OPETH

The RoundHouse Tapes

2007 - Roadrunner Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
17/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Il disco che ci apprestiamo a recensire fu registrato al Roundhouse di Londra, da qui il titolo The Roundhouse Tapes, il 9 novembre del 2006. Tuttavia, prima di passare al microscopio questo live-album, ci sembra opportuno ricordare brevemente gli eventi salienti che caratterizzarono la carriera degli Opeth in quello e negli anni precedenti. Iniziamo dal 2005, anno in cui gli svedesi rilasciano  Ghost Reveries, perché il live in questione deriva proprio da questo disco, sebbene al suo interno sia presente solo una delle sette tracce di cui si compone l'ottavo lavoro in studio. Ghost Reveries venne acclamato da tutti, ma fu anche l'ultimo lavoro della band a vedere Martin Lopez seduto dietro le pelli. Infatti, poco dopo l'uscita di questo disco, il batterista uruguaiano abbandonerà la band per l'aggravarsi del suo malessere psicologico in seguito all'aumentata pressione lavorativa determinata dal successo dilagante della band. Tra l'altro possiamo dire che il batterista uruguaiano si limitò a incidere le tracce, perché fatta eccezione per qualche piccolo show in Svezia, non suonò mai più dal vivo con la band. Una delle sue ultime apparizioni live con gli Opeth risale alla loro partecipazione allo Sweden Rock Festival, durante il quale Akerfeldt colse l'occasione per incontrare il batterista: Martin "Axe" Axenrot ( Witchery, Satanic Slaughter, NCO, Nifelheim, Jon Lord). Il 25enne (anch'egli svedese) è stato caldamente raccomandato al frontman degli Opeth dall'amico Patrik Jensen, come possibile sostituto di Lopez.  Tra i due musicisti c'è subito intesa, così è deciso: Axerot preparerà i brani degli Opeth , in modo da poter sostituire Lopez in caso di necessità. La mossa strategica di Mikael forse potrebbe esser letta come un cinico calcolo, in fondo Lopez era (ed è tutt'ora) un amico del chitarrista/cantante/ songwriter e stava male; tuttavia era l'unica cosa logica da fare con un disco appena uscita e un tour che contemplava 210 tappe (tanto che ebbe inizio nel settembre 2005 e terminò solo nel dicembre dell'anno seguente) la band non poteva permettersi sorprese di nessun tipo. Inoltre da lì a poco, anche la Music For Nation chiuderà i battenti lasciando i cinque senza etichetta.  Fortunatamente, la band ormai godeva di sufficiente fama e altrettanti capitali da  potersi permettere persino il lusso di scegliere con quale label preferivano lavorare: alla vigilia di natale, la scelta ricade sul colosso americano Roadrunner.   Il 2006 fu un anno ricco di colpi di scena. Verso la metà del 2006, la nuova formazione a cinque elementi è ormai diventata stabile e sufficientemente affiatata. Tuttavia stanno per arrivare due terremoti interni alla band , che rischieranno di decretarne lo scioglimento definitivo. Lopez ufficializza l'uscita dal gruppo solo nel maggio del 2006 , ma, la realtà è che l'uruguaiano non tocca le pelli della sua batteria, targata Opeth, da più di un anno, ed il suo posto, ormai, è stato stabilmente ricoperto da Martin "Axe" Axenrot. Nonostante la "tragedia" fosse prevedibile, poiché da mesi l'uruguaiano non suonava più con la band, né dal vivo né in studio, i fan non accolgono bene tale annuncio. Tutti si illudevano che Axenrot fosse solo una riserva messa in campo in attesa che il titolare si ristabilisse completamente; così l'annuncio ufficiale della decisione presa da Lopez, decretò l'apertura delle ostilità tra la band e una buona parte dei fan, che accusarono: l'uruguaiano di tradimento e Akerfeldt di essersi venduto.  Il colpo peggiore arriverà alla fine del 2006 quando anche Lindgren, al termine del tour di Ghost Reveries abbandonerà la nave Opeth. Concentrandoci sul live che stiamo per analizzare, abbiamo già detto che fu realizzato al Roundhouse di Londra , storico edificio ,adibito a sala concerti negli anni 60, in cui si sono esibiti, tra gli altri, artisti come David Bowie, Rolling Stones , Bob Dylan , Doors e Led Zeppelin. Questo spiega, forse, il motivo che ha spinto il quintetto svedese a registrare i propri live sempre e solo in territorio anglosassone. Il doppio disco in questione si compone di 9 tracce: 6 sul primo disco e 3 sul secondo, che ripercorrono un po' tutta la carriera degli svedesi, attingendo da tutti o quasi i loro dischi da Orchid a Damnation, con la sola eccezione di Deliverance. Akerfeldt è un uomo di poche parole, ormai lo conosciamo e sappiamo bene che per lui la cosa fondamentale è la musica. Non si smentisce neanche in occasione del live presso il Roundhouse di Londra. Quando le luci si accendono i cinque sono già sul palco, con la schiena rivolta verso il pubblico. Il palco è scarno, su di esso c'è solo il necessario per lo show, l'unica nota scenografica è fornita dal maxi schermo posto dietro il palco, su cui si alternano il simbolo della band e foto delle foreste svedesi.

