OPETH

Pale Communion

2014 - Roardunner Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
19/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Siamo dunque arrivati a quello che è ,per il momento, l'ultimo capitolo della discografia opethiana, almeno per quanto riguarda i cosiddetti studio-album. L'undicesimo disco esce ufficialmente nell'estate del 2014, tuttavia è bene procedere con ordine, raccontando la storia da dove l'avevamo lasciata. Nell'ultima recensione ci siamo fermati al 1 giugno 2011, giorno in cui Heritage fu presentato alla stampa specializzata. Dopo l'uscita del decimo album, gli Opeth si prendono una pausa lunga tre anni; già questo è sufficiente a farci capire che la poltrona su cui siedono gli Opeth nel Music Business è più salda che mai. Tre anni di silenzio sarebbero stati inimmaginabili solo pochi anni prima. Il tour di Heritage arriva a conclusione il 26 maggio 2013: dopo aver percorso più volte le strade europee, americane, ed anche quelle del Sol Levante, i cinque decidono di staccare la spina per un po'. Nessuna pausa di riflessione, nessuna crisi in atto, semplicemente è arrivata l'ora di recuperare un po' di energie e foraggiare nuove fonti di ispirazione, magari dedicandosi ai progetti secondari e perché no, anche tornando a fare qualche piccolo show per un pubblico intimo in posti improbabili, come succede ad esempio il 20 aprile 2013. In tale data la band al completo si esibisce in uno show case acustico di cinque pezzi ( Credence, Hope Leaves, Atonement, Haxprocess e Demon of the Fall) in una fumetteria del Massachusetts.  Il 9 dicembre 2013 Akerfeldt viene insignito di un diploma ad honorem e di una borsa di studio dall'organizzazione SKAP, società svedese degli autori e compositori, un'altra medaglia sul petto del nostro compositore. Tra la fine del 2013 e l'inizio del 2014 però è di nuovo giunto il momento di tornare in studio, e stavolta la scelta cade sui Rockfield Studios ( gli stessi dove i Queen incisero Sheer Heart Attack  ed  A Night At the Opera).  Lo stesso leader svedese sull'album disse " Volevo fare qualcosa di più melodico con quest'album" e indubbiamente ha centrato l'obbiettivo. Già da Watershed (e se vogliamo anche prima con Damnation) i cinque iniziarono a prendere le distanze dai precedenti lavori, la trasformazione poi divenne più evidente con Heritage, mentre con Pale Communion possiamo dire che sia giunta a compimento. La parola d'ordine dell'undicesimo disco è Progressive, in ogni sua forma e sfaccettatura; un concentrato di melodie e armonie diverse che giocano e si confondono tra loro, per trovare nuovamente una loro individualità sotto altra forma. In esso non vi è nessuna traccia di growl, nessuna parentesi, anche piccola, di death metal, un vero e proprio shock per chiunque aveva sperato di sentire nel nuovo disco un ritorno alle sonorità che hanno reso celebre la band. A questo punto ci sembra doveroso fare un po' il punto della situazione e chiarire bene la differenza tra il death, il progressive death e il progressive rock/metal propriamente detto, ovvero i tre generi che ci delineano la discografia del combo svedese. Nel 1994 gli Opeth esordiscono con il loro primo disco Orchid, un piccolo capolavoro (se consideriamo che all'epoca i componenti erano poco più che ventenni) che si inserisce perfettamente nella