OZZY OSBOURNE

Ordinary Man

2020 - Epic

A CURA DI
ANDREA CERASI
04/03/2020
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Esistono nomi immortali, destinati a rimanere per sempre, leggende entrate nell'immaginario collettivo, esenti dalle comuni leggi che governano il mondo. Esistono uomini che vanno di pari passo con le gesta dei miti, quasi fossero divinità scese dal monte Olimpo per vivere accanto al popolo, tra le persone. Ozzy Osbourne è il titano scacciato dagli Dei, costretto a convivere in mezzo ai mortali per arricchirli col proprio mestiere, per scioccarli con le sue gesta insane, per farli innamorare con la sua arte, per raccontare loro storie incredibili. Il musicista inglese ha fatto di tutto per far parlare di sé, per annientarsi con droghe e alcool, eccessi di ogni sorta, comportamenti grotteschi e umilianti, ma ha saputo dare alla sua musica anche profonde riflessioni, crescendo intere generazioni di ascoltatori. Ed è sopravvissuto. Ozzy Osbourne è sopravvissuto a tutto quanto, regalando ben cinquanta anni di musica verso la quale tutti noi siamo debitori. La nascita dell'hard rock, dell'heavy metal, del doom e di tutti i suoi derivati, quasi ogni cosa è stata sprigionata dalle sue idee, le sue e ovviamente quelle dei suoi compagni di squadra. I Black Sabbath hanno inventato praticamente tutto, e il principe delle tenebre è entrato di diritto nella storia, nella leggenda del nostro mondo, come una figura mitologica che incuriosisce gli adulti e spaventa i bambini. E come ogni leggenda, vera o presunta, si alimenta nel corso del tempo attraverso aneddoti, curiosità, voci di corridoio, bugie inventate di sana pianta o semi verità, creando una sorta di aura magica attorno al proprio nome. Dai Black Sabbath ai dischi solisti, Ozzy Osbourne ha avuto una carriera unica, ricchissima e sorprendentemente longeva, come testimonia il nuovo lavoro in studio: "Ordinary Man", registrato in un breve periodo, spronato dalla moglie Sharon. Al di là del titolo, Ozzy non ha mai avuto nulla di ordinario, non è mai stato un uomo comune, ma l'aura magica che si addice solo ai miti, originata all'alba degli anni 70, lo ha sempre accompagnato fino ai nostri giorni, e che quest'uomo sia ancora tra noi, dopo decenni di vizi, è già di per sé una storia stupefacente. Un personaggio iconico, eccessivo, pazzoide, sempre in bilico tra genialità e rincoglionimento, che ha saputo creare un impero, ma soprattutto ha saputo creare musica sublime, ottenendo un successo rarissimo da trovare in ambito metal, con i suoi 100 milioni di album venduti, le apparizioni e i programmi tv, i numerosi gossip. Tutto ciò che ruota attorno a questo musicista è sotto gli occhi di tutti, vivisezionato e messo alla berlina, e forse è anche grazie agli eccessi e alla reputazione di "ragazzo ribelle" che Ozzy è diventato famoso nel mondo comune, tra le persone che non hanno mai masticato rock, lontane da questo ambiente fatto di graffianti riff di chitarra e possenti rullate di batteria. Ozzy Osbourne appartiene a tutti, mostro sacro da venerare, impossibile non volergli bene. L'ultimo decennio è stato difficile, i numerosi concerti annullati causa gli acciacchi dovuti all'età, l'ammissione del Parkinson, malattia che lo affligge ormai da diversi anni e che si intensifica giorno dopo giorno, il cervello con qualche neurone mal funzionante, le diatribe con la moglie Sharon, e in tutto ciò la miracolosa reunion con i Sabbath e che ha portato alla pubblicazione del buon "13", nel 2013. Un decennio di imprevisti, di impegni e di crisi, nel quale l'artista non ha mai smesso di scrivere, le cui avventure trovano sfogo proprio nel nuovo album, che vede la luce a dieci anni esatti dal precedente "Scream". "Ordinary Man" racchiude un po' tutte le sfaccettature dell'Ozzy-persona: i suoi umori, il suo carattere selvaggio, le sue idee di uomo maturo, fanno di questo disco un affresco importante per capire ancora una volta la personalità di questo sopravvissuto del rock. E allora amici vecchi e nuovi si ritrovano alla corte del tenebroso vocalist: Duff Mckagan e Slash dei Guns N' Roses, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, Andrew Watt, chitarrista e produttore, Tom Morello dei Rage Against The Machine, Elton John e le giovani star dell'hip hop Post Malone e Travis Scott, contattati per ingolosire i ragazzini. Al di là delle discutibili collaborazioni, "Ordinary Man" è un disco ruffiano, dove accanto al tradizionale sound hard&heavy viene lanciata qualche punta modernista, tanto da farlo risultare fresco e contemporaneo, e la cosa assurda è che funziona abbastanza, è piacevole e regala soddisfazioni. Questo è quello che conta, dopotutto Ozzy non deve più dimostrare nulla, e alla sua età sembra essere ancora agguerrito e irriverente, come si vede dalle immagini contenute nel curato booklet del cd, tra il ritratto di un morso a un serpente e la fotografia di una pisciata all'aria aperta.

