ORGANECTOMY

Existential Disconnect

2019 - Unique Leader Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
15/09/2022
TEMPO DI LETTURA:
8.5

Introduzione Recensione

Nel 2019 i neozelandesi Organectomy pubblicano il loro secondo album "Existential Disconnect" per l'etichetta Unique Leader Records, proseguendo un'ottima carriera lanciata due anni prima con il debutto "Domain Of The Wretched". Qui troviamo il Tyler Jordan (basso e seconda voce), insieme a Alex Paul (cantante) Sam McRobert e Ashton Moore (chitarre) e Levi Sheehan come batterista, nuovo entrato che sostituisce il predente Jae Hulbert, il quale però darà comunque una mano in sede di registrazione del disco. Troviamo inoltre come ospiti i cantanti Diogo Santana (ex Analepsy e membro dei Festering, presente nella quinta traccia "Catastrophic Intent") e Matti Way (Liturgy, ex Abominable Putridity e Discorge, guest in "Unending Regrowth") e alla produzione il fido Miguel Tereso, chitarrista della band thrash/groove portoghese Primal Attack e proprietario della Demigod Recordings. Rispetto al debutto, dove una forte componente deathcore si accostava a integrazioni brutal death e slam in un sound moderno e feroce, ora la parte più propriamente brutale e gli slam grevi hanno il sopravvento, pur non eliminando la prima componente che rimarrà sempre presente nel DNA dei Nostri, il tutto condotto con la tecnica e il gusto per un songwriting attento che hanno fatto la fortuna del gruppo. Ecco quindi che i groove si fanno più violenti e brutali, così come le vocals, i riff e la batteria più corposi, e i momenti caratterizzati da breakdown più fragorosi; gli Organectomy affilano le loro armi e prendono ancora più confidenza con il tipo di suono che vogliono proporre, mettendo in atto una delle crescite migliori del panorama slam death metal. Si nota anche l'interessante attenzione per le tematiche che stanno dietro ai testi, lontane dai toni porno-gore usati da parte del genere, toni che erano presenti anche nei demo dei Nostri e in alcuni frangenti del debutto; incomincia ora l'uso di una sorta di concept-album con temi fantascientifici dai connotati horror e cosmici, dove comunque non mancano anche descrizioni più truculente. Qui assistiamo ai progressivi tentativi da parte di uno scienziato psicopatico di superare i limiti della carne e trascendere oltre l'esistenza umana, cosa che naturalmente porterà ad amare conseguenze tanto per lui, quanto per il mondo intero. Un immaginario vivido ben rappresentato tanto dalle strutture e suoni del disco, quanto dall'artwork a opera del portoghese Pedro Sena, artista usato spesso in campo brutal e slam, dallo stile moderno, ma non eccessivamente digitale, che da una degna grafica all'album.

Severed From Humanity

"Severed From Humanity" ci accoglie con un colpo di tosse che ci prende di sprovvista, lasciandoci inermi davanti all'improvviso assalto brutale fatto di chitarre marcianti e colpi duri di batteria; ecco la partenza di un groove cadenzato arricchito dai versi gutturali del cantante, intento a parlarci dei pensieri del protagonista dell'album, disconnesso dal resto dell'esistenza e interessato solo a trascendere oltre essa. La sua coscienza è come separata dalla realtà, piena di pensieri fatti di estasi divina, limitata dalla carne che è sia una benedizione, sia una maledizione per la sua vita, dove vuole cancellare ogni vestigia di umanità. Il suo è uno stato esistenziale indescrivibile, dove non riesce a esprimersi o a connettere con gli altri, di ritrovarsi in loro o a conformarsi, sentendo il bisogno inumano di trasformare la sua pelle sprecata. Iniziano i suoi piani per liberarsi da questa condizione, mentre il resto del mondo lo considera uno psicopatico; ed effettivamente il Nostro ammette senza problemi di aver ucciso con violenza e massacri per provare qualcosa, senza però aver avuto alcuna sensazione umana. Una narrazione che si fa quindi sempre più oscura e violenta, e accompagnata da una musica adatta dove le bordate militanti, delineate da effetti stridenti, si contraggono con cesure rocciose di sano stampo death, pronte a esplodere in cannonate di violenza tecniche, sormontate dai growl inumani del cantato, e sviluppati anche in corse dai blast massacranti. Il songwriting mostra già la sua eccellenza, con vere e proprie raffiche condotte in maniera egregia, capaci di coniugare l'essenza vecchia scuola del death più brutale con groove moderni e improvvisi rallentamenti slam pachidermici e trionafli. Proseguono anche le descrizioni sanguinolente e brutali, dove il narratore si confessa senza molte remore o pentimenti: egli ha strappato anche interiora, e cercato aiuto, ma si chiede a cosa gli serva la carne, se nemmeno gli importa di essa. Ormai dissociato dal resto dell'umanità, prova solo un totale disinteresse verso il rimanere in vita. E' chiaro lo stato menale di un uomo andato oltre il punto di non ritorno nei fatti e nei pensieri, ripreso da giri circolari taglienti e geometrie sonore stridenti, configurate in una marcia che ci trascina con sé fino alla fine della traccia.

