OPETH

Still Life

1999 - Peaceville Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
02/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Siamo arrivati al 1999 e al quarto disco di casa Opeth: Still Life. Incredibilmente, nonostante anche il terzo disco sia stato acclamato da pubblico e critica, la carriera del quartetto fatica a decollare. Poco dopo la pubblicazione di My Arms, Your Hearse Mikael Åkerfeldt lascia la casa dei genitori e si trasferisce nell'appartamento di Jonas Renkse (Katatonia), da questa convivenza nascono diversi brani e un progetto parallelo (grazie anche al sostegno e al coinvolgimento di Dan Swanö), che ha il solo scopo di consentire ai due musicisti di divertirsi e incanalare le proprie energie creative al di fuori dei rispettivi gruppi principali, peraltro accomunati non solo dall'amicizia tra i due leader ma anche dall'essere orfani di un'etichetta discografica. Åkerfeldt si fa carico di tutto quello che concerne il suo gruppo: è lui che scrive tutto il materiale ( stavolta senza l'aiuto di Lindergreen e Lopez, entrambi oberati di impegni tra esami universitari e il lavoro part- time ) che confluirà nel nuovo disco, ed è sempre lui a tenere i contatti con le varie etichette discografiche europee e con i vari giornalisti. Parlando di etichette anche la Candlelight Records fa marcia indietro e cerca di riavvicinarsi ai pupilli dell'ex proprietario e fondatore, tuttavia la magia si è rotta: dopo varie trattative gli Opeth decidono di rivolgersi a qualcun'altra. Mikael passa mesi a barcamenarsi tra telefonate, incontri e proposte di contratti con offerte così basse da esser quasi imbarazzanti: la Nuclear Blast è indifferente, la Century Media si dimentica di loro dopo un paio di telefonate.Gli Opeth non sono né mai saranno facilmente commerciabili e questo influisce sulle offerte che le etichette, siano esse major o minori e indipendenti. Alla fine la scelta è tra due etichette inglesi: la Earache di Nottingham e la Peaceville di Paul Hammy Halmshaw situata nello Yorkshire, ed è proprio quest'ultima a vincere la diffidenza del leader svedese, convincendolo a firmare nonostante il numero esiguo di artisti annoverati nella "scuderia" dell'ex punk- crust Hammy. Il discografico non perde tempo e acquista due biglietti aerei per consentire a Mikael e Jonas Renkse di raggiungerlo nella sua tenuta nello Yorkshire. Il viaggio si rivela più produttivo del previsto: il leader svedese non solo firma il contratto e si rilassa per cinque giorni a spese dell'etichetta, ma con sua grande meraviglia trova nel discografico e nella Co-manager nonché moglie di Halmshaw due persone con cui fin dal primo momento si trova in perfetta sintonia. Tuttavia la notizia migliore arriva quando visita gli Academy Studios: qui incontra i My Dying Bride(band doom/gothic metal britannica, attiva dal 1990.  Per chi non se li ricordasse, i loro più grandi successi sono rappresentati da "For My Fallen Angel, My wine in Silence e Cry of ManKind) che in quel momento stanno registrando il loro nuovo disco. Aaron Stainthorpe, leader della doomband britannica, non si lascia sfuggire l'occasione: dopo aver fatto i complimenti ad Åkerfeldt per aver firmato con la Peaceville e per l'ottimo lavoro svolto fino a quel momento prende in contropiede il chitarrista svedese chiedendogli di accompagnare la sua band nell'imminente tour europeo. Åkerfeldt non potrebbe essere più felice, oltre ogni sua più rosea previsione ha scoperto un tesoro nella piccola e ancora poco conosciuta etichetta ubicata in Latimer Road ( per chi ama le curiosità, questo potrebbe apparire quasi un segno del destino, considerando che la via porta lo stesso nome del leader dei Camel, una delle band più amate dal musicista svedese e la cui influenza è riscontrabile anche in Still Life) e stretta collaboratrice della Music For Nations, ovvero è una stretta alleata di una delle etichette minori che forma i numerosi tentacoli della major Sony con le ovvie conseguenze che ne derivano: