limiti intrinseci, come artista e come imprenditore di se stesso; va però detto che il nostro vecchio degustatore di pipistrelli ha sempre posseduto l'avvedutezza, e l'inattesa umiltà, di circondarsi di molte e competenti figure d'appoggio, lasciando loro il dovuto spazio e talvolta anche una larga fetta di gloria. Dall'altra, il vero problema rimane la droga. La seconda metà degli anni '70 era stata un delirio totale, un vortice di eroina, cocaina e alcol che aveva sfasciato band perfino più grosse dei Black Sabbath, e rovinato la vita di artisti capaci di fare la storia della pop culture. Alcuni di loro erano morti nella gloria del rock 'n' roll, se vogliamo definirla così. La barca di Ozzy è quella dei superstiti in cerca di recupero e di redenzione, ma lo show business è una bestia spietata, la dipendenza è pure peggio e le date dal vivo troppo fitte, per farcela senza l'aiuto della chimica. O almeno, così pensava una generazione cresciuta con il mito delle porte della percezione e robe del genere. In questo turbolento periodo, forse perfino più turbolento di quello con i Sabbath, Ozzy è alle prese con un'industria discografica letteralmente satura di fenomeni, siano essi vecchie glorie dell'hard rock o nuovissimi paladini dell'heavy metal; il management dell'artista, capitanato dalla moglie Sharon Arden (i due si sposano proprio nel luglio del 1982), non è soddisfatto del clamoroso successo dei primi due album solisti, o di aver circondato il proprio cavallo vincente con una formazione divenuta a sua volta iconica (cosa rara, quando si ha a che fare con un progetto solista), né degli innumerevoli concerti organizzati in giro per il mondo. Quello dello spettacolo è un mondo frenetico e spietato, e servono soldi. Parecchi. Nel febbraio del 1982 scade il contratto di pubblicazione col vecchio management dei Black Sabbath, quindi, registrare nuovamente il vecchio repertorio in una inedita e conveniente versione live, significa nuove royalties per tutti gli accreditati alla composizione di quelle seminali canzoni degli anni '70. I Black Sabbath sono così costretti a registrare Live Evil, sancendo con tale affronto la fine del sodalizio con Dio, mentre Ozzy e compari sono chiamati da Jet Records alla realizzazione di un live album che prenderà il nome di Speak of the Devil, letteralmente traducibile nell'espressione nostrana "parlando del Diavolo" laddove il Maligno, ovviamente, è proprio il Madman. Il problema è che così come Ronnie James Dio non gradisce l'idea di mettersi a scimmiottare il precedente frontman della sua band, allo stesso modo la nuova formazione di Ozzy non ha la benché minima voglia d'interpretare il repertorio di altri musicisti, col rischio di mettere in ombra la popolarità dei traguardi recentemente conseguiti. Il chitarrista Randy Rhoads, il batterista Aldridge e (pur con un po' d'esitazione) il bassista Rudy Sarzo, disertano così il progetto, scatenando le ire di un sempre più instabile Ozzy Osbourne. Pare che il cantante in quel periodo fosse perennemente ubriaco, e che la sua frustrazione ricadesse soprattutto su quell'elemento della band che, tra tutti, era sempre stato il più vicino sia professionalmente che umanamente: l'amico Randy. Un bel giorno Ozzy arriva perfino a licenziare l'intera band - ammesso che potesse farlo - salvo non averne memoria una volta passata la sbronza. Altrettanto frustrato e in collera per l'atteggiamento di Ozzy, Rhoads annuncia l'intenzione di abbandonare la formazione al termine dei suoi obblighi contrattuali, che comprendono ancora un album in studio, il conseguente tour e naturalmente "Speak of the Devil".
La morte di Randy Rhoads poco tempo dopo arriva come un fulmine in un cielo già carico di nubi funeree. Per Ozzy è un colpo terribile, e non soltanto dal punto di vista professionale. La scomparsa dell'amico giunge proprio nel momento in cui tra loro s'è creata una frattura, una ferita ora tristemente destinata a rimanere aperta. Il suo racconto dell'evento esprime fin troppo bene la confusa drammaticità di quei momenti:
Approssimativamente alle 9:00 del mattino, di venerdì, 19 marzo 1982, fui svegliato dal mio sonno da una forte esplosione. Pensai immediatamente che avevamo urtato un veicolo sulla strada (Ozzy e la sua band si trovavano sul tour bus, proprio mentre l'aereo in cui viaggiava Randy li sorvolava a bassa quota, ndr). Balzai fuori dal letto, urlando alla mia fidanzata, Sharon, "fori dal bus!". Nel frattempo, lei stava urlando la stessa cosa a tutti gli altri. Una volta sceso dal bus, vidi che un aereo si era schiantato. Non sapevo chi si trovasse sull'areoplano a quel tempo. Quando realizzammo che i nostri erano nel velivolo, trovai grande difficoltà a ricevere assistenza da chicchessia. Infatti, ci volle mezz'ora prima che arrivasse qualcuno. Arrivò una piccola camionetta dei pompieri, che parve spruzzare tre galloni d'acqua sull'inferno. Chiedemmo per ulteriore assistenza, tipo un telefono, ma non ricevemmo ulteriore aiuto. Alla fine, trovammo finalmente un telefono e Sharon telefonò al padre.
Ma "the show must go on" e, con esso, deve andare avanti pure il business. Dopotutto, anche il pubblico più affezionato sa essere crudele e dimenticarsi dei propri idoli, se questi non danno loro dischi e concerti. Dopo una parentesi col chitarrista Bernie Tormé durata il tempo di poche serate dal vivo, Randy Rhoads è presto sostituito da Brad Gillis, chitarrista già noto per il suo lavoro con i Ribicon, prima, e con i Night Ranger, poi (in una relazione destinata a durare decenni). Gillis conosce bene il repertorio di Ozzy solista, ma non è pratico di quello dei Black Sabbath; la naturalezza con la quale riesce ad imitare lo stile di Rhoads, tuttavia, gli valgono il posto in formazione. La nuova band si ritrova a fare le prove a New York in un ambiente che non aiuta l'ispirazione, col peso di un recente funerale sulle spalle e, soprattutto, dovendo fare i conti con l'assenteismo di Ozzy. L'inferno personale del cantante è stato in seguito raccontato, perfino romanzato, ma quella che ai musicisti è data di osservare è la superficie d'un uomo che appare freddo, apatico, scontroso, altero e troppo spesso privo della minima lucidità necessaria a portare avanti un progetto. Tutto è nelle mani della sola Sharon Arden, che pare prenderla con filosofia: forse lei, a fare da manager a un gruppo di musicisti ridotti a mercenari, e senza troppi ostacoli tra le scatole, si trova anche piuttosto bene. Sarzo però a fare il mercenario non ci sta - be', o almeno non fino a questo punto - quindi, accetta tutti i malus del caso e decide di abbandonare la band, finalmente libero di riunirsi ai Quiet Riot per la registrazione del loro terzo album; non prima di aver ottemperato ai suoi ultimi impegni, comunque.
Quando Ozzy decide di farsi finalmente vivo è in occasione della prima data del piccolo tour, il suo disinteresse generale è tale da non ricordarsi le parole dei suoi vecchi testi, come uno scolaro che abbia studiato la mattina prima del compito in classe nello spazio tra una lezione e l'altra. Si racconta (ma le fonti, in questo caso Sarzo, vanno prese con le pinze) che sia arrivato a portarsi sul palco una sedia e una scrivania, e a cantare seduto sfogliando i manoscritti dei testi dei Sabbath. Anche Jet Records e la futura moglie di Ozzy fanno il loro per complicare le cose: alla band viene detto che tre specifici brani non verranno inclusi nel live album: "Paranoid", "Children of the Grave" e "Iron Man", praticamente quelli più famosi in assoluto del catalogo Sabbath. L'etichetta vorrebbe infatti recuperare qualche vecchia registrazione con Randy Rhoads ed utilizzare quelle lì, un po' per rendere omaggio al caduto, un po' perché nell'ambiente, avere la faccia come il culo, è un grosso vantaggio; vale la pena ricordare che Rhoads era contrario all'intera operazione fin dall'inizio. Quando è il momento di suonare queste tre storiche canzoni, il gruppo si sbraga e fa un po' come gli pare, senza preoccuparsi troppo del risultato. Peccato che alla fine dei giochi, l'etichetta decide che un intero live album a tema Randy Rhoads sia un'idea molto più rispettosa e... vantaggiosa, così non resta che infilare su "Speak of the Devil" le versioni suonate alla bell'e meglio.
Fortunatamente, nonostante i traumi, nonostante le pressioni e nonostante una generale mancanza di lucidità, Ozzy rimane un animale da palco capace d'affascinare perfino quando biascica, e i suoi musicisti rimangono anch'essi professionisti di notevole caratura in qualsiasi situazione essi si trovino. Il risultato finale tuttavia è così altalenante che viene deciso d'integrare le registrazioni con un concerto a porte chiuse, applicando artificialmente il suono del pubblico di sottofondo. All'ascoltatore non è dato conoscere quali siano i pezzi tratti dal finto concerto, ma stando a un po' di confronti incrociati e pressoché sicuro che uno di questi sia "Sabbath Bloody Sabbath".
Il ventisette novembre del 1982, sei mesi circa dopo la morte di Rhoads, "Speak of the Devil" è su tutti gli scaffali d'Inghilterra e Nord America, da una parte pronto a far piacere ai vecchi fans del Madman, dall'altra a far discutere il pubblico più critico.
I brani in questione rimangono naturalmente dei capisaldi, interpretati attraverso la lente di una maggiore maturità e da differenti artisti, con differenti background. Osservarli nel dettaglio rimane un esercizio d'assoluto interesse.