Existential Disconnect

"Existential Disconnect" ci introduce agli esperimenti orribili che il protagonista conduce su se stesso per cercare di trascendere la carne e l'umanità, fatti di automutilazioni e la fusione tra corpo e metallo, dove cavi contorti di metallo pulsano pieni di potere, nella delirante creazione di un Dio-macchina. Un dialogo campionato preso dal film "Matrix Reloaded", dove l'Architetto spiega a Neo la sua natura stessa, ci introduce al brano, mentre di seguito un riffing coniugato a una batteria martellante si presenta nella sua potenza, destinata a collimare con una cesura rallentata e rocciosa dal sapore quasi thrash. Tratti contratti e growl profondi avanzano portandoci con loro nel mondo dei Nostri, dove lo scienziato compie sulla sua persona alterazioni del cranio e complesse auto-chirurgie. Egli non trema nemmeno mentre gli scalpelli incidono tessuti vivi, e nemmeno mentre recide i nervi dai suoi arti, inserendo cavi di acciaio sotto ai suoi legamenti in modo da rimanere giù durante l'operazione. Metallo e carne diventano una cosa sola, ma non può gridare perché la sua bocca è sigillata, mentre la macchina che ha creato sanguina potere. Il suo scopo è quello di atomizzare completamente la materia organica e farla collidere con i suoi anti-particolati, sperando di diventare pura energia. Iniziando un processo di morte corporea. Il comparto strumentale prosegue con i suoi galoppi spietati, aperti da accelerazioni in doppia cassa, completate da versi completamente inumani con largo uso della tecnica del inhale. I cambi di tempo magistralmente gestiti ricreano atmosfere death metal sferraglianti, inserite tra i groove deathcore e gli abissi brutali slam, e l'ascoltatore si trova sbattuto da una parte all'altra. Assoli dalle scale alte si presentano per la prima volta nel disco, andando ad aggiungersi agli elementi vecchia scuola usati dai Nostri, mentre proseguono i panzer tetri, quasi doom, che generano aree di decompressione sonora degenerate in cesure dalle atmosfere severe, a loro volta coniugate in marce da guerra coronate dai versi brutali e cesellati da una ripresa del dialogo iniziale, conclusione del nostro viaggio sonoro.