organizzazione impeccabile, maggiori, anzi quasi scontate, possibilità di portare finalmente la propria musica on the road per un vero e proprio tour e ultimo, ma non per importanza, maggiore disponibilità finanziaria con la conseguente possibilità di lavorare meglio, più a lungo e con strumentazione migliore ai prossimi album. La prima settimana del gennaio 1999 Akerfeldt lascia l'appartamento dell'amico Jonas e si trasferisce in un monolocale ad Aspuden, una vera manna per la sua fibrillante vena creativa: nessuna distrazione, solo lui e il suo strumento; quello che emerge dalla tanto agoniata quanto congeniale solitudine lo esalta a tal punto che decide di prenotare gli studi Fredman, poco importa se la Peaceville ha progettato di produrre e pubblicare il nuovo disco nel 2000, il materiale c'è, perché aspettare? Tuttavia il 1999 è appena iniziato, e porta con sé tante novità per il frontman svedese; una di queste gli viene comunicata con una telefonata dall'amico ed ex produttore Dan Swanö: la Century Media è interessata a produrre i frutti del progetto denso di nostalgia ,nato sotto i fumi dell'alcool e inciso a casa di Swanö sul finire del 1998. Mikael è perplesso, ma il pagamento in moneta sonante scaccia tutti i dubbi e in men che non si dica il trio Akefeldt -Renkse- Swano (ovvero i Bloodbath) parte alla volta di Skane, nel sud della Svezia, per incidere l'EP. Lì vengono accoldi da una magnifica luna splendente in un cielo rosso sangue, quale miglior scenario per ispirare il genio creativo di un artista? Infatti, è proprio qui, in queste notti surreali, che il leader degli Opeth scrive i testi di Still Life ( la cui copertina, guarda caso, è anch'essa rosso-sangue). I guai per gli Opeth arrivano sempre a pochi giorni dalla data fissata per entrare in studio: i Fredman sono inutilizzabili causa ristrutturazione, quindi le registrazioni slittano di quasi un mese. Il problema però viene risolto da Fredrik Nordstrom, che li dirotta ai Nacksvig Studios ( già utilizzati dai quattro due anni prima per incidere le parti acustiche di My Arms, Your Hearse). L'asse svedese-uruguaiano entra in studio carico di tensione, soprattutto quella del leader che adesso avverte il pesante fardello dettato dall'aver composto tutto da solo, aver potuto provare solo due volte con la band al completo, ma con le tracce ancora da terminare e definire; oltretutto maggio era alle porte e con tutto il lavoro che c'è dietro la pubblicazione di un disco questo significava che se il materiale non fosse stato all'altezza delle aspettative rischiavano la debacle, soprattutto quella economica, il tutto senza contare che Mendez era ancora poco più di un estraneo taciturno e riservato con una scarsissima conoscenza dello svedese. Nonostante le preoccupazioni del frontman, tutto fila liscio, sono tutti soddisfatti e hanno ragione da vendere. Still Life  è il frutto di un Akerfeldt galvanizzato ed entusiasta del suo primo concept album e dei numerosi confronti con altri artisti che il suo creatore ha avuto tra il 1998 e il 1999; stavolta il protagonista non è un fantasma, ma un uomo di fede, presumibilmente un prete, che dopo essersi posto domande, "scomode e inappropriate" per un fedele cristiano, sulla sua esistenza abbandona le sue convinzioni religione e per questo viene allontanato dal suo villaggio e conseguente è costretto a dire addio a Melinda. Questa, in sintesi, la premessa alla base dei testi che danno voce alle canzoni di questa quarta fatica. Riguardo al titolo assegnato al disco Akerfeldt dichiarò " Non posso sostenere, nella maniera più categorica, di non esser stato influenzato dalla omonima canzone appartenente agli Iron Maiden. La loro "Still Life" è quasi un'ossessione che rimbomba nella mia testa da decenni, risuona in me costantemente! Stavolta non è come le altre, nella quale mi sforzavo di uscirmene con un titolo particolare, originale, che nessuno aveva mai ideato prima. Cosa posso aggiungere? Ci siamo aggregati alla carovana dei senza fantasia".

