OTTONE PESANTE

DoomooD

2020 - Aural Music

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
16/10/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Lo ammetto. E lo ammetto con vergogna, quella vergogna di chi, battendosi il pugno sul petto in segno di colpevolezza, apre gli occhi e in un momento di epifanica estasi si rende conto di essersi sbagliato: non avevo preso sul serio gli Ottone Pesante. Quando una mia cara amica di vecchia data mi disse "Guarda che esiste davvero una band che suona metal con tromba e trombone, io li ho visti dal vivo e mi sono divertita!" la mia sensazione di perplessa diffidenza era così palpabile che avrei potuto toccarla con le dita. Certo, mi sono esaltato all'idea, ma restava nient'altro che quello: un'idea. Non credevo che potesse invece essere un qualcosa di concreto, di realmente corrispondente alle mie aspettative. Tutt'al più che questa mia vecchia amica potrà anche essere appassionata di generi come il jazz (che non a caso ha reso la tromba il suo Santo Graal da adorare) ma, per quanto a volte le piaccia assecondare il mio divertimento infantile nel vederla roteare la sua bella chioma di capelli neri in un sublime headbanging selvaggio, è appurato che lei di metal ne capisce più o meno quanto io di fisica quantistica applicata alla teoria delle stringhe (Ciao Elena, TVB). Quindi, insomma, capite bene la mia perplessità nel sentirla dire che esiste davvero una roba come il metal suonato con gli ottoni e senza neanche l'ombra di una chitarra. "Vabbè dai, ma non suoneranno davvero metal, suvvia" le risposi. Lo dice la parola stessa: "metal". Termine che in inglese indica il "metallo", un chiaro riferimento al materiale di cui sono costruite le corde delle nostre amate chitarre elettriche. Di cosa è fatto un trombone? Esatto, ottone. Cosa c'entra l'ottone con il metallo? Dubbi legittimi direte voi, eppure quando ho letto il nome che si erano inventati per tentare di definire la loro musica, ovvero "brass metal" (dall'inglese "brass", ottone), le mie difese si sono abbassate quasi di colpo. Ho sempre avuto un debole per quelle band che mostrano coraggio, che tentano la strada dell'innovazione a costo di fallire e di farsi ridere dietro, e che con un colpo di genio mettono in pratica qualcosa che finora altri avevano solo immaginato, e forse nemmeno quello. Inoltre gli Ottone sono italiani, per la precisione di Faenza (provincia di Ravenna), praticamente a due passi dalla mia casa adottiva, la mia amata Bologna. L'idea che dal mio Paese potesse nascere un nuovo sottogenere del metal (non sapete quanto ho invidiato i francesi che hanno giustamente rivendicato l'invenzione del blackgaze) non poteva che stuzzicarmi ancora di più. Curioso e avido di informazioni, iniziai con i videoclip di quelli che all'epoca erano i loro cavalli di battaglia, canzoni come "Bone Crushing" e "Grindstone" per cui avevano girato anche degli azzeccatissimi videoclip. Certo il suono era 100% ottone, ma il modo in cui quei "riff di tromba" effettati venivano incastrati con i blast beat di batteria e i colpi di basso dati dal trombone mi gasava in un modo che poteva solo farmi dire "ancora, ne voglio ancora". Mi ascoltai per intero l'album d'esordio "Brassphemy Set In Stone" e, al di là della genialità della proposta che si intravedeva già anche solo nel gioco di parole del titolo, il modo in cui esploravano territori che andavano dal thrash metal di scuola americana al deathcore tecnico dei Between The Buried And Me, con la sola forza fisica dei loro fiati e le casse di risonanze dei loro ottoni, mi aveva fatto letteralmente innamorare.

Tuttavia non ci riuscivo. Non riuscivo ancora a "prenderli sul serio". Non volevo credere che il loro fosse un progetto serio, destinato a durare nel tempo e a produrre qualcosa di realmente nuovo e innovativo, in grado di influenzare altre band e scardinare le certezze di certi stilemi musicali incastonati in anni ed anni di storia della musica metal. Mi sembrava tutto un gioco, un bizzarro esperimento, divertente certo, ma non per questo meritevole di un'attenzione che andasse oltre la curiosità per l'originalità della proposta. Poi arrivò l'autunno del 2018, dopo "Brassphemy Set In Stone" uscì il secondo album "Apocalips" e le mie certezze iniziarono a vacillare. Sapevo che gli Ottone stavano preparando un nuovo disco (cosa che nella mia idea di "band nata per scherzo" già era difficile da concepire) e iniziai ad avere delle aspettative, iniziai a sperare che potesse essere non solo una conferma del loro valore ma anche e soprattutto un passo avanti per la loro proposta, e che riuscisse a smentire quell'idea superficiale e poco seria che mi ero fatto di loro. Già solo il concetto che si percepiva dietro al disegno in copertina mi aveva colpito, con quell'angelo vendicatore e la sua schiera di monaci soldati, che come in un affresco del medioevo sputavano fuoco e fiamme dai loro ottoni lucenti, condannando all'inferno e alla dannazione eterna i musicisti metal tradizionali, spogliati così delle loro sicurezze e di quei paletti mentali secondo cui "una chitarra è necessaria per suonare metal". Anche l'album era all'altezza di quelle aspettative, spingeva ancora di più i toni sull'acceleratore, mostrava tutta la complessità delle loro composizioni e, intrecciando soluzioni avant-garde con la più selvaggia musica balcanica, mi fece aprire gli occhi su una cosa: gli Ottone avevano cercato di toccare persino il black metal. Ne era una prova quel pezzo da novanta di "The Fifth Triumphet", dove riff gelidi di tromba di sposavano con lo screaming acuto e nervoso di Travis Ryan dei Cattle Decapitation, per poi sfociare in un tripudio di cori da far accapponare la pelle. Era ormai chiara la malsana idea che i faentini avevano in testa e che, a poco a poco, stavano riuscendo a mettere in pratica: esplorare tutti i vari sottogeneri del metal filtrandoli attraverso l'ottica dell'ottone. E non era nemmeno così bizzarro: le modulazioni di timbrica degli ottoni, le onde sinusoidali delle loro ritmiche, la passionale fisicità estrema delle loro sonorità, e quella loro finissima capacità di creare atmosfere ora dolci e ora violente in base alla volontà del musicista che riusciva a gestirli, li accumunavano così fortemente alle modalità espressive del metal che in effetti era quasi strano il contrario, ovvero il fatto che nessuno finora avesse avuto l'idea di usare questi strumenti per suonare musica heavy. Ci voleva il colpo di genio. E alla fine, in quel di Faenza, il colpo è arrivato.

