OPETH

The Devil's Orchard - Live At Rock Hard Festival 2009

2011 - Rock Hard

A CURA DI
SOFIA COLLU
18/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Il nostro viaggio alla scoperta della discografia degli Opeth prosegue, con la trattazione del live album The Devil's Orchard - Live At Rock Hard Festival 2009, registrato durante l'esibizione della band all' Rock Hard Festival del 2009.  Il famoso festival, che si tiene ogni anno dal 2003 a Gensenkirchen in Germania, l'ultimo weekend di maggio, vide il combo svedese esibirsi durante la prima giornata del festival, più precisamente venerdì 29 maggio, insieme a Jag Panzer, Prong, Destroyer 666, Angel Witch e Witchburner; una combo live che ripercorre a grandi linee la storia della musica alternativa; dalle scorribande estreme dei Destroyer e degli Opeth stessi, fino alla lisergica energia dei Prong, passando per il classico old school dei mitici Jag Panzer e dei sempiterni Angel. Il live album in questione, invece, venne rilsciato il 24 agosto 2011 da Rock Hard; la copertina vede una iconica foto di Mikael mentre si esibisce quella magica sera, illuminato soltanto dai fari del palcoscenico stesso, creando un dinamismo quasi mistico. All'interno del jewelcase troviamo a tutta pagina una enorme foto del main stage, con una festante folla raccoltasi quel giorno per onorare la loro musica preferita. La copertina, oltre ad avere stampato in bella vista il logo di Rock Hard, ha anche quello degli Opeth in alto, decorato con i classici ghirigori floreali, e nella parte sottostante abbiamo il titolo del disco (che riprende la canzone stessa della band), sempre utilizzando un font morbido e setoso, come in larga parte la musica degli svedesi è sempre stata. Il CD era reperibile soltanto come omaggio ai fedelissimi lettori della rivista, ed è divenuto oggi l'ennesimo feticcio per i collezionisti più incalliti, considerando anche il fatto che non toglie né tantomeno aggiunge nulla alla discografia della band. Il Festival si svolge dal lontano 2003 nella bellissima cornice del fiume che scorre nella città teutonica, il palco infatti è sempre stato montato di modo che il suo retro siano le limpide acque, fornendo una ulteriore dose di atmosfera al tutto. Nel corso degli anni sul palco del festival organizzato dalla celebre rivista tedesca (che verrà poi esportata, come sappiamo, anche nel nostro paese, oltre che in Spagna, Grecia e Francia) ha visto esibirsi le più importanti realtà Heavy Metal e non solo che il mondo abbia mai avuto. Dalla primissima lineup che vedeva come co-headliner i Blind Guardian ed i Saxon, fino a realtà più particolari come In Extremo e Machine Head, passando per Morgana Lefay, Thin Lizzy, Immortal, Amon Amarth e tanti, tantissimi altri. L'ultima edizione del festival è datata 2012, da quel momento l'evento sponsorizzato dalla rivista, complice probabilmente anche il crescendo sempre più ingente di altrettanti festival soprattutto in Germania, ne ha minato le fondamenta. L'esibizione della band al suddetto festival fu solo una delle decine di tappe previste dal tour per sponsorizzare Watersheed (pubblicato nel 2008) e la raccolta " The Wooden Box" rilasciata pochi mesi prima ( più precisamente il 16 febbreio 2009) che conteneva i primi tre dischi della band: Orchid, Morningrise, My Arms Your Hearse. Il cosiddetto The Wooden Box è, ad oggi, probabilmente l'oggetto della carriera musicale rilasciato dalla band che più fan bramerebbero di avere nella propria collezione; limitato a 1000 sole copie in circolazione in tutto il mondo, questo enorme box di legno contiene, oltre ai tre dischi sopra citati, una grande collezione di materiale promozionale e discografico, il tutto sigillato in una elegante cassa lignea con marchiato a fuoco il logo della band. Ve ne parliamo perché Mikael, da buon collezionista quale egli è, rilascerà una versione simile, ma contenente solo un album, come versione limited (stavolta numerata in 2000 copie) del loro ultimo lavoro, Sorceress. Il 2009 inoltre è anche l'anno in cui ricorre il decennale di un altro album molto amato dai fan della band:  Still Life, tanto che nel 2001, a neanche due anni dalla sua uscita, la Peaceville ne pubblicò un'edizione limitata (mille copie) in doppio vinile. Il 2009 fu un anno denso di impegni per la band, che proprio in quel periodo si stava trasformando: da una parte ,arricchendosi di un nuovo componente , il tastierista Per Wiberg, dall'altra perdendo due dei componenti più amati dai fan: Martin Mendez e soprattutto e la recente quanto dolorosa perdita di Peter Lindgren con il conseguente e difficilissimo inserimento di Frederick Akesson. Esso dunque fu un anno tanto difficile e impegnativo, quanto cruciale con Akerfeldt e i suoi compagni, che in mezzo a mille difficoltà, minacce, impegni di lavoro e problemi personali trovarono un nuovo affiatamento a cui si accompagnò anche un cambiamento nel modo in cui Akerfeldt vedeva la composizione dei brani e il futuro della band. Il tutto poi portò a quel risultato che ormai è sulla bocca di tutti: gli Opeth abbandonano la strada del death e del suo caratteristico canto per imboccare la via del prog più puro, di stampo settantiano, che caratterizza gli ultimi dischi della band.