When

Il frontman sorride contento e apparentemente emozionato, non dice una parola, attacca subito le prime note di un vecchio cavallo di battaglia: When (Quando) , traccia estratta dal terzo disco, My Arms, Your Hearse. La canzone segue lo stesso percorso del disco, fatta eccezione per l'intro che in questa occasione viene completamente saltato, cosicché When inizia subito dalla parte cantata. A parte questo la traccia risulta essere identica alla versione studio: troviamo le stesse variazioni sul tema che avevamo descritto nella recensione di My Arms, Your Hearse. Dunque viene eliminata la sezione acustica che nel disco apriva la traccia collegandola con quella precedente (April Ethereal), catapultandoci fin da subito in purissimo distillato death, seguito da arpeggi in acustico e poi di nuovo il canto growl su sonorità di matrice death-metal contaminate da linee più melodiche eseguite dalla " sei corde" di Peter Lindgren, mentre quella di Akerfeldt le fa un controcanto più ritmico e cadenzato. A questo segue ,come sappiamo, una parentesi strumentale, che richiama alla memoria i migliori riff /assoli heavy di fine anni settanta/inizio anni 80, mentre  Martin Axenrot si cimenta a riprodurre e migliorare ,se possibile, il lavoro di Lopez dietro la batteria marcata Opeth.  Anche in versione live When dura 9 minuti e una manciata di secondi, durante i quali non una virgola viene modificata rispetto al pezzo registrato in studio. Suoni, tempi, variazioni, perfino modalità e tonalità del canto sono identiche al disco, a dimostrazione della bravura di questi musicisti. Chiudiamo il discorso su questa traccia ricordando velocemente di cosa parla il testo. My Arms, Your Hearse , album da cui proviene questo singolo, era/è un concept album, quindi inevitabilmente parlare di When significa ricordare di cosa parla il disco da cui deriva. Il filo conduttore del terzo lavoro in studio della band è rappresentato dalla storia di uomo morto, la cui anima non ha trovato pace poiché è ancora molto legato alla fidanzata e non se ne vuole separare. When, in particolare, narra dell'impazienza dell'uomo/fantasma a cui non basta più vedere la fidanzata, senza poterla toccare e inizia a meditare di ucciderla per godere della sua compagnia anche nell'aldilà. Al termine di questa prima traccia, il leader svedese ringrazia il pubblico per essere accorso al loro show, poi tra il serio e il faceto dice " Spero che un giorni veniate a Stoccolma, sapete dov'è Stoccolma?"  e qualcuno tra il pubblico risponde "Svezia". " Si è corretto, siete istruiti. Noi veniamo da Stoccolma, in Svezia. Ora non so se conoscete questo brano, è tratto dal nostro ultimo disco: Ghost Reverie; si intitola: Ghost of Perdition" e il pubblico accoglie l'annuncio con un boato di entusiastica approvazione.

