OPETH

Sorceress

2016 - Nuclear Blast

A CURA DI
SOFIA COLLU
22/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Siamo arrivati all'ultima tappa (allo stato attuale) della discografia opethiana. Il 30 settembre infatti la band ha pubblicato il dodicesimo e , per il momento, ultimo disco: Sorceress. Quest'ultimo è stato anticipato, come sappiamo, dal rilascio di tre singoli: la title track, Will O'The Wisp e The Wilde Flowers, tutti contenuti anche all'interno dell'album stesso, e tutti e tre recensiti in precedenza qui sul nostro portale, che ovviamente vi invitiamo a leggere.  L'uscita del nuovo disco viene annunciata sul sito e nei social Lunedì 18 luglio 2016, per la gioia di tutti i fan che aspettavano con trepidazione la fine del periodo di pausa che la band aveva deciso di prendersi tra la fine del 2014 e l'inizio del 2015. Un momento in cui il nostro compositore nord-europeo, dopo la pubblicazione di Pale Communion, aveva deciso di prendersi dalla musica per riflettere bene su quale fosse la direzione da continuare a far prendere al gruppo; alla fine la decisione venne presa senza troppi indugi, ed il gruppo rientrò di nuovo in sala prove per comporre nuovo materiale. La band lo stesso giorno svela: la data di rilascio del disco (il 30 settembre del 2016), l'artwork, ancora una volta curato da Travis Smith ed anche la tracklist. Inoltre annuncia il rilascio di alcuni singoli, anche in formato digitale (infatti, potete tranquillamente scaricarli dalla loro pagina facebook oppure dal sito ufficiale) e la possibilità di prenotare la propria copia della loro dodicesima fatica. Il tutto condito da succulenti video, divisi in episodi, che ritraggono la band alle prese con la registrazione della stessa. Il nuovo album di Opeth, Sorceress, è anche il primo inciso per la Nuclear Blast con l'interposizione dell'etichetta indipendente della band, la label Moderbolaget Records ed è interamente curato dal frontman svedese. Sorceress è stato composto in 5-6 mesi e registrato in 12 giorni ai Rockfield Studios in Galles. Uno studio di registrazione prestigioso che ha visto passare tra gli altri, anche gruppi come i Queen, i Rush e i Judas Priest, nonché, nel 2014, gli stessi svedesi per la registrazione di Pale Communion con la supervisione e il supporto di Tom Dalgety. Con questo disco il cantante ha voluto continuare ad esplorare e mettere alla prova le sue capacità canore, rendendo così Sorceress il terzo album consecutivo (dopo Heritage e Pale comunione) in cui impiega uno stile tradizionale. Akerfeldt, a tal proposito, in un'intervista rivelò di scegliere la tecnica canora da adoperare in base al singolo brano. In altre parole, non è detto che un giorno non lo risentiremo cantare in growl o magari e cimentarsi nello scream, dipende da quello che secondo lui e gli altri componenti della band valorizza di più il singolo brano. Non siamo riusciti a reperire molte altre informazioni. In questo anno di pausa, infatti, i nostri hanno seguito i loro progetti paralleli, composto le tracce che hanno dato vita al loro dodicesimo disco e fatto qualche live, ma niente che ci aiuti a introdurre in modo più esaustivo la loro dodicesima fatica. Quindi passiamo all'analisi di quest'ultima. Il disco si presenta a noi avvolto in un packaging di tutto rispetto, come del resto gli Opeth ci hanno ben abituato in questi anni; come abbiamo sottolineato qualche riga fa, questo è anche il primo album della band ad uscire per la enorme Nuclear Blast. La casa di produzione tedesca con a capo Markus Staiger ha sempre avuto un debole per le "edizioni particolari", producendo ed immettendo sul mercato oggetti e materiale promozionale di tutto rispetto per ogni singola band che sia passata sotto la sua ala. Ed anche l'ultima fatica musicale dei nostri sperimentatori non poteva essere da meno; è possibile infatti reperire il disco sia nel classico formato CD, godendosi appieno l'artwork di Travis, ma anche le sue ipnotiche grafiche interne, oppure in versione doppio disco,  che contiene ovviamente la tracklist originale più alcune tracce bonus, fra cui spiccano ben tre esecuzioni live. Se non bastasse l'album è uscito anche in formato doppio CD e DVD allegato, disco ottico nel quale possiamo trovare i videoclip ufficiali dei tre singoli che hanno anticipato il disco stesso, materiale promozionale ed un intero concerto registrato in Bulgaria a fare da corredo a tutto quanto. La cara Nuclear ha ovviamente pensato anche ai diggers, stampando il disco in formato doppio LP in vinile (disponibile in due colori), ed anche un pesante e completo packaging che contiene entrambe le versioni, disco e vinile insieme, per non farsi mancare nulla. Sarà un viaggio molto particolare questo, come vedremo durante il track by track infatti, per l'ennesima volta i nostri compositori, nella fattispecie il loro leader, hanno nuovamente toccato le corde e le coste del Prog e dello Psych, andando a foraggiare stilemi e dettami sicuramente più classici di quelli a cui i fan storici sono abituati ormai da tanti anni. Ha fatto storcere il naso a molti, come era prevedibile, e si è fatto amare da altrettanti, ma alla fine, si parla sempre di una delle band più influenti degli ultimi anni, e come tale merita una analisi approfondita. Bando ad ulteriori indugi dunque, è il momento di estrarre il disco dalla sua custodia, inserirlo nel lettore, e farci trasportare dalla lisergica e celebrale atmosfera che solo gli Opeth sanno dare.