The Devil's Orchard

Il concerto si apre con The Devil's Orchard (Il Frutteto del Diavolo),  brano camaleontico rilasciato come singolo qualche mese dopo l'esibizione della band al Rock Hard Festival. Basso, chitarra e batteria entrano "in giro" insieme per aprire questa traccia. Il silenzio opethiano arriva quasi subito: infatti il giro di apertura viene interrotto  dal suono di una campana, a cui fa seguito una pausa (o silenzio, se preferite), dopo di che segue un altro giro e poi di nuovo silenzio e infine un ultimo giro prima di entrare finalmente nel vivo della canzone. A questo punto il tema musicale eseguito dai cinque musicisti riprende quello proposto nell'introduzione, come per ricollegarvisi, poi mentre la sezione ritmica continua a ripetersi, la chitarra si velocizza , mentre le tastiere entrano creando un leggero tappeto sonoro su cui gli altri strumenti possono ricamare le proprie melodie. Solo a questo punto inizia anche il canto, rigorosamente pulito, del frontman, che dice di trovarsi su un sentiero di ossidiana, una pietra lavica, che in questo caso viene usata come simbolo dell'inferno. Essa infatti è nera come la pece e non è altro che lava "raffreddata", un simbolo perfetto. Poi ci dà un altro elemento: l'inverno , la stagione fredda per eccellenza , da sempre simbolo della morte. Sul finire di ogni strofa cantata, tempo e ritmo rallentano per poi riprendere velocità e tornare ad eseguire il tema musicale iniziale . Tra la seconda e la terza possiamo ascoltare una lunga parentesi strumentale: la batteria rallenta scandendo un tempo, che non ha niente a che vedere con quelli classici, la chitarra inizialmente appena udibile si fa via via più presente, insieme alla sezione ritmica e a un leggero tappeto di tastiere. Ad essa seguono  poche frasi cantate poi la tastiera di Per Wiberg, ancora presente al momento dell'incisione del disco, ci traghetta verso un deciso viraggio di sonorità: i giri di Mendez assumono un sapore blues, il canto si fa più scandito e ritmato poi cambia di nuovo: Akerfeldt ci racconta del suo viaggio attraverso la perdizione, di come tutti i suoi sensi sembrino obnubilati dal vortice di vizi in cui è caduto, mentre continuava il suo viaggio negando l'esistenza di Dio, sostenuto nelle sue convinzioni dai canti dei diavoli che sostengono che Dio è morto. Egli si sente schiacciato dal peso delle sue colpe, si vergogna, si sente addosso lo sguardo di tutti, come se tutti potessero vedere i peccati che ha commesso. Anzi, egli è convinto che le cose debbano andare proprio così: le colpe , le malefatte, non lasciano segni evidenti sul corpo, ma ti consumano dentro, ti segnano così tanto, che secondo lui chiunque dovrebbe poter vedere le pene che affliggono l'anima del peccatore . In chiusura, ritornano i fraseggi molto simili a quelli che ci hanno accompagnato fin dall'inizio della traccia, che ben presto lasciano spazio a un guitar-solo mozzafiato, che ha il compito di accompagnarci fuori dal " frutteto del diavolo" e che dal vivo è ancora più emozionante.  