Ghost of Perdition

Dunque il secondo della set list è Ghost of Perdition (Fantasma della Perdizione) , brano che già nello studio album era emozionante, ma dal vivo lo è ancora di più. Fedele alla registrazione ed anche più perfetta nella sua esecuzione , le melodie e le variazioni tematiche di questa traccia dal vivo sono ancora più potenti, ti scuotono dentro, qualcuno poga, i più restano immobili a godersi l'estasi del momento.  poche note di chitarra che si sovrappongono a quelle eseguite dalla tastiera, quasi fondendosi; tanto che diventa difficile distinguere i due strumenti. Anche in questo caso viene sacrificato, ma se i lettori si ricordano quello che avevamo scritto a proposito di questa canzone nella recensione di Ghost Reveries, potranno facilmente intuire che la canzone non risente minimamente di questo taglio, poiché "l'intro" durava appena 5 o 6 secondi. Si parte quindi immediatamente con il growl del frontman, che ci trascina nel vortice del fantasma della perdizione per circa un minuto, per poi lasciare, esattamente come avviene nel disco, il posto alla sezione ritmica. Martin Mendez e il suo basso si sbizzarriscono in quello che potrebbe sembrare quasi un assolo dal sapore "Toolliano".  Il virtuosismo ritmico di un Mendez fa headbanging e sembra divertirsi come un pazzo mentre suona, viene affiancato poco dopo dalla voce pulita del leader che scandisce il canto ricalcando perfettamente il ritmo dettato dal bassista. Il resto lo potete immaginare senza problemi, poiché anche in questo caso, sebbene i cinque si esibiscano dal vivo, l'esecuzione è talmente perfetta e pulita da dare l'impressione di ascoltare il disco. Ghost of Perdition è la storia di una donna, una madre, che aveva smarrito "la retta via" e pertanto, dopo la morte era stata condannata a errare sulla terra senza trovare pace in nessun luogo . 

Under the Weeping Moon

Ecco che Mikael riprende la parola, colloquia con il pubblico, qualcuno lancia una maglietta sul palco. Lui la prende, la osserva , la gira in direzione del pubblico affinché tutti possano vedere la scritta "Nobody Know I'm a lesbian" (nessuno sa che sono lesbica), poi con una faccia tra il divertito e il perplesso commenta " Vale anche per me" dopodiché presenta la terza traccia in scaletta, un vecchio cavallo di battaglia estratto dal disco di esordio, Orchid, che va sotto il nome di  Under the Weeping Moon (Sotto la Luna Piangente), presentata dal suo autore come " La canzone che ha i più evidenti connotati black metal" tra quelle da lui composte. All'epoca della sua incisione gli Opeth erano solo quattro ragazzini, poco più che adolescenti, senza un soldo e con scarse o nulle conoscenze di teoria e tecnica musicale. Tanto che registarono l'intero disco in 3 giorni per mancanza di budget. Questa traccia , in particolare, andava anche fuori tempo perché non avevano nemmeno un metronomo. Tale particolarità ,chiaramente all'epoca di The Roundhouse Tapes non c'è più: sono passati 12 anni dall'esordio, i ragazzi sono diventati uomini, hanno studiato, hanno composto, suonato nelle località più disparate, e dunque com'è ovvio, quello che era un diamante grezzo, adesso è un diamante puro e ben levigato.  La canzone si apre, esattamente come nel disco, con alcuni arpeggi eseguiti alla chitarra acustica, che poi vengono bruscamente interrotti dall'attacco di batteria, seguita a ruota dalle chitarre acustiche e poco dopo dall'inizio della parte cantata. L'altra particolarità di Under the Weeping Moon consisteva nel fatto che il canto si esprimeva in gran parte quasi in assenza di accompagnamento musicale, sostenuta solo dalla sezione ritmica e tale particolarità viene mantenuta anche in questa riproduzione dal vivo. Inutile dire che dal vivo i numerosi inserti elettronici e acustici che caratterizzano questo brano, risultano ancora più inquietanti ed emozionanti, così come i suoni ad effetto come ad esempio gli ulalati dei lupi. La sezione ritmica del duo Axenrot-Mendez è da cardiopalma.  Allo stesso modo, la sezione dominata dagli arpeggi e da un ritmo delicatamente scandito dai piatti della batteria è ancora più ricco di pathos . Il tutto insomma non va altro che rafforzare e dar più corpo all'ode satanica alla luna, che qui, lo ricordiamo, ha la funzione di rappresentare il diavolo e guidare i passi degli adepti del demonio. I connotati Black che l'autore accennava prima della sua esecuzione, fanno capolino specialmente nel suo significato, mischiando quasi mitologia norrena con oscure tinte di cinico satanismo. Elementi presi direttamente dalle tradizioni popolari delle fredde terre cui gli Opeth fanno capo, condendo il tutto con una musica che ricalca ancor meglio questi elementi.

