OPETH

The Devil's Orchard

2011 - Roadrunner Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
20/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Il decimo disco in studio degli Opeth, Heritage, non venne lasciato sotto i migliori auspici; non tanto per dissidi all'interno della band, quanto per alcuni avvenimenti che, nel corso del 2010, funestarono il mondo della musica, soprattutto quella alternativa. Perdono la vita infatti sia il "gigante verde" dei Type O Negative Peter Steele (amico di Mikael, non di lunga data, ma comunque una persona che conosceva bene), e Ronnie James Dio, probabilmente il frontman Heavy Metal più conosciuto di sempre, e vera leggenda per il fondatore della band. Come abbiamo raccontato nella recensione allegata, a gennaio presso National Association of Music Merchants Mikael presenzia per la PRS Guitars, presentando la propria sei corde. Nello stesso mese la band comincia a comporre, e viene fuori The Troath Of Winter, pezzo acustico ideato appositamente per far parte delle colonne sonore di un celebre videogame, God Of War III, che finirà poi in un EP apposito pubblicato qualche tempo dopo. Viene chiusa nel frattempo anche la pagina MySpace della band, stufa probabilmente di ricevere continue minacce ed insulti per le loro virate musicali, e viene chiusa insieme a tutte le altre presenti nei vari social, tranne ovviamente la pagina Facebook, esistente ancora oggi.  Nell'aprile dello stesso anno la band festeggia anche il proprio anniversario di fondazione, e per celebrare degnamente questo compleanno, viene ristampato Blackwater Park, disco/leggenda degli Opeth, completamente rimasterizzato e con un packaging da leccarsi i baffi. I due LP hanno un'eccellente qualità sonora a cui si aggiungono le immagini inedite firmate da Travis Smith , se questo non bastasse vi è allegato anche il DVD su cui è inciso un nuovo mix del disco e un mini documentario filmato delle registrazioni del disco. I festeggiamenti però non si riducono a questo. Viene organizzato anche un mini-tour, che porterà la band ad esibirsi anche alla storica Royal Albert Hall, omaggiando successivamente i Deep Purple (che in tale luogo confezionarono uno dei loro live più famosi), con un altro live album, utilizzando addirittura lo stesso font per la grafica. Tornando al disco in sé per sé: viene pubblicato ufficialmente il 14 settembre 2011, e come era accaduto per Watershed, fu subito polemica. L'album è considerato la vera e propria svolta della band, le sonorità che troviamo al suo interno si discostano pesantemente anche da quanto sentito nell'album precedente; il cantato sporco e graffiante dei primi album, così come il growl e lo scream, vengono letteralmente accantonati in favore di linee morbide e pulite. Tale operazione viene fatta anche con le parti musicali, che vedono una netta separazione dal passato; tutto ciò che era "Death", ad eccezione forse degli argomenti lirici e testuali, viene lasciato da parte per far spazio in pompa magna alle celebrali partiture Prog Rock anni '70. Tempi dispari e costruzioni sempre più articolate iniziano ad insinuarsi nella mente degli ascoltatori opethiani, e ciò ad alcuni, come era prevedibile, fa storcere grandemente il naso. Il fondatore mise a tacere le voci immantinente, sottolineando con sprezzante fermezza quanto tali suoni siano sempre stati patrimonio della band, fin dai suoi esordi, sono semplicemente stati "ripuliti" dalla parte più cattiva che avevano in precedenza. Ad ogni modo, critiche a parte, il disco nella sua totalità è semplicemente l'ennesimo capolavoro da parte degli Opeth, una struttura musicale senza compromessi e senza precedenti, che tranquillamente si staglia su tutte le altre, e va a collocarsi come un altro tassello importante della loro discografia. Data però la natura "collezionistica" del fondatore stesso (grande appassionato di vinili e merch in generale), la band decide di rilasciare un singolo promozionale poco prima dell'effettiva uscita dell'album (che andrà a legarsi a Slither, singolo che invece verrà rilasciato dopo l'album), andando a pescare lo slot numero due, argomento della recensione odierna, The Devil's Orchard. Il singolo esce ufficialmente, per la Roadrunner Records, il 16 agosto 2011, in un packaging davvero particolare; esso infatti è disponibile sia in download digitale su ITunes, ormai usato dalla maggior parte degli artisti per diffondere nuovo materiale, ma anche in formato CD Promo, avvolto in una piccola busta di cartone rigido che lo fa sembrare un vecchio 45 giri. Il CD ha la stampa di un vinile, con i solchi neri ed al centro l'adesivo tondo con il titolo della canzone, mentre sul davanti, nei colori di una pergamena antica, abbiamo due maschere demoniache che guardano da due direzioni opposte, chiaro riferimento al contenuto della canzone stessa. Tuttavia, bando ad ulteriori indugi, e tuffiamoci a piene mani in quest'altra piccola perla firmata Opeth.