cornice death metal: esteso uso della tecnica growl, ritmiche veloci , bruschi cambiamenti di tempo, testi prevalentemente incentrati sulla morte ( da qui il nome "death" metal), riff di chitarra su tonalità gravi , che utilizzano scale arabe, orientali e diminuite (ovvero in cui si alternano tono-semitono o viceversa semitono-tono, esempio La - Si bemolle o Do- Re bemolle), che hanno proprio lo scopo di dare quelle atmosfere cupe che caratterizzano il genere. Le cose però cambiano già a partire dal secondo album : Morningrise, dove è già possibile percepire l'influenza del progressive rock settantiano nella modalità compositiva di Akerfeldt; tanto è che proprio Morningrise, insieme a Piece of Time degli americani Atheist , viene riconosciuto come l'album che diede vita e contribuì allo sviluppo di quello che oggi conosciamo tutti come Progressive Death Metal, ovvero un genere che fonde assieme i due filoni, per dare vita ad un sound mai sentito. Si continua così, fino a quando nel 2008 gli svedesi pubblicano Watershed, dove si palesa quello che già si poteva intuire in Damnation: gli Opeth stanno cambiando. La trasformazione poi si completa con Heritage, un disco in cui viene abbandonato completamente il death metal a favore del più melodico progressive rock: dove il blues si fonde con strumentazione e stile compositivo di stampo classico o jazzistico, caratterizzato da brani lunghi anche 30 minuti.  Coloro che amano la buona musica, indipendentemente dalle etichette che le vengono incollate addosso, non avranno grossi problemi ad accettare il cambiamento. Diversamente i duri e puri del death come sempre, vivranno questo album come un vero e proprio tradimento, ma, in parole povere, cosa cambia effettivamente per gli Opeth? Beh, non troviamo più l'uso del growl tanto per iniziare, che è un po' il simbolo stesso del death metal; al suo posto vengono preferiti voci pulite e armonie vocali più o meno melodiche. Le linee di chitarra sono un po' più lente e un po' meno aggressive; si gioca di più con i piatti, i tempi dispari e si pesta meno sulla cassa. A parte questo, la firma Opeth resta assolutamente inconfondibile, dai riff di chitarra ai silenzi intra canzone, dai testi criptici alle varie incursioni in generi e tradizioni musicali diverse tra loro.  In realtà, se vogliamo, potremmo dire che in Pale Communion c'è un vago ritorno al passato: i testi infatti assumono di nuovo un ruolo marginale rispetto alla sezione strumentale. Qualcuno ha definito questo disco come " experimental progressive rock", per segnalare il fatto che l'undicesimo tassello opethiano è si un disco progressive a tutti gli effetti, ma presenta anche commistioni e sperimentazioni che in generale non troviamo nel Prog come comunemente viene inteso. Tale definizione è stata in una certa misura accolta e abbracciata da Mikael che durante un'intervista confermò : " Si, era proprio questo il nostro obbiettivo. Credo che un artista, che sia un musicista o un pittore o anche uno scrittore, non debba mai restare fermo sulle proprie posizioni, ma cercare continuamente di sperimentare e provare a rinnovarsi ogni volta ed è proprio questo che noi volevamo fare con Heritage e ancor più con questo disco". Bando ad ulteriori indugi però, vi diamo ufficialmente il benvenuto all'interno dell'undicesimo disco firmato Opeth.