Persephone

Persephone (Persefone) è la traccia che apre Sorceress. Potremmo definirla uno strumentale, visto che la sua lirica consta solo di 4 frasi scandite da una voce femminile tra il minuto 1:24 ed 1:35.   Persephone è una musica struggente, delicata, quasi monotona, caratterizzata dal dialogo tra le chitarre acustiche e il banjo. Essa subisce una leggerissima variazione solo dopo l'intervento della voce. Quest'ultima sussurra un pensiero d'amore, un ricordo del passato. Ella ripensa al nome dell'uomo amato, a quello sguardo fugace tra loro, che ha dato vita ai suoi tormenti e all'inganno di cui lei stessa è stata vittima, il tutto accompagnato dal tema musicale che caratterizza tutto il brano. Solo la parte finale della traccia presenta una leggera variazione del tema. Infatti, fa la sua comparsa anche la tastiera che fornisce un leggero tappeto sonoro su cui le chitarre possono ergersi e una delle sei corde si sposta su tonalità più acute. Strutturalmente parlando, invece, la canzone rimane fedele a se stessa dall'inizio alla fine. Un inizio strumentale che, come è accaduto altre volte per la discografia opethiana, mette subito in chiaro le basi a cui assisteremo nel corso della performance. L'idea di iniziare un album con uno slot del genere, pone l'ascoltatore subito a proprio agio in mezzo alle poche liriche sconnesse che vengono pronunciate, e lo immette nella condizione giusta per entrare dentro al modus che farà parte di tutto l'album. Come vedremo in chiusura, la bellissima strumentale iniziale ha anche un suo corrispettivo sul fondo dell'album, ed il minuto scarso che la compone, nonostante la scarna presenza sia di testo che di musiche vere e proprie, risulta essere dannatamente pieno di pathos ed energia. Si percepisce bene il dolore della protagonista, la sua smania di essere amata ancora ed ancora, ma non da chiunque, solo e soltanto da colui che se ne è andato, l'inganno che le ha lacerato l'anima ancora fa male, ancora brucia quella ferita, ma ella sa che non si ricucirà mai del tutto. Una storia che non ha collegamenti col mito greco di Persefone (o Kore in greco antico), donna figlia di Demetra e Zeus rapita da Ade, signore degli inferi, e costretta a rimanere imprigionata nell'aldilà per sempre per aver inconsciamente e con l'inganno (ed ecco il tema che ritorna) mangiato dei frutti offerti dal signore degli inferi in persona. 

Sorceress

Sorceress (Incantatrice) è la seconda traccia del disco. La title track si potrebbe definire come una sorta di ponte tra passato e presente della band. Essa infatti è decisamente incline alle tonalità Prog, ma offre altre sfumature cupe, strutture accattivanti, variazioni che quasi riportano ai " vecchi " Opeth. Non certo quelli di Orchid, ma qualche punto in comune con le canzoni presenti in Watershed o addirittura in Blackwater Park le ha. Il primo minuto è interamente strumentale;  Sorceress viene aperta dal rullante e dalla cassa di Axerot. Al termine della sezione di batteria(che dura appena un secondo), c'è una pausa brevissima, quasi impercettibile, poi si ha l'ingresso corale di tutta la strumentazione: Mendez si diverte con le ghost notes, per una sezione ritmica che sta a cavallo tra il blues e il jazz, le chitarre restano "morbide", "delicate" doppiando perfettamente la sezione ritmica, fatta eccezione per le tonalità più acute, per un effetto globale dal sapore fusion-esque, che si articola in un crescendo lento, ma inesorabile di volume e velocità, fino a raggiungere l'acme intorno al primo minuto. Infatti la voce di Akerfeldt si fa sentire solo intorno alla metà del primo minuto. Sappiamo bene che una delle caratteristiche peculiari di tutti i lavori opethiani sono i silenzi (pause) intra-canzone, ed anche Sorceress non fa eccezione. La prima la troviamo proprio alla fine di questa sezione strumentale, quasi jazzistica, lunga un minuto e qualche manciata di secondi. Ancora una volta, essa è brevissima e viene sfruttata per segnalare il cambiamento di tema musicale e l'ingresso della voce. Tutta la strumentazione tace per pochi attimi, poi dal silenzio emerge la chitarra ritmica, che per un po' è l'unica protagonista, poi viene affiancata man mano dall'altra chitarra, che la doppia e infine poco prima ( due battute per essere esatti) che faccia il suo ingresso anche la voce di Akerfeldt, torna a farsi sentire anche la coppia Mendez- Axenrot. Siamo solo al primo terzo della traccia. Il vocalist si esprime con un canto melodico, pulito, a tratti quasi lamentoso, creando un netto contrasto con le sonorità cupe della musica che lo sostiene. Questa parte è cantata in prima persona: il protagonista del testo si definisce un peccatore , uno schiavo del demonio, trascinato nel caos del peccato dagli occhi ammaliatrici della sua interlocutrice, che viene definita una  "strega". Segue una breve parte strumentale, poi riprende il canto. Qui Akerfeldt si rivolge direttamente alla donna. La accusa di essere una ciarlatana, un'avvelenatrice di anime, che si prende tutto ciò che vuole senza preoccuparsi delle conseguenze. A seguire arriva un brevissimo "momento di gloria" per Mendez, che viene lasciato libero di far sentire il suono del suo Fender. Il bassista si limita a eseguire il giro che stava suonando fino a qualche momento prima, per due volte, ogni tanto gli fa eco la chitarra, con qualche arpeggio, poi entrano anche la batteria e la chitarra. I musicisti eseguono un giro, poi silenzio, un altro giro e di nuovo silenzio, anche in questo caso per due battute. Riprende di nuovo il canto: si parla di un velo di menzogne, un nemico mascherato da amico. Il frontman dice di essere ancora in attesa di un mondo privo di bugie. Osserva la lingua "biforcuta" di lei che lo attacca. Cerca di ammaliarlo con bugie e false speranze, ma lui sa che è solo un'assassina . Il tempo si placa, resta solo una chitarra a tracciare lievi melodie, infine riprende la parte corale, che ci porta fino alla conclusione della traccia ,riprendendo il tema musicale iniziale.

