OPETH

Still Day Beneath The Sun

2003 - Robotic Empire

A CURA DI
SOFIA COLLU
28/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Il singolo che andremo a rivedere per voi in questa recensione è Still Day Beneath The Sun. Esso contiene al suo interno due tracce: Still Day Beneath The Sun e Pattern's in the Ivy II. Le due tracce che incontreremo nel singolo erano originariamente presenti nel secondo CD della versione bonus di Blackwater Park, considerato uno dei capolavori immortali della band. Nel 2001, poco dopo l'uscita del disco ufficiale, la MFN ristampò Blackwater aggiungendo un secondo CD al jewelcase, contenente materiale che non era stato inserito nel disco, comprese le due tracce, che poi nel 2003 verranno ristampate a parte, come vedremo fra poco. Questo disco, come sappiamo, decretò la consacrazione della band svedese alla fama internazionale. Il quinto album fu un passo importante non solo perché portò la band alle luci della ribalta, ma anche perché venne scritto in un periodo difficile un po' per tutti i membri della band. Ricordiamo che tra il febbraio e il marzo del 2000 gli Opeth dovettero affrontare le prime difficoltà con l'etichetta discografica. Appena due giorni prima dell'inizio del tour europeo la Music For Nation, che possedeva più della metà delle quote azionarie della Peaceville, avvisa Akerfeldt e soci che non potranno più partecipare al tour insieme ai My Dying Bride e ai The Gathering, a meno che non recedano immediatamente il contratto con la Peaceville. I quattro decidono di non abbandonare la coppia di discografici inglesi che li avevano sostenuti fino a quel momento, così si ritrovarono senza soldi e senza date live. Tuttavia,i colleghi ed amici Katatonia accorsero in loro soccorso invitandoli ad aprire per loro il 27 aprile in Polonia. A questa data poi se ne aggiunsero altre due: una  sempre in Polonia, il 28 aprile al Metalmania di Katowice, l'altra il 10 giugno all'immenso Wave Gothik Treffen a Lipsia. Tre date sono poche, soprattutto dopo mesi di duro lavoro in sala prove, passati a contare anche gli spiccioli per riuscire a risparmiare in modo da avere i soldi necessari per partire il tour. L'amicizia e la fedeltà dei due discografici inglesi non basta a placare la rabbia e la frustrazione dei quattro musicisti e certo tre live non placa la loro smania di suonare dal vivo e far sentire cosa sono in grado di fare. Tutto questi sentimenti poi confluiscono nella musica e nei testi di Blackwater Park, dando vita a un capolavoro indiscusso della discografia opethiana. La fortuna aiuta gli audaci, dicono; potremmo anche aggiungere che aiuta chi persevera senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà, la storia degli Opeth ne è la prova. Nel luglio del 2000 al frontman svedese arrivano due notizie che fanno rialzare  significativamente il tono dell'umore di tutta la band. In primo luogo, scoprono che la Peaceville appartiene alla Music for Nation, quindi quando hanno firmato con i coniugi anglosassoni ,che possiedono la piccola etichetta inglese, in realtà hanno firmato con la major.Dopo questa scoperta,i quattro non perdono tempo; salutano cordialmente i proprietari della Peaceville  e iniziano ad avere contatti diretti con la MFN ,risultato: piovono soldi per tutti. Il giorno dopo la firma del contratto, la MFN sblocca le importazioni dei dischi degli Opeth in tutto il mondo, nel giro di qualche giorno i quattro lavori in studio degli svedesi si trovano in qualsiasi negozio di dischi del mondo. Contemporaneamente un'altra notizia arriva a rallegrare Akerfeldt: un suo amico giornalista ha passato Still Life a Mr. Steven Wilson. Il leader dei Porcupine Tree rimane così colpito da ciò che sente da scrivere personalmente a Mikael che " Still Life è stato e resta uno dei migliori dischi che abbia mai ascoltato in cuffia". Questo è il primo atto di quella che nel giro di pochi mesi diventerà una profonda e solida amicizia, basata su una grande stima reciproca, che si rifletterà anche sul lavoro di entrambe le band.  Tranquilli per il budget pressoché illimitato messo a disposizione dalla MFN, i quattro musicisti ispirati dalla Luna decidono di prendersela comoda e prenotano lo studio per sette settimane, un'infinità se paragonate al tempo che la band aveva avuto per i dischi precedenti ( Orchid , ad esempio, venne registrato in tre giorni per mancanza di fondi). Il singolo uscì ufficialmente nel febbraio 2003 grazie alla Robitic Empire, nel cui roster musicale prodotto nel corso degli anni troviamo formazioni come Thou, Isis, Cannabis Corpse e Floor. Il singolo è uscito in formato vinile a sette pollici, in copie limitate (numerate a mano, circa 1250 sono in circolazione in tutto il mondo, di cui 150 in vinile grigio, ed 8 in test-pressing, facendo di questo piccolo gioiello una vera chicca per collezionisti). La copertina è assolutamente semplice e scarna; uno sfondo nero come la pece fa da tramite verso il gigantesco logo della band, in carattere gotico e floreale, colorato d'argento per risaltare sul buio che troviamo dietro. Nessun titolo, nessun riferimento al contenuto. Se giriamo la piccola busta di carta del sette pollici invece, troviamo la band ritratta in una foto all'interno di un bosco (probabilmente un riferimento al Parco che da il titolo al lenght cui questo singolo fa riferimento), mentre dentro, assieme al piccolo vinile, sono riportati i testi delle due canzoni. Possiamo senza dubbio considerarlo il primo singolo ufficiale mai rilasciato dagli Opeth, dato che prima di questo abbiamo soltanto dischi "completi" a fare da tramite fra noi e loro.  Dopo aver ricapitolato , a grandi linee, le avventure della band prima dell'uscita del quinto disco, ci addentriamo finalmente nell'esplorazione del singolo che ne anticipò l'uscita sul mercato e che si apre proprio con la title track.