Symptom of the Universe

Il pubblico acclama il nome del singer: OZZY-OZZY-OZZY, mentre ad aprire lo show è un pezzo tra i più amati del Sabba Nero, una canzone che come pochissime altre ha realmente definito il futuro del suono heavy: Symptom of the Universe (Sintomo dell'Universo), tratto dal sesto album "Sabotage", opera nata tra mille difficoltà legali e produttive e ciononostante di ottimo livello, carica di gioielli memorabili. Nel 1975, questo brano c'era chi l'aveva definito proto-thrash, ma la verità è che per certi versi era anche più duro e più cattivo di un mucchio di thrash metal DOC. Parliamo di un capolavoro che negli anni '70 non era facile da assimilare, e che spianerà la strada a un indurimento della musica senza precedenti. Poi è chiaro: erano solo assaggi di futuro, mischiati a elementi di purissimo heavy metal su di una base tradizionalmente hard rock, a sconfinare in un finale "acusticheggiante" e fuori dagli schemi e - si dice - improvvisato direttamente in studio. Per il testo, il vecchio Geezer s'era affidato come suo solito ai consigli di Morfeo, lasciando che i sogni lavorassero per lui (chissà che razza di "tisane" si faceva prima di andare a letto). Il risultato è una poetica dall'astrazione assoluta, il concetto di automatismo di pensiero portato al suo culmine. C'è il rapporto con Dio e con l'universo tutto, c'è un intricato sottobosco di citazioni mitiche e cosmologiche, e infine, proprio nel momento in cui il brano abbandona la sua durezza in favore di tutt'altro suono, c'è un finale che è pura manifestazione d'amore e di speranza.
L'esecuzione dal vivo con la band di "Speak of the Devil" è strutturalmente identica a quella originale in studio; la propensione tutta anni '70 a fare di ogni concerto uno spettacolo unico, modificando e improvvisando intere parti dei brani, è oramai fuori moda, specie in casi come questo, quando il pubblico vuole avere esattamente ciò che già conosce alla perfezione. La parte finale tendente a derive prog, anch'esse fuori moda, è qui sostituita da un'esibizione chitarristica davvero esaltante, piuttosto differente dallo stile di Iommi. Quanto ad Ozzy, se come si dice era fuori forma o poco in parte, noi di certo non ce ne accorgiamo. Quella di Symptom of the Universe è una bella esibizione che riprende pedissequamente il materiale originale, sebbene la nuova band decida saggiamente di declinarla ad uno stile proprio, piuttosto che tentare di ricalcare alla lettera il modo di suonare di Geezer, Iommi e Ward. Il testo è lo stesso di sempre, un pelo meno diluito (la versione live è di quasi un minuto più corta dell'originale in studio). Sebbene fosse stato concepito attraverso il sogno, senza badare un senso compiuto, s'intravede fra le righe il tentativo di dare all'insieme un significante esistenziale, laddove nascita morte, e l'atto di dare la vita, rappresentano il "sintomo" stesso dell'universo. 