Antithetical

"Antithetical" è il primo singolo dell'album accompagnato anche da un video abbastanza epilettico, traccia che prosegue la narrazione partendo dagli avvenimenti della precedente title track e approfondendo il processo di trasformazione in atto nel corpo del protagonista. Mentre sente l'accelerazione di tutto intorno a lui, una lingua di fuoco avvolge l'atmosfera e una luce accecante si manifesta, egli sente le sue ossa e i tumori del suo corpo che si sfaldano, rimpicciolendo le molecole fino a portarle alla loro forma basilare. Ormai il torso, le braccia, le sue gambe sono a malapena umani, disintegrandosi oltre ogni riconoscimento, la sensazione provata è indescrivibile, ma viene intesa come un sollevamento portato dall'annientamento della propria forma tanto odiata. Nuove immagini quindi tra l'affascinante e il delirio body-horror, in un pezzo che vede groove dai montanti incalzanti, segnati colpi secchi, rullanti spediti e cimbali metallici e dall'immancabile voce gutturale del cantante. Un'atmosfera nervosa e urbana pervade il tutto, creando un andamento meccanico che rappresenta egregiamente il processo di dissoluzione fisica in atto nella trama dell'opera. Anche la vista del protagonista si oscura e la sua visione si confonde con il resto, mentre prova conforto nel vedere il suo anti-corpo in un'antitetica collisione con il suo negativo, raggiungendo un'esplosione della materia che trascende la pura energia. I suoi occhi vedono in un attimo tutta l'esistenza innanzi a lui, e si chiede se si tratta di una luce o di un sogno, mentre soccombe e muore fisicamente. Processi di disintegrazione e passaggio che si traducono nei passaggi tra marce cadenzate e cesure death che danno spazio a suoni di chitarra che poi schizzano in corse rocciose dal sapore -core, vere e proprie montagne russe dalle claustrofobie quasi djent. Brutalità e perizia sonora si coniugano in un continuo che in questa occasione sfrutta di più il lato deathcore della band, conservando però anche i tratti brutal cari ai Nostri. La struttura contratta si ripete fino al finale del pezzo, una sorta di pioggia sonora che richiama nei suoi le immagini sincopate del video dedicato.

No Solace In Ascendance

"No Solace In Ascendance" parte con un fraseggio notturno dai toni sommessi, filtrato in modo da risultare sotterraneo e sconvolto da alcuni riff dilazionati e da rulli improvvisi di batteria nel suo corso. All'improvviso scatta una marcia slam dai modi pulsanti e dall'immancabile voce gorgogliante, un vero e proprio pachiderma sonoro delineato da parti stridenti. Ritroviamo nelle parole del testo il proseguimento della storia orrorifica a tinte sci-fi che caratterizza l'album bel suo concept; ora la mente marcia del protagonista è nella sua pura forma, ma nonostante questa ascesa i suoi pensieri rimangono in un continuum fato di teorie vacue e risoluzioni dissipate, un cervello che langue, sempre irrilevante. La costituzione spettrale viene ricreata, in modo tale da permettere la libera volontà potenziata dallo stato di divinità, raggiungendo abissi inimmaginabili della propria psiche, oltre anche all'auto-riconoscimento, ma nonostante tutto questo, il protagonista continua a provare miseria per se stesso. La musica presenta un andamento strisciante, dall'atmosfera e i modi quasi sludge, ma sempre con parti moderne stridenti, sospese poi in bordate e improvvise cesure dai fraseggi snervanti ad accordatura bassa. Il ponte creatosi si sviluppa, ogni tanto scosso dai riff rocciosi, mantenendo una sinistra tensione che ci ricorda i modi del nu metal più tetro e acido, come per esempio nel caso dei primi Korn. Il gioco ottenuto esplode in una corsa dissonante e tecnica, che ancora una volta mostra l'inventiva in campo di suoni e songwriting da parte dei nostri, capaci di creare un caos organizzato dai modi altisonanti, terreno per doppie casse martellanti. Le alternanze di tempi si ripetono svariate volte, e verso il finale ci portano in una pausa che richiama i suoni iniziali del pezzo, degenerata poi in una lenta centrifuga dai blast inquisitori e dagli assoli elaborati e virtuosi, marchio di fabbrica dello stile poliedrico dell'ensemble e dotati di qualità oniriche nelle loro note classiche.