Straight To Hell

Le chitarre si arrampicano vorticose dalle rocce che sprofondano fino agli abissi infernali, creando vertigini, sprigionando fuoco, e così Straight To Hell (Dritto All'Inferno) ci introduce nel mondo sotterraneo di Ozzy Osbourne, nel quale si pone come demone incontrastato, assettato di sangue e di morte. È un po' la celebrazione della sua figura, grottesca e macabra, che in questo pezzo robusto trova la sua massima espressione. "Stai volando alto come un aquilone, hai preso la botta ed ora ti senti bene, danzi per celebrare la morte". Si tratta di una specie di rituale, una missione di caccia, dove il demone alato venuto dagli inferi si scaglia contro il povero mortale per divorargli le carni. "Ti farò gridare, ti farò defecare, dritto all'inferno, stiamo andando dritti all'inferno, e ti farò giacere, ti farò rapire e uccidere. Ti farò strisciare fino al tuo ultimo brivido, allora che aspetti, unisciti alla corsa, io pianterò il mio seme malvagio", canta il vocalist, mentre la chitarra di Slash e il basso di Duff si scontrano facendo scintille. Ma qui diventa subito evidente il limite della produzione che non risalta granché la strumentazione, soffocando i suoni. La potenza c'è, il fraseggio è perfettamente studiato per attirare attenzione, le linee melodiche funzionano bene, ma il contesto è appiattito dalle discutibili scelte produttive. La caccia e la sete di sangue dovrebbero mettere brividi sulla pelle, incutere timore, spaventare l'ascoltatore, e invece il suono scintillante e gelido stempera questa sensazione di oscurità. Il mondo cantato da Ozzy è nero e infuocato, egli si scatena per spargere il seme del male, rendendo tutti noi piccoli diavoli. Nel break celestiale, che arriva subito dopo il refrain, si percepiscono tutti i filtri utilizzati per migliorare una voce iperprodotta, ma le sottili tastiere che emergono arricchiscono il sound aprendosi a un mondo lontano e spaventoso. Direi quasi epico. Ma è solo un breve passaggio all'interno del brano, come se il vocalist volesse far intravedere ciò che ci attende una volta morti. Il brano poi riprende la sua corsa e Slash si lancia in un buon assolo dove la sua chitarra si fa finalmente sentire e soprattutto riconoscere. Il suo tocco è distinguibile tra mille, e ciò è un punto a favore di questo buon brano. "Ti ucciderò e di guarderò sanguinare. Qualcosa manca ancora e tu non sai il perché, più profonda delle tenebre nelle quali cerchi di nasconderti". L'inseguimento è già incominciato, la razza umana sarà sottomessa dai diavoli sputati fuori dalle fiamme degli abissi.