Intro

La seconda traccia di questo live album è uno strumentale e va sotto il nome di Intro . Essa è appunto una introduzione al brano che la seguirà. Dura appena un minuto, si apre con la distorsione delle chitarre e dei leggerissimi tocchi sul charleston aperto. Più o meno verso la sua metà , entrano anche la tastiera e il synth: la prima esegue un avvincente susseguirsi di terzine sulle ottave mediane della tastiera, che si alternano a un "cupo" accordo sulle ottave più basse, il secondo fornisce l'atmosfera, ricreano piogge, temporali e all'occorrenza anche flauti. In seguito, il tutto va scemandosi per poi arrestarsi per lasciar spazio a un'altra perla targata Opeth: Heir Apparent. La band è sempre stata più o meno avvezza a certe dinamiche musicali; dai celebri silenzi che anticipano i vari cambiamenti sonori all'interno di un pezzo, a parti come questa, tappeti musicali che fungono da ponte col brano che sta per arrivare. In questo caso particolare, considerando il celebre slot che sta per essere eseguito, gli Opeth ricorrono ad una atmosfera cupa e tossica, quasi da incubo. Le liriche vengono suonate con fare quasi liturgico dai componenti, non un membro proferisce alcuna parola, solo la buia energia degli strumenti fa da tramite col pubblico. Le ottave ed i toni gravi che vengono usati, trascinano l'ascoltatore in un mondo strano, quasi demoniaco e ricolmo di sentimenti contrastanti. Un momento davvero particolare, ed ascoltandolo su disco ci si immagina ovviamente la babele di sensazioni che il vero pubblico di quella data deve aver avuto sentendo queste particolari note. 

Heir Apparent

Heir Apparent (Erede Apparente), viene accolta dal pubblico con urla entusiaste. I suoi toni cupi e l'atmosfera tetra del suo incipit sono una vera gioia per i fan che stentano ad accettare il cambio di passo della band.  La traccia viene aperta dalla batteria che detta un tempo lento, quasi ossessivo, ed aggressivi riff di chitarra, che dopo una manciata di secondi si arrestano per far spazio alla sola tastiera. Infine anche quest'ultima tace ed entriamo nel vivo dell'atmosfera cupa e rabbiosa in pieno stile death che accompagna il growl rabbioso di Mikael. Rabbioso non tanto da un punto di vista esecutivo, quanto dal punto di vista dei contenuti: Heir Apparent infatti è una lirica permeata dalla collera, uno sfogo scritto in un momento in cui il frontman aveva raggiunto il limite di sopportazione. Essa infatti venne scritta dopo il susseguirsi di critiche aspre e minacce di morte da parte di fan un po' troppo "conservatori" ed è proprio a queste persone che si rivolge la lirica di questa traccia. Il frontman usa Heir Apparent per comunicare ai suoi fan, tutti, ma soprattutto a quelli più intransigenti, che nessuna minaccia gli impedirà di fare quello che gli piace e di cambiare direzione se la vita e la musica lo stimoleranno a farlo. Un breve solo di batteria si interpone tra la fine di questa prima parte cantata e la parentesi strumentale che la segue. Lo strumentale è aggressivo e in gran parte simile all'accompagnamento musicale che sosteneva il growl, tutto in questa traccia ricorda la rabbia con cui il suo autore l'ha composta, tuttavia, prima che il growl e la collera del chitarrista svedese riprendano il sopravvento, gli Opeth ci concedono di riprendere fiato con una breve sezione strumentale più calma e caratterizzata dalle sole chitarra e tastiera, solo pochi istanti poi il canto riprende, Akerfeldt parla dei tanti anni passati insieme , inneggiati, idolatrati, e di come poi basti un attimo, un piccolo passo "falso" e tutto sparisce in un battito di ciglia. Lui si rifiuta di ripercorrere le vecchie strade e ,lo ribadisce più volte nel corso del testo, i tempi ormai sono cambiati, quello che è stato non tornerà più. Il passato è passato , è stato un percorso, bello anche se accidentato, che li ha portati dove sono adesso. Inutile continuare a mentirsi, ognuno di noi cambia, grazie alle esperienze, alle nuove conoscenze, anche grazie agli errori commessi, può piacere oppure no, ma è del tutto normale che un uomo di quarant'anni non abbia gli stessi interessi di quando ne aveva diciotto o diciannove. Alcune cose restano immutate, altre si perdono, altre ancora si modificano e poi alcune vengono messe da parte per un periodo di tempo indefinito, come nel caso del growl e delle sonorità death: Mikael non esclude di tornare a utilizzarle un giorno, però in quel momento della sua vita sente di dover sperimentare e spostarsi in altri ambiti e non ha alcuna intenzione di scusarsi per questo. Siamo giunti alla fine, e la chiusura di heir Apparent è affidata a un emozionante ed abbastanza 

