OPETH

Orchid

1995 - Candlelight Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
05/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Gli Opeth vennero fondati nella primavera del 1990 a Taby (una città vicino a Stoccolma, Svezia) dall'allora quindicenne David Isberg, subito dopo esser rientrato da un viaggio in Thailandia con i genitori, durante il quale, leggendo "L'uccello del Sole" di Wilbur Smith ,si era "imbattutto" nella parola Opet: la Città della Luna (La H finale venne aggiunta solo in seguito). L'iniziale formazione vedeva la partecipazione del giovane Isberg in qualità di "vocalist, responsabile degli arrangiamenti, nonché guida spirituale e concettuale", insieme ai fratelli Nilsson(Richard alla batteria e Dan alla chitarra) e Micke Bargstörm alla chitarra solista, ma la band rimase orfana di un bassista fino a quando, nell'autunno dello stesso anno, Isberg chiese all'amico Mikael Åkerfeld(allora sedicenne) di suonare il basso nella sua band. Åkerfeld, che aveva appena sciolto i suoi Eruption, accetta,  ma durante la sessione di prova risulta chiaro a Mikael che nessun altro membro della band era stato informato della scelta di Isberg. I ragazzi infatti arrivano alle prove con un nuovo bassista e, dopo aver litigato furiosamente con Isberg davanti all' imbarazzatissimo e impotente Mikael Åkerfeld, i fratelli Nilsson e Micke Bargstörm decidono di lasciare gli Opeth per formare un nuovo gruppo, i Crowley. Rimasti da soli, Isberg ed Åkerfeldt cominciano a cercare altri membri per poter ricominciare a suonare. Alla batteria chiamano Anders Nordin, amico di lunga data di Mikael e precedentemente membro degli Eruption, Åkerfeldt passa a suonare la chitarra (suo strumento principale), mentre il basso viene affidato a Nick Döring; a completare la formazione, Andreas Dimeo viene reclutato come secondo chitarrista. L'avventura Opeth può iniziare!. Con questa formazione cominciano a suonare in una scuola elementare con dei vecchi strumenti che avevano trovato, nel febbraio del 1991 David Isberg riesce a procurare un concerto a Stoccolma: gli Opeth apriranno, insieme ad altre band, il concerto dei Therion (dopo questa prima performance, Andreas Dimeo e Nick Döring lasciano il gruppo). Per il secondo spettacolo entrano nella band Kim Pettersson come chitarrista e Johan DeFarfalla come bassista, il quale lascia la band subito dopo lo show; verrà poi sostituito da Peter Lindgren. Pettersson,invece continua a suonare con la band fino alla fine del 1991. In seguito alla sua partenza, Peter Lindgren decide di passare alla chitarra, suo strumento originario. All'inizio del 1992 David Isberg decide di lasciare la band a causa di "differenze creative". La notizia è inaspettata quanto gradita dagli altri componenti del gruppo e soprattutto da Mikael e Peter, i quali avevano trovato l'uno nell'altro il compagno ideale con cui comporre, ma avevano remore a buttare fuori l'amico nonché fondatore della band. I ragazzi decidono di mantenere il nome originario della band, che ormai iniziava ad avere un certo seguito nell'ambiente underground. Mikael, che aveva già fatto esperienza alla voce negli Eruption, diventa il nuovo cantante, e insieme a Peter inizia a scrivere nuovo materiale. Quest'ultimo, al contrario delle prime composizioni( Requiem of Lost Souls e Mystique of the Baphomet,che più tardi si sarebbe evoluta in Forest of October ), presenta numerose e importanti differenze rispetto al classico death metal che avevano suonato fino al quel momento. I nuovi brani, infatti, risultano influenzati sia dal progressive rock di matrice anglosassone sia dal movimento tipicamente svedese chiamato "progg" ,il quale mescolava il progressive rock anglosassone con i vari elementi