Catastrophic Intent

"Catastrophic Intent" vede la collaborazione con Diogo Santana, ex chitarrista e seconda voce dei giganti slam/brutal Analepsy, qui appunto cantante di supporto alla musica severa e monolitica dei Nostri. Un riffing pachidermico si accompagna in apertura a un drumming altrettanto pesante, scenario per versi gutturali e rullanti battaglieri. Le scosse ottenute si aprono a improvvise accelerazioni death, contornate da frammentazione sincopate dal groove tagliente. Il parossismo strutturale richiama le parole del testo, dove il protagonista è travolto da un senso di speranza perduta, ridotto a un accumulo convulso di particelle dotate di ragione, una coscienza fratturata nella non-realizzazione mentre le fiamme bollono nella struttura della vita stessa. Si tratta di un intento predefinito dal fallimento, dove un onnipotente sensazione angelica porta a prostrarsi davanti all'umanità distaccata, in un ascesa morbosa che porta a uno sfogo infantile. Avvengono decimazioni con intenti sadici, portando a eventi catastrofici irreversibili, in una devastazione planetaria causata dalla mente scorporata e impazzita dello scienziato, capace di agire sul reale e di scatenare la tortura di svariati individui in un totale annichilimento che sa di furia biblica. La furia tematica vede un caos organizzato anche nei suoni, dopo cesure dalle bordate magistrali e dagli effetti squillanti passiamo a poderosi galoppi metal lanciati poi nelle familiari cavalcate spericolate, a loro volta destinate a consumarsi con rallentamenti tecnici. Gli Organectomy danno sfogo alla loro maestria, senza dimenticare passaggi urbani dalle accordature basse e dai bei motivi stridenti che reincarnano le strutture; largo poi a marce slam dai toni vocali ancora più putridi e gutturali, che vanno a rallentare sempre di più con un motivo meccanico sottolineato dai rullanti ossessivi, e che ci conduce al finale della traccia.

The Agony Of Godhood

"The Agony Of Godhood" ci accoglie con un andamento mortifero e devastante, un corso brutal/slam coronato da vocals gutturale e familiari tratti stridenti. Assistiamo ora all'agonia del protagonista, che non sta certo trovando pace nella sua presunta divinità raggiunta, cosa che si riversa sul mondo mentre il potere senza controllo porta devastazione in un osceno disinteresse verso coloro che considera inferiori, con intenzioni omicide dalle conseguenza non previste, un conglomerato di coscienza e preghiera che nutre il suo dolore. Visioni terribili promulgate da un passo putrido e strisciante, incasellato da cesure dalle bordate mitraglianti prima di passare a corse in doppia cassa basate su giri circolari a motosega di sana fattura death. Le trame contratte si danno pure a esercizi ritmici che mettono in luce la bravura del nuovo arrivato Sheehan, capace di cambiare registro di continuo in modo tale da stare dietro ai movimenti di chitarra modulati su passi ora rallentati, ora dalle velocità sostenute. Intanto l'energia dei morti viene assorbita dal protagonista, e le loro memorie e disprezzo vengono mantenuti in lui in una miseria collettiva che lo trafigge in modo sconvolgente mentre assiste alle vite perse nel vuoto. Deve sopportare il tormento e l'afflizione senza fine portata dallo sterminio, e realizzare che lo stato divino gli ha portato solo dolore e vergogna, in un'agonia senza fine dove demoni interiori gli danno caccia in una mente immatura e inadeguata. Toni sonori per lo più lenti, ma aperti da improvvise corse ci danno una rappresentazione musicale dello stato dell'entità, divisa tra la sua nuova dimensione e una mente ancora troppo umana, sconvolta dal dolore; assalti violenti si districano tra costruzioni dai groove geometrici e squillanti in un effetto che unisce tendenze vecchia scuola e modernità in modo egregio. Mentre si contorce soffrendo, le emozioni del protagonista scorrono libere, non riuscendo ad adattarsi e inzuppandosi di moralità, provando l'agonia della divinità. La sezione finale offre una bella digressione che sprofonda in roboanti giri grevi, uniti a colpi secchi e poi configurati in una marcia urbana che chiude il brano.