Bleak

A seguire arriva un'altra canzone particolarmente amata dai fan della band: Bleak (Squallido) . La traccia estratta da Blackwater Park non viene presentata in alcun modo, ma segue a ruota Under the Weeping Moon iniziando mentre le note di quest'ultima riecheggiano ancora nell'aria. Lo schema ancora una volta è fedele all'originale: il riff iniziale "scopiazzato" da Home dei Dream Theater, a cui seguono due giri armonici, che ci traghettano verso il growl. Il tempo lento e le chitarre, che vi fluttuano nel mezzo tracciando melodie arabiche. Mendez non ci delude, replicando alla perfezione il precisissimo "walking bass" che trovavamo anche nel disco. Così come avviene nel disco, anche dal vivo ogni strumento collabora alla creazione di una atmosfera tetra, fosca , che dona un vago alone di mistero e che consente, a chi conosce il brano o meglio il disco in questione, di immergersi completamente nella canzone, fino a riuscire a immaginare di trovarsi all'interno di questo parco maledetto. Qualcuno, forse, ricorderà che questo brano, nella versione "studio", si avvale anche di alcune parti vocali eseguite da Steven Wilson (Porcupine Tree). Il frontman dei Porcupine Tree però non è presente negli show della band svedese ( i due gruppi faranno un tour insieme solo qualche anno dopo) , pertanto in queste occasione le sue parti vengono in parte eseguite da Lindgren e Mendez. Anche Blackwater Park è un concept album. Stavolta il filo conduttore è dato dal paesaggio tetro del Parco delle Acque nere, una sorta di limbo interiore presente nell'anima di tutte le persone, un luogo dove risiedono gli istinti più bassi dell'Uomo. Bleak in particolare narra il lento "spegnimento" di una persona , è viva, il suo cuore batte, nell'anima c'è rimasta ancora qualche traccia di speranza e di ottimismo (la primavera), ma la rabbia, la tristezza e le delusioni la stanno portando verso la morte interiore, che in questo caso è simboleggiata dall'inverno.

Face of Melinda

Senza alcun tipo di presentazione arriva una canzone che non poteva certo mancare, una di quelle a cui Akerfeldt è maggiormente legato:  Face of Melinda (Il Viso di Melinda). A maggior ragione nel 2006, a pochi mesi dalla nascita della figlia, Melinda per l'appunto. All'inconfondibile intro della traccia si unisce anche l'immagine della copertina di Still Life sul maxi schermo, per ricordare agli astanti più distratti da quale album è stata estratta la melanconica quinta traccia della serata. Anch'essa aderente all'originale, durante il live è caratterizzato, così come nel disco, per la prima metà da un ritmo estremamente lento e linee melodiche della chitarra su tonalità minori. La seconda parte della traccia , invece, risulta più ritmata e con un "tiro" maggiore, è anche più veloce .Il passaggio tra la prima parte carica di malinconia e la successiva piena di groove, è segnalato, anche qui, da uno strumentale a chitarristico emozionante, sebbene relativamente semplice e senza i tecnicismi sofisticati a cui ci ha abituato Lindgren.  Se avete presente la canzone in questione, vi potrete facilmente immaginare le emozioni che può suscitare sentirla dal vivo, magari a pochi metri dal palco. Se invece non l'avete mai ascoltata è estremamente difficile rendere, in così poco spazio, l'idea della carica emotiva che caratterizza Face of Melinda. Essa è pregna di dialoghi musicali ambivalenti, spesso apparentemente in antitesi; unisce tecniche raffinate con riff talmente semplici al confronto, che a un orecchio distratto possono sembrare assolutamente incongruenti tra loro. Eppure la canzone che porta lo stesso nome della figlia di Akerfeldt è un piccolo capolavoro che difficilmente si può descrivere a parole, se non riducendola a una mera analisi della struttura musicale. La lirica è totalmente incentrata sul viso e sugli occhi di Melinda, una fanciulla il cui viso è segnato dalle sofferenze, dalla tristezza dell'essere sposata con un uomo che non ama. Il frontman al termine della quinta traccia riprende la parola e rivolgendosi al pubblico dice: " Se cantate questa canzone, probabilmente dopo vi farò parlare. [?] Questa canzone è estratta dal nostro secondo disco, Morningrise e parla di una cosa che nessuno può dimenticare: un lutto. Si intitola The Night and the Silent Water". Mikael accenna a un lutto, ed infatti  The Night and Silent water fu scritta da Åkerfeld in occasione della morte del nonno (deceduto per cause naturali nelle prime settimane del 1996) e a lui la dedicò. La canzone venne pubblicata in Morningrise, ma non fu mai eseguita dal vivo prima del 2006: l'emozione del leader è ovviamente palpabile durante tutta la sua esecuzione. 