Snowblind

Il secondo brano scelto a rappresentare il glorioso repertorio dei Black Sabbath è Snowblind (termine che non esiste in italiano e che descrive, semplicemente, l'effetto accecante che può avere la neve). Nel 1972, "Snowblind" doveva essere il titolo del quarto album dei Sabbath, ma la produzione impose alla band il più innocuo (e abbastanza insensato) "Vol. 4". In seguito sarebbe stato lo stesso Ozzy a chiarire meglio i fatti:
 "Snowblind è stato uno dei migliori album dei Black Sabbath - anche se l'etichetta discografica non ci ha permesso di mantenere il titolo, poiché all'epoca quello della cocaina era un grosso problema e non volevano il disagio d'una controversia. Non abbiamo discusso".
Va da sé che il testo del brano parla in maniera più o meno metaforico di droga, e di cocaina nella fattispecie, sostanza di cui gli stessi Sabbath erano soliti abusare in quantità preoccupante, complice la giovinezza, lo stress, l'esigenza di essere continuamente in tour e rimanere creativi, esaltanti, sempre su di giri. Insomma, la tipica e invidiatissima vita da rockstar.
La canzone, fatta di piccole raffinatezze e moltissima roccia dura, anticipava la crescita di Ozzy negli anni a venire; il testo aveva in effetti un peso notevole, e così ce l'aveva pure il cantante e la sua performance. In realtà, quel peso, il testo non l'aveva tanto a livello concettuale, ma nella misura in cui le parole diventavano puro suono. Ozzy, dopotutto, cantava solo un'ambigua ode alla cocaina, un'elegia a suo modo ironica e sprezzante, quasi a criticare la sua stessa indole arrendevole. Sulle note dell'album, con un sarcasmo piuttosto britannico, la band scriveva il suo personale ringraziamento alla grande "COKE-cola".
Proprio come per "Symptom of the Universe", la versione dal vivo di "Snowblind" è anch'essa strutturalmente molto simile all'originale in studio, sebbene meno grezza, più corposa nel sound e ammorbidita nella sua parte centrale da una più rilassata parentesi lirica e strumentale. Manca totalmente quell'assolo finale di grandissima classe di Iommi, cui Gillis preferisce una più breve catarsi verso metà dall'opera, a fare da perno tra i momenti centrali, quelli più rilassati, e la ben più dura ripartenza verso l'epilogo del brano. Nel complesso, anche stavolta, una prova perfettamente in grado di rendere onore al materiale originale, un brano, "Snowblind" troppo spesso sottovalutato ma che per i Sabbath ha significato moltissimo. In questo confuso e problematico 1982, forse, per il vecchio Ozzy quello di "Snowblind" è un tema perfino più significativo di quanto non lo fosse dieci anni prima.

Black Sabbath

Dicono che, ai tempi in cui la primissima formazione in seguito nota come "Black Sabbath" era ancora conosciuta come "Earth", l'elemento del gruppo più infognato di roba occulta fosse Butler. Pare infatti che Geezer avesse trasformato il suo appartamento in una specie di chiesa sconsacrata: le pareti dipinte di nero, crocifissi invertiti qui e là e qualche ritratto del Maligno giusto a dare un po' di tono all'ambiente. Da buon compagno di merende, Ozzy gli aveva regalato un libro sull'occulto scritto in latino e comprensivo d'illustrazioni sataniche, un bocconcino prelibato che Butler non perse occasione di sfogliare la notte prima di andare a dormire, per poi posarlo su di uno scaffale e abbandonarsi finalmente all'abbraccio di Morfeo. Al risveglio, Geezer avrebbe raccontato d'essersi visto dinanzi una sagoma ampia e scura dritta davanti al suo letto, accanto allo scaffale in cui aveva riposto il libro. Il bassista era corso verso la figura ma questa non c'era già più, svanita insieme al simpatico libro illustrato regalatogli da Ozzy. In seguito avrebbe raccontato ancora e ancora l'inquietante episodio - che forse, sì, era ancora nel dormiveglia, più "dormi" che "veglia", che forse la sagoma nera era solo un cappotto poggiato lì vicino... ma che importa? Dopotutto, è anche così che nascono le leggente. Il pezzo che dà il nome alla band e al suo primo album, Black Sabbath, è ispirato proprio a quest'episodio ed è la genesi di un mito che ha fatto la storia del rock, dell'heavy metal, e di tutta l'allegra compagnia satanista/occultista/eccetera del death e del black. In termini prettamente stilistici, è un blues distorto e deformato fino al sacrilegio, reso sinistro dal più vecchio e collaudato trucchetto dell'arte occidentale: i canoni del diabolus in musica. I Sabbath del '69 sono ancora immaturi, per alcuni versi, ma la sostanza che conta è già tutta lì, pronta a definire l'immaginario collettivo per decenni a venire. L'incedere è più pesante di parecchio doom metal, l'oscurità più palpabile che in tanta roba black contemporanea. La professionale consapevolezza d'intenti di Iommi fa giocoforza con la ruvida improvvisazione naif di Ozzy, per un risultato indimenticabile. Sei minuti e mezzo forse son troppi, ma in quegli anni le rock band serie usavano così. Il rispetto formale per il materiale originale è tale che nell'82, Ozzy e i suoi nuovi compagni di palco decidono di trasporre quest'antico gioiello quasi invariato; difficile dire se sia cosa buona o meno, è una valutazione che sta al singolo ascoltatore, ma il pubblico in sala sembra gradire, e se l'appassionato più critico voleva un po' di personalità in più, be', pazienza. Perfino il finale è quasi uguale a quello orchestrato quasi tredici anni prima da Iommi, altrettanto ruvido, quasi vintage nel suo glissare totalmente un decennio e oltre d'evoluzione stilistica della sei corde. Per molti è meglio così, ché un capolavoro è un capolavoro così com'è. Va da sé che pure il testo rimane invariato, Ozzy non pare essere uno di quei cantanti cui piace giocare col proprio materiale e cambiarlo facendoci magari qualche battutina, o qualche doppio senso ammiccante. Satana è giunto e noi siamo i prescelti, o crediamo di esserlo, l'orrore ci assale, ci volgiamo alla fuga ma già sappiamo che il nostro destino è segnato. Segnato tra le fiamme. Per Ozzy e Butler, il maligno era una fugace visione nella penombra di una stanza. Per il resto del mondo, nel '69, sarebbero presto divenuti gli stessi Black Sabbath. Nel 1982, tuttavia, la fascinazione per il male è già soprattutto un grande business.