Unending Regrowth

"Unending Regrowth" offre l'apporto di Matti Way, in passato membro dello storico progetto brutal death metal americano Discorge e al momento dell'uscita del disco ancora parte della band slam russa Abominable Putridity come voce aggiuntiva. Qui continua l'agonia della mente del protagonista, in lotta con il senso umano di moralità che sta divorando il suo io, rimpinzandosi della di essa e facendola a pezzi, presentando in modo urgente azioni sante come fossero malattie, in una sinfonia di voci che impongono le loro gesta, il tutto in un processo di rigenerazione senza fine con risorse illimitate. Il secondo singolo dell'album, supportato da un Lyric Video dai colori e accesi e dai movimenti vorticanti come la musica, si apre con colpi duri di chitarra e batteria, ritmati in modo devastante in modo tale da prepararci per l'assalto galoppante che segue, delineato da marce rocciose e growl mostruosi offerti dal cantante ospite. I toni sonori sono non a caso incentrati su un certo gusto brutal, ma non mancano breakdown dal passo greve, che sottintendono i ritornelli gutturali arricchendone l'enfasi. Linee di chitarra severe, dal gusto vecchia scuola, introducono una cesura evocativa presto mutuata in un nuovo assalto massacrante; il martirio per i senza protezione è il vessillo per le vittime, il Nostro si chiede se i pensieri che sente siano suoi o loro, ormai cieco davanti al bene o al male. La musica si fa sempre più vorticante, organizzata in tecnicismi squillanti che ipnotizzano l'ascoltatore con i loro strati ben costruiti, accostati a bordate ad accordatura bassa più brutali che si manifestano subito dopo con un immancabile connotazione slam. Versi gutturali si ripetono con maestria, fino alla partenza di nuovi galoppi serrati e contratti; si raggiungono ora momenti urbani su cui le vocals si fanno possibilmente ancora più inumane. Tumori cancerogeni, organici nella loro natura, si uniscono a pilastri immensi di metallo che erutta, il campo magnetico terrestre collassa facendo vorticare i corpi celesti, e rendendoli pianeti maligni che scoppiano come bolle. Immagini di devastazione dalla freddezza ripresa nelle marce lente e striscianti della musica, decisa a strisciare fino alla chiusura segnata da colpi secchi di batteria.

Where Pantheons Lie I: Malfeasance

"Where Pantheons Lie I: Malfeasance" è la prima parte di una sorta di racconto sonoro diviso in due parti, questa e la successiva "Where Pantheons Lie II: Conviction", sempre comunque inserito nel contesto generale del concept che avvolge l'album. Il protagonista, ormai una osrta di divinità, esprime tutto il suo disgusto verso la razza umana che vede come qualcosa di inferiore ai ratti, e addirittura del fango e dello sporco in cui essa marcisce e si rotola. Essa si credeva potente con la sua scienza arcaica e i suoi falsi dei, ma in realtà era tutto inutile, mentre i suoi membri discutevano e litigavano tra loro egli è asceso diventando ciò in cui le persone credevano e adoravano. Lo avevano sottovalutato e sputato sui suoi ideali, incapaci di capire che la carne è sollo un mezzo, un velo steso sulla sua notte, che è la sua vera forma. La traccia parte con una sessione atmosferica dalle note delicate, ma dai tratti sinistri, amplificati da parole gorgoglianti sospirate in sottofondo; superati i quaranta secondi una distorsione in levare ci porta verso un lento crescendo dove si aggiungono colpi di batteria sospesi, creando un'inedita atmosfera progressiva che può sorprendere l'ascoltatore, pronta a mostrare una band che non rinuncia a variare la formula mettendo in mostra una tecnica che va oltre la pura furia sonora. Il brano non esplode, mantenendo un'energia controllata che non trova sfogo, facendo intuire che esso funge da sorta di intro per l'episodio gemello a seguire.