Still Day Beneath the Sun

Still Day Beneath the Sun (Ancora Il Giorno Sotto il Sole) viene aperta da delicati arpeggi di chitarra acustica, sostenuti da accordi del basso di Mendez. Dopo quattro giri, entra anche la voce pulita di Akerfeldt , delicata anch'essa, dà vita a un canto quasi lamentoso. Quando tace, il frontman viene sostituito da cori ancora più delicati e sommessi. La struttura del brano rimane pressoché costante e invariata per tutta la sua durata. Voce pulita, chitarre acustiche e il basso che sostiene il tutto alternando accordi e rade note singole. Non ci sono grossi sconvolgimenti in questa traccia. La chiusura poi è identica alla sua apertura, che rappresentano anche le uniche sezioni interamente strumentali di questa traccia. Quest'ultima ha la particolarità di non presentare interruzioni, ossia è libera dalle pause intra - canzone , che di solito caratterizzano i brani della band. Una musica che forse ci saremo aspettati da una band diversa dagli Opeth, non che la struttura di base ed i vari andamenti che si trovano al suo interno non siano inclini a ciò che gli svedesi fanno di solito, ma questa Still risulta essere davvero sui generis. Le dinamiche musicali sono pressoché semplici, quasi acustiche nella loro resa finale, e permettono all'ascoltatore di rilassarsi letteralmente mentre le ascolta. Una canzone che non avrebbe sicuramente spiccato in un disco come Blackwater Park, se non per il melanconico testo che fra poco andremo ad analizzare. Orpelli stilistici a parte, anche questo risulta essere l'ennesimo slot azzeccato per i nostri proggers nord-europei, una canzone che prende un attimo le distanze dal consueto "silenzio" che caratterizza il gruppo fin dalla sua comparsa, a favore di una melodia intrisa di tristezza e laconici sentimenti, che quasi ti afferrano il cuore fra le mani e lo stringono in una enorme morsa. Il testo è malinconico come il canto che gli dà vita. Esso infatti riflette sulla perdita di una persona cara, sullo stato d'animo di chi subisce il lutto , nella parte centrale sembra addirittura una riflessione che avviene durante la processione funebre. L'autore si chiede, ci chiede se il tempo si porterà via le anime delle persone che abbiamo perso o che aspettiamo. Un modico poetico per concentrare in una sola domanda due quesiti: prima o poi smetterò di soffrire per la perdita di quella persona a me cara? E allo stesso tempo, un quesito ancora più importante e forse ancora più cupo " le persone che ho adesso al mio fianco, quanto ci resteranno?" In pratica, Still Day Beneath the sun è una riflessione sulla fragilità della vita, su come da un momento all'altro si può perdere una persona a noi cara e sul grande vuoto che un simile evento ci lascia dentro. Implicitamente quindi, Akerfeldt ci invita a riflettere su quante volte mettiamo in secondo piano gli affetti, dando per scontato che ci saranno sempre, finché un giorno ci svegliamo e tutto ciò che resta di quelle persone sono fiori secchi e le tetre vie del cimitero o le navate di una chiesa gremita di persone vestite a lutto, con il volto rigato dalle lacrime, il cuore appesantito dal dolore, dal rimorso e dal pensiero di tutte le cose che avrebbero voluto dire o fare e non hanno mai fatto per dare priorità ad altre cose, che adesso appaiono futili o poco importanti.