Fairies Wear Boots

Il secondo album dei Black Sabbath era uscito nello stesso anno del primo, un po' com'era avvenuto l'anno precedente con i primi due dischi degli Zeps. Erano proprio anni in cui le idee erano così tante e così potenti da rasentare un'urgenza che aveva del divino. Paranoid era ed è un capolavoro, la definitiva consacrazione della band. Di quell'album, Ozzy sceglie proprio il pezzo di chiusura: Fairies Wear Boots, brano d'inattesa eleganza, piacevolmente sincopato, acido al punto giusto, ovviamente durissimo. È l'unica canzone dell'album di cui Ozzy abbia scritto il testo, solitamente appannaggio di Geezer, e in effetti il cantante si sbizzarrisce dando prova anch'egli di un background blueseggiante e vario. Il testo non è affatto oscuro, ché Ozzy in fondo è un simpaticone, e parla di... "fate con gli stivali", appunto; insomma, l'incontro fortuito e notturno con un gruppetto di sensuali skinhead ante litteram. Un finale disimpegnato che trova il suo senso nella relativa lunghezza del brano, oltre che nella sua ruvida raffinatezza. In effetti, nella sua versione originale questa traccia è introdotta da una intro che, nella versione americana di "Paranoid", gode di un titolo tutto suo: "Jack the Stripper". Iommy avrebbe dichiarato che al momento dello sviluppo delle liriche, lui, Ozzy e un po' tutti fossero fatti e strafatti, tuttavia sembra che il testo abbia finanche un fondo di verità; pare infatti sia ispirato ad un episodio avvenuto proprio in quel 1970, quando Iommi e compagni erano stati aggrediti da un gruppo di skinhead durante un concerto (bisogna tener conto che, quando si parla di "skinheads" nel 1970, l'unica cosa che hanno in comune con quelli ottantiani e odierni è l'amore per i propri stivali). Ad ogni modo, Ozzy se l'era goduta a trasformare la canzone in una roba che sembrasse parlare di donne, benché in realtà l'unica "fata" fosse lui, così apostrofato dagli stessi skinheads per via dei suoi capelli lunghi; poi, così di punto in bianco, tutto diventa una specie di metafora dell'LSD. A distanza di decenni, Ozzy stesso avrebbe ammesso di non ricordare nemmeno lui di che diavolo stesse parlando. Nel 1982 "Fairies Wear Boots" è ripresa con grande precisione in termini strettamente compositivi, tanto che anche il minutaggio rimane pressoché invariato. A cambiare abbastanza radicalmente è tuttavia lo stile: l'aroma settantiano originale svanisce, sostituito da bassi estremamente pompati e da chitarre più distorte. Gillis riprende una metà circa del solo di Iommi, l'altra metà la improvvisa lì per lì, un po' come fa Ozzy parlando col pubblico tra una strofa e l'altra. Dopotutto, questo non è mai stato un brano col quale prendersi troppo sul serio. Il risultato finale è meno elegante dell'originale, sia musicalmente che nella velata ironia del testo, ma perde anche un'eccessiva e legnosa ripetitività che per alcuni era il tarlo dei primi Sabbath, e guadagna in potenza. Per un pubblico di metallari dell'82, è molto meglio questa versione, per i posteri, chissà.

War Pigs

"Fairies Wear Boots" non fa in tempo a sfumare che già si fanno strada le prime note di War Pigs, altro brano tratto da "Paranoid" e tra i più famosi, amati e influenti nella storia della musica dura. Questo vero e proprio capolavoro era una canzone che delle antiche radici blues conservava unicamente la mastodontica possanza nei movimenti, degna del Muddy Waters più elettrico. Per il resto, "maiali da guerra" era un brano senza più mezze misure, "Metal" nel senso più contemporaneo del termine, quasi otto minuti interamente giocati su di una geniale interazione tra Ward e Tony Iommi, tra riff di chitarra e fills di batteria. Se proprio gli si fosse voluto trovare un difetto, era forse una lunghezza eccessiva, in contrasto con una ripetitività non del tutto stemperata da intuizioni ed assoli. Se c'era però una grande qualità che "War Pigs" metteva in risalto, era l'attitudine dei Black Sabbath al dissenso, un impegno politico che le altre rock band, nello stesso periodo, trattavano quasi sempre con superficialità o furberia, interessate più all'evanescenza dell'ideale, che non ai problemi concreti della società. Dodici anni dopo, Ozzy e nuovi soci trattano questo gioiello col rispetto che merita: non ne accorciano la durata, anzi l'amplificano, trasformando "War Pigs" da denuncia sociale a inno personale e generazionale; inoltre ne mantengono la struttura complessiva - inviolabile, nella sua solidità - e ogni momento saliente, andando a intervenire unicamente su quelle tempistiche che rendevano l'originale troppo ripetitiva, perfezionandola. Il testo è lo stesso di sempre, forse meno caustico dal vivo, ma ancora rilevante: in sintesi, parla di guerra. L'ispirazione arrivò dalle storie che la band ebbe occasione di udire prima e dopo un concerto in una base dell'aviazione militare statunitense - storie della seconda guerra mondiale, della guerra di Corea, ma soprattutto storie della guerra un Vietnam, conflitto che il Regno Unito aveva schivato per un soffio, mentre movimenti politici d'ogni sorta infiammavano il paese. Geezer, autore delle liriche, spiega la filosofia alla base di "War Pigs" meglio di chiunque altro:
La Gran Bretagna stava per finire in quella trappola, c'erano proteste per le strade, ogni sorta di roba anti-Vietnam. La guerra è il vero satanismo. I politici sono i veri satanisti. Era ciò che stavo cercando di dire.
Ad oggi, War Pigs ha superato l'ardua prova del tempo: non più inquadrabile unicamente nella sua epoca e in quelle specifiche necessità, è divenuta altro: inno dei Sabbath e inno generazione, come abbiamo già detto, ma soprattutto inno contro ogni guerra, passata, presente e futura.

The Wizard

Si torna al primo album dei Sabbath con un pezzo che nel '70 aveva del clamoroso: The Wizard, "Il Mago". Saldamente legato a una diffusa fascinazione in terra anglosassone per certi standard d'oltreoceano, The Wizard è da una parte un brano classicissimo, nella sua matrice blues e l'uso dell'armonica, tanto grezzo da sembrare l'opera di un afroamericano nato e cresciuto in seno al Mississippi, piuttosto che di una banda di ragazzi inglesi; dall'altra, è graziato da un riff durissimo e avveniristico, a soggiogare l'ascoltatore col suo elettrizzante contrasto. Il testo parla in buona parte del mago Gandalf, a riprova di un'ampia riscoperta di Tolkien - e della letteratura inglese in generale - da parte della cultura pop-olare del periodo, sebbene, va detto, ci sia una realistica possibilità che lo stregone rappresentasse metaforicamente il pusher preferito di Ozzy.
Nella versione del 1982, Ozzy apre la canzone suonando l'armonica esattamente come dodici anni prima, in modo che il pubblico possa riconoscere all'istante il tanto amato classico. Basso e chitarra seguono la struttura originale, ma ad una maniera più cattiva e graffiante, inseguendo un'esecuzione alla batteria quasi sovraccarica di fills - abbastanza da rendere affettata e piena di pause la performance di Ozzy, largamente orientata al dialogo col pubblico. Per il resto, quella di "The Wizad" rimane una riproduzione fedele a quella su "Black Sabbath", compresa l'assenza di un solo di chitarra - niente di particolarmente strano nel 1970, quasi un'eresia nel 1982. Il testo è lo stesso che conosciamo bene, solo inframmezzato da battute rivolte al pubblico e da risate diaboliche; il "rumor" secondo il quale il mago in questione sarebbe lo spaccino di Ozzy esiste da sempre, ma sulla biografia "Iron Man: My Journey through Heaven and Hell with Black Sabbath", Iommi la racconta in maniera leggermente differente. Secondo il chitarrista, Ozzy e Geezer erano effettivamente strafatti, in giro nella notte tra i locali della città. All'uscita di un pub, complice la fattanza, i due scambiarono un tizio qualunque per una specie di elfo, episodio che in seguito avrebbe ispirato "The Wizard". Tolto l'elemento d'ispirazione, il bello di questa canzone rimane la possibilità d'interpretazione da parte dell'ascoltatore: il mago può essere chiunque, forse un pazzo, o un emarginato, o magari qualcuno che irrompe nella nostra vita e risolve come per magia ogni nostro problema. D'altronde, dal 1970 in poi, ad essere definito "Wizard" sarebbe stato Ozzy in persona.