Where Pantheons Lie II: Conviction

"Where Pantheons Lie II: Conviction" riprende dal motivo della precedente "Where Pantheons Lie I: Malfeasance" passando a toni decisamente più aggressivi, fatti di riff death e bordate in doppia cassa martellanti unite alle familiari vocals gutturali. E così come cambia il registro musicale, così cambia quello tematico: adesso è per il protagonista il momento di essere giudicato per la sua alterigia. La sua incorporeità viene giudicata un fallimento, un' ascesa abortita, da parte di entità senza tempo che può incominciare a sentire intorno a lui, che lo controllano e lo fanno muovere contro la sua volontà, senza possibilità di fuga. Andando oltre il nulla le osserva, inchinandosi innanzi a loro, realizzando che son ben oltre di lui e che è stato un folle nel pensare che poteva ascendere al divino. Ecco che gli assalti frontali vengono delimitati da rallentamenti dai galoppi rocciosi, contrazioni che sembrano ricreare i movimenti controllati da altri del narratore, succube di una realtà più grande di lui. Un impianto saldamente death si arricchisce di melodie diafane e trionfali, generando una sorta di gusto orchestrale che ci consegna l'immagine della magnitudine delle entità che ora giudicano e si mostrano nella loro potenza. Non mancano assoli virtuosi, che mantengono un songwriting ragionato che sa dosare tecnica e brutalità creando la ricetta vincente dei Nostri; abissi slam creano marce militanti che si districano tra questi elementi, portando un groove dalle punte stridenti, pronto a esplodere in ulteriori cavalcate. Ed è proprio un galoppo veloce in dissolvenza che ci porta alla conclusione, sempre segnata da atmosfere regali.

Anguish In Lamina

"Anguish In Lamina" prosegue la narrazione elaborando ciò che le entità divine hanno in serbo per l'uomo che ha osato troppo spingendosi oltre il limite consentito. Esse lo hanno condannato per i suoi crimini mettendolo a processo come una piaga che odiano e che va contro i principi empirici. Ora egli soffre nello strato, mentre le divinità discutono e chiacchierano tra loro decidendo il suo destino, prospettando la sua morte e alla fine decidendo per la sua fine in strati dimensionali che diventano la sua tomba, una sorta di prigione traslucida che fa da vuoto dimensionale. Un panzer sonoro dai groove ad accordatura bassa e dalle accelerazioni improvvise viene sovrastato da ruggiti gutturali in un clima spericolato dai giri martorianti e dall'impianto brutal death con elementi moderni e più tradizionali saldati in un sodalizio effettivo. Montanti rocciosi riprendono il cantato cadenzato, e bordate slam generano danze tribali rallentate collimanti in fraseggi severi. Riprendono di seguito le accelerazioni, destinate però a cadere in nuove sacche d'aria musicali in un songwriting dai tempi instabili; dopo il secondo minuto e venti troviamo anche il basso greve che rafforza le raffiche di chitarra in uno stile death-doom pesante e funereo. L'episodio è tra i più "tradizionali", pur senza rinunciare a quei tratti che non fanno cadere gli Organectomy nel filone old-school, mantenendo un'identità attuale e piantata nel presente. La conclusione accelera il passo monolitico con colpi ossessivi e martellanti, in un tripudio brutale di blast che ci investe.

The Infinite Witness

"The Infinite Witness" è la fine del nostro viaggio, traccia conclusiva dell'album e ultima parte del racconto che vede l'ascesa e la rovinosa caduta di un essere umano che si è creduto superiore ai suoi simili, ma ha scoperto in modo amaro che anche lui è considerato nulla da entità che non immaginava nemmeno esistessero oltre il velo della materia. Le sue convinzioni sono ormai tumulate in una sconfitta membranosa, non essendo riuscito a comprendere l'immensità dei suoi aguzzini che lo hanno trascinato nell'abisso ben oltre la sua comprensione post-mortale. Riff belligeranti avanzano con marce taglienti, completate da versi gutturali e organizzati in cesure thrash che si librano in corse in doppia cassa e falcate rocciose che mantengono il tutto contratto nei breakdown aggressivi. Non mancano però momenti ariosi di fattura melodica, in cui s'inseriscono parti recitate che conferiscono un gusto cinematico al pezzo. Nella prigione sentiamo le urla del protagonista, che si chiede cosa sia la luce che lo sovrasta, in un inferno fatto di un dolore che brucia il suo stesso essere. Egli è ora testimone dell'infinito, con occhi saturi di potere che rimangono, mentre vedono l'eternità, ogni cellula che si scinde, ogni sole che muore. Tutto ciò che è, tutto ciò che è stato lo attraversano, stridendo con una coscienza che una volta si è creduta immortale; ora il Nostro si rende conto che era solo un pupazzo con fili attorcigliati e storti, ora vede negli specchi chi è stato con copie innumerevoli imprigionate tra gli strati dimensionali. Una punizione descritta, ma non davvero comprensibile dalla mente umana, tradotta in un suono che dopo le cesure evocative si riapre a lenti montanti rocciosi dai toni gutturali, in uno slam che si riapre a cavalcate severe dai riff rocciosi e dalle doppie casse assassine. Il brutal death dei neozelandesi incontra groove squillanti e urbani, che rallentano sempre più in sospensioni dalle raffiche macilente, che sprofondano in nuove malinconie melodiche, questa volta coadiuvate da un bel assolo dalle scale tecniche ed elaborate, purtroppo perso presto in una dissolvenza che porta a conclusione l'opera.