E poi venne il gran giorno che aspettavo da tempo, da quando persi per un soffio il loro live alla Cooperativa Owen di San Giorgio Jonico: finalmente riuscii a vederli dal vivo. Era il 30 Settembre 2018 in quel di Bologna, giorno in cui si svolgeva la terza edizione dello straordinario, e purtroppo ormai estinto, Krakatoa Fest. Gli Ottone Pesante furono, se ben ricordo, l'ultima band a salire sul palco del centro sociale TPO e l'atmosfera che si respirava là sotto era puro zolfo mischiato a cenere funerea. Al centro del palco un'enorme incudine, e poi loro: Beppe Mondini, occhioni grandi e viso da ragazzino, che si sistema dietro la batteria; Paolo Raineri, brizzolato trombettista che sistema le varie pedaliere per gli effetti mentre si alliscia il grembiule in pelle da saldatore; e infine Francesco Bucci, trombonista dai lunghi capelli bordati di biondo scuro, così magro che quasi ti chiedi come faccia a tenere in braccio quell'affare e pure a soffiarci dentro, che solleva al cielo un satanico cranio di capro mentre volge le corna al cielo, prima di posizionarlo esattamente lì, al centro dell'incudine, e prepararsi a distruggere il palco con le sue labbra e la sua annichilente energia. Questo è ciò che accadeva due anni fa, e mai avrei immaginato che, a così poco tempo di distanza, la band non solo avrebbe sfornato il suo terzo pargolo, ma che avrebbe avuto il coraggio di approcciare un genere così lontano dalla sua essenza come quello del doom metal. Eppure le premesse non mancavano e i nostri aveva già lasciato per terra qualche "semino" della loro successiva svolta stilistica. Già la traccia conclusiva di "Apocalips", dal titolo che lasciava poco spazio all'immaginazione ("Doom Mood", appunto) rallentava incredibilmente i ritmi, si accasciava sul suono dei fiati che rotolavano per oltre 13 minuti di durata, per un brano che urlava voglia di doom da tutti i pori. Ma il suono era ancora quello più secco e scarno del disco precedente, non aveva ancora raggiunto una profondità nell'utilizzo delle distorsioni tale da poter indurre chi ascoltava a ricollocare la musica degli Ottone in un nuovo contesto espressivo. "Apocalips" era un disco "più metal" rispetto a "Brassphemy", ma ancora non "così metal" da darci la sensazione di essere davanti a qualcosa di realmente violento, oscuro e totalizzante. La maturità, per farla breve, sembrava ancora a qualche passo di distanza e al combo romagnolo mancava quel "qualcosa in più" per acquistare definitivamente una credibilità che fosse evidente e incontestabile, persino in un mondo dominato dalla concorrenza e troppo spesso restio alle novità come quello del metal. Serviva un ulteriore passo avanti, non una semplice conferma ma una vera e propria evoluzione, che rendesse chiaro a tutti come gli Ottone Pesante "ci erano e non ci facevano", e meritavano di essere presi sul serio con tutta l'attenzione di cui necessita un approccio musicale DAVVERO innovativo e visionario. Poi è arrivato "Doomood" e questo passo, finalmente, è stato fatto. Parlerò dell'album in sé in modo più approfondito nella parte finale della recensione, relativa alle conclusioni: per il momento posso solo dire che, come spesso accade, il terzo album rappresenta la "prova di maturità" per una band appena affermata, e il caso degli Ottone Pesante non fa assolutamente eccezione alla regola. Fate un respiro profondo, abbandonate ogni diffidenza e addentratevi con me nelle profondità oscure di questo disco straordinario.

Into The Chasm/Distress

"Into The Chasm" ("Nell'abisso") è l'inizio del viaggio, una scarna introduzione di 2 minuti e mezzo che basta e avanza per farci sprofondare nell'inferno più cupo. Sono sufficienti le primissime note di trombone e ci rendiamo subito conto che questa volta le carte in tavola sono cambiate e che questo disco non ha nulla a che vedere con "Apocalips", né tantomeno con "Brassphemy Set In Stone". Questa volta i faentini rallentano i ritmi all'inverosimile e spingono il piede sulla pedaliera degli effetti fino a farsi male. Il suono dei fiati è un richiamo atavico, ancestrale, è come un eco notturno che rimbomba nelle orecchie, le trafigge e non si stacca più. La coulisse pompa l'aria lentamente e il suono resta, si ingigantisce, diventa un tutt'uno con i piatti della batteria di Mondini che pian piano acquistano spessore, fino a sfociare in una marcia funerea che farebbe invidia ai gruppi doom più navigati e che, paradossalmente, sarebbe impossibile da riprodurre utilizzando delle semplici chitarre elettriche. Il suono dei fiati è annichilente, si attacca alla pelle come acido solforico e trascina con sé in profondità, fino alle note di "Distress" ("Angoscia"), la seconda traccia, che attacca alla giugulare con le stesse note di "Into The Chasm", ma potenziate, incattivite e rese molto più dinamiche e intense dal perfetto incastro di ritmiche che Francesco e Paolo creano con la potenza dei loro polmoni. Stavolta il brano potrebbe sembrare più nelle corde (pardon, nei fiati) della band, data la riacquistata velocità compositiva con cui ci avevano abituato nei dischi precedenti, eppure ci accorgiamo che i tempi sono cambiati (non solo in senso metaforico) e che stavolta abbiamo davanti qualcosa di diverso. La fisicità è più intensa, l'atmosfera più cupa, il senso di angoscia (la "distress" del titolo) è forte, palpabile, reale. Non è più tempo di cazzeggiare e non c'è più spazio per quelle ritmiche forsennate e caciarone che qualcuno, ai tempi dell'esordio, finiva persino per scambiare con lo ska. Gli Ottone Pesante sono cambiati, sono maturati, e qui dentro non ci hanno lasciato nemmeno un minuscolo spiraglio di luce o un buchetto d'aria per respirare. Qui il suono degli ottoni non lascia scampo, la batteria annichilisce tutto ciò che incontra, e lungi dal divertirsi e dal trovare "ballabile" la musica dei nostri, come talvolta avveniva con le composizioni di "Brassphemy" e dell'EP, la sensazione più vicina a quella di queste nuove sonorità quella di un groppo in gola. È tempo di crescere, è tempo di creare musica che sappia oltrepassare quella barriera mentale che innalziamo davanti agli strumenti a fiato e che sia carica di quelle emozioni che solo il doom metal sa come infondere nei nostri cuori. È tempo di fare sul serio.

