OPETH

My Arms Your Hearse

1998 - Candlelight Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
01/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

I mesi che seguono l'uscita di Morningrise (avvenuta nel marzo 1996) vedono l'attuarsi di tutta una serie di cambiamenti per gli Opeth: cambiano etichetta discografica e cambia anche la formazione. Nonostante i primi due album siano stati acclamati da critica e pubblico, gli svedesi ancora stentano  ad avere un vero e proprio riconoscimento ,tanto sul piano economico quanto su quello della notorietà. I nordeuropei continuano a restare un gruppo di nicchia, nonostante gli immani sforzi fatti per produrre dischi di qualità e poco scontati. Gli Opeth sono maturati rispetto all'esordio e sono certamente più disillusi nei confronti dell'eldorado del mainstream musicale ,ma sono pur sempre ragazzi, poco più che ventenni, con una comprensibilissima smania di ricevere il giusto riconoscimento e portare nel mondo la loro musica. Il più fragile di fronte all'ennesima delusione è Anders Nordin, che comunica ben presto la sua intenzione di prendersi una pausa e andare a ricaricarsi nel natio Brasile per qualche tempo. Åkerfeld e soci prendono atto della decisione del compagno e senza perdersi d'animo continuano a comporre musica per un nuovo disco, non sanno ancora di aver perso il loro geniale batterista. Tuttavia ,Nordin non è l'unico a dare segnali di insofferenza. Johan De Farfalla è un bassista di altissimo livello, ma ha un difetto enorme per una band come gli Opeth: detesta con tutto se stesso il death metal, e certo quella che sembra un'interminabile gavetta priva di un qualsiasi tipo di riconoscimento non contribuisce a calmarlo. Johan si trova bene con il resto della band, ormai tra i quattro è nata una profonda amicizia, ma De Farfalla vorrebbe che la band si spostasse verso sonorità più morbide e vicine al jazz e alla fusion, da sempre i suoi grandi amori . La goccia che fa traboccare il vaso si chiama April Ethereal, brano che diventerà la seconda traccia di My arms, your Hearse; i suoi riff duri e veloci aprono il conflitto decisivo con il bassista che vorrebbe introdurre parti jazz e fusion, Åkerfeld non ne vuole sapere; non è un integralista del Death metal, ha già ampiamente dimostrato di infischiarsene delle "leggi" che caratterizzano il genere, ma di passare ad altri generi più melodici non se ne parla e men che meno lo sfiora l'idea di avvicinarsi al jazz, tanto più che né lui che Lindergreen sono in grado di eseguire certe tecniche con la dovuta precisione. Risultato: il coeso gruppo svedese si spacca a metà senza alcuna possibilità di ricucire la frattura. La decisione è presa, ormai la tensione è alle stelle,si opta per il male  minore: De Farfalla viene licenziato; degli Opeth rimangono solo il leader e il fedele amico Lindergreen, perché nel frattempo Nordin ha comunicato la sua decisione di restare in Brasile e rifarsi una vita lì insieme alla fidanzata. Tutta la parte ritmica è saltata nel giro di pochi mesi, un bel colpo per chiunque, ma Åkerfeldt non se ne preoccupa; il suo unico obbiettivo è finire di scrivere i pezzi che saranno inseriti nel terzo disco, prima o poi troveranno dei validi sostituti per i due amici. Gli inconvenienti, si sa, non arrivano mai da soli, ed infatti poco dopo la dipartita del blocco ritmico arriva un'altra brutta notizia: non potranno più registrare all'Unisound studios perché Dan Swano vuole concentrarsi sui suoi progetti musicali e non aprirà più il suo regno agli altri gruppi; pessima notizia per una formazione che si appresta a entrare in studio, ma neanche questo scoraggia il leader svedese, che anzi la prende come un'ulteriore possibilità di rinnovare, anche da questo punto, il sound opethiano. La scelta cade sui Fredman Studios di Frederick Nordström: "L'unica certezza è che Fredick non lavora con gli stessi criteri utilizzati dal suo collega Dan, e ciò ci rende felici perché Ingigantisce la nostra voglia di espanderci. Non lo conosciamo e lui non conosce nulla di noi e della nostra musica. Comunque nulla è scritto. Sul prossimo disco