The Night and The Silent Water

The Night and The Silent Water (La Notte e le Acque Silenti) . Si apre con sei giri di chitarra , a cui seguono pochi arpeggi di una chitarra acustica, mentre l'altra continua a riproporre il riff di partenza, solo appena modificato. Dopo di ché entriamo nel vivo della canzone, Akerfeldt canta in pulito su un accompagnamento musicale dai toni dolci e nostalgici, prima che il growl gli consenta di mascherare nuovamente l'emozione. Le sezioni strumentali sono cariche dei sentimenti del loro autore e dal vivo risultano ancora più intensi e commoventi.  Qui, durante lo show, le "lunghe" pause, i cosiddetti silenzi , che caratterizzano da sempre la musica del combo svedese, assumono maggior rilievo, non perché durino più del previsto, ma perché dal vivo appare ancora più chiara la loro funzione, oserei dire fondamentale, all'interno dei singoli pezzi. La notte e le acque silenti( ferme, placide) ne è un esempio lampante. Non solo la pausa crea suspance, non solo ci indica che il tema musicale sta variando e che quindi si sta aprendo una nuova fase, ma serve a evidenziare anche un cambiamento all'interno del testo stesso, che in una prima parte è carico di rabbia per quello che sarebbe potuto essere e non è stato, poi diventa più calmo, nostalgico; la rabbia lascia spazio alla tristezza correlata al lutto subito dall'autore. Il testo è una sorta di poesia, un ricordo messo in musica,carico di ricordi e rimpianti per le cose non dette e per le domande mai poste, che lasciano nell'animo di Akerfeldt una pena indescrivibile , un senso di vuoto che gli impedirà di eseguire la canzone per ben dieci anni.

Windowpane

A  ruota dopo questa piccola sferzata di malinconico teatro musicale, arriva Windowpane (Il Vetro della Finestra) . La canzone , estratta da Damnation, è dedicata, invece, alla nonna deceduta nel 2000, mentre gli Opeth si trovavano in tour nel Regno Unito. Windowpane viene aperta dalla sezione ritmica e dalle chitarre, mentre le tastiere di Wiberg fanno il loro ingresso solo in un secondo momento per fare da ponte tra canto e l'assolo di chitarra, o per sottolineare alcune parti del canto o ancora in piccole parentesi strumentali, soprattutto sul finire della canzone. Il testo parla di una persona, che scruta il mondo da dietro una finestra, sembra quasi che aspetti qualcosa o magari solo che qualcuno alzi lo sguardo e la noti, ma questo non avviene mai; è come prigioniera nella sua stessa casa. Questa pallida figura, che quasi brilla quando viene colpita dalla luce rappresenta la nonna di Akerfeldt, che, dopo esser deceduta, aspetta che il marito, gravemente malato, la raggiunga. La scelta pare abbastanza peculiare se ci si pensa; dopo dieci anni di silenzio è stata eseguita la canzone dedicata alla metà maschile della sua vita, una persona a cui Mikale teneva in maniera viscerale e sincera. Per fare quasi da contraccolpo a questa, si decide di eseguire l'altra metà della mela, quella femminile, quel colpo così grave per il nostro mastermind degli Opeth, che forse mentre veniva eseguita, ancora faceva sanguinare quella ferita nel cuore. Una doppietta carica di struggente ed oscuro sentimento questa, che va ad impreziosire un live che, seppur contenente non molte tracce, risulta un'ottima scaletta per chi non conosce la band. Sul finire di questo brano si rompe una corda della chitarra di Akerfeldt, ed subito arriva il roadie con una sei corde sostitutiva (ovviamente identica a quella che il leader stava usando). 