Patterns in the Ivy II

A seguire troviamo quella che nel disco sarà la penultima traccia, nonché l'unica, immancabile "mellowsong": Patterns in the Ivy II (Figure Nell'Edera II). Questo, come possiamo intuire dal titolo, è il prosieguo della traccia che abbiamo incontrato in Blackwater Park, una specie di versione 2.0, e già si differenzia dalla prima intanto per la lunghezza (la seconda parte dura più di 4 minuti), e principalmente per la presenza del testo. Patterns in the Ivy viene aperto dagli arpeggi di una chitarra acustica e dal basso che riprende la chitarra sul finire dell'arpeggio, con un accordo, quasi a segnalare la finire di un "fraseggio" e l'inizio di quello successivo. Dopo il quarto giro la chitarra fa una piccolissima variazione e si inserisce anche il pianoforte e chitarra. Quest'ultimo dialoga con la chitarra per donarci quella sensazione di tristezza, quasi di abbandono che ben introduce la fine di questo viaggio musicale, il tutto sostenuto dal basso di Mendez , che fa da collante per tutto il brano. Patterns in the Ivy non presenta grandi variazioni al suo interno, si apre con gli arpeggi di Lindergreen e gli accordi, che viaggiano su tonalità più gravi, di Mikael e così prosegue quasi fino alla fine, fatta eccezione per quei momenti in cui subentrano anche le note , dapprima singole, poi accompagnate dagli accordi al pianoforte. Tuttavia, si può dire che le protagoniste assolute sono le sei corde, il pianoforte fa loro da controcanto solo in alcuni frangenti, mentre Mendez riveste il ruolo di colonna portante, reggendo la struttura del brano e riempiendo gli "spazi vuoti" tra la fine dell'arpeggio di chitarra e l'inizio della sezione pianistica.  Anche quest'ultimo strumento in un primo tempo viaggia su tonalità gravi, poi via via si sposta di tono in tono fino ad attestarsi sull'ultima ottava della tastiera. Se la paragoniamo alla traccia principale che avevamo incontrato in Blackwater, questa "versione II", non si discosta molto dall'originale; si tratta infatti sostanzialmente del medesimo arpeggio che avevamo ascoltato nel full lenght, che è stato spalmato su più minuti di ascolto, allungando alcune parti soprattutto della chitarra acustica, e con ovviamente l'aggiunta della lirica a "completare" il lavoro che era stato iniziato nella prima parte. Si ha la sensazione infatti di due slot che vadano ascoltati uno dopo l'altro, come se il primo fosse solo il preludio o l'intro della seconda parte, in cui entra anche la cristallina voce di Mikael a farci compagnia, il quale sceglie, per tutta la durata del pezzo, un cantato assolutamente pulito e lineare, quasi come una ninna nanna. Una scelta davvero particolare, come sottolineeremo nel finale di recensione, quella di inserire una traccia così dopo una altrettanto malinconica come quella appena ascoltata; nella prima versione le "figure nell'edera", non avevano bisogno di testo, bastava il solo comparto musicale a donare alla canzone quella atmosfera lugubre, quasi spettrale, che fa da tramite fra noi e la musica stessa che stiamo ascoltando. Se ricordate la nostra recensione di Blackwater Park (e se non la ricordate, vi invitiamo a leggerla), ricorderete anche come sottolineammo quanto la beltà di questo disco risieda anche nelle atmosfere che riesce a creare, un intreccio indissolubile di malinconia, tristezza, amore e passione che si stagliano nel buio sfondo del parco che da il titolo all'album stesso. Nel caso specifico di questa traccia, il testo così pregno di malinconia ci narra del rapporto speciale fra due persone (di cui una probabilmente è la figura nell'edera vera e propria). Il protagonista può confidarsi solo con lei, perché solo con la sua anima affine ha l'impressione di non essere considerato un pazzo. Il breve stralcio di lirica da forma e corpo all'atmosfera che già si respirava nella prima traccia presente sul full lenght, ma qui gioca un ruolo fondamentale la forza delle parole stesse, pronunciate con tono sommesso ed altrettanto sofferto. Il rapporto si consuma nelle ombre di questo oscuro giardino, e mentre la nenia prosegue, si ha l'impressione di vagare per le strade di questo parco, finché non incontriamo alcune di quelle vecchie statue che nella lussureggiante natura ormai decadente sono coperte da foglie d'Edera. Ed è allora che la nenia melanconica che ascoltiamo in questo breve strumentale fa da cornice all'immagine stessa, noi iniziamo letteralmente a dialogare con la nostra amica statua, a carpirne la vera essenza sotto al fogliame rigoglioso che le cresce attorno, solo lei sa ascoltarci come nessun altro. Tutto questo fa si che l'ascoltatore cada in un vero e proprio vortice, creando un dualismo forte e dannatamente ricolmo di sentimento, il tutto ripetiamo, una seconda parte che si ricollega perfettamente alla prima, da ascoltare tutta d'un fiato, un momento che certo non dimenticheremo mai.