Ghost of Perdition

Ghost of Perdition (Fantasma della Perdizione) :  si apre con poche note di chitarra che si sovrappongono a quelle eseguite dalla tastiera. L'apertura strumentale dura giusto qualche manciata di secondi, poi il growl del frontman incomincia a raccontarci la storia del fantasma della perdizione. Di lei, Akerfeldt ci descrive solo i capelli: neri, fini come fili che restano agganciati al cuscino su cui dormiva, anche se la sua testa non vi si poggia da tempo. Lo spirito inquieto un tempo era una madre, una donna che aveva perduto il senno dopo aver ceduto alle tentazioni del demonio. Circa al termine del primo minuto Akerfeldt riprende fiato e lascia il posto a  Martin Mendez che con il suo basso si sbizzarrisce in quello che potrebbe sembrare quasi un assolo, che ricorda vagamente lo stile di Justin Chancellor ( bassista dei Tool).  Il virtuosismo ritmico, quasi in solitaria, di Mendez, accompagnato da Axenrot, viene ben presto affiancato dalla voce del leader, che stavolta canta in pulito, scandendo le parole con una metrica che combacia perfettamente con il ritmo dettato dal bassista. L'autore ci racconta di come il demonio sia riuscito a sfruttare le debolezze della donna, la sua sofferenza per la morte del figlio, rompendo il guscio della sua diffidenza. Egli fa leva sulle sofferenze della donna, riuscendo a convincerla ad abbandonare la sua fede in Dio per seguirlo e diventare sua sposa. In seguito, riprende il growl, seguito nuovamente da una parentesi, stavolta più lunga della precedente, dal sapore "Tooliano". Siamo solo al secondo minuto, ma Ghost of Perdition cambia ancora: dapprima riprende il growl, sostenuto da una struttura musicale di matrice death, poi ritmo e tempo si placano improvvisamente;  la sezione strumentale si fa più "lieve", resta sullo sfondo perché il canto pulito e melanconico di Akerfeldt sta raccontando una parte importante, che ha bisogno della massima attenzione del pubblico: Il fantasma della perdizione è il fantasma di una madre afflitta, in lei alberga il seme della perdizione. Il dolore della donna è talmente forte da renderla una facile preda delle tentazioni e quando il diavolo le sussurra, giorno dopo giorno, con voce  suadente a: "Devi vivere, prima di morire giovane" , ella non ha la forza di resistere e cede. Cede perché forse è più facile che affrontare il dolore o forse perché il diavolo sa su cosa fare leva. In ogni caso, la donna devota a Dio perde la fede e con essa anche la ragione Man mano che il canto si trasforma in vocalizzi, le chitarre diventano più presenti, prima acustiche poi una diviene elettrica, esegue un breve assolo in tonalità minori traghettandoci verso l'ennesima variazione. La batteria torna a farsi sentire, il ritmo diviene quasi una marcia e la voce ancora una volta si adegua, ma non è ancora finita, c'è ancora tempo per una veloce incursione nel thrash-death, con break-drum e chitarre distorte e poi ancora un guitar-solo e ancora stravolgimenti strumentali, per una canzone in continuo divenire. Il frontman chiude il testo di Ghost of Perdition con un'ultima immagine: il diario della donna, una testimonianza scritta della sua follia o forse della lucidità. Le pagine di questo diario sono piene di domande, che si ripetono foglio dopo foglio, rivelando la perdita di fede e la ricerca disperata di un senso, un motivo che giustifichi l'immane tragedia che la donna ha vissuto:  " perché noi abbiamo veramente bisogno di vivere? Decidere cos'è giusto/chiaro e cosa è accompagnato da confusione? Cosa scegli di prendere e cosa dare". Domande e frasi apparentemente deliranti, ma che nascondono un pensiero lucido, sebbene ossessivo: alle azioni corrispondono delle conseguenze, ma in fondo perché siamo qui? Chi l'ha deciso? Chi ha scelto di venire al mondo e sottoporsi a tutti dolori, le delusioni, le piccole o grandi tragedie a cui la vita inevitabilmente lo sottoporrà? 