Blackwater Park

Rimediato prontamente all'incidente di percorso, il frontman suona una nota e chiede al pubblico se sa che nota sia, il pubblico risponde con calore e correttamente, poiché il suono prodotto dal chitarrista ha l'inconfondibile timbro dell'intro di uno dei capolavori assoluti degli svedesi: Blackwater Park (Il Parco dell'Acqua Nera): si apre con l'uso sommesso dell'effetto  delay seguito a ruota dall'attacco deciso della batteria, che dà il via al vero e proprio "intro" strumentale: un colpo di charleston, il basso di Mendez e poi la canzone entra nel vivo, sfruttando le tanto amate melodie e armonie arabe.  Conosciamo benissimo tutte le variazioni musicali che esistono all'interno di Blackwater Park, ne abbiamo diffusamente parlato nella recensione dedicata all'omonimo disco. Sembra impossibile, ma in tutto il concerto non si sente una sola sbavatura o modifica, tutto è identico a quello che ascoltate su cd e Blackwater Park non fa eccezione. Capita spesso infatti che le band decidano durante i live di modificare, se non di variare alcuni piccoli elementi delle loro canzoni, e spesso accade proprio con i cavalli di battaglia; questo accade un po' per non annoiarsi a suonare sempre le stesse note, un po' anche per vedere la reazione del pubblico. Ovviamente non si arriva mai a stravolgere completamente uno slot, ma in questo caso, nella musica dei nostri norreni sperimentatori, tutto questo non c'è. Ogni tassello è perfettamente incastrato nella sua versione originale, per far apprezzare al cento per centro le sonorità al pubblico, e fargli capire esattamente di cosa stiamo parlando. Il testo ci spiega il significato attribuito dall'autore a questo parco cupo: Esso non è altro che la rappresentazione del lato oscuro che si nasconde nell'anima di ogni individuo. Uno scrigno dove seppellire i segreti più cupi e le fantasie più sordide, tutto quello che nascondiamo a chi ci circonda. Al termine di Blackwater Park, la band saluta il pubblico e lascia il palco, per poco però perché come era prevedibile, vengono richiamati a gran voce dagli astanti per un bis. I cinque ritornano sul palco, Akerfeldt ringrazia gli accorsi allo show, presenta la band, scherza su se stesso e sul fatto che nessuno lo presenti, poi introduce l'ultimo brano della serata.

Demon on the Fall

Ancora una volta estratto dal terzo lavoro in studio dei cinque Demon on the Fall (Demone della Caduta).  Potente e brutale come pochi altri brani della discografia opethiana, Demon of the Fall è un'overdose di emozioni e atmosfere diverse. La creatura infernale partorita dalla mente di Mikeal e Peter ai tempi di My Arms,Your Hearse , resta tale anche dal vivo. I riff appaiono più cattivi che mai , Mendez rinforza e migliora i già ottimi giri di basso creati da Martinez. Quanto a Axenrot tiene fede al ritmo serrato che caratterizza il brano, senza far pesare il recente abbandono di Martin Lopez.  Da segnalare , anche in questo caso l'intermezzo asiatico-flamencato, che fu creato da Lopez e Mendez per la versione studio di questo brano (contribuendo così per la prima volta al songwriting) a cui Axenrot si adegua molto bene, eseguendolo con estrema precisione, nonostante tali ritmi non gli siano così familiari. Questo capitolo di My Arms, Your Hearse narra di come il fantasma, a cui abbiamo fatto riferimento parlando di When, torna a trovare la donna amata dopo averla aggredita e lei lo accoglie con un coltello tra le mani. Un testo quindi che racconta le emozioni contrastanti di un uomo solo e ferito: prima la sorpresa, poi la rabbia infine l'accettazione che tutto è cambiato. Una chiusura decisamente al vetriolo per questo concerto; l'ultimo proiettile, uno dei più potenti, è stato sparato alla fine per dare il giusto tono e portare a termine il cerchio. Un focolare di emozioni quello che gli Opeth hanno messo in scena, e che sia dal pubblico presente in quella data, ma anche da chi, a quasi dieci anni di distanza lo ha sentito su disco, risulta essere ancora pregno di significato.