potremmo ancora cambiare assistenza", dice durante un'intervista. Mentre gli Opeth, seppur dimezzati, reggono, i Katatonia sprofondano sempre di più nelle sabbie mobili: il giorno dopo aver registrato l'ep Sounds of Decay" ne bloccano la distribuzione fino a data da destinarsi, poiché il risultato è senza dubbio molto inferiore alle aspettative. Renske e Nyström, forse perché soddisfatti del lavoro svolto precedentemente o forse per motivi che non ci saranno mai svelati, invece di chiamare il rodato chitarrista Frederick Norman, richiamano in loro aiuto Mikael Åkerfeld; da questa seconda collaborazione emergono "Nowhere", "At Last" e "Inside the fall". Il trio produce anche una quarta traccia, "Untrue", che però non verrà inserita nell'Ep; è proprio durante questa collaborazione con i Katatonia che Mikael decide che il terzo disco dovrà essere un concept album. Il leader però non si accontenta e ,tra la composizione del nuovo disco, la ricerca di nuovi elementi da reclutare nel gruppo e le trasferte per lavorare incidere l'ep dei Katatonia trova anche il tempo di avere una fitta corrispondenza con le etichette discografiche del continente americano. Tra tutte la più produttiva è senz'altro quella con la referente della Century Media, la quale, attraverso la sussidiaria Century Black, offre a Mikael e soci un contratto prestampato  per la pubblicazione e la distribuzione su scala mondiale del loro terzo disco. Oltretutto lo stesso trattamento verrà riservato anche ai due album precedenti. Dopo questo ennesimo stimolo, la febbre creativa di Åkerfeld tocca l'apice, ovviamente. Ci sono solo due problemi: il gruppo è sprovvisto dell'intera sezione ritmica ed è già vincolato alla Candlelight Records per i primi tre dischi. Al primo supplisce Martin Lopez, ex batterista degli Amon Amarth; è lui stesso contattare i due chitarristi, al contrario di chi l'ha preceduto non ha nessun dubbio sul valore del progetto Opeth anzi è un loro grande fan, ma Martin non si limita a sedersi dietro la batteria e dare il suo contributo alla stesura del nuovo album; risolve anche il problema del bassista chiamando, senza consultare Mikael né Peter, il suo amico  Martin Mendez ( ex Requiem Aeternam e Fifth to Infinity); gli Opeth sono di nuovo al completo.  Nel frattempo, alla fine di giugno, Orchid e Morningrise sbarcano sugli scaffali dei negozi compresi tra New York e Los Angeles, ma Mikael non contento si carica di un altro impegno e torna ad aiutare i Katatonia: presta la propria voce per la prima e unica esecuzione dell' intero Brave Murder Day dal vivo,che verrà proposto con Mikael dietro al microfono e successivamente si presta come fonico per l'incisione del full-lenght Discouraged Ones perché "questi ragazzi sono i migliori amici, in più adoro la loro musica! Hanno un solo difetto: sul lavoro sono tremendamente pigri". Terminata l'operazione salvataggio per i Katatonia, Åkerfeld può entrare in studio con i suoi e dedicarsi finalmente alla registrazione del nuovo disco. I brani sono già pronti, ma il genio creativo dell'infaticabile leader e del suo fedele braccio destro non si ferma mai, ogni giorno fanno qualche modifica, ascoltano e riascoltano, limano i brani finché non sono pienamente soddisfatti, il sonno può aspettare, l'ispirazione no. Il quartetto svedese deve ancora risolvere il problema con la Candlelight Record reso tanto più annoso dalla notizia che Barrett ha deciso di vendere la sua etichetta discografica; la collaborazione tra i nuovi proprietari e il gruppo svedese inizia subito con il piede sbagliato, dando ai quattro un motivo in più per trovare un modo veloce di svincolarsi dal contratto che li lega. La Candlelight sub-odòra le intenzioni dei quattro e per tutta risposta non si cura di pubblicizzare adeguatamente il nuovo disco. Gli Opeth incassano il colpo senza reagire ma ormai è questione di tempo, aspettano solo che la Century Media confermi l'intenzione di distribuire il loro terzo lavoro in tutto il mondo, allora e solo allora recideranno il contratto con la Candlelight, ed il progetto può finalmente partire in tutta la sua interezza.