The Leper affinity

Ecco che poi arriva la potente e inquietante ,The Leper affinity (L'Affinità Lebbrosa) . I suoi effetti dapprima sommessi poi sempre più forti, raggiungono il loro acme  pochi secondi prima che le chitarre inizino a tracciare le loro linee aggressive, sostenute dai colpi decisi del rullante di Axenrot per  spalancare le porte del vero e proprio brano.  Un precisissimo uso del doppio pedale sostiene il canto, rigorosamente in growl anche se con timbriche vagamente più delicate rispetto al passato. Il vocalist narra la storia in prima persona, assumendo la parte del parco, il Blackwater Park, che si auto descrive. Esso è una allegoria dell'odio, si rivolge al suo interlocutore quasi come se fosse la personificazione del diavolo intento a far cadere in tentazione la vittima predestinata. Il ritmo del brano  decresce per qualche secondo per poi tornare a correre su riff di chitarre distorte e tonalità acute, quasi stridule, come a far da controcanto al growl. Il parco riprende a parlare, vuole far cadere il suo interlocutore nel vortice di peccato che lo compone, ma non fa nessuna proposta allettante. Blackwater Park si presenta all'ascoltatore per quello che è: un incubatore di odio, un modo come un altro per autodistruggersi da dentro, facendosi lentamente consumare e tentare dagli istinti più bassi. Esso è l'inferno sotto forma di parco, non ci sono colori, né tiepide giornate primaverili, ma solo un inverno perpetuo che si autoalimenta man mano che i sogni si infrangono e le delusioni aumentano, creando terreno fertile per la nascita dell'odio più cieco. Siamo giunti alle prime variazioni, sia  strumentali che  vocali: Il tempo rallenta, quasi si ferma, il canto diventa pulito, le corse folli delle chitarre si placano trasformandosi in delicati arpeggi, ma è solo un momento. Il brano riprende la velocità di crociera, poi si arresta di nuovo lasciando spazio a un solo di pianoforte pacato, dalle sfumature melanconiche che ci traghetta verso quelle pause all'interno ai brani che ormai sappiamo bene essere una caratteristica di questo gruppo. Un silenzio breve, che copre giusto il tempo di un respiro profondo e via che si riparte con le atmosfere death e il growl, direzione la prossima variazione: il canto si fa melodico, il controcanto quasi corale, l'espressione strumentale più delicata , fino a scomparire piano piano per lasciar posto a un nuovo brano e alle urla dei fan in deliro.  Uno dei momenti più particolari della discografia opethiana; l'affinità lebbrosa è una inquietante e melanconica ballad quasi, intrisa di rabbia e rancore verso i sogni infranti, verso il male che circonda ed avvampa il mondo con la sua spirale buia e piena di sentimenti oscuri. Un momento in cui la band si è data in tutto e per tutto, partorendo quel capolavoro che va sotto il nome di Blackwater Park; riproporla live fa sempre un certo effetto al pubblico, soprattutto ai fan storici, che la aspettano a gran gloria ogni volta che il primo accordo viene suonato. Ed il buon Mikael certo non perde occasione per iniettargli questa sonora e violenta dose di cattiveria in sfumature Prog e controtempi di vario tipo. Ogni blocco è macchiato del sangue maligno che traspare in momenti canonici del disco, ogni nota viene spremuta fino in fondo per saggiare al massimo la grande capacità del gruppo di virare verso le sonorità più complesse mai sentite, fungendo da trasmittente eterea ed oscura col mondo che li circonda. 