Still Life si articola in sette brani, il primo dei quali è  The Moor che, con i suoi 11 minuti, è il pezzo più lungo del disco. I primi minuti di questo brano sono affidati alle chitarre, ognuna delle quali esegue compiti diversi. Infatti, una si dipana in un lamentoso, quanto ipnotico vibrato, mentre l'altra risponde con cupi accordi su scale blues, accompagnandoci verso un brevissimo silenzio, ben presto interrotto dagli arpeggi alla chitarra acustica; ed ecco che siamo arrivati alla terza variazione tematica: gli arpeggi vengono "zittiti" dal deciso e potente ingresso della batteria e della sezione ritmica, i bpm aumentano, in men che non si dica trasportandoci verso il growl sempre più maturo e potente di Akerfeldt che segna l'inizio del cantato. Cori di voci pulite fanno da ponte tra il cantato growl e un breve solo di chitarra con influenze jazz, e poi ci troviamo di fronte all'ennesima trasformazione: il tempo si arresta improvvisamente, solo una chitarra e i suoi accordi riempiono l'improvviso silenzio, che peraltro dura poco, si ha ancora una parentesi death che scema progressivamente verso i cori puliti, per poi perdersi ancora una volta in una parte strumentale le cui protagoniste assolute sono le chitarre, a cui fa seguito il canto pulito (peraltro decisamente migliorato rispetto ai precedenti album) di Mikael, sostenuto solo da pochi accordi della chitarra acustica e dai giri di basso. La canzone sta volgendo al termine, resta solo un brevissimo guitar solo, che sa quasi di finale salvo poi esser ripreso da arpeggi che decrescono di intensità e di volume man mano che passano i secondi. Tutto fa pensare che The Moor sia finita e invece no, manca ancora poco meno di un minuto e gli Opeth decidono di regalarci ancora una manciata di secondi di buon death metal prima di lasciare che le ultime note di chitarra acustica facciano calare il sipario. The Moor (letteralmente "la landa"), ci racconta il ritorno del protagonista al villaggio da cui è stato esiliato 15 anni prima, lo stesso dove abita ancora Melinda, l'unica che non gli ha voltato le spalle, nonché l'unico vero motivo per cui egli intraprende il lungo viaggio attraverso questo luogo. Lo stesso protagonista ci racconta la sua avventura: è una mattina d'estate, ma la landa è ancora avvolta da una fitta nebbia; un passo dopo l'altro l'esiliato fa ritorno al suo villaggio ricordando le infamie con cui l'intera comunità, ad eccezione dell'amata Melinda, l'ha allontanato dall'amore e dal luogo natio. L'uomo richiama alla memoria la cattiveria della sua gente, il disprezzo misto a paura che dimorava negli occhi dei suoi concittadini quando scoprirono che aveva perso la fede. A distanza di 15 anni il protagonista è ancora amareggiato, il suo cuore è carico d'odio l'unico pensiero positivo è rivolto a Melinda, la quale ci viene descritta come "goccia d'acqua sul fuoco", una forza benefica, una luce  in una notte troppo scura, ma ancora troppo debole per allontanare tutte le ombre che avvolgono il cuore indurito dell'esiliato. Si prosegue con Godhead's Lament, la cui musica ha ben poco di lamentoso. Questo pezzo incomincia in pieno stile death: breve intro musicale e cantato growl. Le chitarre si alternano su linee diverse, creando un contrasto di tonalità a suo modo coerente con il testo, in particolare una si esprime su accordi maggiori, cozzando così, attraverso le sue note vivaci, con le tonalità cupe della restante parte strumentale. Intorno al terzo minuto ci imbattiamo in una delle caratteristiche fondamentali della musica opethiana: abbiamo infatti una parentesi strumentale che fa da ponte tra una strofa e l'altra, in cui il tema musicale si trasforma; tuttavia non è un cambiamento fine a se stesso, serve infatti ad anticipare la variazione del