Conclusioni

Con "Existential Disconnect" gli Organectomy proseguono il processo di ridefinizione del loro suono iniziato già con gli ultimi demo del loro periodo "d'incubazione" e con il debutto, qui portato avanti con una certa antitesi dei modi della precedente opera. Gli strumenti e le tecniche sono sempre quelle, ma la ratio della componente brutal death metal e slam vince rispetto a quella deathcore che faceva invece da substrato in "Domain Of The Wretched", presentando una base rocciosa e pachidermica sconvolta da accelerazioni e momenti dal groove che ci riporta al genere ora in minoranza rispetto ai due "fratelli più brutali". Non mancano le integrazioni vecchia scuola con assoli, fraseggi evocativi, bordate rocciose dal gusto thrash, e il songwriting si fa ancora più elaborato, toccando punte tecniche che però non sconfinano nell'area più aliena del genere, mantenendo una certa brutalità diretta di tipo slam/brutal. Il sempre presente produttore Miguel Tereso sembra aver trovato la giusta via per far suonare il tutto con la giusta aggressività e compattezza, migliorando il mixaggio e il mastering adattandolo alle coordinate più abissali, e paventando la strada per l'ulteriore evoluzione della lor musica che avverrà in futuro. Come detto qui abbiamo un processo di antitesi dove i modi della band subiscono una riconfigurazione dagli aspetti quasi del tutto solo positivi; l'unica nota dolente può essere una certa perdita di alcune soluzioni deathcore che qui passano in secondo piano, pur non scomparendo. Forse per questo il più che buono, quasi ottimo, lavoro non raggiunge per poco l'eccellenza, ma parliamo davvero di un voler essere pedanti. Già "Existential Disconnect" mostra un songwriting personale e capacità non comuni a tutti i gruppi dell'area slam/brutal death, che va oltre la mera riproposizione degli stilemi di un genere senza aggiungere del proprio; la strada verso la cima dello slam moderno insieme a nomi come Extermination Dismemberment e Diphenylchloroarsine è quasi completata, e sarà realizzata con il prossimo "Nail Below Nail", opera di sintesi che stabilizzerà tutti gli elementi della band in una formula devastante e allo stesso tempo trascinante, manifestazione di una visione globale della materia death metal e dei suoi derivati più o meno "legittimi" applicata nella scena moderna di derivazione slam. L'impegno per i temi affrontati, che certo non sono trattati filosofici, ma cercano di creare trame particolari dal gusto immaginifico, è la ciliegina sulla torta di un suono che si prende sul serio nell'esecuzione, ma sa anche essere divertente per l'ascoltatore, comprendendo l'essenza della musica trattata che va oltre il death vecchia scuola dalle atmosfere funeree ed è figlia anche di una concezione -core volente o nolente più giovanile e legata anche all'impatto live dei pezzi. Un tassello quindi in una discografia in levare, tra le migliori del genere, e anche un'opera godibilissima nella sua singolarità, a patto naturalmente di apprezzare certe sonorità e non rimanere ancorati a un'unica concezione del death metal.

1) Severed From Humanity
2) Existential Disconnect
3) Antithetical
4) No Solace In Ascendance
5) Catastrophic Intent
6) The Agony Of Godhood
7) Unending Regrowth
8) Where Pantheons Lie I: Malfeasance
9) Where Pantheons Lie II: Conviction
10) Anguish In Lamina
11) The Infinite Witness
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