All My Life

Se la caccia introduttiva è stata spietata e gelida, All My Life (Tutta La Mia Vita) cambia registro, regalando un Ozzy maggiormente riflessivo che si guarda dentro, nella propria intimità. La chitarra arpeggiata ci accompagna con delicatezza nel cuore dell'uomo, il quale ripercorre le tappe della sua vita: "Ero seduto al confine, guardando dentro me stesso, il bambino che ero, e così egli mi ha guardato di rimando, piangendo lacrime di sconfitta dai suoi occhi. Egli ha detto che io conosco tutte quelle bugie che tu mi hai celato dietro ogni finto sorriso. Sarò di nuovo solo, proprio come te". Qui si scende in profondità, l'uomo guarda se stesso e riconosce il bimbo che era un tempo lontano. Il bambino, di rimando, lo guarda con un'espressione malinconica e quasi delusa, perché è consapevole di tutte le bugie inventate negli anni, e di tutti gli errori commessi per diventare quello che è. Avviene quasi una separazione tra i due, come se l'infanzia non fosse altro che un mondo lontano, sbiadito, irraggiungibile. L'innocenza perduta viene gridata nel ritornello, dove le chitarre esplodono all'unisono, irrobustendo questa semi-ballata dal gusto retrò: "Per tutta la mia vita ho vissuto nel passato, per tutta la mia vita ho vissuto giorno per giorno, ed ora è troppo tardi". Il rammarico è fin troppo forte nell'animo del protagonista, e a questo punto Ozzy tira le somme della propria vita. Non ha mai trovato stabilità morale perché ha sempre vissuto da ribelle, fregandosene del mondo intero, facendo ciò che voleva, ed ora la sua esistenza chiede un tributo, vuole il suo riscatto. Ozzy è solo, si sente solo, abbandonato da tutti, lasciato con i suoi problemi a vivere l'anzianità. Oramai è troppo tardi per ricominciare, quel che è fatto è fatto. "Ho sostato al confine, cercando di affogare nel drink che stringo in mano, mi sono guardato indietro, nell'inferno in cui sono stato. Sono più asciutto che sporco, trascinando tutti i miei pensieri nelle sabbie mobili. Ora sto brindando alla mia sete, dopo una lunga corsa". I pensieri e i ricordi sprofondano nelle sabbie mobili e vengono dimenticati, ma non c'è più tempo per redimersi. L'artista brinda alla sua esistenza, dissetandosi dopo una lunga corsa, buttando giù grosse dosi di rancore. Il brano si muove sinuoso alternando strofe dolci con refrain muscolosi, mantenendo comunque un andamento lento, suggestivo e riflessivo. Watt interviene in diversi punti, regalando ottimi assoli, mentre il batterista Smith picchia duro, ritagliandosi il suo spazio. "Il cielo mi prende, ma nessuno può salvarmi dall'inferno. Non mi cancellerete mai, e intanto sono di nuovo in strada", ecco l'atto conclusivo, la sensazione che tutto stia per terminare. Non si fugge dalla morte, l'inferno aspetta il suo adepto migliore, ma intanto ce lo godiamo in strada, ancora agguerrito.

Goodbye

Goodbye (Addio) è un'intensa e articolata canzone che richiama il sound dei Black Sabbath, con il suo passo lento, doomeggiante, e poi le accelerazioni schiacciasassi in fase di chorus. Uno dei picchi dell'intero album, ma anche il testamento di una lunghissima carriera. Ozzy si palesa per quello che è, ed ora è solo, dal cuore spezzato, deluso dall'amata. Le chitarre distorte assumono un sound molto liquido, grunge, e l'intera sezione ritmica funziona a dovere. I fraseggi si muovono come serpi velenose, assecondando i deliri notturni del vocalist, che canta tutto il suo disagio. "Oscuri ricordi mi tengono sveglio la notte, tu mi hai lasciato mezzo vuoto. Perché hai agito così? Non puoi cambiarmi, non importa quanto tu possa provarci, ma io sono così, e tu mi hai spezzato, abbandonato, ed ora voglio morire". Ossessioni, visioni notturne, demoni che infestano la mente, deliri di grandezza, sono elementi presenti nel testo di questo ottimo brano. "Allora questo è un addio. Nessun futuro, rimpiangimi, io me ne vado. Abiti scuri, rose nere, il mondo continua a girare. Piangi per me, è ciò che desidero davvero, sto partendo, credimi, il mio lavoro è giunto al termine". Anche in questo caso la sensazione di morte aleggia soave tra le strofe. Ora Ozzy è solo, abbandonato da tutti, e desidera la morte, desidera ritirarsi nel suo mondo oscuro fatto di abiti neri, fiori appassiti e nebbie dense. La sezione ritmica avanza imperterrita, poi il cambio di tempo che dà una sterzata clamorosa, le chitarre ruggiscono, così come aumentano i colpi inferti alle pelli: "Siedo qui nel purgatorio, non ho paura di bruciare all'inferno, tutti i miei amici mi stanno aspettando, posso sentirli piangere e invocare aiuto". L'inferno è il luogo sempre presente, la meta agognata dal cantante, sempre più allucinato e dal cuore inquinato dal male ultraterreno. "Nessuna ricompensa per il suicidio, il dolore della vita può ancora essere evitato. Madre Maria, Gesù Cristo, spero che mi sentiate piangere e invocare aiuto". Il suicidio è l'unica soluzione per farla finita in breve tempo, il dolore della vita va scacciato: "La folla sta ancora aspettando, ho preso la mia ultima curva, è finita. Troppo tardi per tornare indietro, mi dispiace, ho dato una possibilità alla vita, perdonatemi tutti, non volvevo che fosse un addio". Nonostante l'aria cupa e disperata della traccia, i toni macabri e pressanti degli strumenti, Ozzy trova il tempo per lanciare l'ultima battuta sarcastica, col tipico humor nero britannico: "È già arrivata l'ora del tè? Servono del tè in paradiso?". La coda finale è un vortice metallico che tutto inghiotte, come se il corpo dell'uomo fosse scaraventato dritto negli inferi.