cantato. Quest'ultimo riprende in pulito ripercorrendo le linee melodiche tracciate poco prima dalle chitarre, mentre queste ultime variano nuovamente. In altre parole è una canzone in continuo divenire, come un mare mosso le cui onde si auto alimentano in una concatenazione continua. Dicevamo che il canto pulito ripercorre le orme della chitarre, queste ultime invece rallentano ancora, una accompagna la voce con brevi e sommessi arpeggi, l'altra invece mantiene linee vivaci e in una certo senso indipendenti dal resto. Terminate le parti pulite viaggiamo ancora in un crescendo strumentale che ci riporta la ripresa del canto growl, seguito quasi a ruota da un solo di basso accompagnato da pochi e sommessi tocchi della batteria. Nuova parentesi death che sfocia in canti corali a cui la chitarra fa da controcanto, prima del "ritornello" eseguito in pulito melodico, che si trasforma in urlo growl come a voler chiudere la canzone in un cerchio quasi completo. Godhead's lament è anch'essa narrata in prima persona: il suo testo è dato dall'intrecciarsi della riflessione della divinità offesa dal tradimento dell'uomo di fede e dalle riflessioni di quest'ultimo. Dio riflette sulla decisione del "peccatore" di abbandonare la fede in Lui , ma anche sulla sua discesa nel mondo degli uomini e la conseguente sua dipartita , indizi che ci portano a pensare che il dio in questione sia quello cristiano. L'ex prete invece riflette sulla chiusura mentale e la fede cieca delle persone che l'hanno condannato all'esilio, persone che non hanno mai voluto o potuto porsi le domande scomode che lui invece si era posto, ma anzi, ne erano terrorizzate a tal punto da tacciarlo di essere un adoratore del demonio. Un tema scottante , sul quale si potrebbe discutere all'infinito senza venirne a capo, tema che Akerfeldt tratta con incredibile tatto, senza cadere nella tentazione di dare una propria risposta. Il testo serve solo a dar voce ai dubbi di molti e a far riflettere, come quasi i suoi testi, che essendo in gran parte allegorici lasciano ampio margine alle libere riflessioni di ciascuno di noi. La terza traccia del disco è rappresentata da  Benighted. Cinque minuti tondi tondi per questa splendida "ballad" lenta e sinuosa tanto nelle linee di chitarra quanto in quelle vocali, quasi sussurrate. Benighted è un brano acustico, in gran parte affidato alle sole chitarre, soprattutto per quanto riguarda la prima parte. Infatti, potremmo suddividere questo brano in atti, un po' come se fosse un'opera teatrale: il primo atto vede le chitarre acustiche come protagoniste, attraverso arpeggi su accordi minori che ci anticipano quello che la voce renderà esplicito. Entriamo poi nel vivo con l'ingresso della voce e l'inizio del "secondo atto": il cantato è pulito, quasi un sussurro, la sezione ritmica e la batteria fanno il loro ingresso scandendo un ritmo di una manciata di bpm; tutto questo mentre una chitarra continua ad eseguire il tema iniziale, e l'altra inizia a variarlo, avviandosi verso le linee melodiche che poi si trasformeranno nel solo che collega questa alla terza e ultima parte di Benighted. La parte finale si esplica nella commistione tra la prima e la seconda parte: stessi accordi, stesse parole sussurrate, ma spostate di un tono e senza rinunciare alla sezione ritmica, poi, come nella migliore delle orchestre, tutto scema in perfetta sincronia verso la fine del brano. Benighted è una dichiarazione d'amore in piena regola, la proposta di un uomo che ha attraversato l'insidiosa landa solo per rivedere la donna amata e chiederle di  fuggire con lui. Essa  narra l'incontro segreto tra i due amanti, la vista degli occhi di lei rinfrancano l'animo di lui, riempiendolo di una gioia fugace, che ben presto si tramuta in sconcerto quando il protagonista