Conclusioni

Still Day Benath The Sun nel suo insieme, può essere definito come un singolo un po' sui generis perché solitamente i singoli vengono rilasciati per promuovere un nuovo lavoro; qui invece si tratta di una estrapolazione dalle bonus tracks del full lenght, quasi come a voler dare speranza e altro materiale ai fan bisognosi. Per quanto riguarda la scelta delle tracce in sé per sé, gli Opeth hanno unito una traccia lenta, triste, con una che altri non è che il prosieguo di qualcosa che abbiamo già sentito nell'album completo Ci spieghiamo meglio: Patterns in the Ivy rappresenta indubbiamente il cuore del disco o meglio fa intuire bene che quello che il fan sentirà all'interno dell'album completo è molto distante da quello che ha ascoltato nei precedenti tre ( Orchid, Morningrise, My Arms,Your Hearse) , e qui invece ci troviamo la sua seconda parte, un ponte melanconico che ti entra nel cervello e non se ne va mai. In pratica è come se gli Opeth avessero voluto, con questo singolo uscito ben due anni dopo Blackwater, darci un altro assaggio della loro genialità musicale. Una specie di gioco fra noi e loro, quasi come se gli Opeth volessero dirci "ok, vi abbiamo fatto ascoltare due tracce, nessuna delle quali è presente sul disco che avete tanto amato, a meno che non abbiate comprato la versione bonus, e la seconda che avete ascoltato è la seconda parte di uno slot che avete ritenuto meraviglioso, ma fidatevi di noi, amerete anche questo". Chi ha compiuto quest'atto di fede, ormai sappiamo benissimo che non se n'è assolutamente pentito, semplicemente perché si è reso conto di quanto gli svedesi riescono ad inserire partiture geniali ed atmosfere uniche anche in canzoni che si discostano quasi totalmente da ciò che loro sono solitamente, come nel caso della title track di questo singolo. Secondo chi scrive, è un vero peccato che Still Day Beneath the Sun non sia stata inclusa nel disco finale. Nonostante questa traccia sia molto lenta, non particolarmente complessa nella sua struttura e decisamente carica di tristezza, essa è di una bellezza unica, ti arriva dritta al cuore come solo le cose semplici e raffinate riescono a fare; come abbiamo sottolineato durante l'analisi track by track, la canzone che da il titolo al singolo è un vero e proprio calice di melanconia da cui bere senza alcuna remora. Come uno stiletto ben affilato si pianta fra le pieghe del tuo cuore e non se ne va, neanche se gli viene chiesto. Le strutture così setose, avvolgenti nella loro natura comunque oscura, sono in grado di scaldarti il cuore e renderlo gelido al tempo stesso, facendo sempre riferimento alla morsa di cui parlavamo prima, una mano canuta e diafana che stringe i tuoi ventricoli senza pietà, quasi come se volesse spezzare la tua anima in due. Questo aspetto si riflette anche nella copertina del singolo, anche fa della semplicità il suo punto di forza. Infatti, in essa si vede solo il simbolo della band in bianco, su uno sfondo nero. La semplicità è l'arma segreta di questo singolo, due canzoni non troppo complicate né tantomeno non immediate, diciamocelo, gli Opeth ci hanno abituato a ben altro. Eppure, ogni singolo tassello delle due tracce, si colloca perfettamente al suo posto, facendo di Still Day un oggetto si per collezionisti, considerando anche la limitata reperibilità di quest'ultimo (considerate che soltanto le 1050 copie in semplice vinile nero, vengono valutate fra i 60 e gli 80 euro ciascuna), ma che se viene acquistato, risulta essere l'ennesima gemma della discografia, un modo per avere il quadro completo di quanto i nostri svedesi sappiano scrivere tracce memorabili. Noi vi consigliamo caldamente il suo ascolto, come sempre del resto. 

1) Still Day Beneath the Sun
2) Patterns in the Ivy II
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