N.I.B.

"LET'S GO", urla un po' svociato il nostro Ozzy, mentre rintoccano le prime note dell'ennesimo caposaldo tratto dal primo album dei Black Sabbath: N.I.B..
L'originale in studio era un brano parimenti ruvido e psichedelico, registrato in maniera volutamente grezza e caratterizzato in particolar modo dalla chitarra di Tony Iommi; lo stile del chitarrista era l'esempio perfetto del detto italiano "necessità fa virtù", avendo il musicista perso, in un incidente di fabbrica, le falangi superiori del medio e dell'anulare della mano destra. Una volta realizzate delle geniali protesi fatte in casa, Iommi avrebbe in seguito abbassato di mezzo tono il suo strumento, dando vita ad un sound del tutto caratteristico e personale. Il suono dei Black Sabbath era dunque frutto, in qualche maniera, anche di questo incidente. Il titolo del brano, fra i tanti miti legati alla band, sembrerebbe essere un gioco di parole riguardo i baffi di Ward, e non l'acronimo di "Nativity in Black" o, "Name in Blood", come per anni creduto dai fans. Oltre alle voci riguardo le allucinazioni di Ozzy dovute agli acidi, sembra infatti che il nomignolo di Bill Ward in quel periodo fosse appunto "Nibby", riferito alla setola di un pennello, o l'estremità di un pennino. Il testo parla di tutt'altro, e la spiegazione di questa stranezza la offre il suo stesso autore, Geezer Butler:
Originariamente era "Nib", ovvero la barba di Bill. Quando ho scritto "N.I.B." non riuscivo a farmi venire in mente un titolo per la canzone, quindi l'ho chiamata semplicemente "Nib", in virtù della barba di Bill. Per rendere la cosa più interessante ci ho ficcato i punti in mezzo, trasformandolo in "N.I.B.". Nel momento in cui è arrivata in America, è stata tradotta in "Nativity in Black".
Il titolo falso, probabilmente, ha più senso di quello reale. Il brano parla infatti dell'amore tra una donna e il Diavolo in persona. Lucifero non è tuttavia lo stesso narrato dalla mitologia cristiana, bensì il Portatore di Luce di certe correnti spirituali in voga in quegli anni (ma molto più antiche). Le stelle, il sole e la luna portano il suo sigillo, ed egli è pronto a donare tutto questo alla sua amata, a patto che questa rinunci a tutto per seguirlo. La narrazione amorosa trasfigura così nel satanismo in senso stretto, nella figura di Satana come amante e padrone, ma è solo apparenza: nella rilettura dei Sabbath (così come in quella dei Led Zeppelin, dei Beatles e di altre formazioni del periodo) la figura di Lucifero è anche e soprattutto simbolica, emanazione di ogni cosa rifugga il comune sentire di perbenisti e conservatori. In pratica, Lucifero è la primordiale, vera, grande rockstar.
La versione ottantiana del brano è molto più pulita dell'originale in studio, o di qualsiasi versione live degli anni '70. In questo caso specifico, la nuova sensibilità del pubblico gioca un ruolo fondamentale: la vecchia psichedelia, in verità già un po' stagnante sul finire dei '60's, è qui sostituita da soluzioni strumentali più moderni, da sensazioni e movimenti sul filo della ballad che s'alternano a incursioni chitarristiche dure ma perfettamente sulle righe, in pieno stile heavy anni '80. Nel complesso, quella su "Speak of the Devil" è una versione invecchiata meglio di quella originale, ed anche più emozionante, graziata peraltro da un solo finale lungo e finalmente davvero sentito, oltre che personale. Il pubblico apprezza parecchio, e anche noi.

Sweet Leaf

L'originale in studio di Sweet Leaf - letteralmente "dolce foglia" - iniziava con un colpo di tosse divenuto proverbiale: pare che Ozzy avesse offerto uno spinello a Tony Iommi mentre registrava le parti acustiche, e che la reazione di quest'ultimo sia rimasta immortalata a beneficio dei posteri. Il testo, manco a dirlo, è una ode alla Marijuana, ché il rap da questo punto di vista ha inventato ben poco (salvo far passare l'artista da fruitore a venditore, ma ok, è un contesto un pelo differente). L'espressione così calzante usata per il titolo sembra derivasse da una particolare marca di sigarette irlandesi, il cui sottotitolo recitava "it's the sweet leaf"; alla band dovette piacere parecchio, complici magari i sensi leggermente offuscati.
Se le prime strofe lasciano all'immaginazione il senso del brano, mimetizzando tra versi d'amore apparentemente innocenti, ben presto Ozzy getta la maschera e canta platealmente "ti amo dolce foglia, anche se non puoi sentirmi". Dopotutto, la gente perbene non sa cosa di perde - continua il Madman - ma presto tutti ameranno la dolce foglia. Tutto questo i Sabbath lo mettevano nero su bianco nel 1971, anno in cui usciva Master of Reality, il terzo album del gruppo, e infatti oggi, la marijuana, è legale in parecchi posti.
Nonostante il testo disimpegnato e un po' sornione, questo è pure un pezzo parecchio duro, incede come un carro armato su una lastra di metallo e tutto farebbe pensare tranne che a un placido fattone. Ozzy e compagni nel 1982 hanno ben poco su cui lavorare, poiché "Master of Reality" era un album già di suo avanti dieci anni, rasentante la perfezione. Il risultato è dunque un'esecuzione virtualmente identica a quella che già conoscevamo, inizialmente quasi rovinata da un Ozzy che pare andare avanti col pilota automatico. È a metà strada che l'esibizione s'infiamma sulle note di Gillis, lui davvero sempre presente a sé stesso e alla band, nonostante l'ingrato compito di sostituire Randy. Il suo solo apre ad un finale accelerato e arricchito d'intuizioni, Ozzy si desta e anche se non siamo sicuri che si ricordi le parole, basta il suo dialogo col pubblico e poche strofe biascicate a caricarci di adrenalina. Si poteva fare di meglio, ma anche questa volta possiamo dirci piuttosto soddisfatti.