Conclusioni

The Roundhouse Tapes fu registrato al Roundhouse Tapes di Londra il 9 novembre del 2006, ma in formato compact disc venne rilasciato sul mercato nel 2007, mentre il DVD venne pubblicato solo nel 2008. Nel 2010 poi venne ristampato con un cofanetto comprendente i due dischi audio e il Dvd. È interessante notare, lo vedremo meglio anche con le recensioni dei prossimi dischi, come la band non abbia mai registrato un live nella propria terra natia, ma abbia sempre scelto di immortalare i propri show nel Regno Unito. La copertina del live album è ancora una volta affidata a Travis Smith, che stavolta ci delizia con l'immagine di un volto femminile, visibile solo in parte poiché la figura è avvolta da un cappuccio rosso e in parte nascosta da una maschera che tiene in mano, ma comunque tanto vicino al volta da celarne la metà. Il live è emozionante, soprattutto se avete la versione Dvd. L'abilità dei musicisti coinvolti è assolutamente indiscutibile, i brani rispecchiano perfettamente la versione originale degli studio album. Assolutamente perfetta anche la scaletta dei brani, che ripercorre tutti i tasselli principali che hanno segnato i dieci anni di carriera della band. Se osservate il dvd , vi accorgerete che definire gli Opeth una "one-man-band" è tutt'altro che sbagliato: Akerfeldt compone, scrive, canta, dirige, mercanteggia con le major e infine è anche l'unico che parla durante lo show. Gli altri non pronunciano una sola parola, nemmeno per presentare il leader al pubblico. Nonostante questo è un concerto incredibile, emozionante, a tratti anche esilarante se vi piacciono l'ironia e il sarcasmo pungente che caratterizzano il frontman svedese. Le canzoni, beh le canzoni proposte sono il meglio del meglio prodotto dalla band fino a quel momento, gioielli musicali di inestimabile valore se apprezzate la band che li ha partoriti. L'unica cosa che posso dire è che avrei voluto esserci davvero tra quella folla. Nonostante il palco scarno, nonostante le poche luci, nonostante il tentativo di mantenersi abbastanza anonimi sfoderando abiti che sembrano quasi una divisa e anche nonostante le battute pungenti di Akerfeldt , chi scrive è più ansiosa che mai di sentire un nuovo disco e fiondarsi a comprare il biglietto per il primo nuovo concerto degli Opeth. In conclusione , l'unica cosa che resta da dire è che si tratta di un live album, nessuna canzone inedita, nessuna cover strana e nemmeno una variazione importante e degna di nota rispetto agli album studio , vero. Non è indispensabile nella vostra collezione, vero. Tuttavia è un gioiello di live-album , un fantastico modo di vedere , capire, sentire e toccare con mano cosa c'è stato tra Damnation e il successivo Watershed e se vogliamo anche un modo per apprezzare con le vostre orecchie , gli enormi progressi tecnici fatti da Akerfeldt, non possiamo dire dagli Opeth perché all'epoca di The Roundhouse Tapes degli originali Opeth resta solo il frontman. Nel live c'è ancora Lindgren, ma è una delle ultime apparizioni insieme agli Opeth. Il chitarrista lascerà la band poco dopo la fine del tour di Ghost Reveries.

1) When
2) Ghost of Perdition
3) Under the Weeping Moon
4) Bleak
5) Face of Melinda
6) The Night and The Silent Water
7) Windowpane
8) Blackwater Park
9) Demon on the Fall
correlati