Tentacles

Conoscevo già la splendida voce della cantante dei Messa. Li vidi a Bologna, in occasione di quello stesso Krakatoa Fest a cui parteciparono anche gli Ottone Pesante, con cui tra l'altro i Messa condividono la stessa etichetta. Sara Bianchin era lì al centro del palco, elegante e statuaria, una bellezza raffinata e, soprattutto, una voce straordinaria, che si incastrava alla perfezione con il doom metal solenne ed elegiaco della band veneta costruito su pesanti riff dalle atmosfere occult rock, che tanto mi ricordavano i miei amati The Devil's Blood. Era la prima volta e li ascoltavo e, come ai tempi mi accadde anche per gli Ottone, pronunciai il mea culpa e una volta a casa mi andai ad ascoltare "Feast Of Water" senza pensarci due volte. A due anni di distanza tutto mi sarei aspettato, tranne che vedere la cantante dalla chioma rossa prestare la sua ugola alla causa del progetto faentino, anche perché (già prima di ascoltare l'intervista di Francesco) avevo già sentito dire che Sara non fosse particolarmente propensa ai featuring. Ma si sa, nella vita bisogna cogliere le occasioni al volo, e quando mai ti ricapita di ascoltare la tua voce registrata su un disco doom metal suonato solo con tromba, trombone e batteria? Non so come sarebbe stato "Tentacles" ("Tentacoli") senza la voce di Sara, ma di sicuro avrebbe perso gran parte della sua intensa forza espressiva e del suo enorme potenziale. Il suono del trombone è un tuffo nel vuoto che nessun basso elettrico potrebbe mai eguagliare, la tromba di Paolo aleggia nell'aria nera con un vago sentore di epicità che ti trasforma la pelle in un puntaspilli, mentre la batteria di Beppe è arida come il deserto di Atacama in agosto e pompa i suoi colpi secchi e precisi al ritmo della coulisse. Stavolta i tempi sono davvero rallentati all'estremo e l'atmosfera è quella che potresti respirare in un film da 7 ore di Béla Tarr, tra l'altro resa alla perfezione dal bellissimo videoclip in bianco e nero di Filippo Cinotti. Francesco è ricoperto da un lungo mantello nero e nasconde il capo con il cappuccio, si è trasformato nella morte che trascina il peso di un corpo sulla spiaggia prima di scavare una fossa con la pala e seppellirlo per sempre. I vocalizzi di Sara si fanno sempre più profondi e acuti, avvolgendosi armoniosi intorni a quei tentacoli che ondeggiano nell'oscurità, e i suoi versi descrivono ciò a cui assistiamo come la descrizione di un incubo da parte del nostro inconscio ("Si alzano / Su mari moribondi / Quando i pensieri muoiono / E le luci si spengono / Scomparendo nelle ombre / Pensieri taglienti / Come lamette da barba"). Il corpo appeso all'ingiù di Marco Kira Cristoferi, bianchissimo, fagliato e meditabondo, si ricopre di un nero che cola giù come il simbionte del Venom di marveliana memoria, ricoprendolo di un'oscurità che è quella della morte stessa. Sotto di lui, le note di "Tentacles" svelano una marcia funebre sapientemente orchestrata, dove il trombone di Francesco a un certo punto si stoppa e sembra ripetere il suo stesso riff al contrario, mentre le melodie sussurrate dal suadente flicorno di Paolo hanno un delizioso retrogusto jazz e si accompagnano alla perfezione con una Sara nel suo massimo stato di grazia, adagiandosi verso una conclusione costruita su un'atmosfera sempre più soffocante e sul richiamo ancestrale dei fiati inghiottiti dalle loro stesse distorsioni. "Tentacles" è una dichiarazione d'amore al doom metal, e se fosse stata suonata in maniera "convenzionale", con un basso e una chitarra, sarebbe stato un ottimo esempio di come si suona il perfetto brano doom. Invece, con i suoi ottoni, diventa qualcosa di più, molto di più: un ottimo esempio di come, attraverso una saggia inventiva, un uso coscienzioso dei propri mezzi, un talento che si accompagna al colpo di genio e, soprattutto, il vero coraggio di osare, si possa andare oltre i limiti che la musica stessa ti impone, per toccare vette espressive che nessuno prima di te era mai riuscito a toccare. Unici.

Coiling Of The Tubas

Piatti di batteria che tintinnano, poche note di tromba che aleggiano nelle nostre orecchie come una litania oscura, e sotto le dissonanze di un trombone che, con la profondità del suo greve richiamo e con i suoi tempi dispari, costruisce un sostrato sonoro fatto di solennità e tensione emotiva. "Coiling Of The Tubas" ("Avvolgersi delle tube"), titolo che pare richiamare non troppo velatamente all'inquietante e affascinante copertina creata da Ram Das Foschi, è una composizione fatta di suggestioni, di sensazioni, di armonie seducenti e di un retrogusto epico che potrebbe farcela piacere anche come colonna sonora di qualche kolossal hollywoodiano un po' fuori dagli schemi. Le divagazioni dark messe sui dai fiati paiono inizialmente voler fondere sonorità jazz con strutture tipiche del doom metal, eppure man mano che il brano procede, lento, soffocante e pachidermico, è un altro genere quello che viene alla mente: il post metal. Qui il suono dei faentini non è solo lento, ombroso e possente: è apocalittico, è gargantuesco, evolve poco alla volta per poi travolgerci in una immensa massa indistinta di magma sonoro bollente e accecante, e non può che riportare alla mente la lezione dei maestri Neurosis dei tempi d'oro di "A Sun That Never Sets". Ma stavolta la sensazione di spaesamento sonico è accentuata dal fatto che le sonorità captate sono ben diverse da quelle a cui gli assi di Oakland ci hanno abituati, influenzando una miriade di band dopo di loro; qui di chitarre elettriche neanche l'ombra, e il suono dei fiati è un serio pugno allo stomaco emotivo per l'atmosfera malsana e viscerale che riesce a creare, con la tuba di Francesco che conduce la sua personale processione funebre, violento in un modo che mi ha ricordato da vicino i colpi di sax baritono di Luca Mai degli Zu. Ma il vero protagonista del brano, stavolta, è lo splendido assolo che il soffio di Paolo inietta nell'ottone con tutta la sua forza, costruito su note sognanti e tremendamente emozionali. Un assolo che trascina con sé la melodia del brano mischiandosi prima con il trombone e poi con le accelerazioni finali di batteria, in un quello che un vero e proprio viaggio sonoro in territori sconosciuti, costruiti sul post metal ma venati di jazzcore, apocalittici, inquietanti, ma anche maledettamente ben fatti e intriganti. Ennesima conferma in un disco che non smette di stupire.