The Wilde Flowers

The Wilde Flowers (Fiori Selvaggi) è il terzo singolo estratto da Sorceress e anche la terza traccia del disco. Esso viene aperto dalla batteria di Axenrot, che scandisce un tempo dispari relativamente lento, sul quale, quasi subito, la voce di Akerfeldt si inserisce con un canto scandito, quasi un parlato, più che un vero e proprio canto. In questa prima parte, egli ci fornisce un'immagine contrastante: dal lato il sole alto splendente, simbolo universalmente riconosciuto del successo, dall'altra il profondo abisso, cupo, apparentemente infinito dei suoi fallimenti. Il suo cuore è malato e la febbre è alta. Aspetta un suono, una voce amica, ma in fondo sa che non arriverà mai, perché è circondato da sempre da bugiardi e corrotti , che lo adulano ed alle spalle lo scherniscono. Mentre il vocalist riprende fiato, tra una frase e l'altra, emerge un breve "fraseggio" della tastiera- Hammond di Joakim Svalberg e del basso di Mendez. Sul finire del primo minuto incontriamo una breve parentesi strumentale dal sapore arabeggiante, in cui chitarra e basso si doppiano perfettamente. In seguito riprende la parte cantata, dapprima più lenta, rimanendo aderente ai "tocchi" della batteria di Axe, poi riacquista la velocità iniziale e una delle due chitarre emerge tra una frase e l'altra del canto del canto, come a volerne sottolineare l'importanza. Il frontman riprende il tema della prima strofa: i bugiardi, i falsi amici, che si rivelano tali abbandonandoti proprio quando avresti bisogno del loro aiuto. Dal secondo minuto in poi The Wilde Flower cambia "volto" più volte, dischiudendo i suoi petali, come uno scrigno, che aprendosi rivela tutto il suo contenuto di pietre preziose di ogni forma e dimensione. Intorno al minuto 2: 07 si ha un ulteriore rallentamento del tempo e del ritmo fino ad arrivare alla famosa pausa intra canzone, che da sempre caratterizza i lavori degli Opeth. Questa dura per un intera battuta poi ha inizio una travolgente parte strumentale capeggiata da Frederick Akesson , che ci regala uno tra i migliori soli di chitarra dal suo ingresso nella band capeggiata da Akerfeldt, mentre basso e batteria riprendono il tema musicale che ci ha accompagnato fin qui. Mentre il solo di Akesson volteggia ancora nell'aria, riprende il canto, che via , via ,si fa più lento e sommesso così come l'accompagnamento strumentale che lo sostiene. Successivamente ci imbattiamo in una seconda pausa, stavolta brevissima, che lascia spazio a un "lungo" e ipnotico arpeggio di chitarra , accompagnato da pochi accordi alla tastiera e anche da un lieve xilofono. Riprende poi nuovamente il canto, dapprima sommesso e sostenuto solo da qualche accorto della tastiera e nei periodi di pausa tra una frase e l'altra da un leggero arpeggio della chitarra, poi un breve silenzio, a cui segue un'improvvisa e potente "cavalcata" strumentale : con Axenrot che si diverte al doppio pedale e riff distorti. Anche qui, si parla di bugiardi, ma stavolta c'è un esame di coscienza: loro sono bugiardi si, ma la colpa è anche sua che, pur sapendolo, non ha mai voluto vederlo, forse per paura di restare solo, forse perché in fondo anche lui traeva qualche vantaggio da quelle false amicizie. La parola fine viene decretata da un accordo della tastiera. The Wilde Flowers, quindi, è una denuncia. Una protesta messa nera su bianco, sotto gli occhi di tutti, nei confronti di tutti coloro che l'hanno sfruttato, preso in giro, " banchettato con la mia sanità mentale" dice nella terza strofa.  Akerfeldt è infuriato, per come è stato trattato, per la mancanza di umanità che lo circonda, per le ripercussioni che la sua carriera musicale e le pressioni delle major hanno avuto sulla sua vita privata. Egli, ce lo dice chiaramente, ribollire di rabbia, non ha più voglia di aspettare che qualcuno gli dià quello che gli spetta o che lo tratti con rispetto. Egli tiene a freno la sua rabbia e la usa per prendere le distanze da tutto quello che non gli va a genio e decidere di agire, anziché continuare ad aspettare. 