The Devil's Orchard

The Devil's Orchard (Il Frutteto del Diavolo) è un brano che fin dalle sue prime battute centra in pieno l'obbiettivo che il suo creatore voleva ottenere quando l'ha composta, stupire ad ogni angolo della canzone stessa. Se lo si ascolta anche svariate volte, il risultato è sempre lo stesso,  farci rimanere a bocca aperta, ed ogni volta che lo andiamo a risentire, il risultato è sempre lo stesso, nessun suono, nessun elemento o struttura viene suonato o composto per caso, niente è lasciato abbandonato a sé stesso, ogni frammento ha la sua giustificazione in questo pezzo. La sua apertura coinvolge basso, chitarra e batteria, che arrivano a spron battuto nelle nostre orecchie tutti insieme, dando vita ad un vero e proprio vortice sonoro che ci avvolge come una calda coperta, scaldandoci con i suoi ritmi sinusoidali. Il giro va a collimare ed esaurirsi con quello che sembra il suono di una antica campana, seguita da una pausa (o silenzio, se preferite) a cui poi fa capolino un altro giro, poi nuovamente l'ovattato silenzio si riprende la scena, e poi un altro giro, alternandosi come in una ipotetica giostra. Inizialmente il tema musicale eseguito dai cinque musicisti riprende quello proposto nell'introduzione, come per ricollegarvisi, poi mentre la sezione ritmica resta fedele a se stessa, la chitarra aumenta i giri del proprio motore andando ad ergersi sopra un delicato pad di tastiere che crea il giusto suolo sul quale poggiare i piedi. Ed è solo dopo questa ennesima sezione che inizia la parte cantata, e come ogni traccia su questo album, essa è rigorosamente in pulito; fu proprio questo uno degli elementi principali sul quale si fondò l'aspra critica della falange oltranzista della band, quella che aveva seguito gli Opeth fin dagli esordi. Tuttavia, se non si ha una cultura ed una apertura musicale così rigida, ci si accorge subito che il brano è un piccolo capolavoro, in ogni sua sfumatura. Sul finire di ogni strofa cantata, il tempo e conseguenzialmente il ritmo rallentano per allacciarsi a riprendere velocità andando a risuonare il main theme della canzone stessa . Fra il secondo e terzo blocco una enorme parentesi strumentale irrompe sulla scena, portandosi per un attimo via la lirica e lasciando campo libero agli strumenti: la batteria diminuisce il suo andamento, andando a posizionarsi in un tempo che niente ha a che vedere con i canoni classici. Si sente il Jazz, il Prog, le matrici più celebrali della musica alternativa, anche qualche vaga presenza di Psych nella sua resa finale; la chitarra inizialmente appena udibile si fa via via più presente, insieme alla sezione ritmica e a un leggero tappeto di tastiere. Ad essa fanno eco e capolino alcuni fraseggi cantati dalla tastiera di Per Wiberg, ancora presente al momento dell'incisione del disco, e tale sezione ci trasporta verso un altro cambio di suono, l'ennesimo in questo meraviglioso brano: i giri di basso assumono un sapore blues, il canto si fa più scandito e ritmato poi cambia di nuovo e ritornano i fraseggi molto simili a quelli che ci hanno accompagnato fin dall'inizio della traccia, e che ben presto lasciano terreno fertile ad un mozzafiato solo di chitarra, che ha il compito di accompagnarci fuori dal " frutteto del diavolo". Il testo di The Devil's Ochard è profondamente allegorico come avevamo sottolineato nella recensione. Esso ancora una volta affronta un tema , per così dire, caro ad Akerfeldt: si cerca di dare un senso alla parola "perdizione", o comunque all'immagine ricorrente di un uomo che si è perso e che ha perso, ha smarrito letteralmente i propri valori ed in un certo senso anche la propria "luce". Il cantore del pezzo ci dice che sta percorrendo una strada fatta di ossidiana. Il fatto che usi questo termine non è casuale: tale pietra infatti è lavica, deriva dalle eruzioni vulcaniche di migliaia di anni fa, e la pressione terrestre la compatta fino a farla diventare quel che conosciamo oggi , quale miglior modo di far intuire un paesaggio "demoniaco" se non proprio questo tipo di pietra, che peraltro è anche nera come la più scura delle notti? Poi ci dà un altro elemento: l'inverno , la stagione fredda per eccellenza , da sempre simbolo della morte. Dunque si trova su una strada che conduce alla perdizione, una strada fatta di vizi, di negazione dell'esistenza di Dio ( "i demoni dicono "Dio è morto""). Tutti i sensi della persona sono offuscati dal male, dal demonio, si sente e si percepisce bene il serpente famelico che si muove nel suo stomaco, e che lo sta consumando dall'interno. Si muove senza avere mappa nel sentiero della vita, come un cieco che cerca di raggiungere il sole. Egli sente sulle sue spalle il grave peso delle colpe che affliggono la sua anima, un peso insostenibile  che qualunque persona dovrebbe poter vedere (quasi una allegoria dantesca), ma alla fine il protagonista si rende conto che, nonostante il peso delle sue colpe, nessun elemento rivela i suoi peccati.