Eternal Rains Will Came

Ad accoglierci troviamo Eternal Rains Will Came (Piogge Eterne Arriveranno): possiamo dividere la prima traccia in due parti; la prima occupa i primi tre minuti ed è interamente strumentale, mentre la seconda è cantata, anche se, a onor del vero, la voce di Akerfeldt riveste nettamente un ruolo marginale. Eternal Rains Will Came viene aperta da una manciata di note veloci sull'organo, che ben presto lasciano spazio al duo ritmico di basso e batteria, e poi si cambia ancora : entra la chitarra, la batteria si fa più pesante, per poi affievolirsi e rallentare di colpo. La chitarra, seppur presente, si limita a eseguire pochi accordi, che lentamente sfumano grazie all'uso del delay. Siamo giunti solo al trentaseiesimo secondo, abbiamo già incontrato quattro variazioni e tante altre ancora ci aspettano. La più macroscopica di queste la troviamo intorno al primo minuto e mezzo: il tempo si ferma, dal silenzio emergono note di pianoforte che pian piano crescono di intensità, ed in seguito vengono accompagnate da una lieve melodia di flauto. Quando gli accordi sulla tastiera si fanno più forti, al posto dei fiati entra la chitarra con la dose di energia che ne consegue. Delicata e breve, la melodia tracciata dalle sei corde lascia quasi subito spazio a un nuovo "solo" di pianoforte.  Le sorprese non finiscono qui, il tema musicale sta per mutare nuovamente, per regalarci una lunga parentesi orchestrale che ci traghetta verso la parte cantata, in prossimità della quale varierà di nuovo, sebbene in modo meno significativo. Un bellissimo guitar solo separa la prima strofa cantata dalla seconda. Sul finire della traccia troviamo un'altra parentesi strumentale, dalle sonorità quasi arabeggianti, a cui fa seguito un lunga pausa ( silenzio opethiano). Ancora poche frasi e poi Eternal Rains Will Came giunge veramente al termine: non c'è che dire, un inizio davvero lisergico e pieno di elementi per i nostri svedesi. La traccia è in continuo mutamento, camaleontica e poliedrica dall'inizio alla fine, non si fa in tempo ad apprezzare ed amare un tema, che subito ne troviamo un altro legato a filo doppio con esso, quasi come se fossimo sballottati da una parte all'altra di un enorme pendolo, perdendoci fra le note. Il testo sembra riferirsi a una sorta di diluvio universale, ancora una volta è una metafora. La pioggia eterna, la tempesta, sono tutte immagini della disperazione, causata da una perdita, dall'abbandono di qualcuno. Questo lo si può percepire andando a leggere l'intero testo fino in fondo. Forse è riferito a una donna, forse a un amico, questo non ci è dato saperlo. Propendiamo di più per una donna, soprattutto a causa di una frase: " mi hai detto di non aspettare, se non potevo aspettare in eterno". Possiamo dunque dire che la lirica sia un addio, sofferto, ma inevitabile a causa di pensieri e presupposti sbagliati, che hanno reso la separazione necessaria. Tutto quello che resterà sarà un'eterna pioggia di rimpianti e tristezza e la conseguente sofferenza data dalla solitudine.

Cusp of Eternity

La seconda traccia è la più "rock'n roll" di Pale Communion e va sotto il nome di Cusp of Eternity (Soglia dell'Eternità): viene aperta dalla chitarra ritmica, in un crescendo che ben presto sfocia in uno strumentale corale. La voce del leader entra quasi subito. Potremmo dire che la seconda traccia è lo specchio della prima, nel senso che è l'immagine speculare di ciò che abbiamo sentito nel primo slot dell'album: anch'essa si può dividere in due parti, ma al contrario della canzone che la precede, la parte cantata occupa la prima parte, mentre la seconda è esclusivamente strumentale. Tuttavia le due canzoni sono anche diametralmente opposte: la prima è molto melodica e arcobalenica, Cusp of Eternity, invece, è in generale molto più ritmica e "statica". Infatti il tema musicale rimane praticamente invariato per tutta la prima parte e per gran parte della seconda, variando solo in corrispondenza dei cori, che si interpongono tra una parte vocale e l'altra. Il canto sempre pulito, appare qui quasi lamentoso. Il passaggio dalle prima alla seconda fase della canzone è segnato da un lungo guitar solo di Fredrik ?kesson. Dunque una vera e propria botta di saccente energia musicale che gli Opeth vogliono iniettarci in questa seconda fase di disco; per quanto anche qui abbiamo un mutamento abbastanza cadenzato, esso viene spazzato via in più punti dalla rocciosa energia del Rock, con note acide e sprezzanti che sostituiscono la melanconia sentita in prima battuta, e come sempre la parte corale e vocale occupa solo un piccolo tassello, per lasciare il giusto e oneroso posto alla musica. Il testo di Soglia dell'Eternità è il più complesso del disco. Difficile interpretare efficacemente la figura materna che cammina sotto la pioggia con le braccia alzate al cielo. Una possibile interpretazione è quella dell'eternità del ricordo di una madre nella mente di un figlio o ancora dell'eternità del ciclo della vita. All'inizio del testo si parla di un bimbo nato in autunno, destinato a un mondo di sofferenza, poi non si fa più alcun riferimento al figlio e l'unica protagonista resta la madre, che vaga per il paese cercando aiuto, sotto la pioggia battente. 