Hessian Peel

Altro giro, altra corsa: il concerto cambia completamente volto mentre nell'aria risuona l'intro progressive di Hessian Peel (Sacco di Iuta) .  Il brano più lungo di Watersheed viene aperto dal tappeto sonoro dato dalla tastiera, su cui si inseriscono prima gli arpeggi, poi brevi sezioni di chitarra elettrica e infine strumenti a fiato. Questi ultimi sono ricreati grazie all'uso del synth. Tutto questo ci conduce verso la particolarità più macroscopica di questo brano: Mikael omaggia i Led Zeppelin anche dal vivo, con l'uso della parte registrata, quella che nello studio album risulta incomprensibile perché non è altro che una registrazione al contrario della frase " out of the court yard, came back to life, my sweet Satan, I see you" ovvero la stessa frase che alcuni dicevano di aver sentito ascoltando il vinile di Led Zeppelin IV al contrario. Ad ogni modo dopo questo " omaggio" ai Led Zeppelin , la canzone inizia a fare il suo corso grazie a un breve guitar-solo che ci traghetta verso la parte cantata. Il testo è dedicato alla ex del frontman, morta qualche mese prima dell'uscita di Watersheed. Akerfeldt ammette chiaramente di aver abbandonato a se stessa la donna, ma non è stato l'unico. La ragazza era rimasta completamente sola,  persino gli amici l'avevano abbandonata nel momento in cui era più fragile. Si continua così, alternando parentesi strumentali e parti cantate fino a circa metà canzone, poi batteria e chitarra si fanno più veloci e più forti in un crescendo musicale che si esaurisce in una pausa quasi impercettibile, che ben presto viene ripresa dalla chitarra e poi dalla tastiera , che ne diviene la protagonista assoluta per una manciata di secondi.  La morte della donna è vissuta da Akerfeldt come un monito per sé e per tutti quelli che l'hanno conosciuta. Il senso di colpa derivato dal non aver più avuto tempo per ascoltarla e confortarla è forte, ma ancora più forte di questo è la sensazione, anzi quasi la certezza che questo tragico evento sia la prova lampante della fragilità della vita, la depressione, le malattie mentali che l'hanno portata a sentire voci che non esistevano e infine a suicidarsi, possono colpire chiunque, quando meno se lo aspetta. Ecco quindi che dalla morte della ex, Akerfeldt in un cerro senso "rinasce", egli è più determinato che mai a  fare quello che desidera, senza farsi abbattere dalle critiche e dagli ostacoli, finché ne ha la possibilità. L'immagine di lei è come un fantasma che gli sussurra all'orecchio " Non aspettare, non fare come me. Muoviti, fai quello che devi finché puoi". Precisa come un orologio, arriva la prima vera  grossa variazione del tema musicale e non solo: le oscure atmosfere death si fanno strada, insieme al growl e a un breve break-time, per dare luogo a un piccolo tuffo nel passato della band, che però non fa altro che sottolineare i cambiamenti che stanno avvenendo. Infatti, ciò che segue è qualcosa di nuovo, sconvolgente e indigesto per i fan più conservatori : è puro ed emozionante progressive. Stili , ritmi e strumenti diversi tra loro si intrecciano tra loro, omaggiando i grandi nomi del prog-rock settantiano.  Siamo ancora in Watersheed, quindi qualche piccola parentesi  death c'è ancora:  Axenrot si sbizzarrisce scandendo tempi che hanno ben poco a che vedere con quelli canonici del metal, infine tutto tace e resta solo la tastiera/synth a condurci verso il termine della canzone con le sue note che ricordano vagamente l'intro di Who are you?  