Never Say Die

Il solo pezzo tratto dall'ultimo album dei sabbath, quel mezzo fallimento che poi ne avrebbe sancito definitivamente lo scioglimento, è proprio la sua titletrack: Never Say Die, in italiano "mai dire morto". Questo brano del 1978 sapeva essere orecchiabile e duro al tempo stesso, dotato di un buon groove, sebbene mancasse forse di una catarsi all'altezza, di un culmine che facesse esclamare all'ascoltatore "Eccoli, i Sabbath che conosco!". Il finale con l'exploit di Iommi e di Ward, comunque, arrivava in extremis a correggere tale mancanza. Il testo si rivolgeva a tutti, ma soprattutto ai giovani cui sembrava dire: "siete il futuro, non arrendetevi, non lasciatevi morire, mai, per quanto certe volte la vita sia veramente dura, ma rallentate e guardatevi intorno, va tutto bene", cantava Ozzy, e nel farlo, pare quasi si rivolgesse a sé stesso.
La versione dal vivo su "Speak of the Devil" è particolarmente centrata sul basso di Sarzo, mentre per il resto si tiene sui binari originali senza discostarcisi quasi mai, tuttavia, il pezzo del '78 era talmente ricco di fills di batteria e di piccole improvvisazioni chitarristiche, che anche solo per una questione prettamente stilistica il risultato finale di questa versione guadagna (di poco) una dignità tutta sua. Bello il solo finale di Gillis, ancora una volta elemento determinante della performance. Ozzy canta di persone alla deriva, in cerca di risposte o di un segno o di qualsiasi cosa dia una ragione d'essere alle proprie vite. Il cantante denuncia certe ipocrisie manifeste del mondo che lo circonda, il terrore e il panico generati dall'indefinito, dal vivere quotidiano e dalla routine, ma pure, in senso più autobiografico, le problematiche di quel microcosmo discografico che avevano finito per uccidere qualcosa dentro di lui e gli altri musicisti. Il messaggio del brano è tuttavia ottimista: mai arrendersi, ma darsi per morti. Un incoraggiamento che l'ascoltatore può fare suo e declinarlo ai suoi problemi di tutti i giorni, siano questi gli orrori della banale routine quotidiana, o il dolore vero di un dramma che consuma l'anima e il corpo. Per l'Ozzy del 1978 era soprattutto un incoraggiamento, rivolto a sé stesso e agli altri, un'esortazione a non mollare che avrebbe purtroppo significato ben poco. Per l'Ozzy del 1982, be', difficile a dirsi. Forse questo pezzo non significa più nulla per lui, dopo quanto accaduto con i Sabbath. O forse, dopo la morte di un amico, data l'evidente incapacità di disintossicarsi e un complicato matrimonio alle porte, "Never Say Die" significa tutto.

Sabbath Bloody Sabbath

Non può mancare a questa raccolta di brani dal vivo la titletrack, nonché l'opener, del quinto album del Sabba Nero: Sabbath Bloody Sabbath, un pezzo ormai storico sul quale si sono formati numerosi musicisti rock e metal. Il testo era un vero colpo di genio, forse inconsapevole, da parte di Geezer, e funzionava su tre livelli distinti: da una parte era metafora del mondo dei musicisti - dei suoi alti e dei suoi bassi, dei tanti avvoltoi e iene che bazzicano l'industria discografica; dall'altra, era ed è una perfetta rappresentazione del modo in cui chiunque, soprattutto da adolescente, si è sentito nella vita. E infine, visto il titolo stesso e la strofa finale, era un'ottima autocelebrazione degli stessi Black Sabbath. Ovviamente, il riferimento al tragico evento storico, il cosiddetto Sunday Bloody Sunday, non è casuale ma nemmeno va preso sul serio: è pura e irriverente decostruzione della storia in pop culture. Quanto al resto, il senso ultimo del brano rimane una finestra spalancata su di un particolare momento nella storia del Sabba Nero, sulle tante gioie dell'essere una rockstar, sempre ben oltre i confini del buon senso comune, che delle inevitabili bassezze e i molti dolori. La ruvida melodia del brano era cucita su di una serie di riff tra i migliori di Butler e di Iommi, ed era incredibile l'equilibrio tra momenti d'intrigante apertura ariosa e melodica, e quelli più pesanti, già nel '72 forgiati nel purissimo heavy metal. Dei tanti che hanno tessuto le lodi del brano, prendiamo le dichiarazioni di Slash:
Il finale di Sabbath Bloody Sabbath è la roba più pesante che abbia mai sentito in vita mia. Ad oggi, non ho ancora sentito qualcosa di così pesante e che abbia così tanta anima.
La versione di questa traccia presente su "Speak of the Devil" dovrebbe essere una di quelle registrate a porte chiuso, coi suoni del pubblico aggiunti in un secondo momento in fase di missaggio. Plausibile, sebbene tutt'oggi non sia mai stato del tutto chiarito quali siano i pezzi "incriminati". Anche stavolta Ozzy e compari fanno un po' di minimo sindacale, riproducendosi in un copia-incolla abbastanza piatto, ancora una volta pompato sui bassi ma purtroppo privo delle antiche intuizioni. D'altra parte quello originale era un pezzo avanti anni luce, ed è difficile, solo pochi anni dopo, ridestarne appieno la vera essenza. La performance della band sul finale, anticipata da un solo di chitarra del tutto inedito e portata avanti dalla sezione ritmica prima, e nuovamente da Gillis poi, non solo salva la situazione ma riesce ad elevare l'insieme da piatto a (quasi) memorabile. Ad Ozzy non rimane qui che il mero ruolo d'animatore, che comunque gli casca a pennello, fino al buonissimo finale di questa probabile non-esibizione.