Moon above, Sun Below

Proseguendo nell'ascolto ci imbattiamo in Moon above, Sun Below (Luna Sopra, Sole Sotto): la terza è la traccia più lunga di questo undicesimo lavoro in studio degli Opeth. Il suo inizio viene affidato al synth, sostituito quasi subito dal basso di Mendez a cui si uniscono ben presto batteria e chitarra, seguiti a ruota dall'attacco della voce. All'incirca al secondo minuto troviamo una sezione strumentale caratterizzata dal duo elettroacustico delle chitarre, a cui poi si aggiunge il canto di Akerfeldt. Poche frasi poi la scena è di nuovo riservata alle sole chitarre, fino a quando non riprende il canto, il ritmo si velocizza, la batteria torna a farsi sentire e le chitarre diventano nuovamente elettrificate, per sbizzarrirsi in un assolo veloce e infine torna di nuovo la calma: poche parole e poi ancora le chitarre da sole, poi di nuovo il canto melodico, i cori e poi un brevissimo silenzio, da cui prende vita nuovamente il synth, che ci dona l'effetto "vento", rendendo l'intero ascolto decisamente più onirico e fuori dai canoni comuni,  ed ecco che ci imbattiamo nel trio: basso, organo e batteria a sostenere il canto del leader. A metà dell'ottavo minuto troviamo un crescendo corale, sia strumentale che vocale, la musica si fa più solenne ed evocativa, ma anche più cupa, per poi lasciar spazio a un canto flebile e alle note del pianoforte che ci accompagnano fino al termine della terza traccia. Uno dei momenti che forse più ci ricordano il passato della band, specialmente per quanto riguarda il minutaggio stesso della canzone, ma anche le sensibili variazioni che troviamo al suo interno. Contemporaneamente il pezzo è anche uno dei più cristallini omaggi che gli Opeth fanno al Prog Rock settantiano in questo album; le varie sfumature quasi jazzate di alcuni punti si fondono con la sperimentazione più pura operata dalla band, dando vita ad un sound che, come ormai siamo abituati, è in continuo cambiamento, e ci riserva sempre delle sorprese. Ancora una volta il testo si rivolge a una terza persona, di cui non ci è chiara la natura; il riferimento a una religione e a un gregge ci fa pensare che possa trattarsi di un prete o di una persona che si è convertita e ha preso i voti. In ogni caso è chiaro che si tratti di una persona cara all'autore, poiché egli ancora l'attende invano prima di andare a dormire, nella speranza che faccia ritorno. Ad una musica così dolce e lemme dunque si accompagnano parole melanconiche e cariche di sentimento, per foraggiare ancora di più il sentimento che i nostri cercano di far venire fuori, e soprattutto l'amore del creatore di questo pezzo per la fantomatica persona che ne è protagonista; si sentono le emozioni legarsi indissolubilmente alla musica, ed è inevitabile finire l'ascolto quasi con una lacrima di commozione. 