Serpentine Serpentone

Si rimane sinceramente spiazzati dall'inizio di "Serpentine Serpentone". Il brano parte subito in quarta con un attacco dal sapore balcanico che sembra voler farci ritornare la mente ai tempi dell'esordio, quando ancora vaghe ombre ska-punk aleggiavano sul brass metal degli Ottone. Eppure questa sensazione di rinnovata ariosità è talmente breve che ci si pone subito il dubbio che ci sia sotto qualcosa pronta ad esplodere da un momento all'altro. E in effetti è proprio ciò che accade. Mondini qui è il direttore d'orchestra, guida con le sue bacchette due ottoni completamente assorti in un marasma di melodie asincrone, armonie rumoristiche e ritmiche forsennate, in uno stridente tripudio jazzcore che si perde nelle sue accelerazioni, per poi virare all'improvviso rotta verso una cavalcata violenta e ammantata di nero pece. L'ombra del post metal fa di nuovo capolino nel momento in cui entra il growl, e qui gli Ottone rievocano con successo quell'esperimento già riuscito all'epoca con lo screaming selvaggio di Travis Ryan dei Cattle Decapitation. Stavolta dietro il microfono c'è l'ugola ferale di Silvio Sassi degli Abaton (band forlivese dedita a un interessante connubio di generi estremi, da loro chiamato "progressive blackened doom"), amico di vecchia data dei faentini, che si è prestato senza riserve alla loro causa (ritroveremo la sua voce anche nella successiva e bellissima "Strombacea"). Mentirei se dicessi che il momento in cui Silvio entra in scena non mi abbia ricordato qualcosa dei The Ocean e band affini, e il fatto che durante l'ascolto quasi ci si dimentichi che nel sostrato sonoro non ci sia traccia alcuna di chitarre elettriche, presi come si è dallo sballottamento emotivo provocato dalla fisicità dei fiati, è la conferma che gli Ottone sapevano bene cosa volevano e come ottenerlo. "Serpentine Serpentone" è il brano più veloce e violento di tutto l'album, questo è fuor di dubbio, ma non è solo la particolare commistione di jazzcore e post metal a dimostrarlo. Nella seconda metà del brano, infatti, le atmosfere diventano gelide e ancora più plumbee, con un particolarissimo approccio alla materia black metal dato da un riff di fiato lungo, emotivo e sofferente: roba che sarebbe piaciuta persino ai Darkthrone, se solo fossero nati in un'epoca in cui l'apertura mentale era la regola e non l'eccezione. Avantgarde? Jazzcore? Post metal? Black metal? Forse tutto questo e forse di più. Non ho idea del genere musicale a cui possa appartenere un brano così fuori dagli schemi come "Serpentine Serpentone", ma una cosa è sicura: più le canzoni scorrono, più passano i minuti, e più "Doomood" convince, acquista una solida credibilità, e mette a tacere con la sua creatività libera da ogni vincolo chiunque avesse pensato che gli Ottone Pesante non fossero una band serie e con due palle quadrate. Compreso l'ingenuo me stesso di qualche anno fa.

Ocean On A Eco/Grave

Solo 17 miseri secondi per quello che a conti fatti è uno degli interludi più inquietanti che abbia mai ascoltato. "Ocean On A Eco" è disturbante, dissonante e dannatamente oscuro, un semplice quanto efficace crogiolo di note dissociate che spacca il disco a metà, gettandoci in un'atmosfera a metà strada tra il film horror e il documentario anni '20 in bianco e nero. Non avrei saputo immaginare miglior intermezzo per un brano come "Grave", che subentra a "Ocean On A Eco" come fosse la sua naturale prosecuzione. I nostri cari Ottone non specificano se tale titolo vada letto all'inglese o all'italiana, e in fondo è meglio così, sia perché lasciano al brano un tocco di mistero, sia perché in effetti entrambe le letture, per un brano del genere, sarebbero azzeccate: "Grave" come "tomba", come un ritorno alla madre terra attraverso il bacio della morte (topos comune nell'immaginario doom e già reso alla perfezione da Francesco nel videoclip di "Tentacles"), ma anche "Grave" nel senso di pesante, profondo, austero, un macigno che ti cade sulle spalle e ti fa sprofondare con sé nell'abisso più nero: tutti aggettivi che descrivono alla perfezione quella che forse è la traccia più propriamente "doom metal" dell'intero album, una vera e propria perla di musica oscura nel senso più letterale del termine. Costruita sulla base di un'atmosfera uggiosa e plumbea, nonché sotto un sostrato di costanti sensazioni rumoriste e disturbanti, "Grave" è una litania dal tocco funereo, lenta, lentissima, che avanza piano e cresce verso un climax telefonato ma mai del tutto raggiunto. Qui si gioca sull'atmosfera, sull'incedere cadenzato e angoscioso di suoni meccanici, arcigni e stridenti, che solo nell'ultimo minuto evolvono tenuamente in una soluzione circolare, dove i fiati suonano poche note dal sapore gypsy rock e le ripetono in loop, fino a una sferzata di batteria violenta e annichilente, che porta il brano al massimo grado di follia e all'autodistruzione. Un brano potente, totalizzante, che ti resta dentro anche quando ti accorgi di essere passato alla traccia successiva. Spettacolare.