Will O The Wisp

La quarta traccia di Sorceress è rappresentata da Will O The Wisp (Fuoco Fatuo) ,traccia che trae ispirazione da Dun Ringill dei Jethro Tull. Tuttavia , sebbene si ispiri a questa traccia , le analogie si fermano all'uso della chitarra acustica, il canto pulito e un'atmosfera vagamente romantico- nostalgica. In linea generale, questo singolo non presenta grandi colpi di scena, risultando abbastanza uguale in ogni sua parte. Il testo, come ammette Mikael stesso, è molto diverso da quello che la sola musica potrebbe far pensare. L'una leggera, delicata, quasi positiva e nostalgica, come il ricordo di un bel momento, l'altro negativo, pesante, carico di amarezza. Esso si apre con quattro battute di arpeggi grazie ai quali le due chitarre dialogano tra loro. Dopodiché inizia la canzone vera e propria con l'inizio del canto. Quest' ultimo è pulito, ma si percepisce quasi "lontano". Akerfeldt si proclama stanco di aspettare, di sentirsi bloccato e appesantito dai numerosi fallimenti, deluso dalle amicizie perse o che si sono rivelate diverse da ciò che credeva. Le tastiere creano un'atmosfera quasi onirica, a sostegno della voce e delle sei corde. Verso il terzo minuto subentra anche una chitarra elettrica, dapprima eseguendo solo brevi parti, quasi a voler sottolineare alcune parti del cantato, che ancora una volta ci inganna con i suoi modi delicati, in netto contrasto con l'amarezza che esprime. Ci dice, infatti, che le ferite sono tante, non tutto è da buttare via, di cose buone ce ne sono state tante, ma tante altre non lo sono state altrettanto e poi c'è il tempo che passa, inesorabilmente, portando con sé domande importanti: " Quanto tempo ho perso dietro a cose o persone che non lo meritavano affatto? Quanto tempo mi resta? E poi ancora: quanto di quello che ho vissuto, detto e pensato era vero? Quante di quelle cose in cui credevo , si sono poi rivelate falsità ? Infine la voce tace e la chitarra diviene la protagonista di una parte strumentale delicata ed emozionante che ci accompagna fino al termine della traccia. E ancora c'è il pensiero che , comunque vada, non importa quanto si possa crescere, diventare grandi, consapevoli di tutte le bugie e cose inutili su cui hai basato la tua vita fino a quel momento, ci sarà sempre qualcosa, una bugia, un inganno o una persona che ti farà del male, ci sarà sempre. Un momento della propria esistenza in cui il male verrà fuori, in cui si cominceranno a vedere cadere le maschere che chi ci circonda ha sempre messo davanti agli occhi. Perché alla fine, parafrasando una dichiarazione che Akerfeldt ha fatto durante un'intervista: si può fare a meno di tante cose, ma difficilmente si può vivere senza amore. Che sia l'amore di un/a uomo/ donna o quello di un amico, l'affetto, l'amore sono una cosa fondamentale. Ci aiutano ad andare avanti, a lottare anche quando le cose vanno male e ti senti a terra, sconfitto, senza forze, né speranza alcuna di vincere l'ennesima battaglia che la vita ti mette di fronte.  E l'amore è stato il motore anche per questo gruppo; ne ha saggiato quasi tutti gli stilemi nel corso degli anni, come la dipartita di qualcuno che amiamo, fino agli amori ritrovati, quelli persi e quelli che non abbiamo mai amato veramente. Una traccia semplice quanto emozionante, che siamo sicuri sarà capace di far scendere una lacrima di commozione in chi saprà veramente ascoltarla.   

Chrysalis

Chrysalis (Crisalide) è la quinta traccia del dodicesimo lavoro opethiano. Essa ha un'apertura potente, caratterizzata da ritmi incalzanti e sonorità cupe che richiamano alla mente i primi dischi del combo svedese. Flashback rinforzato anche dalla durata della traccia: 7 minuti di cavalcata al cardiopalma, dove la voce è presente si, ma se confrontata alla musica resta comunque una comparsa. Chrysalis entra quasi subito nel vivo , infatti viene aperta da qualche colpo di cassa e rullante, accompagnati da effetti del synth e da chitarre distorte. Solo pochi secondi dopo entra la voce di Akerfeldt, rigorosamente pulita  e sostenuta dal solito tema musicale , che resta uguale dall'inizio della canzone fino a poco meno della fine della lirica. Parliamo di lirica e non della traccia nella sua interezza perché i tre quarti del testo , al contrario di altre contenute in questo disco, sono concentrati nella prima parte della canzone e più esattamente nei primi tre minuti e mezzo, i restanti sono quasi esclusivamente strumentali. Il testo cantato dal leader svedese affronta il tema della morte. Un tema caro alla band , ma ogni volta analizzato da un tipo di vista diverso. In questo caso , la traccia sembra essere una risposta a chi sostiene che la morte non gli fa paura o sostiene di vedere la morte come una liberazione, la fine dei propri tormenti. L'autore replica che non crede a nessuna di queste cose. Può anche essere vero che una persona possa sentirsi in pace, consapevole di essere  mortale e sentirsi pronto a lasciare questo mondo, ma quando il momento arriva, chiunque lotta , spera di sopravvivere. Poi la scena cambia, sembra che si parli di un moribondo, gli occhi ormai velati, pochi reattivi, la convinzione di aver accettato la propria misera sorte. Akerfeldt sostiene che un credente vero dovrebbe essere in pace con se stesso, quando giunge la sua ora, accogliere a braccia aperte la morte del corpo e il significato che la sua religione e rassicurare gli altri fingendo di morire sereno, se non addirittura felice. Invece il suo interlocutore rifiuta di ammettere qualsiasi emozione che sia anche solo lontanamente imparentata con la disperazione, sebbene sia chiaro che è questo il sentimento che prova. Lo lascia da solo, evitando chiunque possa tentare di consolarlo o di stargli vicino nei suoi ultimi attimi. Ogni strofa, in questi primi 3 minuti, è separata da quella successiva da brevissima parentesi strumentale , che comunque resta uguale a quella che accompagnava la voce. Poi veniamo trascinati da un guitar-solo verso una lunghissima parentesi strumentale, dal deciso sapore progressive. Infine la musica rallenta, i riff di chitarra si fanno più delicati, la sezione ritmica diventa più sommessa, le tastiere tornano a creare il sottofondo su cui la voce del frontman torna a farsi sentire per cantare l'ultima strofa della lirica, quella dove accusa il suo interlocutore di aver smesso di lottare perché la rinuncia è più comoda. Lasciarsi tutto alle spalle e non pensare più a cosa sarebbe potuto essere è la cosa più facile. L'autore si sente abbandonato ed è proprio con questa affermazione sussurrata che si chiude anche Chrysalis. Un pezzo assolutamente potente come abbiamo sottolineato in apertura, una traccia che verrà certamente ricordata come una di quelle in cui maggiormente la band è tornata quasi a fare ciò per cui venne iniziata ad essere follemente amata molti, moltissimi anni fa. Un sound potente e viscerale, unito ad una cacofonia silenziosa e ragionata di fondo, ed a liriche che fanno scendere sempre lacrime di commozione, sono questi gli ingredienti segreti che gli Opeth hanno sempre portato con sé, fin da quando sono comparsi sulle scene.