alternativi e poco commerciali disponibili  sulla piazza, come ad esempio l'uso di strumenti tipici quali la nyckelharpa (un stretto parente del violino). Tra il 1991 e il 1994 gli Opeth produssero autonomamente due demo-tape per farsi pubblicità presso le case discografiche da cui cercavano di avere un contratto. La prima, registrata nel 1991 col titolo Demo '91, riportava le uniche tre tracce fino ad allora composte dalla band : Moonlight Silver Tears & Poise Into Celeano, Requiem Of Lost Souls, Into The Frost Of Winter  più una cover dei Possessed. La seconda demo, col titolo Apostle in Triumph, fu registrata nel 1994; anche questa autoprodotta e  distribuita a scopo promozionale ad alcune etichette con l'intento di ottenere un contratto discografico. In essa erano contenute le versioni abbreviate di Forest of October, In the Mist She was Standing, che verranno poi inserite integralmente in Orchid. La band resta un trio per più di un anno, finchè non si unisce a loro il bassista Stefan Guteklimt ,il quale però viene licenziato in tronco quando la band ottiene un contratto con la neonata casa  Candelight Records, fondata nel 1993 da Lee Barrett ( il quale poi divenne bassista degli Extreme Noise Terror e dei To-Mera) grazie all'aiuto di Samoth( chitarrista degli Enslaved), che inviò a Barrett il loro rehearsal tape. Al posto di Stefan Guteklimt viene richiamato, in veste di turnista, Johan De Farfalla, il quale tornerà ufficialmente a far parte della band solo dopo aver terminato la registrazione di Orchid. La Candelight Records fu l'unica ad aprezzare il lavoro e propose alla band un contratto per tre album. Åkerfeldt e soci ovviamente accettarono entusiasti e l'anno dopo pubblicarono Orchid. Gli Opeth incidono il loro primo disco in soli 12 giorni (precisamente dal 16 al 27 marzo 1994) a causa del budget limitato a loro dispisizione, presso gli Studi Unisound di Dan Swanö ( gli stessi dove i Katatonia avevano registrato il loro primo album " Dance of December Souls" ). Swanö ci mette poco a capire che i 5 adolescenti non sono i soliti ragazzi bramosi di registrare la loro musica su un cd; in seguito, quando gli venne chiesto quanto fosse stata importante la sua esperienza come musicista e come produttore nel successo degli Opeth, dichiarò: "Con gli Opeth si è trattato di accogliere questa produzione mastodontica in una manciata di settimane, con un budget così ridicolo che ruotava intorno ai mille dollari. Mi svegliavo alle sette di mattina e missavo per ventiquattro ore di fila. Mi stavano scoppiando le orecchie. Musicalmente non ho nulla a che vedere con il successo degli Opeth. Non ho mai toccato nulla; ero felice di essere il tizio che li aveva aiutati." La copertina stessa dell'album segnala la differenza con le altre death-metal band: nessuna traccia del nome del gruppo, solo un'orchidea. Intervistato in merito alla scelta dell'immagine della copertina del disco, Mikael Åkerfeld disse: "L'orchidea per me è simbolo di bellezza,di potenza e in un certo senso anche di tristezza. Questi elementi sono gli ingredienti principali del disco. Per questo abbiamo scelto questo  titolo" (Citazione che potete ritrovare anche nel libro Le stagioni della luna. Gli Opeth dal death al prog a cura di Eugenio Crippa e Filippo Pagani, Tsunami Edizioni). Oltretutto la grafica del disco è un enorme insieme di errori grafici: l'immagine dell'orchidea è ruotata di 90gradi, la tinta del grafica anziché di un nero uniforme viene stampata con un mix di blu indaco e viola ciclamino indecifrabile. Tutto sembra andare storto, ma la musica parla da sola: la critica di tutto il mondo rimane estasiata e li acclama, per i 5 svedesi questo pasticcio diventa solo il primo passo verso il successo.