Conclusioni

In questo disco Akerfeldt non solo non lascia niente al caso, ma ha una attenzione maniacale per i dettagli. Tutto deve essere perfetto e coerente con il messaggio, che deve essere trasmesso. Ecco quindi che per The Devil's Orchard non poteva mancare una copertina, che vede come protagonista una figura demoniaca, oltretutto doppia: una con un volto umano, l'altra con uno decisamente demoniaco. Esse sono ritratte attaccate, spalla contro spalla, anzi sembrano essere addirittura un'unica entità, quasi fossero due gemelli che non sono riusciti a staccarsi. Entrambe puntano il dito, come a voler accusare chi le osserva e ricordargli le proprie colpe. Ritornando al singolo in questione The Devil's Ochard è la sintesi perfetta di tutto quello che si può sentire in Heritage : Jazz "classico", fusion, folk,  sprazzi di funky, progressive rock all'ennesima potenza, c'è tutto. Certo, per apprezzarlo serve un certo grado di cultura musicale e apertura mentale. Il disco da cui è estratto non è fatto per i duri e puri amanti del death e anche questa traccia non fa eccezione. The Devil's Orchard è un pezzo travolgente, camaleontico, si trasforma mille e più volte lungo tutto il suo svolgimento e si, non ha nulla a che vedere con il death degli esordi della band, tuttavia chi avrà l'apertura mentale per ascoltarlo più volte , senza pregiudizi, vi scoprirà un gioiello musicale come pochi altri, un mix di emozioni diverse, sempre nuove ad ogni ascolto, che non perde mai la sua carica emozionale. Un brano carico di passione travolgente, come quella di due amanti focosi che si incontrano per la prima volta e si amano al primo sguardo, facendosi trasportare dal fuoco che arde dentro di loro. È un pezzo questo per palati assolutamente fini, come del resto lo è quasi tutto il disco, anzi, senza il quasi; Heritage è probabilmente il disco più celebrale mai composto dagli Opeth, forse ancor più del successivo Pale Communion; un album in cui ad ogni angolo si omaggia una decade così prolifica per la musica, un decennio in cui la mente umana ha viaggiato in ogni direzione cercando di acchiappare quante più sfumature e parossismi possibile, inserendoli poi nella musica stessa. Dall'albionico Prog iniziale, quello che ha dato i natali al movimento vero e proprio, passando per la Germania ed ovviamente il suolo nostrano, una vera fucina di talenti senza precedenti, e che spesso è riuscita a surclassare e "doppiare" le altre scuole europee. Mikael ha sempre messo a tacere le voci di un indebolimento della band, così come quelle secondo cui il cambio di stile ha fatto sì che gli Opeth fossero snaturati del loro potenziale primordiale, quello che li aveva fatti amare da tutti. Il frontman ha sempre sottolineato come certi suoni facciano parte di lui, e che alla fine, se si ha l'intelligenza di capirlo, Opeth significa una cosa sola, sperimentare. Sperimentare sempre e comunque, andare e varcare i limiti imposti, ed il cantato così sporco, soprattutto le sonorità Death, erano limiti. Capiamoci, il nostro svedese non le abbandonerà mai, saranno sempre nel suo cuore, ma come ha dichiarato più di una volta, ad un certo punto era necessario cambiare. Per quanto riguarda questo singolo nel suo particolare,  inutile dire quindi, che è un ascolto assolutamente consigliato, tanto il singolo, quanto il disco intero da cui venne estratto.

1) The Devil's Orchard
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