Strombacea

Ricordo una recente intervista agli Ottone Pesante in cui Paolo, parlando di quelle idee oltremodo peculiari di cui è stata infarcita la composizione di "Doomood" ("perché non ci basta suonare doom metal solo con gli ottoni, vogliamo essere ancora più malati"), accennava al fatto che alcuni riff fossero palindromi, ovvero che, se suonati al contrario, mantenevano inalterata la loro struttura. Ora, gli Ottone non hanno mai specificato dove si nascondessero di preciso questi intriganti riff palindromi all'interno dell'album, invitando piuttosto gli ascoltatori a fare attenzione ai particolari e ai piccoli dettagli; di conseguenza io nello specifico non posso sapere con certezza se questi riff sono davvero riuscito ad azzeccarli oppure no. Tuttavia, così come mi era sembrato di avvertirne un accenno nel trombone di "Tentacles", così qui ho l'impressione che la melodia sinusoidale della tromba di Paolo sia stata concepita proprio in questo senso, per essere un cerchio che si chiude nel suo stesso riff. Tale melodia non compare subito nel brano; all'inizio, quando parte "Strombacea", lo scettro è saldamente nelle mani di Francesco e della sua tuba, con cui ricrea atmosfere sì funeree, ma più movimentate rispetto alla precedente "Grave", e sostenute dai colpi chirurgici e senza fronzoli della batteria di Beppe. Non appena Paolo irrompe sulla scena, è la sua tromba a impossessarsi del testimone, costruendo un delizioso mid-tempo dal retrogusto etnico e danzando su contrappunti intriganti e raffinati. Anche stavolta il brano vede la presenza di Silvio Sassi degli Abaton, ormai ospite d'onore in questo "Doomood", che arricchisce le note di fiato con un growl tanto ruvido e profondo quanto pulito e senza sbavature. A quel punto le varie sonorità si fondono in un tutt'uno omogeneo, che ancora una volta mi ha riportato alla mente il post metal in salsa progressive dei The Ocean, specialmente quando il brano inizia ad ammantarsi di ispirate aperture melodiche per poi cambiare direzione, ingrossandosi, diventando sempre più possente, con un riff schiacciasassi su cui si adagia il fiato di Paolo, sapientemente effettato per l'occasione. Quando poi il brano (ahimè, troppo breve per i miei gusti) si avvia verso la conclusione, la compattezza della triade tromba/trombone/batteria, stavolta cuciti insieme in un'unica direzione sonora, è talmente certosina da far pensare davvero a più di qualche influenza "post" da parte dei faentini e non sfigurerebbe nemmeno su qualche lavoro di Pelican o band affini. Ma la costruzione del brano, lungi dall'essersi esaurita, evolve presto in un rapido climax quando Silvio torna a ringhiare sulla scena, mentre le divagazioni jazzcore di Paolo sorreggono un avvolgersi delle note che procede in un andamento sempre più doom, per poi sfociare infine in un'accelerata finale di batteria con tanto di screaming in mezzo. Qualsiasi dubbio fosse ancora rimasto sulla capacità degli Ottone di plasmare la materia metal con la sola forza del loro fiato, è stato definitivamente spazzato via da questo mid-tempo brutale, ispirato e ricco di inventiva. Personalmente avrei fatto durare il brano qualche minuto di più, ma solo perché non volevo arrendermi all'idea che tutto fosse finito così presto: "Strombacea", che sia uno dei brani migliori dell'album o meno, resterà senza dubbio uno dei miei brani preferiti di sempre degli Ottone Pesante, nonché uno dei più interessanti e riusciti. E la voce di Silvio Sassi, checché se ne possa dire, per me ci sta come il basilico su una margherita con la bufala: da dio. Chapeau.

Endless Spiral Helix

Lande nere e desolate che si perdono a vista d'occhio sotto un cielo plumbeo dominato dai corvi e da nuvole incattivite. Basta chiudere gli occhi, lasciarsi trasportare dalle note e davanti a noi si apriranno scenari visionari apocalittici ma pregni di epicità, poetici nella loro raffinata decadenza. Voleva forse farsi passare per un nuovo interludio atmosferico, questa "Endless Spiral Helix" ("Spirale elica infinita"), e invece si dimostra l'ennesimo brano straordinariamente riuscito che riesce a esprimere alla perfezione quello che "il mood" (scusate il gioco di parole) di "Doomood". La lenta e mortifera litania del trombone di Francesco stende un tappeto nero sotto il fiato del flicorno di Paolo, delicato e dai toni fiabeschi, quasi mistici, in un intreccio tipicamente doom metal che mi ha ricordato da vicino certe cose dei migliori Funeral, perlomeno nell'intenzione di coniugare dolcezza delle melodie e mestizia delle atmosfere. La batteria di Beppe stavolta è colossale, pachidermica, un pesantissimo tonfo nel vuoto che riporta alla mente scenari sludge e si incastra alla perfezione con un vortice di ottoni che, a mano a mano si fanno sempre più minacciosi e pericolosi, come un'apocalisse che avanza mentre siamo seduti sul precipizio di un burrone, magari quello di un fiordo norvegese davanti a un mare sconfinato, in una giornata coperta da nuvole grigie e fulmini impazziti. "Endless Spiral Helix", proprio come l'immagine che il suo titolo cerca di evocare (e che un po' riporta alla mente i discorsi dei Tool sulla sezione aurea e la loro ossessione per le visioni psichedeliche), è una continua spirale che gira in tondo e ci avvolge nel suo abbraccio malsano, come un boa constrictor fatto di note ed emozioni, un lamento ancestrale che non evolve mai pur ingrossandosi sempre più fino alla sua morte naturale, una poesia filmica costruita su atmosfere tanto grigie quanto elegiache, che ci fa godere con le orecchie, viaggiare con la mente e riscaldare con il cuore. Uno spettacolo, in tutti i sensi. Da conservare gelosamente e tirar fuori il giorno in cui finalmente arriverà l'Armageddon.