Elysian Woes

Siamo giunti a metà disco:  arpeggi di chitarra accompagnano il canto pulito ed espressivo fin dalle prime note di Elysian Woes (I Dolori degli Elisi). Poi delle pennate decise sulle sei corde ci segnalano la prima variazione: entra il flauto e poi riprendono gli arpeggi della chitarra acustica, mentre quella elettrica si esprime su fraseggi melodici, pieni di espressività. In seguito entrambe le chitarre diventano elettriche, entra la tastiera e anche la sezione ritmica si fa più presente, mentre la voce si fa più acuta, per poi lasciar spazio ai cori fino all'estinguersi della traccia. Anche qui torniamo forse alle origini più primordiali della band; poche note, suonate con malinconica ironia dal gruppo, e la traccia si compone e serpeggia nelle nostre orecchie, nonostante la quasi assenza di variazioni significative. E' un omaggio a ciò che la band ha fatto prima di arrivare a questo punto, una specie di turn over del loro sound, seppur ripulito dalle sfaccettature Death Metal che li aveva contraddistinti e resi celebri nella prima parte di carriera, quando la violenza, la morte e la desolazione erano parte del loro essere. La lirica è un'amara riflessione sul prezzo che bisogna pagare per inseguire i propri sogni: amici persi, relazioni che finiscono, la solitudine di chi crede fermamente in quello che fa o che sogna di fare, ma che ad ogni traguardo raggiunto perde un pezzo di sé , di quello che era o che aveva o entrambe le cose . Akerfeldt scrive " volevamo farlo , era il nostro sogno. Continueremo a seguirlo, anche se la strada è piena di dolore". In tutto questo emerge ancora una volta la figura di questa misteriosa persona che si è staccata dall'autore lungo il suo cammino " Continuerò ad aspettarti, ma non ti mostrerò le mie cicatrici", come a dire, mi manchi, la tua lontananza fa male, ma non ti aspettare che venga a implorarti di tornare. Come sempre abbiamo una musica che perfettamente si interseca con le linee tracciate dal testo; il dolore, la malinconia ed il sentimento forte che Akerfeldt ha voluto lasciar trasparire nelle sue parole, lo ritroviamo in quelle secche note che fanno fa sfondo, e spesso parlano per le parole stesse. Non c'è niente da fare, il dolore lancinante della sconfitta, della fine di un amore, di un rapporto intenso e bellissimo, non sarà più parte di lui, nonostante il suo cuore continui a sanguinare per lei.

Goblin

Lasciamo i dolori elisi e troviamo un nome familiare: Goblin, titolo non casuale. Il leader degli Opeth ha dimostrato , fin dagli esordi, di apprezzare l'omonima band nostrana (basti pensare a quando si esibirono a Roma indossando la maglia di profondo rosso ). Infatti questo brano fin dalle prime note si dimostra un omaggio alla musica del gruppo Prog tricolore. Essa è anche l'unica traccia interamente strumentale presente. Goblin è uno slot che poggia molto su ritmo e tempi dispari, alternandosi tra parentesi puramente progressive e altre al limite della fusion. I veri protagonisti sono il basso e l'organo per un gioco di ritmi e sonorità diverse che ricorda molto i lavori dei Goblin, soprattutto Profondo Rosso e Suspiria. Come abbiamo già detto, un degno e chiaro omaggio degli Opeth, specialmente del loro creatore, ad una scuola musicale che letteralmente ha scritto una imponente pagina di storia della musica mondiale. Il Prog italiano aveva, ed ha ancora per chi lo suona, canoni ben definiti, strutture complesse coadiuvate dalla lingua nostrana, che meglio si presta di tutti agli intrecci narrativi. La band svedese, mettendo in piedi uno show semplice nella scelta degli strumenti, ma assolutamente geniale nella resa finale del sound, riesce, in soli quattro minuti, a scrivere nuovamente le regole del gioco, ed a rendere il giusto tributo ad un gruppo che più di tanti altri ha significato "sperimentazione" in questo filone musicale. La formazione venuta fuori dalla mente del carismatico Simonetti infatti, rispetto a tante altre band che negli anni '70 dettero il loro grande contributo alla causa del Prog tricolore, come PFM, Le Orme, Banco del Muto Soccorso, Area e Balletto di Bronzo, erano forse la formazione che meglio esprimeva la parte oscura di questa musica, non a caso divennero celebri per le melliflue e spaventose colonne sonore che fecero da spina dorsale per moltissimi film di Dario Argento, maestro indiscusso dell'orrore nostrano. Siamo dunque giunti alla sesta traccia.