Sorceress 2

La sesta traccia invece è Sorceress 2 (Incantatrice 2): una leggiadra traccia semiacustica, che dura poco meno di quattro minuti, le cui vere protagoniste sono ancora una volta le sei corde , che per buona parte del tempo si esprimono con delicati arpeggi, atti ad accompagnare le frasi sussurrate del frontman, sostenute dal tappeto sonoro della tastiera. Dopo due giri della chitarra, entra in scena anche la tastiera. Altri due giri , poi arriva anche il canto di Ackerfeldt. Ancora una volta si parla di morte, ma stavolta la morte è un'ipotesi che permette all'autore di prendere coscienza dei suoi desideri e delle sue speranze e di esprimerle. Sorceress è quasi una canzone d'amore: nella prima parte ci sono le speranze di lui, i desideri che vorrebbe esaudire prima di morire. Nella seconda le sue promesse alla donna amata. In entrambi i casi, il denominatore comune è la felicità e l'amore dei due. Nella prima parte, infatti, lui auspica di riuscire a diventare "tutto il mondo" per lei, che lei gli conceda tutto il suo tempo e non faccia niente per perderlo. Nella seconda lui promette che le resterà accanto, senza farle domande scomode, vivendo  appieno ogni minuto a loro disposizione. Infine, dice, che lei non dovrà aver paura della morte, quando arriverà, perché lui sarà lì e non smetterà mai di amarla. Da un punto di vista strumentale , Sorceress 2 non presenta grandi variazioni, anzi è piuttosto monotona, fatta eccezione per qualche raro aumento di intensità e impercettibili cambi di tonalità. La potremmo ovviamente vedere come il diretto prosieguo della title track, ed effettivamente è proprio ciò che è; gli Opeth si sono concessi alcuni slot di passaggio prima di arrivare alla conclusione del discorso iniziato nella traccia che da il titolo al disco stesso. Prima ci è stata narrata una storia, una storia melanconica fatta di silenzi, desideri, aspirazioni e dolore, nella seconda parte invece c'è il desiderio, la passione travolgente, quel sentimento che rialza le tue ossa da terra e ti fa sentire vivo per la prima volta dopo un sacco di tempo. A discapito della musica, che come abbiamo detto non presenta variazioni di calibro così ingente, consigliamo l'ascolto di questa traccia subito collegata alla sua prima parte, di modo da avere una idea ancora più precisa di quel che gli Opeth volevano trasmettere. È come trovarsi di fronte ad una opera teatrale suddivisa in più atti, abbiamo l'incipit col suo incedere così possente e le molteplici variazioni sul tema stesso, strutture sempre più complesse che vanno piano piano inalberandosi sempre di più. Successivamente, dopo aver attraversato varie fasi, abbiamo la seconda parte, molto più delicata e scarna al tempo stesso, le bugie vengono a galla, la passione si fa palpabile, e la musica lascia più spazio al testo ed alla sua interpretazione, senza indugio alcuno. Una traccia che si, forse risulta una delle meno appetibili del disco, ma che se vista nell'ottica giusta, non può non emozionare. 

The Seventh Sojourn

The Seventh Sojourn (Settimo Soggiorno) è la settima traccia del disco. Essa è prevalentemente strumentale. Infatti la sua lirica consta di appena otto brevissime frasi e trova spazio solo sul finire della traccia stessa. La settima traccia è indiscutibilmente una delle più interessanti del disco, almeno per quello che riguarda la sezione strumentale. The Seventh Sojourn viene aperta dalla chitarra, sostenuta da rade note lunghe del basso, seguite a ruota dall'ingresso delle percussioni di Axenrot, che donano un'atmosfera tribale. Man mano che la canzone prosegue il basso di Mendez si fa sempre più presente, così come il tappeto sonoro della tastiera; insieme contribuiscono a dare a questa traccia sonorità arabeggianti, mentre le chitarre continuano ad esprimersi rimanendo fedeli ai loro riff iniziali e restando quasi in disparte a fare una sorta di cornice alla sezione ritmica, che stavolta riveste il ruolo principale. Il tema si modifica leggermente verso il secondo minuto e poi di nuovo pochi secondi dopo, più precisamente al minuto 2 e 20, punto in cui si ha decisa variazione strutturale. Il cambiamento inizia lentamente al minuto 2e 15 secondi, quando percussioni e tastiera tacciono, per lasciare spazio al duetto chitarra- basso, che comunque rallentano progressivamente, fino a esaurirsi completamente in un silenzio brevissimo, ben presto interrotto dal ritorno delle percussioni , a cui progressivamente si aggiungono tastiera, basso e infine anche le chitarre. Da qui in poi il tempo si fa più lento, rispetto alla parte precedente, le sonorità più cupe. A metà del terzo minuto troviamo un pulitissimo bass solo di Mendez, che insieme alla tastiera ci accompagna verso la parte cantata. Il testo viene annunciato da un silenzio, seguito a ruota da una decisa variazione sul tema musicale: arpeggi di chitarra , su un leggerissimo tappeto creato dal synth e poche note della tastiera precedono e poi accompagnano la preghiera di Akerfeldt alla donna amata. Egli infatti le chiede di accoglierlo tra le sue braccia, lasciarsi andare, scappare insieme . Una fuga che però non deve essere intesa in senso letterale, ma figurato: è quella fuga che è consentita solo agli innamorati, quella che non ha bisogno di un posto preciso , né di beni materiali. Le braccia , gli occhi dell'amato/a sono già una fuga dal mondo per l'innamorato, un rifugio, una bolla in cui tutte le brutture del mondo vengono ridefinite e ridimensionate, quasi sottovalutate. Con questa preghiera si conclude anche la traccia. Resta da fare solo un'ultima precisazione: le ultime frasi di Akerfeldt vengono accompagnate esclusivamente dalla tastiera, la chitarra si ferma poco dopo l'inizio della lirica.