Il disco si apre con In Mist She Was Standing ;composto da Åkerfeldt e Lindgren, questo brano si apre con una lunga parte strumentale in cui le chitarre giocano inseguendosi su riff melodici a velocità sostenuta, per poi incontrarsi in un decrescendo cupo che ci accompagna verso l'inizio della parte cantatata in growl. Le parti cantate sono brevi e incisive, la maggior parte della canzone è data dalla continua trasformazione della parte strumentale: prima veloce e giocosa, poi così lenta e cupa da poter essere quasi paragonata alle sonorità doom. A tratti la  cattiveria del growl contrasta nettamente con le melodie delicate dell'accompagnamento musicale. Questa canzone è scandita da una chitarra dapprima dolce e delicata con le sue parti acustiche, poi diventa cattiva e malvagia, dritta e tagliente come una lama, per poi proporci melodie dal sapore medievale che si rivoltano su loro stesse acquistando ritmo e cattiveria mediante l'uso intensivo del doppio pedale nell'ultima parte. Il testo trae ispirazione dal film "The woman in Black" (Film televisivo del 1989 diretto da H. Wise che si ispirava all'omonimo romanzo scritto da Susan Hill; di recente, precisamente nel 2012, James Watkins ne ha  fatto un remake cinematografico) e racconta un incubo: le foreste e il freddo inclemente della Svezia compongono lo sfondo di un sogno angoscioso e inquietante, dove la donna in nero è descritta come una figura eterea, simbolo di desiderio, ma anche della fredda morte che avvolge il protagonista in un abbraccio che lo condurrà "all'eclissi totale e definitiva", la morte. In the mist she was standing è un sogno angoscioso quanto affascinante: il protagonista ripercorre mentalmente luoghi a lui familiari, cammina, ma ha la sensazione di essere "vicino eppure lontano", come se la metà si allontanasse continuamente. All'improvviso scorge una misteriosa figura femminile che lo attende avvolta nell'ombra; la donna in nero è affascinante, ma così fredda che congela tutto ciò che tocca, togliendogli la vita. Åkerfeldt(autore di tutti i testi degli Opeth), qui esprime quello che è il pensiero comune sulla morte: la nera signora ci affascina ( basti pensare all'enorme numero di film, serie tv e libri gialli o thriller che ruotano intorno a uno o più omicidi se non alla morte stessa con innumerevoli chiavi di lettura possibili), ma ci terrorizza, congelandoci quando ce la troviamo davanti; la morte ci spaventa si, ma al tempo stesso non possiamo fare a meno di esserne attratti, oscilliamo come in un pendolo fra due fuochi, cercando di capire quale sia la nostra strada. Proseguendo nell'ascolto di questa prima fatica opethiana troviamo Under the Weeping Moon: definita dallo stesso Åkerfeldt come "la canzone che più si avvicina al black metal" tra quelle presenti nel loro repertorio, essa venne registrata senza l'ausilio del metronomo (ed infatti a tratti si può notare che va fuori tempo). La canzone si apre con alcuni arpeggi eseguiti alla chitarra acustica interrotti bruscamente dall'attacco di batteria, seguita a ruota dalle chitarre acustiche e poco dopo dall'inizio della parte cantata. Quest'ultima si esprime in gran parte quasi in assenza di accompagnamento musicale, le fa dà sottofondo solo la sezione ritmica, perfetta e inquietante, a cura di De Farfalla. Under the weeping moon presenta numerosi inserti elettronici e acustici, oltre a suoni ad effetto, come ad esempio gli ulalati dei lupi, le chitarre corrono veloci proprio come le bestie che albergano nel bosco, inseguendo una preda, poi si fermano. La chitarra ritmica ricomincia quasi subito a suonare accordi inquietanti, stridenti, creando un'atmosfera ricca di pathos, che viene poi presa in maniera più fluida dal basso, mentre le chitarre riprendono il loro gioc, una con arpeggi delicati che integrano i giri di basso, l'altra sfoderando buona parte degli effetti di cui è dotata. Segue una parte scandita dagli arpeggi e da un ritmo delicatamente dato dai piatti della batteria, che supportano il sussurrato canto pulito del giovane Mikael, per poi proseguire da soli fino al termine del brano. Il testo d'altronde non è altro che un'ode satanica alla luna; l'astro qui è visto come una manifestazione del diavolo, è una guida, una fonte di energia scintillante, ma quest'energia ha un prezzo: i suoi adepti sono marchiati, bruciati dallo "spirito del freddo", schiavi piangenti di uno spirito che non risponde alle loro preghiere, ma li comanda guidando il loro cammino. Dare un'interpretazione esauriente di questo testo a tratti ermetico è molto difficile: senza correre il rischio di fare grossi errori, possiamo dire che questo testo è sia un'ode satanica