River

Siamo dunque giunti alla sesta traccia. Si tratta di River (Fiume). Essa si apre come una sorta di delicata ballad: arpeggi di chitarra, voci pulite, quasi sommesse. I giri di basso sono inizialmente l'unico accompagnamento ritmico. Poi, verso il quarto minuto, cambia improvvisamente: ci troviamo infatti ad ascoltare una parentesi strumentale in continua evoluzione, che spazia dal jazz, al fusion ,al blues, passando per linee di chitarra quasi arabeggianti , fino a tornare su melodie rock classicheggianti. Verso il sesto minuto è possibile ascoltare una piccola parentesi vocale e strumentale da sapore quasi doom, soprattutto per i tempi larghi e le sonorità cupe che la caratterizzano, fino a quando non si trasforma rapidamente una cavalcata di riff veloci e bassi particolarmente presenti, su cui la voce di Akerfeldt si innalza, mostrandoci i notevoli miglioramenti dello svedese. Il frontman infatti, negli anni, è riuscito sensibilmente a migliorare la propria ugola, passando da un growl, sempre e comunque pulito, ma sporcato grandemente dalla tecnica che questo tipo di cantato richiede, ad una pulita voce che già nell'album precedente era esplosa in quasi tutta la sua interezza. In Pale Communion il nostro compositore riesce ad alzare nuovamente l'asta della propria difficoltà, mettendo in piedi un tipo di cantato ancora più tecnico, e che fa trasparire letteralmente la musica dalle proprie parole, creando un dualismo forte e difficile da sciogliere. Fiume è palesemente rivolta a una donna. L'autore le chiede di essere sincera , ma lei continua a mentire, lo illude dicendo di essere sua, finché non arriva un altro uomo a portarla via. Il fiume che non è altro che l'immagine dell'amore impetuoso che lo rende schiavo di lei, cieco a tutti i segnali che svelano le sue menzogne, ma alla fine, come la calura e l'aridità dell'estate seccano i fiumi, così anche l'amore prima o poi si arrende di fronte all'evidenza e squarcia il velo che si parava di fronte agli occhi dell'innamorato.

Voice of Treason

Pale Communion è ormai agli sgoccioli, ci restano solo due tracce da ascoltare. La prima delle quali va sotto il nome di Voice of Treason (La Voce del Tradimento):  la settima traccia è caratterizzata da una apertura "atmosferica" donata dalla tastiera-synth, per poi divenire ritmica e scandita con l'ingresso della batteria, su cui si inseriscono gli archi, che accompagnano il canto di Akerfeldt; incarnando la parte melodica di quella che potremmo definire come la prima parte di Voice of Treason. Finita la prima strofa la sezione ritmica rimane costante, mentre la parte melodica data dalla tastiera-synth si fa acuta, inasprendo il proprio sound e donando un ritmo alto al pezzo. A seguito di questa variazione  si ha un nuovo cambiamento, che sfocia in un brevissimo silenzio seguito da cori su un tappeto di tastiere, e poi da sezione esclusivamente ritmica , che anticipa di una manciata di secondi la ripresa del testo. Quello a cui assistiamo nella seconda parte è una miscela di sonorità arabeggianti e linee di chitarra che richiamano vagamente il flamenco. Si cambia di nuovo, c'è tempo per qualche breve incursione in sonorità più rockeggianti, prima del finale dal sapore classicheggiante con le note del pianoforte che si distribuiscono tra le ottave centrali e quelle più acute accompagnando la voce del songwriter svedese. La Voce del Tradimento, un titolo emblematico. Tuttavia, leggendo il testo si evince che non si parla di un tradimento "fisico" , quanto più di un tradimento spirituale, una sorta di muro invisibile che lei interpone tra loro, fatto di segreti, omissioni, paure di derivazione incerta o sconosciuta. Forse una vecchia ferita, forse sfiducia, non lo sappiamo. L'unica cosa chiara è che qualunque cosa la donna si porti dentro, ella la usa per allontanare l'uomo che sa essere giusto per lei, ma con cui, per qualche motivo, non riesce a confidarsi. Nuovamente quindi torniamo sul tema del dolore e del sentimento che accompagna le persone; in questo caso si cerca di analizzare le incomprensioni che spesso accompagnano gli stessi rapporti umani, quelle parole non dette, quei muri di gomma con cui ogni tanto è inevitabile scontrarsi, ma con i quali avere a che fare è decisamente dura e dolorosa. Due persone separate da un nugolo fitto ed irto di spine, nugolo fatto di frasi non finite, di sentimenti mai espressi e di mero e contino allontanamento l'un dall'altro, finché la distanza non sarà così invalicabile da non poter tornare più indietro.