si rende conto che Melinda non è felice come lui immaginava, anzi, l'espressione che vede nei suoi occhi lo confonde: lei appare spaventata, Smarrita ( traduzione letterale del titolo), come chi vede un fantasma che credeva sepolto per sempre nel passato. Lo smarrimento di lei provoca lo stesso sentimento nell'uomo di fede, che non riesce a spiegarsi né la reazione della donna, né la sua reticenza a rispondere alle sue domande. In buona sostanza il testo di questo brano descrive quella spiacevole sensazione che probabilmente ciascuno di noi ha provato almeno una volta nella vita: quel senso di smarrimento che una persona prova quando le proprie certezze( siano esse relative ai sentimenti di una persona, come in questo caso, o riguardanti cose più personali come le proprie ambizioni) si infrangono di fronte alla realtà dei fatti. Scopriremo più avanti il motivo della sconcertante reazione della donna, ma intanto proseguiamo nell'ascolto e troviamo Moonlapse Vertigo: l'intro della quarta traccia è potente e diretto da una solida sezione ritmica priva di vezzi, e nettamente in contrasto con le linee brillanti delle chitarre che viaggiano veloci su fraseggi maggiori,fluttuando nel tempo scandito da Lopez; prima ancora che questa introduzione sia terminata però, si può già avvertire la prima variazione di una delle due chitarre, che ci conduce al break time e alla terza variazione, quella che ci porta alla partae cantata. Il canto si alterna velocemente tra pulito e growl, a distanziare le due tecniche tra loro ci pensano i giri di basso che emergono in questi frangenti, mettendo " in ombra" il restante accompagnamento musicale. Gli Opeth non ci consentono di annoiarci: circa a metà di Moonlapse troviamo ben due variazioni in meno di un minuto, e a traghettarci verso queste variazioni è proprio Mendez con la sua sezione ritmica precisa e pulita. Il tempo rallenta e le chitarre si alternano in un breve solo, per poi catapultarci in un nuovo crescendo musicale e in un nuovo tema, che ci riporta al cantato growl e poi ancora una nuova variazione interamente strumentale che sfocia in un canto corale pulito, quasi una voce lontana che man mano si fa più vicina e netta, per lasciar di nuovo spazio alla sola musica, protagonista assoluta come sempre dei dischi pubblicati dal quartetto. Titolo piuttosto evocativo e oltremodo appropriato al quarto capitolo di questa storia: La vertigine della Luna che cade, basterebbe questo a far intuire la reazione dell'ex uomo di fede alla notizia che Melinda gli dà. La donna, durante il suo esilio, è stata obbligata a sposare un altro uomo, ecco spiegato il motivo del smarrimento nei suoi occhi alla vista dell'uomo amato. Melinda è infelice, ma saperlo lontano e al sicuro l'aveva aiutata a sopportare quella situazione, ma adesso lui è lì, davanti a lei, come continuare a fingere di fronte al suo vero amore? La notizia ovviamente sconvolge l'uomo, che si sente tremare la terra sotto i piedi: ha affrontato quel viaggio per lei, e la sua scelta si è ritorta contro la sua amata, non sa cosa fare, dentro di sé sente crescere ancora di più l'odio per quelle persone che una volta aveva considerato come la sua comunità. Sopraffatto dalle emozioni contrastanti che si agitano dentro di lui, si allontana sperando che questo la "salvi" dal suo malessere, ma dentro di sé sa già che ogni speranza è vana, il solo vederlo ha spezzato il fragile equilibrio di Melinda.  