alla luna, sia la riflessione triste e amara di un uomo che tira le somme della propria vita, rivolgendosi all'astro che, "con occhi di fiamma", uscì dal lago a lui tanto caro. La luna che ha guidato i suoi passi, notte dopo notte, per anni è vista anche come una figura maligna ispiratrice delle composizioni musicali ("il suono") della voce narrante, ma che esige venerazione e ubbidienza marchiando indelebilmente i suoi adoratori, in tal senso essa può essere vista come una manifestazione del diavolo, laddove  tale termine può essere usato, in senso lato, per indicare le nostre passioni; quelle pulsioni indomabili che guidano e spingono ognuno di noi a fare determinate scelte, condizionando tutta la nostra vita; rendendoci ,in un certo senso, schiavi dei nostri demoni interiori, del resto, siamo esseri umani, ed in quanto tali portati ad essere condizionabili dai piaceri terreni, chiunque li abbia messi, ha voluto giocarci un brutto scherzo, mettendoci nella condizione di creare sempre situazioni in cui la carne vince sulla mente. Dopo Under the weeping moon è la volta di Silhouette; interludio per pianoforte composto ed eseguito interamente da Anders Nordin, esso si presenta come una composizione classica con numerosissime variazioni tematiche e ritmiche, eseguita utilizzando, quasi esclusivamente, le ottave più gravi della tastiera ( quelle poste all'estremità sinistra). Si apre con un ritmo che in gergo viene definito "piano", cioè lento, e con un tocco delicato sui tasti per poi crescere trasformandosi in un "andante" ritmato, carico di terzine e accordi. Silhouette non ha ancora smesso di evolversi, cambia ancora offrendo un tema e un ritmo più vicino alle sonorità Jazz; i suoni pian piano decrescono e si trasformano, prendendo la forma di una melodia triste, ma non per questo priva di ritmo, che ricorda un po' "The heart ask pleasure first(Tema principale della colonna sonora del film "Lezioni di piano",scritto e diretto da Jane Campion e uscito nelle sale cinematografiche nel 1993) " di Michael Nyman. Infine, ancora un decrescendo che ci accompagnerà alla fine di questa ottima composizione pianistica, eseguita magistralmente da Nordin. Una dimostrazione di quanto questa band sappia essere poliedrica nel suo modo di comporre i pezzi, gli arrangiamenti di questo brano sono un piacevole intermezzo durante l'ascolto, ci fanno assaporare momenti davvero alti. Gli Opeth non ci permettono di rilassarci troppo. Infatti, inizia subito la bellissima Forest of October; questa canzone rappresenta l'evoluzione di una delle prime canzoni composte dal duo Åkerfeldt e Lindgren, Mystique of the Baphomet, compare infatti già nel demo promozionale che gli Opeth diffusero intorno al 1991. L'intro è scandito da un 4/4 lento e dalla chitarra che sembra piangere; il crescendo della batteria con l'uso intensivo, ma non pesante, del doppio pedale, ci segnala le varie trasformazioni melodiche e ritmiche della parte strumentale e ci introduce le parti cantate, ma anche in questo caso la voce ha un ruolo marginale rispetto al resto. (gli Opeth danno più importanza alla musica; essa è il vero canale di comunicazione). In questo brano si avverte maggiormente l'influenza della scena musicale death (e non solo) autoctona con cui gli Opeth sono venuti a contatto in quegli anni: chitarre velocissime che si inseguono in una corsa all'ultimo accordo e che altrettanto velocemente tacciono per lasciar spazio ad una sola, che esegue una delicata scala prima che una chitarra acustica si unisca per farle il coro e venir rapidamente sostituita da una chitarra ritmica decisa e aggressiva, che fa da apripista per la ripresa del tema strumentale iniziale. Tema che dura pochi secondi per poi esaurirsi in un decrescendo che lascia spazio alla sezione ritmica e alla voce. Abbiamo poi un'altra trasformazione del tema musicale, anticipata di pochi secondi da cori quasi gregoriani ( ricordando un po' alcune canzoni dei Blind Guardian, che si aprono, o comunque ospitano al loro interno queste tipologie di canti). I testi, pur carichi di significati e allegorie, sono solo un abbellimento, Forest of October presenta alcuni dei migliori assoli di chitarra del disco. In essa si può facilmente percepire il trasporto e la nostalgia con cui  Mikael Åkerfeld pensava alla foresta situata dietro la sua casa mentre componeva questo pezzo e ne scriveva il testo. Le tematiche affrontate nel testo sono intuibili già dal titolo: il soggetto è appunto la foresta svedese, contenitrice e generatrice di ricordi. Essa è un rifugio, ma anche un luogo insidioso; il luogo ideale dove rimanere soli, dove lasciar vagare i propri pensieri fino a svuotare