Ordinary Man

Il singolo che lacera il cuore si intitola Ordinary Man (Uomo Comune), suonato e cantato insieme ad Elton John, e l'intesa tra i due monumenti della musica è eccellente, nonostante una composizione piuttosto ordinaria, già ascoltata numerose volte all'interno del catalogo di Osbourne. Tuttavia, la melodia colpisce dritta alla mente, la sua aria malinconica non può lasciare indifferenti, e la classe dell'artista emerge in ogni nota. "Ero impreparato per la fama, poi tutti hanno conosciuto il mio nome. Niente più notti solitarie, ho viaggiato ovunque, ho versato lacrime e ho sorriso, e l'ho fatto per voi". Tra cori angelici e il rassicurante tocco pianistico di Sir Elton, questa ballad commuove, e commuove non solo per via della sua delicatezza, ma anche per un testo che sembra essere un ringraziamento a tutti noi e dunque un addio sofferto. Ozzy ha vissuto per noi, ha scritto musica e fatto scandalo per farci divertire, per accompagnarci nella nostra crescita. Gli siamo tutti debitori, gli vogliamo bene, ed ora che se ne sta per andare egli si inchina, ringraziandoci per essere stati con lui per così tanto tempo. Il ritornello è ben studiato: "Non dimenticatemi come i colori che svaniscono nel tempo, quando le luci si spengono e resta un palco vuoto. Ok, sono stato un cattivo ragazzo, ho volato più alto del cielo stesso, e la verità è che non voglio morire come un uomo normale. Ho fatto piangere mamma, non so nemmeno perché sono ancora vivo". Ozzy è sopravvissuto a tutto, ed è un uomo miracolato. È stato un ragazzo impulsivo, un ribelle, un rock dall'attitudine peccaminosa, ma ora è tempo di scendere dal palco e salutare. Non sarà mai un uomo ordinario, ma una leggenda che custodiremo per sempre nel nostro immaginario collettivo. La ballata prosegue col suo tono autobiografico anche quando entra in scena Elton John, nella seconda parte, altro artista dalla vita sofferta: "Troppe volte ho perduto il controllo, loro hanno provato ad annientare il mio spirito rock n roll, ma ricordate che io sono qui per voi tutti, e non voglio dirvi addio, ma quando lo farò voi starete bene comunque". Una buona ballata, molto tradizionale, che sa farsi notare.

Under The Graveyard

Notturna e solenne, la traccia che segue è uno dei punti più alti raggiunti nel disco. Il giro di basso impartito da Duff emana un profumo d'incenso, come se ci trovassimo di fronte a un rituale magico. I docili arpeggi ci prendono per mano, trasportandoci in un mondo cupo, lì dove i morti riposano in pace. Under The Graveyard (Giù Al Cimitero) è una splendida perla cimiteriale che si evolve passaggio dopo passaggio, regalando grandi emozioni. "Oggi mi sono svegliato e mi sono odiato, la morte non mi dà risposta quando piango per chiedere aiuto. Nessun picco ha saputo salvarmi dagli abissi dell'inferno. Annegherò la mente finché non sarò qualcun altro". In questa lunga e leggiadra strofa Ozzy si racconta, mostrando la sua metà oscura, quella che teme e che non lo fa stare bene col mondo. Una sensazione continua di malessere psicofisico che lo schiaccia, lo soffoca, e che non gli permette di essere felice. La dannazione dell'artista, una sorta di maledizione che lo rende anima inquieta, sempre in bilico con la morte. Il dolore è forte, è come una malattia che gli divora le carni, come ripetuto nel bellissimo ritornello: "Non curarti di me, sii spaventato, la mia miseria mi appartiene, non voglio essere mio nemico, ma la mia miseria mi divora. Giù al cimitero siamo tutti ossa marce, ogni cosa che sei sparisce per sempre. Non voglio più vivere in questa menzogna, fa freddo giù al cimitero. Tutti moriremo soli". Il mondo intero è una menzogna, allora meglio vivere da un'altra parte, dove ci dissolveremo e di noi non resterà niente. Se il ritornello si fa muscoloso, poggiato su batteria e chitarre, il bridge è raffinato, dal vago sentore funk costituito dall'egregio lavoro di Duff e dai ricami arpeggiati di Watt. "Coprimi gli occhi in modo che possa vedere chiaramente, una fuga da tutto ciò di cui ho paura. Cenere alla cenere guardami sparire, più vicino a casa perché la fine è arrivata". Una montagna di suoni per rappresentare il lungo e faticoso cammino che conduce alla redenzione, e ovviamente alla fine dei giochi. Ora l'uomo vede chiaramente l'ipocrisia della vita, le menzogne della società, la miseria del mondo, e non chiede altro che annientarsi, sparendo diventando cenere al vento. I suoni adottati dalle chitarre sono azzeccati, le distorsioni sporche regalano forti sensazioni di vertigine, come se si cadesse in quegli abissi infernali, e si prendono tutta la parte finale.