Andiamo avanti ed ecco che finalmente arriva la protagonista decantata da questo secondo concept album: Melinda. Il compito di presentarci la musa che ci accompagna dall'inizio di Still Life spetta alla quinta traccia: Face Of Melinda,appunto. Questo brano è caratterizzato per la prima metà da un ritmo estremamente lento e linee melodiche della chitarra, che stavolta  viaggiano su tonalità minori in modo tale da trasmettere ancora più fortemente una sensazione di nostalgica malinconia, rinforzata ulteriormente dal canto pulito di Akerfeldt. Poche note relativamente veloci delle due chitarre eseguite in tratti specifici del cantato, sembrano voler sottolineare l'importanza delle parole pronunciate in quel preciso momento. Il passaggio tra questa parte carica di malinconia e la successiva , ben più brillante dal punto di vista del groove, è segnalato da una parte strumentale a carico della "sei corde"; una di esse si esibisce con pochi accordi slegati tra loro, quasi come se a suonare fosse un allievo alle prime armi che si esercita a passare da un accordo all'altro, l'altra invece la accompagna con una melodia semplice e lineare, scevra da troppi tecnicismi. Nonostante quello che se ne potrebbe pensare leggendo quanto è stato appena scritto, questa parentesi "studentesca" funziona perfettamente all'interno del brano e ,come sempre accade quando si parla dei nostri svedesi, fa da link per la successiva variazione tematica e la ripresa del cantato. Il titolo non ha bisogno di traduzioni, la lirica è totalmente incentrata sul viso e sugli occhi di Melinda. Ella ha già preso la sua decisione, ma l'ex uomo di fede non lo sa. La donna ci viene descritta come una fanciulla con capelli scuri ed occhi ormai oscurati dalla tristezza, incapaci di provare gioia. Il suo viso è segnato dalle sofferenze, dalla tristezza e dalla continua necessità di fingere un amore che non prova verso il marito. Il nostro protagonista non ha perso la speranza, cerca di convincerla a fuggire con lui, le dice che qualsiasi fossero le sue colpe il tormento con cui aveva convissuto in quegli anni era sicuramente stato sufficiente a mondarla da qualsiasi peccato; tuttavia lei non sente ragioni, lo respinge, infelice, ma fedele ai voti pronunciati, si lascia sfuggire solo un sommessa confessione:  " la mia promessa è compiuta, ma il mio cuore è tuo" . Con questa frase lei ammette per l'ultima volta di amarlo, ed è esattamente con essa che termina questa lirica. Il sesto brano è rappresentato da Serenity Paintet Death. Come un montagna russa, Serenity Painted Death viaggia tra groove moderati, quasi rilassanti, e picchi ritmici e melodici da cardiopalmo, poi il tutto si arresta in una calma prima della tempesta , densa di suspance e che viene sciolta dalla ripresa della corsa, non necessariamente a velocità folle, ma sicuramente ricca di emozioni forti per poi rallentare dolcemente fino alla conclusione del viaggio. Essa inizia subito travolgendoci con la sua velocità, pochi secondi e si entra nel vivo del testo, rigorosamente cantato in growl (almeno inizialmente), a cui segue una parentesi strumentale che in un primo tempo prosegue il tema già in corso, poi, dopo aver rallentato e aver lasciato che le note si prolungassero fino quasi ad esaurirsi del tutto, muta, tramutandosi in un groove quasi hard rock che ci trasporta verso la seconda strofa cantata, per poi modificarsi di nuovo al suo termine collegando e sostenendo i cori. Ancora un'altra variazione musicale, stavolta introdotta da arpeggi, seguiti da effetti e chitarre amplificate, con sonorità al limite dell'ambient, prima che il growl ci ricordi cosa stiamo ascoltando; ed è proprio il growl che stavolta fa da ponte tra questa parentesi strumentale e l'assolo di chitarra, con la variazione che da esso si genera e che accompagna l'unico frammento cantato in pulito, dopo il quale si riparte con velocità e cattiveria, ma siamo arrivati a fine corsa. Il tempo infatti rallenta, la batteria tace, restano solo pochi accordi e qualche arpeggio della chitarra a riempiere l'ultima manciata di secondi. Il penultimo capitolo di questo racconto