End Will Come When Will Ring The Black Bells

L'Apocalisse. Non c'è altra parola in grado di descrivere nel modo giusto un brano come la conclusiva "End Will Come When Will Ring The Black Bells" ("La fine arriverà quando le campane nere suoneranno"), altro titolo che, oltre ad essere estremamente evocativo, ricalca alla perfezione lo stile musicale della composizione e le immagini che cerca di ricreare nella mente di chi la ascolta. Un suono pesante, asfissiante, dalla potenza inaudita: è l'asso di bastoni finale della band, l'estrema unzione del doom metal che gli strumenti a fiato riescono a creare, la dichiarazione definitiva delle potenzialità di questo nuovo modo di intendere la musica heavy. L'apocalittica marcia funebre sputata fuori da quegli ottoni è la stessa che potrebbero suonare gli Angeli Tubicini immaginati da Michelangelo Buonarroti per il suo affresco sul Giudizio Universale, mentre i colpi di batteria al ritmo dei rintocchi di campana sono il passo dei Titani che risalgono dagli Inferi per portare morte, distruzione e la fine del mondo come lo conosciamo. Ricordo sempre la famosa intervista in cui Paolo citava la presenza di riff palindromi all'interno dell'album, la cui struttura sarebbe stata accessibile solo ai fan più attenti ai dettagli più nascosti; "End Will Come When Will Ring The Black Bells" sembra voler portare a un livello ancora successivo questo concetto, ribaltando in modo geniale il pentagramma della intro "Into The Chasm" (di cui affina alcune armonie portanti) e ponendosi quindi come specchio naturale di quello che era l'inizio dell'album, un brano finale posto agli antipodi dell'imbuto sonoro esattamente come l'ultimo cerchio dell'Inferno dantesco si opponeva al Paradiso. Ma anche, nella famosa intervista, sempre Paolo parlava di come questa volta la band si sia dotata di amplificatori enormi, in grado di distorcere il segnale sonoro del fiato in un grido macignoso e annichilente, un territorio che dalle chitarre può essere accarezzato da lontano ma non del tutto posseduto. Non per nulla questa idea di una percezione sonora estrema ed apocalittica mi ha ricordato la folle visione musicale dei Sunn O))), band che ha portato all'estremo questo concetto creando il drone metal e rendendosi famosa per l'esercito di imponenti amplificatori che ad ogni loro live si stagliano dietro le loro spalle (e avendoli anche visti dal vivo so bene cosa significhi provare sulla propria pelle quel potente rituale). Non mi meraviglierei quindi se gli Ottone si siano ispirati proprio alla band di Seattle nella composizione di quella che, a conti fatti, è la quintessenza del suono di "Doomood", il suo brano "finale" non tanto come posizionamento nella tracklist quanto per la sublimazione completa di quella che era stata la loro idea di suono fin dai primi istanti di "Into The Chasm" (il che spiega perché l'album si richiuda su sé stesso in questo modo, proprio come la "spirale senza fine" citata nel titolo precedente). Doom metal, sludge metal, stoner metal, post metal: qualsiasi genere possa raffigurare nella vostra mente l'idea della pesantezza, qui lo troverete. Ma sarà una sensazione più forte e più intensa, acuita dalla naturale capacità espressiva che solo il suono degli ottoni riesce a ricreare, sapientemente effettato e distorto, in un'unione, tra la passionale fisicità del fiato umano e le alterazioni soniche che l'elettricità è in grado di donare.

Conclusioni

Cosa significa essere davvero (e intendo DAVVERO) innovativi suonando musica nel 2020? Qual è il limite che separa l'idea, il genio, la reale innovazione dalla mera riproposta di soluzioni già ascoltate in passato, miscelate in modo nuovo? E soprattutto, cosa permette a questo limite di essere superato? Sono domande che non hanno una risposta immediata, immutabile ed eterna, ma che trovano un modo diverso di essere affrontate man mano che passa il tempo, anno dopo anno, epoca dopo epoca. Il grunge era una novità nel 1990, e il fatto di suonarlo in ottica punk come facevano i Nirvana era visto come un qualcosa di innovativo, così come innovativa fu vista la seconda ondata del black metal norvegese di Mayhem e compagnia. Ma erano gli anni '90, epoca che, alla luce dei cambiamenti vissuti dalla seconda arte nei successivi trent'anni, sembra quasi preistoria. Esempi di tentate e riuscite innovazioni, negli anni successivi, ce ne sono un'infinità e citarle non avrebbe molto senso; nel 2007, tanto per fare un esempio, c'era Alcest che cercava di ridare dignità poetica al black metal immergendolo nell'aria fumosa dello shoegaze slowdiviano, ma nello stesso anno gli Skindred raggiungevano lo stato di grazia della commistione tra reggae old school e nu metal con il loro "Roots Rock Riot" e il violinista polacco Michael Jelonek pubblicava il suo album d'esordio, dimostrando al mondo che era possibile comporre un disco metal pur avendo una formazione da musicista classico; tutto questo mentre, evento ancora più importante, quel' "Untrue" di Burial innovava completamente il concetto di dubstep catapultandolo in un universo urbano fatto di rumori e sensazioni, pescando a piene mani il suono della scuola inglese e interpretandolo in un'ottica emozionale che mai prima di quel momento era stata concepita per la musica elettronica. E stiamo parlando "solo" del 2007. Chi credeva quindi che con gli anni 2000, in sostanza, la musica non avrebbe avuto più nulla da dire, ha detto una sciocchezza che pecca non solo di ignoranza, ma anche di buon senso; stessa cosa per chi dice che le innovazioni musicali si fermeranno dopo il 2020. La musica è una materia complessa come il nostro DNA, è viva, mutaforme e in costante evoluzione, per cui cercare di imbavagliare le sue trasformazioni attraverso un ottuso e bigotto attaccamento al passato è quanto di più insano possa esserci per la musica stessa, e per l'arte in generale: se la pittura si fosse fermata al gotico medievale non avremmo mai avuto l'impressionismo, e men che meno il cubismo di Picasso, il surrealismo di Dalì o l'astrattismo di Kandinsky. Per la musica è lo stesso, come per qualsiasi altra arte: sono tutte espressioni dell'umano, della nostra capacità innata di creare, attraverso il nostro intelletto, qualcosa destinato ad acquistare vita propria, a influenzare altre persone che a loro volta creeranno qualcosa di diverso e così via, in un'evoluzione continua che è la stessa della nostra società, della nostra cultura, della nostra storia. Tuttavia, come spesso accade, per far sì che il mutamento abbia luogo è sempre necessario che qualcuno, prima di tutti gli altri, faccia il passo più lungo della gamba, che abbia il coraggio di osare, di sperimentare, di andare oltre quei limitanti paletti mentali che non consentono di mettere al fuoco il concetto di "possibilità". Le sperimentazioni a volte riescono e sono azzeccate al primo colpo, altre volte finiscono per sembrare dei pastrocchi inconcludenti. Ma ci sono anche quei casi, spesso i più importanti, in cui la novità inizia a farsi strada lentamente, prima apparendo come semplice gioco, come "esperimento creativo", e in seguito, acquistando la dovuta credibilità nel tempo, come qualcosa di serio, di concreto e realmente innovativo. Questo fu quello che accadde ai finlandesi Apocalyptica, quando nella seconda metà degli anni '90 provarono a dimostrare come fosse possibile realizzare cover dei Metallica attraverso l'uso di soli violoncelli, per poi in seguito, arrivato il 2000, comporre pezzi propri e proporre al mondo la propria personalissima interpretazione del "metal": all'inizio furono considerati qualcosa di curioso, di divertente, ma di album in album i fan si resero conto di avere a che fare con una band reale, con qualcuno che "faceva sul serio", e la concezione stessa di "symphonic metal" iniziò a cambiare, e vedere nelle chitarre elettriche un supporto agli archi, piuttosto che il contrario.

