OPETH

The Wilde Flowers

2016 - Moderbolaget Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
17/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

The Wilde Flowers è il terzo singolo estratto da Sorceress. Come abbiamo già ribadito nella recensioni riguardanti gli altri due singoli , che hanno preceduto l'uscita della dodicesima fatica in studio del quintetto nordeuropeo, l'ultimo disco degli Opeth risale al 2014 ed è il chiaccheratissimo Pale Communion. L'ennesimo album che, ancora una volta, divise i fan in due gruppi: chi lo amava e chi lo odiava per il solo semplice fatto di essere un'altra conferma del progressivo e deciso viraggio della band dal death metal più classico al progressive di chiara matrice settantiana. Come sempre all'uscita del suddetto album seguì un lungo tour, che portò la band a percorrere in lungo e in largo i continenti per promuoverlo, e circa a metà del 2015 venne annunciata la decisione dei cinque musicisti di tirare un po' il fiato e prendersi un periodo di pausa. A giugno di quest'anno è poi arrivata la tanto attesa notizia: il periodo di riposo è giunto al termine e la band si appresta a rilasciare un nuovo disco, uscito il 30 settembre di quest'anno e dal titolo di Sorceress. Nel frattempo la band ha rilasciato tre singoli: la title track Sorceress ad agosto, " Will O the Wisp" i primi di settembre ed infine l'ultimo singolo che ci apprestiamo ad analizzare per voi in questa recensione, invece,  pochissimi giorni prima della pubblicazione , in formato fisico, del disco. L'uscita di Sorceress l'abbiamo già detto più volte, fu annunciata sul sito e nei social Lunedì 18 luglio 2016, per la gioia di tutti i fan, che aspettavano con trepidazione la fine del periodo di pausa che la band aveva deciso di prendersi tra la fine del 2014 e l'inizio del 2015. La band lo stesso giorno svela: la data di rilascio del disco (il 30 settembre del 2016), l'artwork, ancora una volta curato da Travis Smith e anche la track list. Inoltre annuncia il rilascio di alcuni singoli, anche in formato digitale (infatti, potete tranquillamente scaricarli dalla loro pagina facebook oppure dal sito ufficiale) e la possibilità di prenotare la propria copia della loro dodicesima fatica. Il tutto condito da succulenti video, divisi in episodi, che ritraggono la band alle prese con la registrazione della stessa. Il nuovo album di Opeth ,Sorceress, è anche il primo inciso per la Nuclear Blast con l'interposizione dell'etichetta indipendente della band, la LabelModerbolaget Records, è interamente curato dal frontman svedese ed è stato inciso ai Rockfield Studios in Galles. Uno studio di registrazione prestigioso che ha visto passare tra gli altri, anche gruppi come i Queen, i Rush e i Judas Priest, nonché, nel 2014, gli stessi svedesi per la registrazione di Pale Communion con la supervisione e il supporto di Tom Dalgety. Per quanto riguarda il singolo protagonista della recensione odierna, esso è ufficialmente uscito il 21 settmbre del 2016, come abbiamo detto quasi a cavallo  con l'effettivo rilascio del full lenght; del meraviglioso artwork, che forse ben si distingue dai due passati che abbiamo analizzato negli altri singoli (e di cui vi invitiamo a leggere le recensioni allegate), ne parleremo a fine articolo, quando tireremo le fila della canzone  del contenuto stesso. Nessun jewelcase da aprire, nessun modo per avere un formato fisico; sempre più spesso infatti, e specialmente in questi ultimi anni, gli Opeth come tantissime altre band, sono state stregate dal fascino innegabile di internet. Un po' perché diciamocelo, costa molto meno diffondere la propria musica in formato digitale (vi sono, e cominciano ad essere sempre più, addirittura formazioni che rilasciano interi album soltanto in questa veste), e soprattutto perché internet garantisce una diffusione capillare del proprio lavoro, può entrare nelle case di tutti, a costi esigui e con una facilità disarmante. Quindi nessun supporto fisico a fare da contorno a Wild Flower, soltanto la grande passione che la band, il suo fondatore in particolare, ha messo in ogni singolo anfratto del pezzo, e successivamente del disco stesso. Il rilascio del singolo è avvenuto attraverso la Moderbolaget Records, stessa cada di produzione che si è occupata sia del full lenght, che degli altri due singoli allegati al disco stesso (in collaborazione con la Nuclear Blast, che si è occupata della distribuzione su larga scala). Ancora una volta la band ha virato, come vedremo durante l'analisi musicale, su sfumature che pesantemente continuano a discostarsi dai canoni con cui gli Opeth, ormai tanti anni fa, si presentarono al pubblico del mondo col loro Orchid, ma anche con tanti altri dischi successivi, quelli che li hanno fatti davvero apprezzare dal pubblico. L'oltranzista ha già bollato anche questa nuova uscita, come accadde per Pale, come qualcosa di completamente discostato dai canoni che rendono gli Opeth quel che si ama alla follia, ma noi come sempre dovremo basarci su dati oggettivi, e quel che abbiamo fra le mani è semplicemente lei, musa ed ispiratrice di tutti noi appassionati, madame musica che ci accompagna da una vita. Bando ad ulteriori indugi dunque e passiamo ad esaminare il singolo in questione.