Iron Man/Children of the Grave

Due su tre degli ultimi pezzi presenti su "Speak of the Devil" vengono tutti dall'album "Paranoid", a buona ragione il disco dei Sabbath più "saccheggiato" per dar vita a questa raccolta - non tanto per il suo grande valore intrinseco, probabilmente, ma per il profondo livello di sedimentazione nell'immaginario collettivo. I tre brani in questione però sono proprio quelli che, originariamente, non sarebbero dovuti essere presenti sul nostro live album, suonati quindi alla bell' e meglio da Ozzy e la sua band - o così si dice. L'essere meno rispettosi del materiale originale, tuttavia, potrebbe non rivelarsi una qualità negativa, specie col senno di poi di noi contemporanei, a patto che tolte le qualità dell'originale se ne aggiungano di nuove ed inedite. Purtroppo, salvo un po' di catarsi sul finire delle varie tracce, e salvo un Gillis che ce la mette sempre tutta, su "Speak of the Devil", finora, a latitare sono proprio la personalità e le soluzioni inedite.
La differenza si nota subito anche per come sono poste le canzoni sulla scaletta: Iron Man e Children of the Grave (la prima è uno di capolavori di "Paranoid", mentre la seconda nasce su "Master of Reality") sono infatti parte di un medley e accorpate in un'unica traccia. Come molti altri brani presenti su "Paranoid, anche Iron Man è un pezzo simbolo dei Black Sabbath e della musica dura tutta. Il riff principale di questa canzone, infatti, ha ispirato migliaia di chitarristi nei decenni a venire, assurgendo a standard. Il testo è geniale: un uomo viaggia nel futuro e vede la fine dell'umanità, ma durante il suo ritorno al presente rimane intrappolato in un campo magnetico, e se il suo corpo si trasforma in puro acciaio, la sua voce, di contro, scompare per sempre. Furibondo che i suoi muti tentativi di avvisare l'umanità vengano ignorati e derisi, l'Uomo di Ferro impazzisce e si vendica sul mondo intero, causando egli stesso l'apocalisse che aveva visto nel futuro.
Dal vivo, nel 1982, il pubblico già sa quel che l'attende fin da quando la batteria inizia a scandire la sua lugubre ritmica, una marcia pesantissima divenuta iconica. Ozzy pare divertirsi più del solito, il testo lo lascia un po' da parte per esibirsi in versi animaleschi ed esortazione; possiamo vederlo senza vederlo, sudare come un dannato mentre corre da una parte all'altra del palco. Anche la band pare divertirsi non poco, non tanto nelle intuizioni personali che sono pari a zero, ma nelle sonorità grezze e stradaiole, stemperate di qualsiasi patina ottantiena e perfettamente in linea con l'essenza del brano, genuino figlio del 1970. La fusione con Children of the Grave pare così naturale che quasi non ce ne accorgiamo. Direttamente dal terzo album dei Sabbath datato 1971, questo pezzo ha fatto la storia del metal e influenzato centinaia d'artisti, così puro nelle sue sonorità prive di mezze misure e nella sua poetica mortuaria, pessimista, rabbiosa. I "bambini del cimitero" sono i figli d'una generazione mandata al macello, tradita, tenuta sotto scacco dai burattinai di tutto il mondo (i "maestri della realtà"?), e che tuttavia ancora combatte per far trionfare la pace e l'amore. I Black Sabbath non erano "figli dei fiori" - almeno non alla maniera in cui lo erano certi figli di papà in giro per la West Coast americana - ma di certo erano figli d'una generazioni di sognatori e rivoluzionari, ragazzi che avevano fatta propria una narrazione che eleva la resistenza al conformismo, nonché un'amabile ostilità per l'ordine costituito. Il riffing originale era roccioso e memorabile, tenuto costantemente in tiro dai fills di Ward, dalla voce del Madman, dalle intuizioni di Iommi e di Butler. Con questo pezzo, Ozzy e la sua nuova band decidono d'innalzare un muro di suono che da una parte appiattisce il materiale originale, dall'altro però riesce nel suo scopo d'avviare lo show al suo zenit. Sul finale si esibiscono un po' tutti: Sarzo in realtà è sempre nell'occhio del ciclone, Aldridge dà il meglio di sé e lo fa nel suo stile (ben diverso da quella sorta di heavy jazz che era il marchio di Ward), mentre Gillis è semplicemente il protagonista. È così palese l'esigenza del chitarrista di non far rimpiangere lo scomparso Randy Rhoades, da far quasi tenerezza, e in questa performance in particolare i loro stili si somigliano anche molto. Il solo finale va a concludere il brano e subito dopo Ozzy, che per un bel po' aveva taciuto per dare spazio ai compagni, riprende il suo dialogo col pubblico e va ad annunciare il pezzo che pone fine alla nostra raccolta. Riusciamo a malapena a sentirlo, mentre il pubblico va vibrare la terra coi suoi "OZZY, OZZY, OZZY".

Paranoid

Tratto dal secondo album dei Sabbath, Paranoid è il brano scelto per chiudere "Speak of the Devil". Come già detto, fu scelta come title track all'ultimo momento e per mere ragioni commerciali, giacché la band aveva inizialmente deciso d'intitolare l'album "War Pigs". Un fraintendimento evidente fin dalla copertina di quello storico disco: il tizio che spunta fuori dalla boscaglia, vestito con una specie di armatura rosea e la spada scintillante, dovrebbe infatti essere una rappresentazione metaforica dei "maiali da guerra" di cui parla l'omonima traccia. "Paranoid" era uscita come singolo un mese prima del full length, e a tutt'oggi, col suo quarto posto nelle classifiche britanniche, rimane il più ragguardevole successo commerciale dei Black Sabbath. Eppure, sembra che il brano sia nato quasi per caso e all'ultimo momento. Lo stesso Geezer avrebbe affermato che:
Buona parte dell'album "Paranoid" è stata scritta ai tempi del nostro primo album, "Black Sabbath". Abbiamo registrato tutto in circa due o tre giorni, dal vivo in studio. La canzone "Paranoid" è nata come un ripensamento. Fondamentalmente avevamo bisogno di un filler di tre minuti per l'album, e Tony s'è inventato il riff. Ho ideato velocemente il testo e Ozzy lo leggeva mentre cantava.
Insomma, una canzone quasi improvvisata, ideata come "riempitivo" di un album ancora troppo spoglio. Eppure "Paranoid" si era dimostrata all'altezza delle aspettative, perfetta a portare in alto il nome del Sabba Nero: era una svirgolata furibonda che prendeva il rock 'n' roll e lo blindava come un carro armato, manifesto della voce meravigliosamente "sbagliata" di Ozzy, grezzissima nel suo assolo stradaiolo e nel suo finale privo di coda. Il testo era angosciante e reale, distante dall'idea adolescenziale che la critica aveva della band; "Paranoid" parlava infatti di depressione, il "cane nero" di tanti poeti, artisti e personalità della storia, ma nel 1970 non c'era una grande cultura alla sensibilizzazione nei confronti di questi problemi, e così, Geezer aveva confuso la depressione con la paranoia, un fraintendimento che sarebbe stato parte della storia della musica. Nel caso di Geezer, la depressione fortunatamente non era un fattore cronico, quanto piuttosto indotto da un costante abuso di stupefacenti, i cui effetti erano inizialmente disturbi paranoici, e poi, appunto, una sensazione di profonda depressione.
Il riffing di questo "gioiellino per caso" fa la sua porca figura anche nel 1982 (e la fa pure nel 2022 e la farà ancora nel 2150). Ozzy esplode e rigetta sul pubblico il suo disperato bisogno d'aiuto, l'incapacità di dare un senso alle giornate, la speranza che una figura salvifica - una donna, un amico, Dio - lo trascini fuori dal baratro senza fine della sua mente. Nessuna sorpresa all'orizzonte: questa versione di "Paranoid" segue pedissequamente i passi dell'originale in studio, ad eccezione di un solo di chitarra piazzato in medesima posizione ma più moderno, in linea con la sensibilità di un pubblico giovane e disabituato alla ruvida, sporchissima chitarra anni '70. Alla fine la cupezza del testo fa spazio alle esortazioni, alle urla del cantante e alle risposte concitate del pubblico, ché questa canzone ha già perso da un pezzo il suo significante originario, assurgendo a inno e basta. E cosa c'è di meglio di un grande inno per chiudere in bellezza lo show, e con esso "Speak of the Devil"?