Eat Me

Armonia e basso si divorano a vicenda, introducendo la cannibale Eat Me (Mangiami), cinica traccia che non va veloce come un proiettile, ma invece sa pressare molto bene, prendendo quota mano a mano che si procede. La potenza è simile a quella che abbiamo visto in apertura con "Straight To Hell", anche se il ritmo è meno scatenato, con le chitarre impennate e ripetutamente stoppate e le strofe sornione che lasciano una certa soddisfazione sul palato. Le strofe si dimenano, arrampicandosi su fraseggi muscolosi e graffianti, e scherzando sulla voglia di autodistruzione che affligge il cantante: "Sono sul menù, tu non farai indigestione, io sono servito col dessert. Non sono il tuo veleno, non avrai bisogno di medicazioni, tu sei le viscere che non voglio ferire". Forse Ozzy si rivolge ai suoi fans, perché è come se si sacrificasse per sfamarli, facendosi a pezzi per saziare la loro fame. Un idolo divorato per compiacere gli Dei. Le strofe hanno un andamento danzereccio, mentre il ritornello sembra tirato col freno a mano, non proprio memorabile: "Mangiami dalla pelle fino alle ossa, mangiami come un cannibale, mangiami e getta le mie ossa ai cani, prima che cambi idea e scagli i miei denti contro di te". Ozzy si offre in tutto il suo splendore e tutta la sua bontà, preso d'assalto da tutto il mondo. Non è chiaro se si riferisca alla gente che lo ama, oppure ai nemici che lo vorrebbero fatto a pezzi, fatto sta che egli si immola senza troppe storie. "Un secondo aiuto, la mia carne è buona e tenera, un morso e ti sarai venduto. Salvami più tardi, tanto non ho aspirazioni, il mio sangue non invecchierà mai". Il ritmo rallenta e si fa più oscuro e astratto, come se si tornasse seri, Duff si diletta col suo basso, lasciando poi spazio ai compagni chitarristi: "Sorridi mentre squarci la carne e spolpi le ossa delle mie gambe. Hai trovato tutte le cose spaventose nella mia testa, mordila e falla finita. Sono sul menù, non sei affamato?". Il cervello dell'uomo è malato, annerito, allora meglio farla finita prima che sia troppo tardi.

Today Is The End

Today Is The End (Oggi È La Fine) riprende l'ambientazione notturna di "Under The Graveyard", con i suoi toni solenni e affascinanti, ma risulta meno incisiva, e si trascina via nonostante qualche buona intuizione. Siamo ancora all'inferno, o forse siamo in un mondo che assomiglia tanto a quello degli inferi. Ozzy si scaglia in una critica sociale che vede una società che, al posto di condannare, fa diventare popolari i malvagi, gli uomini cattivi. Dona loro fama e soldi e dove ogni cosa funziona alla rovescia: "La strada per l'inferno non è lastricata, nessuna anima può essere salvata. Loro le uccidono, noi le diamo la fama, così dimmi chi è da incolpare. Sei un animale". In questo scenario apocalittico la fine è vicina per tutti, i ragazzi fuggono più veloci che possono, il cielo si tinge di rosso, il sole si eclissa e le tenebre scendono sulla terra: "Corri, fai meglio a correre, corri veloce, anche se non riuscirai ad allontanarti da me. Il sole è nero, il cielo è rosso, sembra che oggi sia la fine, i ragazzi corrono più veloci che possono, ma può essere davvero la fine oggi?". L'inferno sputa dalle viscere della crosta terrestre migliaia di demoni, pronti ad assalire e a divorare anime. Gli strumenti si innervosiscono, le chitarre si evolvono in una corsa disperata, la batteria scalcia per fare gli ultimi assalti, infine torna l'arpeggio di Watt, il quale alterna dolcezza melodica a incursioni metalliche: "Il silenzio rimbomba con rabbia, quanti altri ne arriveranno? Quante altre anime? Il diavolo ama la parata di anime". L'ultima frase è una bella metafora, ricca di immagini, dove una fila infinita di anime si getta nei crateri terrestri per consegnarsi alle fiamme dell'Ade. Il Demonio comanda i giochi, ruba anime per saziare la sua sete di vendetta e il suo potere di gloria. Poi, dopo la baraonda scaturita dalla sporcizia della chitarra elettrica, giunge l'agognato silenzio. La razza umana estinta.