The Wilde Flower

The Wilde Flowers (I Fiori Selvaggi) viene aperto dalla batteria di Axenrot, che scandisce un tempo dispari relativamente lento, sul quale, quasi subito, la voce di Akerfeldt si inserisce con un canto scandito, quasi un parlato, più che un vero e proprio canto. Mentre il vocalist riprende fiato, tra una frase e l'altra, emerge un breve "fraseggio" della tastiera- Hammond di Joakim Svalberg e del basso di Mendez. Sul finire del primo minuto incontriamo una breve parentesi strumentale dal sapore arabeggiante, in cui chitarra e basso si "doppiano"perfettamente. In seguito riprende la parte cantata, dapprima più lenta, rimanendo aderente ai "tocchi" della batteria di Axe, poi riacquista la velocità iniziale e una delle due chitarre emerge tra una frase e l'altra del canto del canto, come a volerne sottolineare l'importanza. Dal secondo minuto in poi The Wilde Flower cambia "volto" più volte, dischiudendo i suoi petali, come uno scrigno, che aprendosi rivela tutto il suo contenuto di pietre preziose di ogni forma e dimensione. Intorno al minuto 2: 07 si ha un ulteriore rallentamento del tempo e del ritmo fino ad arrivare alla famosa pausa intra canzone, che da sempre caratterizza i lavori degli Opeth. Questa dura per un intera battuta poi ha inizio una travolgente parte strumentale capeggiata da Frederick Akesson , che ci regala uno tra i migliori soli di chitarra dal suo ingresso nella band capeggiata da Akerfeldt, mentre basso e batteria riprendono il tema musicale che ci ha accompagnato fin qui. Mentre il solo di Akesson volteggia ancora nell'aria, riprende il canto, che via , via ,si fa più lento e sommesso così come l'accompagnamento strumentale che lo sostiene. Successivamente ci imbattiamo in una seconda pausa, stavolta brevissima, che lascia spazio a un "lungo" e ipnotico arpeggio di chitarra, accompagnato da pochi accordi alla tastiera e anche da un lieve xilofono. Riprende poi nuovamente il canto, dapprima sommesso e sostenuto solo da qualche accorto della tastiera e nei periodi di pausa tra una frase e l'altra da un leggero arpeggio della chitarra, poi un breve silenzio, a cui segue un'improvvisa e potente "cavalcata" strumentale, il tutto con Axerot che si diverte al doppio pedale e riff distorti. La parola fine viene decretata da un accordo della tastiera. Ancora una volta Akerfeldt non si smentisce e ci regala un testo la cui interpretazione è tutt'altro che facile e immediata. La lirica si apre con la descrizione della situazione in cui si trova il protagonista del testo: Il sole è già alto quindi è pieno giorno. Già questa è una piccola interpretazione che si rivela fallace, appena proseguiamo nella lettura. Infatti poco dopo, ci dice che volta le spalle, potremmo anche fermarci al fatto che magari volta le spalle al sole perché è accecante, ma ormai abbiamo imparato che il songwriter svedese non lascia mai niente al caso, quindi è forse