musicale ci descrive  le follie e gli sbagli che si possono fare quando si soffre per amore: la scena si apre sull'incontro dei due amanti fuori dai confini del villaggio, lui prova ancora una volta a convincerla a lasciare tutto e scappare con lui, ma Melinda è irremovibile. Ella è distrutta dal dolore, ma è anche una donna onesta, legata alla sua famiglia, si libera quindi dall'abbraccio dell'amante e cerca di allontanarsi. Il protagonista è incredulo, straziato dal dolore, non riesce ad accettare di perdere l'unica persona il cui ricordo gli ha permesso di non arrendersi nei lunghi anni di esilio; la disperazione e la rabbia lo accecano facendogli perdere il controllo e portandolo ad ucciderla. Quando torna in sé ormai è troppo tardi per salvarla, così la tiene tra le braccia mentre lei ,esalando l'ultimo respiro, lo perdona per il suo folle gesto. L'ex uomo di fede piange e si dispera, ma poi osserva il viso dell'amata e nota che su di esso non c'è più traccia di tristezza né di angoscia, Melinda appare finalmente serena, quasi come se non aspettasse altro che l'ora in cui la morte l'avrebbe sollevata dal peso delle sue sofferenze terrene. Siamo arrivati alla fine del disco, il quartetto ci saluta e ci dà appuntamento al prossimo disco con White Cluster , che con i suoi dieci minuti di durata è seconda solo a The Moor. Il brano di chiusura ha un incipit in pieno stile death, due giri di chitarra, supportati dalla sezione ritmica, ed arriva il growl, brutale e potente, nonostante il biondo leader riesca a far apparire elegante persino questo tecnica canora. Tuttavia la "brutalità" non dura molto, Akerfeldt è un esteta, perciò, ecco che le atmosfere death svaniscono per lasciar spazio a un frangente strumentale completamente a carico dei due Martin (Mendez e Lopez, rispettivamente basso e batteria) che sfruttano un groove talmente classico da poterne ritrovare uno quasi identico nel pre-set di qualsiasi tastiera. Ecco che poi si arriva all'emozionante parte in pulito, dove il vocalist è sostenuto da linee di chitarra semplici, ma ammalianti come sirene, che ci offrono un passaggio verso una nuova variazione musicale che si estingue poi in un silenzio da un'ottava, forse meno, appena percettibile e che dà l'avvio alla nascita di una nuova mutazione ritmica. White Cluster è l'amaro addio di un uomo che non ha più niente da perdere, e attende quasi con trepidazione la sua esecuzione. L'uomo di fede infatti è stato catturato e condannato a morte per aver ucciso Melinda. Egli osserva con distacco il boia mentre sceglie la corda più robusta e ne fa un cappio per l'impiccagione del protagonista. Tutti gli abitanti del villaggio sono accorsi a guardare l'esecuzione dell'assassino senza fede; sono tutti vestiti di bianco, quasi a voler sottolineare la purezza delle loro anime devote a dio contro quella nera, lurida di peccati e cattiveria, di chi ha rinnegato la religione ed in seguito si è reso colpevole dell'omicidio della donna amata. Nel cuore del protagonista, che attende la sua esecuzione a testa alta, guardando in faccia chi l'ha condannato, non c'è senso di colpa né pentimento, solo odio e rabbia verso quelli che furono i suoi concittadini, ai suoi occhi tutti colpevoli allo stesso modo di averlo esiliato e separato da Melinda, dando così avvio alla spirale di errori e rancore che l'hanno portato fino a quel patibolo. Mentre il boia apre la botola sotto di lui e il cappio pone fine alla sua vita, il protagonista ha ancora qualche secondo di lucidità, abbastanza per udire distintamente i sospiri di sollievo della gente intorno a lui e perdersi dentro lo sguardo dell'ultima persona che vede, uno sguardo tanto freddo da apparire agli occhi del condannato come l'indicazione "stradale" verso il buio eterno che lo aspetta.