Strange Brew

Strange Brew (Strano Infuso) è la traccia numero otto e se amate le canzoni che variano continuamente, non potrete che amarla.  Essa non ha un intro, infatti viene aperta dalla voce di Ackerfeldt, che canta quasi a cappella. Quasi, perché in sottofondo si può sentire il delicato tappeto di tastiere , che lo accompagnano. Appena la voce tace, fa il suo ingresso il basso, che però qui si limita a indicare alla tastiera l'inizio di ogni battuta. Poi riprende la voce e resta solo il pianoforte ad accompagnarla. Di nuovo Akerfeldt tace e torna il basso e così di nuovo per altre due volte. In questo lasso di tempo Akerfeldt canta o meglio pronuncia le quattro frasi che compongono la prima strofa, coprendo il primo minuto e mezzo della traccia. In questa parte l'autore ci fornisce l'immagine di un uomo poco istruito, consapevole dei suoi peccati, di cui vorrebbe liberarsi, che cammina nel parco quando il sole cala e il buio della notte, lentamente, avanza. Al termine della strofa cantata, troviamo ancora una volta il dialogo tra basso e tastiera, che però ben presto lasciano posto al delicato e nostalgico solo di chitarra, sostenuto solo da qualche nota del basso, fino a una manciata di secondi dopo l'inizio del secondo minuto. Qui, all'improvviso, senza che ci venga fornito alcun indizio, Strange Brew cambia completamente volto, regalandoci uno strumentale fusion , intricato e in continua trasformazione. Quando il leader riprende a cantare, però, tutta la strumentazione si ferma, ad eccezione della tastiera. La parte "corale" torna a farsi sentire solo tra una frase e l'altra, come a voler sottolineare la fine di una e l'inizio dell'altra. Siamo a metà del terzo minuto e alla seconda strofa della lirica. Qui il cantante si rivolge a una persona, probabilmente una donna morta o molto lontana. Lei è una figura eterea senza volto, senza corpo e senza voce e lui non può far altro che prendere atto dell'abisso che li separa e dell'enorme vuoto che lo circonda. Proseguendo nell'ascolto troviamo un'altra parte strumentale, in cui chitarra e basso sono i principali attori, che ci porta verso la terza strofa della lirica, la quale stavolta è accompagnata da tutta la strumentazione. In particolare, la sei corde sembra voler sottolineare quello che la voce esprime, suonando con la stessa metrica usata dalla voce. Qui l'uomo sostiene di essere malvagio, il suo sguardo è oscuro come la notte, è alla ricerca di qualcosa di spirituale, come un gregge di felini che ha smarrito la strada e non sa più come trovarla. Egli si sente come se si stesse liquefacendo in uno strano liquido. A seguire troviamo un guitar-solo che ci porta all'ultima parte della traccia. Qui ci dà l'immagine di una neomamma che passeggia nel parco , mentre lui guarda il sole e pensa che non ha mai primeggiato, è sempre stato un passo indietro rispetto a qualcun'altro. Sotto la pioggia, una voce e un volto riemergono dalle nebbie dei ricordi passati e lo portano a piangere. L'ultima parte poi riprende l'inizio della canzone, quella in cui la voce è accompagnata solo dalla tastiera e tra una frase e l'altra emerge anche il basso ed è proprio il duetto tra tastiera e basso che ci porta alla conclusione dell'ottava traccia contenuta in Sorceress. Pezzo sicuramente dal tiro interessante, le molteplici variazioni sul tema ne fanno forse uno dei contenuti più celebrali che potrete trovare all'interno di questo disco; forse anche la traccia in cui maggiormente ci si rifà al concetto stesso di "Prog", un mondo oscuro, popolato di Jazz, strutture di varia tipologia, infusioni di musica classica e tutto ciò che la mente umana possa pensare. 