più opportuno, anche in funzione di quello che è scritto dopo, vedere il sole, come un simbolo. Il simbolo della gioia, della felicità , della vita stessa e perché no, anche del successo personale. Ci dice poi che il suo cuore è sofferente, è come se aspettasse un suono, un rumore familiare che però non arriva. Ovviamente non è una malattia fisica la sua, è piuttosto una sofferenza dell'anima data dal peso dei fallimenti, dal disgusto per gli intrighi, la corruzione che dilaga ovunque anche nel mondo della musica. Inoltre questi ultimi anni per Akerfeldt sono stati particolarmente difficili , anche a livello personale e questo, come ha dichiarato lui stesso in diverse interviste, si è riflesso anche nei suoi testi. Ecco quindi che The Wilde Flowers è una denuncia. Una protesta messa nera su bianco, sotto gli occhi di tutti, nei confronti di tutti coloro che l'hanno sfruttato, preso in giro, " banchettato con la mia sanità mentale" dice nella terza strofa. Un'accusa pesante, ma senz'altro credibile. Ricordiamo anche che quando la band raggiunse la notorietà con Blackwater Park , lo svedese ne soffrì' molto, tanto da andare molto vicino a un vero e proprio esaurimento nervoso , soffrì di attacchi di panico e spesso la notte non riusciva a dormire, ma non per questo gli fu concesso di fermarsi. Lo stesso accade adesso, non hanno certo le pressioni di quando erano dei ragazzini agli esordi, ma i discografici con il fiato sul collo non mancano. Ecco perché egli è giunto alla decisione di fondare la propria etichetta. Sembra che sia uscita fuori tema, ma in realtà è proprio questo il tema di The Wilde Flowers. Essa è una denuncia, contro tutti e tutto. Akerfeldt è infuriato, per come è stato trattato, per la mancanza di umanità che lo circonda, per le ripercussioni che la sua carriera musicale e le pressioni delle major hanno avuto sulla sua vita privata. Egli, ce lo dice chiaramente, ribolle di rabbia, non ha più voglia di aspettare che qualcuno gli dia quello che gli spetta o che lo tratti con rispetto. La rabbia traspare ad ogni angolo del testo, ogni singola frase viene intrisa dell'odio che il nostro musicista prova nei confronti di coloro che hanno strappato brandelli del suo essere, giocandoci come meglio gli è parso, dal passato ad oggi. Ed in questo ipotetico vortice vi rientra tutto, dalle critiche mosse alla band nel corso degli anni, alla mancanza assoluta di sensibilità da parte degli astanti che li hanno sempre seguiti, ma che non hanno forse mai capito fino in fondo chi o cosa gli Opeth siano in realtà. Ed allora il nostro menestrello nord-europeo sbatte in faccia a determinate persone la verità nuda e cruda, senza risparmiare niente e nessuno, pur non scadendo mai nella volgarità fine a sé stessa.  Egli tiene a freno la sua rabbia e la usa per prendere le distanze da tutto quello che non gli va a genio e decidere di agire, anziché continuare ad aspettare.