Conclusioni

Le innegabili maestranze di musicisti d'eccezione, il talento naturale di Ozzy a stare sul palco e catalizzare l'attenzione, e un management che tutto gli si può dire, ma che aveva saputo prendere per mano un cantante tossicodipendente e rilanciarne la carriera - alla fine riescono nel miracolo. Le premesse che avevano portato alla realizzazione di "Speak of the Devil" non erano esattamente il massimo fin dall'inizio, e s'erano fatte perfino drammatiche in seguito, eppure il risultato finale piace e a buonissima ragione. Dopotutto è sempre Ozzy, e quelle canzoni sono le sue canzoni, pure se ci sono altre firme di mezzo. I musicisti sono bravi e benché la loro personalissima impronta latiti fin troppo, fanno il loro lavoro con competenza assoluta e qualche volta - raramente - sembrano perfino divertirsi. Gillis, chiamato all'ingrato compito di mettersi nei panni di Rhoads, riesce a stabilire un equilibrio quasi impossibile tra lo stile dello scomparso chitarrista, quello di Tony Iommi, e infine anche il proprio. Purtroppo per lui non ci sarà gloria: la sua figura verrà inevitabilmente oscurata da quella di Rhoads, che se in vita era considerato una grande promessa, da morto assurge a consolidato gigante della sei corde. Alla fine, come ampiamente previsto fin dall'inizio, l'avventura di Brad Gillis con Ozzy terminerà con questa serie di live, quando il chitarrista dei Night Ranger verrà definitivamente sostituito da Jake E. Lee, destinato a suonare su album memorabili come "Bark at the Moon" e "Ultimate Sin". Anche per Sarzo, "Speak of the Devil" è l'ultimo disco inciso con Ozzy: se ne andrà alla fine dell'82 per lasciare spazio al rientrante Bob Daisley, bassista della formazione originale di "Blizzard of Ozz" e "Diary of a Madman", inizialmente allontanato per motivazioni meramente (e criminalmente) contrattuali insieme al batterista Lee Kerslake. A ben vedere, il rientro di Daisley è sintomo dei tempi che cambiano. Ozzy è intenzionato a lasciarsi tutto alle spalle: i Black Sabbath, Randy Rhoads, e soprattutto il padre della sua novella sposa, l'amato e odiato Don Arden, l'uomo che era stato capace di riportare alle stelle il nome di Osbourne, ma il cui carattere umano e professionale, e l'intima cattiveria, avevano portato Ozzy sull'orlo del baratro. Don Arden non perdonerà mai il "tradimento" della figlia, e d'altra parte né lei né Ozzy perdoneranno mai Mr. Arden, se non parecchi decenni dopo. Nel frattempo, "Speak of the Devil" vende molto bene e piace alla critica, formata in buona misura da veri e propri fans del Sabba Nero, e non più dai severi (ma preparatissimi) bacchettoni del decennio precedente. Anche la copertina, semplice ma efficace, fa la sua parte, con Ozzy a fare una delle sue proverbiali facce da mostro verso lo spettatore, i canini a punta e frattaglie insanguinate a pendere dalla bocca fino al mento; su tutto, non ci facciamo mancare nemmeno un po' di rune a formare il profilo di una finestra, né l'effige di un pipistretto, già storica mascotte del nostro. In realtà, benché nettamente migliore di come raccontata dai suoi pochi ma agguerriti detrattori, questa raccolta è soprattutto la narrazione epica e indimenticabile di un grandioso fallimento, umano e professionale: tre musicisti uniti da esigenze di mercato suonano il catalogo di una band che non è la loro, portando in scena canzoni che servono unicamente a stimolare la nostalgia e smuovere i quattrini; un cantante in stato confusionale, ferito quasi a morte da successi e fallimenti in egual misura, si mostra totalmente disinteressato a ciò che gli capita intorno, alle aspettative dei suoi musicisti e alla dignità del suo pubblico. Su tutto questo aleggia tetra e gigantesca all'orizzonte la figura di Rhoads, un ragazzo di grande talento scomparso troppo presto, ed ora una sorta di buco nero sulla carriera di Ozzy. Alla fine, il Madman saprà riprendersi almeno in parte dalla sua condizione, omaggiare con sincerità l'amico scomparso e fare di un dramma, se non proprio un vantaggio, almeno il punto zero per una nuova ripartenza. La carriera solista di Ozzy Osbourne proseguirà verso una gloria ancora più scintillante del suo già fulgido debutto, offuscando quella dei Black Sabbath, abbandonati da Ronnie James Dio e, da quel momento in poi, incapaci di ritrovare un legame tra loro e il pubblico. "Speak of the Devil" resterà invece immobile nel tempo, una finestra fatta in musica sul momento più difficile di un cantante che aveva fatto la storia, e che avrebbe continuato a farla.

Non ero un grande fan dei Sabbath, ad essere onesto. Erano grandi a fare quello che facevano. Ovviamente, hanno fatto un bel lavoro, e l'hanno fatto in grande. Lo rispetto. Non approfondiamo la cosa, ma io non ero un grande fan.
- Randy Rhoads

1) Symptom of the Universe
2) Snowblind
3) Black Sabbath
4) Fairies Wear Boots
5) War Pigs
6) The Wizard
7) N.I.B.
8) Sweet Leaf
9) Never Say Die
10) Sabbath Bloody Sabbath
11) Iron Man/Children of the Grave
12) Paranoid
correlati