Bene: qualcosa di simile, ma ancor più innovativo, fu ciò che accadde solo 5 anni fa, nel 2015, quando da Faenza una band formata da tromba, trombone e batteria dichiarò spudoratamente di suonare "metal" e si fece conoscere al mondo con l'EP che richiamava il loro nome: Ottone Pesante. Un nome, una garanzia. Si può suonare metal attraverso l'uso di soli strumenti a fiato? Cercare di rispondere a questo interrogativo sembrò forse naturale a due persone come Francesco Bucci e Paolo Raineri, da sempre metallari inside ma allo stesso tempo devoti al Conservatorio e allo studio degli ottoni. Non si trattava qui della semplice "aggiunta" di un fiato, come accadeva ad esempio con il sax baritono di Luca Mai, quando gli Zu pensarono che basso e batteria, se supportati da un potente rombo di sassofono e da una tecnica superlativa, potessero spaccare il palco e prendere a calci in culo chiunque cercasse di suonare lo stesso genere affidandosi alla cattiveria della chitarra elettrica. Non si trattava, in sostanza di semplice "commistione" ma di una vera e propria "sostituzione". Non jazzcore o roba simile, non jazz influenzato dal metal e viceversa dove trombe e chitarre vanno di pari passo, ma un vero e proprio "metal suonato con gli ottoni", con tutti i limiti, i rischi e le conseguenze che una scelta del genere comporta dal punto di vista sonoro e compositivo, nonché di concreto sforzo fisico. Era questa la grande idea. E come accade spesso alle grandi idee, anche questa venne fuori così: per caso. "Cioè, io andavo a lezione in Conservatorio con le magliette dei Sepultura" dichiarava Francesco in una recente intervista. Se suoniamo gli ottoni ma ci piace il metal, perché non proviamo a metter su una band con ciò che abbiamo? Semplice per quanto bizzarro, efficace per quanto incredibile. Proprio come la leggenda del Pan de Toni, quello strano dolce cucinato dallo sguattero Toni a cavallo tra il '400 e il '500, per aiutare il cuoco che aveva bruciato i suoi ingredienti e non sapeva cosa preparare per gli invitati al banchetto del Duca di Milano. "Mi sono rimasti alcuni avanzi, burro, uova e uvetta, vediamo cosa ne esce fuori" disse Toni, sotto lo sguardo scettico e disperato del cuoco: il risultato fu che noi, ad oltre mezzo secolo di distanza, ancora adesso ogni Natale compriamo e mangiamo il famosissimo e industrializzato Panettone. L'innovazione è proprio questo: ciò che sul momento sembra assurdo e bizzarro ("figurati se agli ospiti del Duca piacerà un dolce fatto con questi ingredienti?"), in realtà poi piace, incuriosisce, ha successo, viene imitato, finché non acquista vita propria e diventa qualcosa di nuovo e imitato dagli altri, destinato ad essere ricordato nel tempo e diventare un'istituzione. Un nuovo dolce natalizio, appunto. O magari un nuovo genere musicale.

Per quanto sia ancora presto per dirlo, per la musica degli Ottone Pesante potrebbe accadere proprio questo: "figurati se ai metallari può piacere una roba del genere, niente chitarre, solo ottoni, ma che è sta schifezza?". Risultato dopo qualche anno: concerti pieni di corna al cielo, pogo violento, comparsate in festival importanti fino a diventare persino headliner (come nel già citato Krakatoa Fest), dischi, magliette e persino collaborazioni con grandi nomi: alla faccia della "schifezza". Questo perché gli Ottone Pesante, al netto di tutti i limiti imposti dai loro strumenti e dalla "follia" della loro proposta, ci sanno fare: i loro concerti sono esaltanti, le ritmiche sono perfette e l'incastro sonoro degli ottoni con le partiture metal funziona alla grande. Certo, i primi tempi hanno sollevato qualche dubbio. L'EP omonimo e l'album di debutto "Brassphemy Set In Stone", per quanto spingessero il pedale sull'acceleratore, non riuscivano a distaccarsi da quell'idea di musica ancora perfettamente "ballabile", alla strenua di generi rock che utilizzano strumenti simili, come il gypsy rock e lo ska punk (e personalmente, a dispetto del loro dichiararsi "metal", mi ricordavano anche qualcosa tra Emir Kusturica e i Gogol Bordello). Ma già dal secondo album "Apocalips", le cose cambiarono, e molto: un uso più sapiente degli effetti e delle distorsioni, un utilizzo più coscienzioso dei fiati in base ai propri obiettivi musicali, una costruzione più curata delle atmosfere e dell'immaginario dietro la propria musica (si veda il videoclip di "The Fifth Trumpet", molto più solenne e "serioso" di quanto accadeva con "Bone Cruishing"), la collaborazione con un pezzo da 90 come Travis Ryan dei Cattle Decapitation e, soprattutto, partiture che diventavano sempre più "estreme" fino a scomodare persino generi come il black metal. Il processo di maturazione della band era ormai bello che partito. Giunti ormai al terzo album all'attivo, non posso dire che questo processo di sia concluso, ma di certo ha fatto raggiungere alla band vette di credibilità che fino a soli 5 anni fa non erano minimamente immaginabili. Non solo, ha fatto molto di più: ha indotto in tutti noi la precisa sensazione, lucida e per nulla esagerata, che un album come questo possa essere un qualcosa di seminale, un'innovazione talmente potente da essere in grado di modificare la percezione che avremo in futuro del metal e forse, anche, della musica stessa.