A Fleeting Glance

La traccia numero nove va sotto il nome di A Fleeting Glance (Una Occhiata Fugace). Essa viene aperta dalle chitarre acustiche, due giri e poi le chitarre tacciono per lasciare spazio al canto. La voce di Akerfeldt ci narra di una persona sola, che conduceva una vita tranquilla, pur non tornando mai a casa, fino a che un giorno qualcosa in lui cambiò e all'improvviso si trovò a chiedersi per quanto tempo sarebbe andato avanti così. Il protagonista prosegue il suo racconto, dicendo che provava a far tacere il suo cuore in ogni modo, finché lo sguardo fugace di una donna vinse ogni sua volontà e improvvisamente, dopo tanto tempo, egli trovò il coraggio di affrontare i suoi sentimenti e tutto divenne più chiaro. L'uomo si rese conto di aver speso tutto il suo tempo a pensare al futuro, a quello che sarebbe stato, senza guardare al presente, andando avanti, seguendo una linea, senza mai guardarsi intorno, senza mai sgarrare, come se avesse avuto il paraocchi. Il tutto viene espresso con il solo accompagnamento di pochi accordi, tutti uguali, alla tastiera e dei leggeri cori in sottofondo, che però emergono solo sul finire di ogni strofa , per cantarne l'ultima frase. Siamo al termine della terza strofa. Tra questa e la successiva possiamo ascoltare un breve bridge strumentale, delicato e dominato dalle chitarre, che ci porta verso la ripresa del canto.  Quest'ultimo riprende, stavolta sostenuto, non solo dalla tastiera , ma da tutta la strumentazione, raccontando che un altro sguardo fugace gli diede una chance che ignorò , annegando nell'idea futile, alla ricerca della vera felicità. Dopo di che egli si è rivolto all'unica persona di cui si fidi davvero. Infatti, si è incontrato con la madre e le ha chiesto consiglio. La madre gli dà una risposta lapidaria " tutti siamo nati per morire", un'asserzione che paradossalmente fa sentire il figlio più leggero, più libero di vivere seguendo i suoi sentimenti. Da qui in poi veniamo trascinati in uno strumentale magico, che ci porta fino al termine della traccia, interrotto solo dalla voce, che negli ultimi secondi ci confessa che paradossalmente le parole della madre l'hanno liberato dalle "catene" che egli stesso si era imposto, sente che una nuova versione di se stesso, un lato di sé che non aveva mai visto, sta emergendo . Un'altra traccia in cui si cerca di dare forma e colore alle parole piuttosto che alla musica stessa; gli Opeth mettono in piedi una macabra e melanconica ballad dai sentori tetri ed effimeri come l'argomento di cui stiamo parlando, la ricerca della felicità, dell'Io interiore che ci fa stare bene. Nessuno può ovviamente darci lezioni su come trovarlo, e quella lapidaria dichiarazione di sua madre, mette il nostro protagonista nella condizione di arrendersi allo scorrere del tempo, i sentimenti sono ormai la sua alma mater, niente e nessuno potrà mai più impedirgli di vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, inseguendo la vita a spron battuto e senza preoccuparsi delle conseguenze, tanto alla fine tutti quanti dipartiremo da questa terra.

Era

Era si apre con un intro allegretto di pianoforte, che ci porta fino al termine del primo minuto e al primo silenzio intra canzone di questa decima traccia. La funzione di questa pausa è quanto mai evidente: Em viene completamente stravolta, la delicata melodia tracciata dalla tastiera viene spazzata via dalla distorsione delle chitarre e da un Axenrot più scatenato che mai, dietro la sua batteria. Le chitarre si fanno più veloci, il basso più presente, la batteria costruisce un imponente muro di suono, che dà quasi l'impressione di un'improvvisazione, una jam, per quanto sia , apparentemente, caotica. L'unica variazione macroscopica è data da un brevissimo lasso di tempo in cui tutto tace, ad eccezione della batteria di Axenrot, poi la parte corale riprende per portarci verso l'inizio del canto. A circa metà del secondo minuto, fa il suo ingresso la voce, che ci parla di simboli, di segni, che si possono percepire in ogni momento, anche nell'ora della morte. Essi sono simboli di speranza , che possono darci conforto se siamo disposti a guardarli per quello che sono. Akerfeldt sostiene di sentire una voce che lo avverte di non credere a ciò che vede e che sente, ma questo lo renderebbe meno umano.  La terza strofa ci parla della fine di un'era  e di un nuovo inzio, con le sue insidie e tutte le incognite che porta con sé . Una delle più pericolose è la malvagità, il lato oscuro che ognuno di noi, chi più chi meno, porta dentro di sé.  Nella vita di ognuno di noi, ci sono momenti di dubbio, attimi di debolezza, questi sono i momenti più pericolosi, quelli nei quali il lato oscuro può emergere e sopraffarci. E' allora che nasce la lotta interna, la tempesta, perché il "demonio", la malvagità, vive in ognuno di noi e basta un niente perché prenda il sopravvento sulla nostra volontà. La lirica si chiude, lasciandoci a un guitar-solo , che ci conduce a quello che potremo definire, con una certa approssimazione, il ritornello della canzone. Infatti Em si chiude mentre Akerfeldt ribadisce il concetto che il diavolo vive in ognuno di noi. Un'altra canzone introspettiva su sé stessi (il titolo già fa riflettere, come vedere il proprio volto allo specchio, riflettere sulla propria esistenza e sulla propria anima, senza porsi alcun problema). Uno slot in cui i nostri compositori danno il via all'ultima parte del loro disco, spremendo le ultime cartucce rimaste; nonostante le non eccessive variazioni, rispetto ad altre canzoni incontrare durante l'ascolto, Em risulta una partitura trascinante e lisergica, capace di catturare l'attenzione dell'ascoltatore fin dai primi vagiti di sé stessa, ogni accordo, ogni tassello è al suo posto e non si smuove da lì neanche se gli viene chiesto con gentilezza. Una struttura, per quanto non imponente, che assume i connotati di una improvvisazione senza precedenti, come se ogni membro avesse messo del suo all'interno dello spartito. Brividi che solcano la nostra schiena mentre la ascoltiamo, ogni volta è un tuffo al cuore, ma cosa alla fine nella musica degli Opeth non lo è.

Persephone (Night Return)