Faith in Others

 L'undicesimo capitolo di questa storia svedese piena di colpi di scena ci saluta con Faith in Others (La Fede Negli Altri): si apre con un tappeto di tastiere e archi ( probabilmente dati dal synth) .Terminata la prima strofa si incontra un breve silenzio, cui seguono accordi di tastiera su un tempo largo. Essi fanno da sostegno alla seconda strofa cantata, con rare e brevi inserzioni di organo. In un secondo tempo si inserisce anche la chitarra acustica e poi entrano in gioco tutti gli strumenti a sostenere i cori. Si cambia ancora: la voce si fa più metallica, la parte strumentale è data interamente dalla batteria e dal tappeto di tastiere, finché non vi si inserisce nuovamente la chitarra, portando a un crescendo strumentale che si estinguerà in una nuova parentesi di sola voce, tastiere e piatti. Infine, tornano nuovamente gli archi a chiudere il cerchio. Come abbiamo ormai potuto appurare fino in fondo, gli Opeth hanno deciso per questo ultimo lavoro di tornare al primordio della propria musica, rispolverando alcune tecniche che giacevano sopite da tempo; strutture che sembrano quasi non finite, ma che in realtà fanno semplicemente da ponte fra due blocchi, melodie brevi ed intense, e quei silenzi che apparentemente sembrano solo riempitivi della canzone stessa, ma che per chi conosce bene la band, valgono più di tante musiche suonate e di tante parole dette dal frontman. E' la magia che questo gruppo riesce a creare, una dinamica così particolare che nessuno mai è riuscito a ripetere con la stessa intensità, semplicemente perché questa band è diretta e conseguenziale espressione del proprio creatore, tutto ciò che sentiamo o vediamo è frutto della sua geniale mente, e questo non potrà mai essere replicato. La Fiducia negli altri, un altro titolo emblematico. Come si fa intuire il nome stesso della canzone , il suo testo affronta il problema della fiducia/sfiducia verso le persone che ci circondano. Possiamo affermare con una certa sicurezza che ognuno di noi, crescendo, si fida sempre meno del prossimo, soprattutto quando si parla di relazioni sentimentali. Questo perché più diventiamo grandi e più ferite ci portiamo dietro, chi più chi meno. Proprio di questo parla Faith in Others; parla della difficoltà di fidarsi ancora, di provare a mettersi in gioco ancora una volta, di quella sensazione di vuoto, di ghiaccio che più o meno consciamente ci costruiamo attorno quando si è stati feriti e delusi tante volte, quella voglia di respingere tutti che Akerfeldt rende benissimo con una semplice frase " Tu cerchi di prendermi le mani, ma stai toccando ghiaccio che si scioglie", una materia fredda e dura come il ghiaccio, che al contatto con il calore si scioglie si, ma solo per diventare qualcosa di inafferrabile come l'acqua, in pratica una causa persa in partenza. 