Conclusioni

Ancora una volta , tutte le immagini legate al disco, sono state curate dal fedele Travis Smith. L'artista per la copertina di questo singolo usa il simbolo della band e ci gioca colorandolo di verde come se fosse una pianta, inserendo in alcuni punti dei sinistri fiori, che in realtà sono teschi circondati da petali di vari colori. Ai due lati, invece, si vedono gli scheletri di due crani umani con le orbite infuocate, grandi quanto il simbolo dei "cittadini della luna" e forse appena più grandi di questo. In realtà sulla copertina di questo singolo c'è un po' di confusione. Infatti a seconda del taglio della stessa che è stato scelto potreste trovare, cercando al suo interno, sia quella descritta da noi nella sua interezza, sia il primo piano del cranio con le orbite infuocate, sia il solo simbolo della band con i teschi circondati da petali. La sensazione che si ha osservando l'artwork, è che esso sia in perfetta sincronia con la musica che viene suonata; una volta che la dolce nenia di questa traccia ci riempie la testa, ogni singolo tassello di noi si accapiglia come gli stessi teschi sul simbolo della band, come se fossimo rampicanti che cercando di risalire una china pericolosa. I toni non troppo accesi, le sfumature di colore ed il disegno in sé, trasmettono, come era accaduto anche per gli altri due artwork che precedono il full lenght, ma anche l'immagine del disco finale stesso, una grandissima energia ed al contempo una melanconia senza fine. Ci troviamo a vagare fra foreste rigogliose e parallelamente morte da tempo, i rampicanti verdi si intrecciano con litiche lastre tombali che rappresentano la rabbia del nostro protagonista, che altro non sta facendo se non gridare al mondo il suo diniego, egli è un fiore selvaggio, una rosa con molte spine che va presa con cura, e non maltrattata, altrimenti ve la farà pagare cara. The Wilde Flowers è una traccia solo in apparenza "facile". Indubbiamente, il suo canto scandito resta impresso facilmente, così come il suo tempo, inizialmente molto lento. Tuttavia, come ogni canzone degli Opeth , necessita di un ascolto attento, interamente dedicato ad essa. Non è assolutamente una canzone "di sottofondo" o d'accompagnamento e certo neanche una traccia che vi dà una scossa di adrenalina. Essa è piuttosto definibile come una sorta di matrioska musicale: ad un primo ascolto se ne coglie solo gli aspetto più macroscopici, poi man mano , con il ripetersi del numero di ascolti, si riesce a cogliere sfumature leggere e incursioni in altri generi, così rapide da passare quasi inascoltate. Non solo, anche i sei minuti di durata di The Wilde Flowers sono una sorta di matrioska: man mano che il brano procede, si apre e si riconoscono tanti piccole "bamboline" musicali inserite all'interno di un unico grande contenitore, che è rappresentato dal singolo stesso. Personalmente trovo che The Wilde Flowers sia una traccia molto bella, di quelle che hanno tutto il potenziale per andare a costituire un altro fondamentale tassello della storia di questo gruppo. Farà da più che discreto contorno al disco finale, che basandoci sui tre singoli fin'ora rilasciati (gli unici) sembra abbia tutte le carte in regola per avere due effetti collaterali; avvicinare agli Opeth l'ennesima schiera di fan amanti delle sonorità anni '70, coloro che fanno dei tempi dispari, del cantato soave e delle costruzioni complesse il loro pane quotidiano, ma anche allontanare ulteriormente la falange più granitica e dura dei fan, quelli che però, pur definendosi "fan di vecchia data", non hanno mai capito che Mikael è così, uno sperimentatore a tutto tondo, lo è sempre stato, ed è amante di certi suoni, di conseguenza era inevitabile prima o poi virare su determinate dinamiche sonore, cosa che ha sempre rappresentato, in ogni caso, una delle basi della musica opethiana.  Dunque, concludendo, ci sentiamo di affermare con una certa sicurezza che il dodicesimo disco si preannuncia come un altro lavoro impeccabile del geniale frontman svedese e dei suoi compagni di avventura. Inutile quindi , dire che ovviamente noi vi consigliamo caldamente l'ascolto di questo nuovo singolo. 

1) The Wilde Flower
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