Mixato e masterizzato a Ravenna, nello Studio 73 di Riccardo Pasini (un ingegnere del suono che di certo sa il fatto suo, nonché tra gli ammiratori italiani di Steve Albini), "Doomood" è un disco sfacciato, estremamente coraggioso e, soprattutto, un disco che porta a maturazione il concetto di fondo nella filosofia "non convenzionale" portata avanti degli Ottone Pesante ("si può suonare un genere musicale utilizzando strumenti non conformi a quel genere stesso"). Anche grazie all'abilissimo lavoro di Pasini stesso in sala di registrazione, nonché al supporto di nuove pedaliere e nuovi amplificatori, il suono che gli Ottone Pesante riescono a tirar fuori qui dentro è qualcosa che non ho remore a definire straordinario; questo perché l'intento della band è ora esplicitamente diverso, e quindi diversi sono diventati i mezzi per raggiungerlo. Qui non si parla più di suonare un generico "metal", dove la scrittura di riff thrash/death che fossero riproducibili anche dai fiati si accompagna a quella costante sensazione di "movimento ballabile" tipica dello ska-punk e della musica balcanica, cosa che in fondo per il peculiare genere suonato ci poteva anche stare: qui si tratta di suonare proprio un genere specifico di metal, il doom metal, con tutte le sue derive espressive (lo sludge, il post metal?) e tutto ciò che ne consegue in termini di sfida, difficoltà e ricerca di nuove soluzioni. Non c'è più ormai quella sensazione di musica "festaiola" intrinseca nei fiati, che aveva portato gli Ottone a partire per la Repubblica Ceca e suonare come artisti di strada al Buskingfest di Pilsen nel 2017: il doom metal è una musica lenta, asfissiante e spesso deprimente, da ascoltare soli al buio nella propria stanza mentre fuori la notte riversa tuoni e fulmini sui nostri tetti, non certo all'aperto in mezzo a gente che ti applaude e con i bambini che ti osservano curiosi mentre ingurgitano zucchero filato. La prospettiva sonora ed espressiva è completamente cambiata, e la sfida adesso è stata quella di riuscire a farla propria senza snaturare sé stessi e il proprio suono. Ed è proprio per questo che adesso gli Ottone si sono superati, hanno fatto centro e hanno raggiunto una loro maturazione artistica, seppur ancora con ampi margini di evoluzione: perché hanno vinto questa sfida. "Doomood" non è semplicemente un concentrato di tube, flicorni, trombe e tromboni che cercano di suonare cattivi con qualche effettuccio e una batteria con doppio pedale: è un vero e proprio disco doom dalle influenze sludge e post metal, che attraverso la sua caratterizzazione sonora riesce a sprigionare atmosfere, melodie e sonorità nuove, che riescono nell'impresa di rinnovare generi ormai stantii che sembravano non aver più nulla da dire. Nel momento in cui ti accorgi che le atmosfere plumbee dei fiati di "Into The Chasm" non sono una semplice introduzione (come accade per molte band metal che utilizzano strumenti classici solo per creare suspence con la prima traccia), la tua percezione di ciò che stai ascoltando cambia totalmente. E in men che non si dica ti ritrovi davvero a sprofondare in quell'abisso, in quel "Chasm" del titolo che introduce il disco: un abisso visionario e inquietante, ma anche sorprendente e meraviglioso. Un abisso costruito dal caos borbottante di "Distress"; dai "tentacoli" sonori che quel capolavoro di "Tentacles" avvolge intorno a noi con la perfetta commistione tra fiati e voce femminile di Sara Bianchin; dall'epica e sofferta litania di "Coiling Of The Tubas"; dalle suggestioni estremiste di "Serpentine Serpentone" e da quelle palindrome e dal sapore post metal di "Strombacea", dove la voce di Silvio Sassi è l'alleata ideale per superare il limite mentale dell'assenza di bassi e chitarre; dall'atmosfera malsana che si respira in "Grave" e nella sua introduzione "Ocean On An Eco"; dalla cinematografica marcia funerea di "Endless Spiral Helix" e da quella sensazione di apocalisse imminente che "End Will Come When Will Ring The Black Bells" è in grado di infonderci in modo ben più diverso e particolare di quanto non abbiano fatto negli anni le varie band influenzate da Neurosis e affini. Un abisso che è un vero e proprio viaggio in musica, fatto non tanto di semplici note, quanto di esperienze e sensazioni, attraverso atmosfere e percezioni sonore che non si erano mai provate in un disco di "doom metal" ordinario.

Ora, non spetta a me dire se questo disco farà la Storia, se sarà seminale o meno, se comporterà davvero un nuovo approccio alla musica e se tra 15 anni ci ritroveremo pieni zeppi di band che cercheranno di suonare brutal slam metal con il clarinetto e la diamonica delle scuole medie. Non lo so e non posso saperlo: non sono un veggente, non predico il futuro. Ma una cosa per me è certa, e mi sento di dirla senza paura di venir smentito nel tempo: gli Ottone Pesante hanno finalmente scompigliato un po' le carte in tavola, hanno portato una vera e tangibile innovazione ad un genere musicale ormai intrappolato negli stilemi da lui stesso creati e, non per ultimo, hanno creato un'opera che potrebbe essere ricordata (e imitata) negli anni a venire. Un disco importante.

1) Into The Chasm/Distress
2) Tentacles
3) Coiling Of The Tubas
4) Serpentine Serpentone
5) Ocean On A Eco/Grave
6) Strombacea
7) Endless Spiral Helix
8) End Will Come When Will Ring The Black Bells