L'ultima traccia è Persephone (Night Return) (Persefone - Ritorno Notturno), essa chiude il cerchio di questo disco. Persephone è l'inizio e la fine di tutto. Si apre con un deciso colpo di cassa e rullante per poi lasciare posto al pianoforte, che ancora una volta si esercita in un allegretto, che sembra quasi una filastrocca per bambini, su cui si inserisce la stessa voce femminile, che era presente anche nella prima traccia. Ella sembra enunciare una riflessione quasi poetica, secondo le quali le vecchie ossessioni, le fisse, quelle idee o persone senza cui credevamo di non poter vivere, lentamente, con il tempo, scompaiono , senza lasciare traccia di sé e lei, ma anche noi, attraversiamo bufere, inverni dell'anima, momenti bui che sembrano non aver mai fine, per poi ritrovarsi sereni, sentirsi a casa, al sicuro, senza neanche sapere come e dove l'abbiamo trovata. Poi la traccia si conclude, così come si è aperta: con la dolce musica, un po' nostalgica, del pianoforte. Breve e concisa, come era la sua controparte iniziale, questa chiusura di album non poteva essere più azzeccata di così; un tema di minutaggio non elevato, neanche un minuto per finire di dare voce e corpo all'emblema dei dubbi che ci avevano aperto il disco stesso. E di nuovo torna il mito greco a bussare alla nostra porta, ma stavolta in veste più setosa e "notturna" appunto; una donna intrappolata in un luogo con l'inganno, come molte persone nel mondo sono invischiate in cose nelle quali non vorrebbero essere, ma vi sono costrette. Ed è allora che cominciano a soffrire e chiedersi il perché di tutto questo, e mentre la nenia dei tasti bianchi e neri accompagna la sfumatura finale del disco, quei dubbi cominciano a prendere corpo anche dentro di noi.

Conclusioni

Concludendo ci sentiamo di raccomandarvi caldamente l'ascolto di questo disco. Ancora una volta, tutte le immagini legate all'album sono state curate dal fedele Travis Smith. La copertina del singolo del disco è l'emblema del connubio tra bello e del disgustoso: da un lato il pavone, simbolo di bellezza, dall'altro il macabro ritratto di cadaveri putrefatti, una simbologia che in qualche modo ricollega il nuovo ai vecchi lavori della band, una sorta di linea evolutiva della loro discografia. Il pavone che come ammette lo stesso frontman è anche simbolo di vanità, in questo caso del narcisismo della band, ma oltre l'ego c'è anche spazio per le belle iniziative, come quella che gli Opeth hanno annunciato a Luglio: una parte dei vinili verrà stampata in un'edizione speciale e il ricavato delle vendite sarà interamente devoluto all'associazione Gilda Club di NY, che è stata fondata in memoria del comico vincitore del Grammy Award Gilda Radner, morta di cancro alle ovaie nel 1989. E 'disponibile come picture disc e in una gamma di colori che includono menta anche perla, blu, legno di rosa e arancio. All'interno del libretto, invece, troviamo i ritratti dei musicisti , dipinti come persone di alto lignaggio , più o meno del Rinascimento. Merita un piccolo commento anche la scelta del titolo e il contenuto del singolo, attraverso le parole del suo stesso autore "Nonostante le implicazioni che il titolo possa portare, l'album non è intento a rimarcare lo stereotipo delle donne, che con la loro sessualità devastano gli uomini. Sicuramente hanno influito gli aspetti negativi delle relazioni sulla sua creazione . Ho avuto un paio di anni molto difficili, nei quali ho pensato molto a queste cose, sono andato anche in terapia per questo. Tuttavia la donna è un bersaglio facile, si sa, ho cercato di evitare per quanto ho potuto. Ma un po' di quella rabbia è rimasta nei testi". Ogni traccia è a suo modo un piccolo mondo da esplorare, persino Persephone, così breve da doverla ascoltare con attenzione più e più volte per gustarne a pieno la grazia. Sorceress, The Wilde Flowers e Will O The Wisp le abbiamo passate al microscopio, anche come singoli e abbiamo già ribadito più volte la loro bellezza e i loro punti di forza. Vorremmo, invece, soffermarci  sulle altre canzoni. A partire da Chrysalis , traccia che personalmente trovo stupenda. Essa è ricca di sfumature, il suo testo denso di significato, i giri di basso, il tempo scandito da Axe, le chitarre , il tappeto di tastiera, ogni elemento si incastra perfettamente con l'altro, creando qualcosa che non è solo piacevole da ascoltare, ma è un vero e proprio viaggio nelle mille sfaccettature della musica. Un viaggio che peraltro coinvolge tutte le tracce del disco. Ciascuna con la sua particolarità eppure legata alle altre, sia a livello di tematiche trattatre, sia da un punto di vista strumentale. Un esempio lampante è dato da Em e Persephone ( The Night Return) . L'inizio della prima, diventa il tema principale della seconda. A fleeting Glance non brilla per variabilità, ma resta comunque un gioiellino grazie al suo testo e alla delicatezza del suo commento musicale. The seventh sojourn poi è esaltante , con le sue atmosfere etniche e il suo testo ridotto all'osso, ma comunque incisivo. Dunque ribadiamo il concetto: ascoltatelo e non ve ne pentirete.  Un disco con cui ancora una volta la nostra band ha sancito il proprio cambiamento di sound e la strada che vuole intraprendere, almeno per il momento; sono ormai svariati anni che le dure sonorità del Death sono state abbandonate o comunque messe da una parte, a favore di strutture più morbide e celebrali, non che non lo siano mai state, ma l'aver tolto quel tipo di vocalizzo, sicuramente fa emergere ancora di più le composizioni che vengono fuori dalla mente di Mikael. Un disco che, come era accaduto per Pale Communion ed il precedente, ha spaccato la folla dei fan in due; fra chi lo ha amato subito, già alla prima nota, e chi come sempre continua sulla strada del "gli Opeth non sono più quelli di un tempo, sono cambiati e si sono rammolliti". Quel che forse molti non hanno capito è che gli Opeth sono sempre stati questo, a detta stessa del loro leader, semplicemente adesso sono stati apportati cambiamenti, ma la base è sempre la stessa, sperimentare in maniera continua e senza freno. Il voto è quello più alto che si possa aspirare, perché vi assicuriamo, in questo album neanche una virgola è fuori posto. 

1) Persephone
2) Sorceress
3) The Wilde Flowers
4) Will O The Wisp
5) Chrysalis
6) Sorceress 2
7) The Seventh Sojourn
8) Strange Brew
9) A Fleeting Glance
10) Era
11) Persephone (Night Return)
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