Conclusioni

Il 2 giugno 2014 gli Opeth rilasciano il primo singolo estratto da Pale Communion. Si tratta di Cusp of Eternity, la seconda traccia del disco, che giungerà nei negozi di dischi di tutto il mondo il 25 agosto 2014. La scelta di Cusp of Eternity come "promotional track" ovviamente non è casuale, come dichiarò lo stesso autore durante un'intervista " Cusp of Eternity è la canzone più rock dell'intero disco", naturale quindi che i musicisti e l'etichetta discografica la eleggano ad "apripista", quale miglior canzone per stimolare e incuriosire i fan vecchi e nuovi e magari attrarre qualche nuovo ascoltatore?  Ancora una volta al mixaggio c'è l'idolo e amico Steven Wilson, mentre l'artwork è curato dal fedele e rodato Travis Smith, che stavolta esprime la sua arte con un muro in pietra su cui sono attaccati tre quadri con soggetti religiosi e sotto a quello centrale è posta una targa dorata che riporta il logo degli Opeth ed il titolo dell'album. Su questo disco sono state dette molte cose. Qualcuno ha detto che si sente l'influenza dei Beatles, qualcuno ci sente i Pink Floyd, qualcuno i Porcupine Tree. Bene, tutti hanno ragione e contemporaneamente torto: ci sono tutti questi gruppi è vero, d'altronde stiamo parlando di un uomo che è cresciuto ascoltando proprio queste formazioni, quindi è ovvio che ci siano dei richiami, quasi degli omaggi a queste band. Tuttavia non c'è un chiaro riferimento a loro, i soli alla " David Gilmour" li abbiamo sentiti più volte nei vari album che compongono la discografia degli svedesi, ed ogni volta quello che faceva pensare Gilmour, in realtà significava Latimer o Pye Hastings ( chitarra e voce dei Caravan); inoltre c'è un nome che non ci cita quasi nessuno, ma che per l'autore è una fondamentale fonte di ispirazione e in questo disco si sente bene, soprattutto per quanto riguarda le linee vocali: David Crosby. Ecco dunque che Pale Communion si può definire come un vero e proprio omaggio al progressive-rock degli anni 60-70, un genere che per Akerfeldt è un'eterna fonte di ispirazione. Questo implica anche che l'undicesimo lavoro in studio è un disco soft, dalle linee molto morbide e piacevoli, se vogliamo , un po' più "immediato" rispetto ai predecessori. Ancora una volta le critiche dei fan non tardano ad arrivare; qualcuno prova ad esporre il suo disappunto sulla pagina Facebook ufficiale " Rivogliamo il growl" scrive qualcuno, la risposta è secca e lapidaria, quanto immediata " Anch'io vorrei tanto parlare con mio padre, purtroppo non è possibile, perché è morto". Durante un'intervista poi Akerfeldt dichiarò " Dicono che gli abbiamo traditi, che non facciamo più metal. Francamente sono confuso, non so cosa intendano loro per rock o per metal. Quando ero piccolo i Black Sabbath o i Led Zeppelin erano metal, ma se li confrontiamo con i gruppi metal attuali, allora forse non sono più metal. Come li dobbiamo definire oggi? Sono confuso". Al di là delle etichette , Pale communion è un ottimo disco, impeccabile come sempre. Difficilmente riuscirete a trovare qualche difetto. Tra le migliori tracce segnaliamo senza dubbio Eternal Rains Will Came, che offre una vera e propria cornice all'intero disco, Moon Above Sun Below e la bellissima Faith in Other. Ancora una volta Akerfeldt sono riusciti a creare qualcosa di unico e meraviglioso.

1) Eternal Rains Will Came
2) Cusp of Eternity
3) Moon above, Sun Below
4) Elysian Woes
5) Goblin
6) River
7) Voice of Treason
8) Faith in Others
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