Still life è uno dei migliori dischi realizzati da Akerfeldt e soci, sia secondo i fan, sia secondo la critica. Difficile non concordare, non si può ancora parlare di capolavoro, ma musica e testo non raggiungono la perfezione solo per un soffio. Dalla magica The Moor alla camaleontica Serenity Painted Death, passando per la più dolce e monodimensionale Benighted, le sette tracce si incastrano nei canonici 60 minuti per regalare un'ora di intenso piacere ad ascoltatori dal palato raffinato. La copertina e l'intero libretto del disco furono disegnati da un inaspettato fan della band svedese: Travis Smith, già autore di alcuni artwork dei Katatonia. E' lo stesso Smith a contattare Akerfeldt per proporsi come artista per la copertina del nuovo disco. Mikael conosceva già i lavori di Smith, per via  dei disegni effettuati per conto della band di Renkse, e senza nessuna remora gli affida l'arduo compito di disegnare qualcosa che attiri l'occhio dell'acquirente, e che a colpo d'occhio faccia intuire qualcosa del contenuto di Still Life. L'artista, per esser sicuro di incontrare il favore dei suoi beniamini, disegna 30 tavole diverse, solo 9 di queste verranno usate: 1 per la copertina, le altre otto vengono inserite all'interno del libretto insieme alle foto dei quattro musicisti, per la gioia dei fan che finalmente possono associare la musica a dei volti ben precisi. Il secondo concept album opethiano fa il suo ingresso sul mercato discografico il 18 ottobre 1999, tra le novità, oltre alla copertina disegnata da un artista di talento come Smith e le foto dei componenti della band, c'è anche la prima comparsa del brand Opeth sul frontespizio della copertina, fino a quel momento relegato a un posto di secondo piano lungo la costa della confezione porta cd. In più, cosa non meno importante, Martin Mendez viene riconosciuto ufficialmente come il quarto uomo della band. All'uscita di questo disco i media rispondono con recensioni entusiaste e voti quanto mai alti, ci sono ovviamente anche le mezze stroncature, poco apprezzate dal frontman svedese, che a tal proposito dichiarò " La cosa che detesto maggiormente delle cattive recensioni risiede nelle critiche costruttive. Stonano, nel contesto della stroncatura. Chi è il recensore, cosa mi rappresenta per dirmi quello che secondo lui è corretto o sbagliato? Non è mica un membro della band! Cosa può saperne degli Opeth? Questa è la mia band, nessuno la conosce meglio di me. Odio le critiche costruttive per questa ragione. Forse ho torto, forse non sono logico nel mio pensiero. Al loro posto, preferisco leggere ' questa band fa cagare' o una frase altrettanto secca", e come dargli torto?  A nessuno piace sentirsi dire cosa deve fare in merito alle sue creazioni. La Peaceville, preso atto dell'accoglienza calorosa riservata al nuovo disco, si mette subito all'opera per organizzare un tour europeo di concerti con gli Opeth come headliner, ma le soddisfazioni per Akerfeldt non finiscono qui, perché anche l'ep dei Bloodbath riceve una buona accoglienza dalla critica e dagli ascoltatori, con buona pace del biondo chitarrista svedese che è ancora incredulo di fronte al successo di un progetto nato in piena notte dopo l'ingestione di fiumi di distillati. La vita on the road sembra finalmente disposta a chiamare a sé Mikael e i suoi compagni di viaggio. Tornando ad occuparci esclusivamente del progetto Opeth, ritengo sia inutile nascondervi che chi scrive ama profondamente questa band. La cosa che più stupisce della loro musica è che, non solo in quasi venti anni di carriera non hanno fatto un solo passo falso, ma soprattutto sono sempre stati in grado ( grazie anche all'estro creativo e alla perpetua fame di perle musicali del loro frontman, nonché autore della stragrande maggioranza delle loro canzoni) di sfornare dischi di un livello sempre crescente , senza mai ripetersi né inciampare in banalità già sentite mille volte. Il disco in questione è una prova inconfutabile di quanto appena asserito; certo le influenze esterne ci sono, è indubbio che la convivenza con il leader dei Katatonia abbia avuto qualche ripercussione sulla composizione dei brani, così come ne hanno avuto i gruppi amati dall'autore o quelli con cui ha collaborato negli anni, ma queste influenze arricchiscono il sound opethiano di sfaccettature sempre diverse, ispirano. Lo svedese trae certamente ispirazione dagli altri artisti con cui viene in contatto, ma senza esserne contagiato, sfrutta il confronto per migliorarsi e ampliare i suoi orizzonti. Il risultato si vede e si sente e disco dopo disco, va sempre ben oltre le aspettative, poche altre band possono dire la stessa cosa dei loro lavori in studio. Concludendo, come probabilmente avrete capito, Still Life rappresenta un'altra delle colonne portanti della discografia opethiana, e non può assolutamente mancare nella collezione dei fan del gruppo svedese.

 1) The Moor
 2) Godhead's Lament
 3) Benighted
 4) Moonlapse Vertigo
 5) Face Of Melinda
 6) Serenity Painted Death
 7) White Cluster 

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