la mente e  lasciarsi cadere  come "le foglie cadono dagli alberi piangenti", ed infine morire in pace e con serenità, finalmente liberi da preoccupazione, rimorsi, rimpianti. Come si vede, la foresta è quasi una presenza costante all'interno delle liriche che compongono Orchid. Essa si presenta come una "creatura" dalle mille facce: è madre, culla, rifugio, ma anche simbolo di protezione e al tempo stesso luogo irto di pericoli. In ogni caso è lo sfondo e l'unica testimone di ciò che accade, immutabilmente rimane in silenzio a guardare tutto ciò che gli succede intorno. In questo caso diventa anche un luogo dove trovare la pace, un sepolcro, nonché l'unica compagnia scelta dal protagonista sfiancato dal freddo e dalla solitudine per esalare l'ultimo respiro, mentre tra le foglie scorge il bagliore dei reggi solari. Andiamo avanti con la quinta canzone dell'album, The Twilight Is My Robe: ascoltare questo pezzo, tra i più vicini al tipico death metal made in Sweden tra quelli presenti in questa prima fatica degli Opeth, è un po' come andare sulle montagne russe, tanta cattiveria alternata a parentesi di assoluta calma e melodie quasi dolci nella loro malinconia. Si apre con un vocalizzo in growl a cui segue una parte che potremmo definire senz'altro strumentale, poiché interrotta solo per qualche secondo da un urlo growl. Questa è caratterizzata da riff veloci e potenti, che poi si perdono in un decrescendo ritmico con modificazione del tema musicale stesso fino ad arrivare a un intermezzo in cui il basso è l'unico protagonista, con i suoi giri cupi e al tempo stesso ipnotici che trasmettono la sensazione di un'ansiosa attesa. Attesa che dura poco, perché ecco che gli Opeth ci riportano subito nel loro mondo: poche frasi cantate in pulito e ritorna la cattiveria del canto growl e i riff distorti, quasi malvagi, che avevamo trovato all'inizio del brano. Poi di nuovo la calma: arpeggi quasi dolci della chitarra accompagnano la voce pulito di Åkerfeldt, così bassa da sembrare un sussurro che si spegne lentamente fino ad arrivare alla pausa che sembra segnare il termine di "Twilight is my robe"; solo per pochi secondi, perché non è ancora finita: gli Opeth hanno ancora tanta cattiveria da farci assaporare e altrettante melodie strazianti, si susseguono fino alla fine dell'ascolto, lasciandoci imperterriti e con un vuoto dentro l'anima. Il testo è un inno a Satana, una sorta di preghiera, ma anche l'amara riflessione di una persona che ha venduto l'anima al signore delle tenebre, che viene visto idealmente come la personificazione della libertà più pura, ma anche come qualcosa di freddo privo di anima e di pietà se visto con gli occhi della ragione. Ancora una volta si parla del demonio, di possessione, di un uomo schiavo di entità più forti della sua volontà che lo schiaccia, facendo sì che egli si prostri ai loro piedi lasciandosi condizionare. Gli ultimi versi ( sei la personificazione della libertà più pura ma ai miei occhi sei fatto di pietra) , fa pensare a un uomo schiavo dei propri vizi o della passione verso una donna. Qualcosa/qualcuno che lo fa sentire libero, ma così freddo e avaro di ricompense e riconoscimenti da far pensare alla dura pietra; ovvero qualcosa di completamente opposto all'idea comune di libertà. Siamo arrivati quasi alla fine; si prosegue in ordine con Requiem, secondo pezzo strumentale presente nel disco. In origine questo brano, composto " a 4 mani" da Åkerfeldt e  Nordin, doveva estendersi per circa due minuti, ma nel disco dura poco più di un minuto a causa di un errore avvenuto durante l'incisione del disco: l' ultima parte scivolò nella traccia successiva, The Apostole in Triumph, diventandone la parte iniziale. Requiem è una lenta, melodica e triste composizione chitarristica in cui non vi è alcuna traccia delle sonorità death metal. Essa è caratterizzata prevalentemente da arpeggi alla chitarra acustica, accompagnati da un magico Johan De Farfalla al basso acustico con il contributo di Nordin ai tablas (il Tabla è un tipo di tamburo diffuso soprattutto nel Medio Oriente); parrebbe essere semplicemente un preludio a ciò che verrà dopo, si avverte quasi una sorta di pausa che gli Opeth ci vogliono far prendere per trasportarci alla parte successiva, e il madornale errore di registrazione si trasforma in un ponte per collegare le ultime due tracce, che diventano di fatto come una sola. Orchid si chiude con The Apostle in Triumph, come suscritto ,il minuto iniziale di questo brano in realtà costituisce la seconda e ultima parte di Requiem, uno sbaglio che non è stato mai corretto, nemmeno nelle successive ristampe e di cui ci si può accorgere ascoltando