Scary Little Green Men

E dopo l'apocalisse ecco lo sbarco degli alieni, nuovi conquistatori del mondo in Scary Little Green Men (Piccoli Verdi Uomini Spaventosi), buona canzone che trova un Ozzy in gran spolvero sugli acuti. In questo caso, l'ospite d'eccezione è il chitarrista Tom Morello dei Rage Against The Machine, anche se il suo apporto non si nota granché. Un effetto sonoro che ricorda il vuoto dello spazio dà il via al canto amareggiato del vocalist: "I colori mi stanno accecando di nuovo, io non appartengo a questo posto, il cielo sta sanguinando colori rossi e neri. Chi c'è qui? Quanto è distante? Da quanto tempo? Forse vivono nella mia testa? Ci mordiamo le lingue e giochiamo a mascherarci". Il disorientamento è palese, la terra è invasa da esseri venuti da un posto lontano, ma l'uomo è talmente confuso che non sa più se questi sono proiezioni della sua mente malata oppure realtà. Gli alieni sono il nemico, non vengono in pace, perché vogliono distruggere la razza umana, come evidenziato nel pre-chorus dove Chad Smith picchia duro le pelli: "Loro ci vogliono, loro ci desiderano, forse vogliono mangiarci. Ci salutano, si presentano e dicono -Prendeteci come vostri signori-". La carneficina ha inizio, gli uomini vengono sottomessi e costretti ad ubbidire ai loro nuovi padroni, le grida di Ozzy interpretano il malessere collettivo: "Tutti li vogliono vedere, fino a quando non si accorgono che sarà la fine. Piccoli verdi uomini spaventosi, voi ci credete? È la fine per tutti noi", e subito attacca il bridge: "Loro si nascondono in ogni dove, appartengono a questi luoghi? Loro sono silenti, ma potrebbero essere violenti. Bè, non mi interessa, tanto io non appartengo a questo mondo". Ozzy ormai non si considera più un uomo comune, egli è un'entità a sé, unico nel suo genere. In prossimità dei ritornelli, di buona fattura melodica, si percepiscono tastiere timidissime e poi ancora un bel giro di basso e qualche distorsione di chitarra prodotta da Morello, roba interessante che avrebbe meritato più spazio e che invece resta in secondo piano. "L'uomo sulla luna, ci avranno detto la verità? C'è qualcuno lì fuori? Ci imboccano di bugie e noi guardiano il cielo, ma c'è davvero qualcosa là fuori?", ci si interroga, sapendo che nessuno potrà mai risposta certa.

Holy For Tonight

Holy For Tonight (Santo Per Stanotte) è una perla delicata che racconta di un uomo afflitto dal dolore e che sta soffrendo e che chiede il perdono a tutti per ciò che ha combinato in vita. Un'ultima notte per redimersi dai propri peccati, una richiesta di aiuto costruita su gelidi rintocchi di chitarra e su un clima etereo, quasi religioso. "Prega per me, padre, perché non so ciò che faccio. Io sono un mostro, devi aver letto i notiziari, non so come sia iniziato, ma so che deve finire. Prega per me, padre, sto correndo dagli amici. Sto correndo fuori dal tempo, per sempre, ed ora sono qualcuno che loro non vogliono ricordare". Ozzy si chiude in se stesso e fa un resoconto della propria esistenza. Si interroga sul perché si sia giunti fino a questo punto, dove ai più potrebbe apparire come un mostro selvaggio, un animale, ma che in realtà è soltanto un uomo che soffre e che vuole riabbracciare i suoi vecchi amici di strada. "Sarà una notte solitaria, sarà una lunga e solitaria notte. Domani sarà il mio ultimo addio, e allora fatemi essere santo stanotte". L'attesa della morte è serena, l'atmosfera è serena, non c'è tensione nell'aria, solo la consapevolezza che tutto sta per finire. E la fine è una liberazione dal male: "Ciò che penso di ciò, quando pronuncio le mie ultime parole, che cosa sento di preciso? Mi chiedo se fa male, ho ancora da fare un po' di strada prima di gustarmi il bacio della morte. Allora corro veloce fino all'ultimo respiro". Un canto profondo, che colpisce al cuore, così raffinato e poetico, capace di evocare sacre immagini. Watt si esibisce in un pungente e breve assolo, poi viene tempestato da cori angelici, e con questi ci apprestiamo alla conclusione, lasciandoci il passato alle spalle.