Deliverance

Deliverance (Liberazione) arriva in tutto il suo splendore, forte e  decisa come nel disco, con gli effetti delle chitarre e Lopez che picchia duro su doppia cassa e rullante. Il suo è un intro in pieno stile death che dura una manciata di secondi prima che all' "orchestra" si unisca il growl del frontman. Egli  inizia il suo racconto parlando del senso di smarrimento che prova il protagonista alla brutta notizia che ha appena ricevuto e che lo colpisce come un fulmine a ciel sereno. Una di quelle morti improvvise, apparentemente prive di senso; non si è mai pronti per un evento del genere, tanto più che si accompagna alla consapevolezza di un altro lutto imminente quella del nonno malato di cancro, ma quest'ultima, forse, è più accettabile, se non altro dà il tempo di prepararsi psicologicamente. Non abbiamo neanche il  tempo di abituarsi a questo inizio deciso che già troviamo la prima variazione a 360 gradi: il ritmo sostenuto si placa di colpo, le chitarre aggressive si fanno più melodiche e sommesse, la voce diviene pulita, in lontananza si sente solo un sommesso charleston e qualche colpo di cassa. Il canto è lamentoso, come il lamento dell'anima del cantante, dilaniato dal senso di colpa per essersene andato convinto che al suo ritorno avrebbe trovato tutto ciò che aveva lasciato. Egli cerca la redenzione nella musica, nel dedicare ogni traccia di questo album all'anziana donna che ha lasciato da sola ad occuparsi del marito malato, ma è fin troppo consapevole che questo non sarà sufficiente a farlo star meglio né tanto meno a redimerlo. In seguito,  la batteria e le chitarre si fanno più aggressive per poi placarsi nuovamente per accompagnare il canto pulito e quasi sussurrato. Siamo appena al terzo minuto, ma Deliverance cambia ancora per riprendere il tema iniziale incluso il growl e lo fa grazie alle chitarre e alla batteria che riprendono nuovamente la loro cattiveria con riff che potrebbero tranquillamente stare in un disco thrash prima di riassestarsi sulle linee death d'inizio canzone. Solo poche frasi in growl e poi c'è di nuovo spazio per un solo di chitarra dal sapore arabeggiante che come un'onda ci portano di nuovo verso lo scoglio growl per poi concederci un attimo di tregua con il caldo pulito, poi ancora la tempesta e di nuovo una breve calma in un continuo ondeggiare tra cattiveria death e melodiche carezze vocali. Una deriva dei sensi che ci porta verso una nuova variazione tematica, segnalata da un silenzio brevissimo prima che il ritmo cambi nuovamente e la sezione ritmica ci guidi verso un groove incalzante, un canto scandito intervallato da lunghe pause tra una parola e l'altra , sottolineato dalla doppia cassa e seguito a ruota da un guitar solo che risente dell'influenza della recente scoperta delle melodie arabiche da parte del suo compositore. Il ricordo di lei è un "tuono penetrante" un suono che lacera qualsiasi protezione in chi egli cerchi di rifugiarsi. Lei diviene angelo, mentre lui si sente un demone, annegando nel suo stesso dolore cerca la salvezza , ma più lotta e più vede allontanarsi l'agognata redenzione Un solo emozionante, parentesi idilliaca di questa barca che viene sballottata ovunque. Non è ancora finita, è nuovamente tempo di cambiare e lo si fa con Lopez e la sua batteria, protagonista di un solo di percussioni incalzante, accompagnate in sottofondo dalle linee arabiche delle sei corde per un risultato sonoro affascinate e quasi inquietante allo stesso tempo che ci accompagna fino alla fine di questo piccolo capolavoro opethiano, a cui è affidata anche la chiusura del concerto sul suolo tedesco.