con attenzione le due canzoni consecutivamente. The Apostle in Triumph, quindi, inizia realmente solo dopo il primo minuto e mezzo. Atmosfere lente e cupe caratterizzano questo brano in cui già compaiono alcuni dei tratti che diventeranno la firma inconfondibile della musica opethiana: l'uso all'interno dello stesso brano del cantato growl e del pulito, sonorità tipicamente death metal e elementi "progressive" ,come ad esempio l'inserto di violino con le sue melodie di matrice classica ,che fanno da ponte tra il cantato growl e quello in pulito. Si nota inoltre un altro aspetto tipicamente opethiano, l'inserimento di pause all'interno del brano. Sembra che la canzone sia terminata e invece no, riprende la chitarra e il brano prosegue. In questo caso, ce n'è almeno una, posta vicina al termine del pezzo, subito dopo l'emozionante assolo di chitarra eseguito da Peter Lindgren, a cui seguono una manciata di secondi, scanditi da arpeggi di chitarra acustica e la voce pulita di un Åkerfeld adolescente e insicuro, che chiudono definitivamente la canzone. Il testo è una "dichiarazione d'amore" verso la natura e contemporaneamente verso il diavolo (l'apostolo in trionfo, appunto). Anche qui troviamo la foresta, che stavolta viene descritta come "incantata", seppur tenebrosa e piena di lupi che piangono la loro agonia in direzione della luna. Tutto, in questo testo, richiama il freddo, l'oscurità e la disperazione; persino le querce sono oscure/tenebrose. Le uniche note di colore sono date dalle foglie, rosse ( come il sangue), che vengono colpite e insultate dalle raffiche del vento gelido. L' intero testo fa pensare a qualche girone dell'inferno dantesco: pioggia, freddo, l'oscurità totale e il vento gelido che colpisce gli occhi del malcapitato. In questo quadro angoscioso c'è una buona notizia: piove, la pioggia si mescola e si confonde alle lacrime di quest'uomo solo e disperato, impedendo a chiunque di notare che sta piangendo, e concedendogli quindi almeno di non mostrare a tutti le proprie debolezze. Una conclusione che segna la fine del percorso intrapreso in questo disco, abbandoniamo la foresta che gli Opeth ci hanno descritto con malinconia e tristezza, rinnovati nello spirito, ma anche distrutti nell'anima per il dolore provato.

Orchid non è solo il primo album di un gruppo che da vent'anni sforna dischi di altissimo livello senza sbagliarne uno: le sue tracce sono un'esperienza mistica (e pensare che all'epoca  Åkerfeldt e soci erano minorenni dà a questo disco un valore aggiunto). La produzione è di altissimo livello, all'epoca il digitale stava appena iniziando a muovere i primi passi, perciò gli errori commessi in fase di registrazione non ne inficiano la qualità.  I punti di forza di Orchid sono senza dubbio l'impossibilità di classicarlo in un genere ben definito, la "non-struttura" dei brani e la conseguente imprevedibilità della loro evoluzione. Difficile individuare una traccia migliore delle altre. Questa prima fatica degli Opeth più che un "semplice" disco, è una dichiarazione d'intenti: gli Opeth si impegnano a non cadere nella banalità, nella tentazione di suonare qualcosa di già sentito e facilmente vendibile alla massa. Orchid segna l'inizio della carriera di questo gruppo che non lascia indifferenti: i nord europei o si odiano o si amano, non ci sono le mezze misure. Se li amate, questo disco dovete averlo. L'album, prodotto insieme al musicista-produttore Dan Swanö, viene pubblicato in Europa dalla Candelight Records nel 1995 e negli USA nel 1997 dalla Century Media Records;  Orchid si presenta composto da 7 brani, di cui 5 cantati e 2 strumentali. Pur essendo il primo lavoro degli Opeth, esso esibisce già quello che verrà definito "Opeth sound", la combinazione di elementi tipici del death-metal, così come elementi più progressivi (come ad esempio l'uso di chitarre acustiche e voce pulita). Tutte le canzoni di questo album, scritte tra il 1990 e il 1994, durano mediamente 10 minuti, con l'eccezione di Requiem e Silhouette, nella ristampa del 2000 verrà aggiunta anche Into The Frost Of Winter come bonus track. Le liriche sono tutte scritte in prima persona; più che raccontare qualcosa sono delle vere e proprie riflessioni messe nero su bianco e cantate. Quando il disco venne inciso la formazione era composta da: Mikael  Åkerfeld (chitarra e voce) , Peter Lindegren (chitarra), Anders Nordin( batteria, pianoforte in Silhouette ) e Johan De Farfalla (basso).

1) In Mist She Was Standing
2) Under the Weeping Moon
3) Silhouette
4) Forest of October
5) The Twilight is My Robe
6) Requiem
7) The Apostle in Triumph

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