It's Raid

Le note dolenti giungono alla fine dell'album, prima con la sgangherata It's Raid (È Un Attacco), dalla struttura imprevedibile, impostata maluccio, e che vede l'ospitata del rapper Post Malone. La sezione ritmica è molto confusa, dai tratti quasi punk, e soprattutto modernista, ma un moderno che risulta commerciale, senza contare una linea melodica, specie nel ritornello, abbastanza brutta. "È un attacco, nascondete tutto! Li sento respirare al telefono, so che non sarò mai solo, sono stato in luoghi nei quali tu non andrai mai. Dio è davvero Satana e sta aspettando lì fuori". Sono i deliri di un ossessivo, di un uomo il cui cervello è andato in pappa e per questo si sente minacciato da tutto e tutti. Così egli si chiude in stanza, aspettando il caos finale. L'aspetto sacro, religioso, viene lanciato da alcuni particolari: la lotta tra Dio e Satana, che forse sono stessa cosa, oppure il numero sette che ricorre nella seconda strofa, numero divino che rappresenta appunto Dio. "Nasconditi, io sono bloccato qui da sette giorni, non posso uscire, sono agitato, sento il cuore impazzito, ma ancora non cedo. Mamma ha detto che non puoi uccidere ciò che è già morto, e tutti i federali stanno aspettando qualcuno". Smith pesta duro, regalando una buona prestazione garage punk, poi ecco che entra in scena l'ospite, con la voce avvolta dall'autotune: "Tutti mi vogliono, fuori dalla finestra c'è una sagoma che si riflette sulla sponda del mio letto. Oh, Signore, sono anche a corto di sigarette, cazzo". Il pezzo rallenta ancora, distendendosi con una coda caotica, quasi apocalittica, con le voci di Ozzy e di Malone che si alternano in grida e vagiti. "Ogni cosa che voglio essere, ogni cosa che sono, ti appartiene, allora vieni da me". Un brano che, proprio per la sua indole sporca, grunge, ricorda vagamente qualcosa dei primi Pearl Jam, i Pearl Jam rifatti male però.

Take What You Want

Take What You Want (Prendi Ciò Che Vuoi) inizia che è praticamente identica alle ballate ascoltate in precedenza, con l'arpeggio della chitarra e la voce malinconica di Ozzy che intona la prima strofa: "Ti sento crollare tra le mie braccia, tu che hai un cuore di pietra, tu che mi hai dissanguato come le lacrime che non hai mai versato. Perché non prendi ciò che ti serve da me? Prendi quello che vuoi e vattene via". Un canto di amore spezzato, amarissimo, al quale si aggiunge presto una base hip hop elettronica dove Post Malone e Travis Scott si alternano rappando, trasformando il pezzo in una canzone da classifica e adatta a ragazzini di quindici anni. "Io non ho mai voluto nulla da te, e tutto ciò che ho chiesto è la verità. Tu mi hai mostrato la lingua ed era divisa in due come i serpenti. Il tuo veleno era letale, io ti credevo, invece tu hai cacciato ogni mio errore, e hai atteso che io crollassi", e poi ancora: "Tu mi hai tenuto con la speranza di aiuto, affinché non affondassi, invece eri una piaga, io ho cercato una via d'uscita e alla fine è arrivato il giorno in cui ho iniziato a capire. Ho allontanato il mio cuore per la pace del paradiso, con le ossa rotte, e non hai potuto possedere più la mia anima". Bisogna ammettere che l'assolo di chitarra è ottimo, così come le atmosfere disperate e smorte sono magnetiche, ma le parti rap non si possono ascoltare, stonano col contesto generale dell'opera e non hanno veramente senso alcuno se non quello di accalappiare qualche ragazzino di passaggio. "Ho bisogno di più ragioni per continuare a vivere, ho bisogno di continuare a sperare, pensando che tu non crollerai mai. Dobbiamo seguire le nostre strade, anche se so che non sarò mai solo. L'amore va alimentato, prima o poi ritorna, lo si vede in lontananza, ha bisogno di soldi e di nuovi allacci, ma torna". Un brano diverso e lontano dal mondo rock e metal, forse a qualcuno piacerà, ma è totalmente fuori contesto.