Conclusioni

The Devil's orchard - Live At Rock Hard Festival 2009 ancora una volta ci ricorda la bravura di Akerfeldt e compari, che anche dal vivo eseguono alla perfezione i loro brani, senza sbavature  e senza alcun tipo di variazione rispetto alla versione studio. Il suono è pulito, le strutture identiche in ogni loro parte. I cinque non sono certo degli intrattenitori, nel corso della loro esibizione spendono solo poche parole per annunciare alcuni dei brani che intendono suonare. La musica parla per loro, da sempre essa è il veicolo attraverso il quale il frontman svedese esprime il suo messaggio. Nella loro discografia, anche i testi, per quanto possano essere lunghi e complessi, non sono mai i veri protagonisti, bensì una cornice. A volte le liriche sono un mezzo per far arrivare il concetto, il pensiero che ha ispirato e dato vita a quella traccia, altre sono solo una mera comparsa , come una piccola barca in mezzo all'oceano ed è questo che a nostro avviso rende così magica l'avventura degli Opeth. Akerfeldt ha la rara capacità di comporre e suonare parti strumentali che parlano da sole, così dense di emozioni, così sentite, che a volte anche quelle poche parole che le accompagnano sono quasi un disturbo, altre volte sono invece essenziali per terminare il viaggio mentale in cui la musica ha trascinato l'ascoltatore. Questo live rappresenta semplicemente l'ennesimo tassello di una carriera costellata di successi; siamo partititi dalle fredde atmosfere di Orchid, con quella rabbia giovanile che li contraddistingueva all'epoca, specialmente il loro mastermind. Abbiamo traversato le epoche ed i generi, abbiamo visto la nascita di nuovi stili e la morte di altrettanti; abbiamo valicato i confini del parco delle acque nere, ci siamo confrontati con i fantasmi del passato e quelli del presente, abbiamo vissuto sulla nostra pelle la stilettata infame della perdita di una persona a noi vicina. E poi abbiamo visto il cambiamento, lo spartiacque che ha portato questa geniale formazione a virare quasi completamente il loro sound, abbandonando i momenti del Death per approdare fieri e coraggiosi sui lidi Prog, nei quali in realtà sono sempre stati, ma contaminati dalle tossiche e devastanti partiture della musica estrema. Il cambiamento, si sa, porta sempre a delle perdite. Nel caso specifico di questa band, il cambiamento ha portato una buona parte dei fan, forse quelli che non li avevano mai capiti fino in fondo, ad allontanarsi dal gruppo stesso, bollandoli come falliti addirittura. Ad ogni modo, gli Opeth sono ancora qua, ed ogni volta che salgono su di un palco, donano a tutti una sana e robusta dose di stile, musicale, compositivo e di presenza scenica, il tutto senza alcun tipo di orpello se non quelli contenuti nelle canzoni stesse.  Queste sensazioni sono tanto più forti dal vivo, quando la musica sgorga fuori dagli amplificatori a volumi eccezionali, mentre guardi, ascolti, contempli quasi in estasi la band che davanti ai tuoi occhi ricrea , in ogni minimo dettaglio, la tua traccia preferita, con una scioltezza e una precisione che non crederesti possibile durante un concerto dal vivo. Lo stile degli Opeth è sempre lo stesso: un palco spoglio, un maxi schermo, che campeggia dietro i musicisti, riportando il nome della band e all'occorrenza le copertine degli album da cui sono state estratte le varie tracce. Loro come sempre indossano solo una maglia nera e dei normalissimi pantaloni. Insomma , ancora una volta la band fa di tutto perché l'attenzione sia esclusivamente rivolta alla musica e alla loro performance sul palco. La copertina di questo disco è semplice ed evocativa: dall'oscurità emerge solo la figura in controluce di Akerfeldt che suona la chitarra sul palco. Di fronte a lui,si intravedono le figure di qualche fan . Oltre a questo scatto fotografico, nell'artwork campeggiano in alto il nome della band in marrone chiaro, in basso il titolo del live album in bianco. In conclusione , sebbene non figuri tra i live album ufficiali, anche questo è un altro piccolo tassello della discografia opethiana da ascoltare ed eventualmente possedere .

1)
2) The Devil's Orchard
3) Intro
4) Heir Apparent
5) Ghost of Perdition
6) The Leper affinity
7) Hessian Peel
8) Deliverance
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