Conclusioni

Ozzy ci consegna un album onesto, di mestiere, che sa riscaldare il cuore di tutti i fedeli, di tutti coloro che sono cresciuti con la sua musica. Impossibile pretendere di più, assurdo pensare a un disco rivoluzionario. Il cantante va sul sicuro, realizzando quello che sa fare meglio, ovvero belle canzoni hard&heavy dal piglio melodico e costruite su buoni testi, che assomigliano molto al triste presagio di fine carriera, epilogo verso il quale siamo tutti preparati. Dopo cinquanta miracolosi anni di music-business, Ozzy Osbourne non deve dimostrare più niente a nessuno, è sopravvissuto ai decenni, ha contribuito alla grande genesi dell'hard rock, ha influenzato le correnti del doom, ha scalato le classifiche heavy metal e sleaze metal, è tornato negli anni 90 imponendosi nel periodo di crisi del rock tradizionale e ha fatto irruzione nel nuovo millennio con tanta buona musica e folli trasmissioni tv. Un uomo che ha vissuto dieci vite in una, giunto al saluto con questo "Ordinary Man", lavoro dai toni cupi, come la copertina che raffigura il vocalist nella sua cripta tenebrosa, nelle vesti di un demone alato proveniente dagli inferi, apparso come per magia diradando le nebbie. Tra intense ballate, come il singolo suonato e cantato insieme all'amico Elton John, e cavalcate metalliche, l'artista ripercorre le tappe della sua vita, interrogandosi su ciò che ha vissuto e su ciò che lo attende. "Goodbye", la title-track, "All My Life" e "Under The Graveyard" sono laconici addii al mondo, "Scary Little Green Men", "It's Raid" e "Eat Me" sono canti apocalittici e di annientamento, "Holy For Tonight", "Today Is The End" e "Straight To Hell" sono cannonate bibliche e dissacranti su un universo in rovina. E non c'è speranza neanche nella conclusiva "Take What You Want", canzone amara dalla base hip hop che ospita i rapper Post Malone e Travis Scott. Riflessioni di un uomo giunto alla vecchiaia e che tira le somme di un'esistenza non convenzionale. In "Ordinary Man" vi è una grossa dose di malinconia, e non può essere altrimenti, ma è presente anche quell'istinto selvaggio e quell'orgoglio del metallaro duro a morire. L'inferno è il luogo consacrato dove il personaggio Ozzy si muove, recita, canta e racconta i suoi dissapori. Ozzy che interpreta Ozzy, ed è quello che ci aspettavamo nel nuovo lavoro in studio, prodotto in fretta e in furia nell'arco di poche settimane, un po' per non sperperare troppi soldi ed energie e un po' per via della malattia che affligge l'artista e che peggiora giorno per giorno. Un album che funziona, anche se non tutto è perfetto, come ad esempio l'intervento dei rapper, che stonano con l'ambientazione generale e che incorniciano momenti terribili, indegni per un'opera rock, ma che se sono accettabili e poco invasivi in un pezzo bruttino come "It's Raid", lasciano interdetti nella ballad finale "Take What You Want", con tutto quell'autotune e quel ritornello commerciale da classifica contemporanea. Anche questo fa parte del business, e se Malone e Travis sono stati chiamati ovviamente un motivo c'è. Per il resto, la scaletta non presenta grossi cali di tensione, mantenendosi su una qualità media abbastanza discreta, con qualche picco di grande valore, come nel possente mid-tempo "Goodbye", molto Sabbathiano, nella notturna "Under The Graveyard" o nella raffinata "Holy For Tonight". Andando nello specifico, bisogna ammettere che i suoni non sono dei migliori, molto plastificati, iperprodotti, e che appiattiscono la resa, ed è un peccato visto che troviamo importanti riff e assoli di chitarra, ottimi passaggi dietro le pelli e caldi giri di basso, e non può essere altrimenti, dato i musicisti coinvolti, così come troppo effettata è la voce di Ozzy, ma l'età e la tecnica vocale sono quello che sono. In "Ordinary Man", l'autore lascia forse il suo testamento, mettendosi a nudo, tra una posa da macho e il ricordo di ciò che ha rappresentato per il metal, evidenziando non solo il suo animo selvaggio e animalesco, quello dello sfrontato vocalist e del personaggio burlesco e senza regole, ma anche l'uomo fragile e disilluso, che risente del peso degli anni e degli acciacchi. In questo girone infernale assaporiamo tutte le sfaccettature di un uomo che è diventato leggenda, e non possiamo fare altro che inginocchiarci e ringraziarlo per tutto ciò che incarna, tributandogli i giusti onori. Ozzy è tornato probabilmente per un'ultima apparizione e ha fatto centro ancora una volta, con i limiti e i difetti del caso, per un disco semplicemente ordinario che regala pochi sussulti, ma che comunque sa emozionare. E va bene così, era folle aspettarsi altro. Nel frattempo, il macabro teatrino sta chiudendo i battenti per sempre, i riflettori si stanno spegnendo e il principe delle tenebre potrà tornare presto nel suo regno oscuro, lontano da noi comuni mortali, per riapparire chissà quando, chissà dove.

1) Straight To Hell
2) All My Life
3) Goodbye
4) Ordinary Man
5) Under The Graveyard
6) Eat Me
7) Today Is The End
8) Scary Little Green Men
9) Holy For Tonight
10) It's Raid
11) Take What You Want
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