My arms, your Hearse è strutturato un po' come se fosse un libro, ed infatti ad aprire il disco troviamo  Prologue, titolo che non ha alcun bisogno di traduzione. Il greco antico ci dice che il prologo è un qualcosa che viene prima di un discorso, come un monologo all'inizio di un film o una voce narrante fuori campo che ci racconta qualcosa, sia essa anticipatoria del contenuto che stiamo per vedere ( o sentire in questo caso) o piuttosto polemica senza peraltro anticipare niente allo spettatore/ascoltatore. Gli Opeth prendono questo concetto del teatro greco e lo applicano alla musica: Prologue non è una vera e propria canzone in senso stretto, è più un'introduzione al vero e proprio disco. Essa dura appena 59 secondi, di cui i primi trenta sono occupati dal silenzio, o per meglio dire dai rumori dell'ambiente, in cui l'unico suono riconoscibile, quasi impercettibile a un ascolto distratto, è quello dell'acqua che scorre. Qualche nota musicale la sentiamo negli ultimi venti secondi della traccia, ma sono poche e quasi fuori luogo dopo quel silenzio che da pace. Vi chiederete perché "fuori luogo?". Usiamo quest'espressione perché arrivano bruscamente, all'improvviso...Sono note cupe, suonate sull'ottava più grave della tastiera, così lontane e apparentemente disconnesse tra loro da sembrare l'impacciato tentativo di un bambino di suonare il suo primo pezzo al pianoforte...l'effetto non è dei più piacevoli e l'idea non è nemmeno particolarmente nuova, ma nella sua semplicità è geniale. Quale migliore introduzione di una cosa tanto angosciante, per aprire un disco che parla di fantasmi? Poco sopra abbiamo scritto che Prologue è un brano strumentale, verissimo, però ha un testo. Come può essere un pezzo strumentale se ha una lirica vi chiederete. Semplice, il testo è solo sul libretto, non viene cantato, è solamente scritto e introduce il brano successivo. La canzone si intitola Prologue, perciò il testo non può che essere un'introduzione, ed infatti ci conferisce lo scenario generale. Dapprima il narratore (il fantasma stesso) descrive lo scenario che lo circonda: è l'alba e i petali sono ancora umidi di rugiada. Davanti a sé vede la donna amata guardare verso di lui e trattenere il respiro, come se vedesse scorrere di fronte a sé i ricordi della propria vita, lui la osserva da lontano, meravigliato da tanta bellezza. La ragazza può vederlo e cerca di parlargli. Lui stenta a crederci , le si avvicina ma per lui è arrivato il momento di lasciare questo mondo. Quello che colpisce di questo testo non è tanto il contenuto in se stesso, ma piuttosto come termina. Né il protagonista né la ragazza hanno paura o orrore di ciò che vedono, lei cerca di abbracciarlo; ovviamente questo non è possibile, ma il gesto sortisce comunque l'effetto sperato: Il tentativo della donna lo sfiora e lo scalda come una leggera e calda brezza che infine dà al fantasma la rassicurante sensazione di fare una piacevole passeggiata in un mattino di primavera, mentre si avvia verso un eterno ed Etereo Aprile. Proseguendo nell'ascolto, cori lamentosi ci conducono in pochi secondi all'inizio del vero e proprio primo capitolo di questo "audio-libro", che ovviamente porta proprio il nome di: April Ethereal (Aprile Etereo) . Etereo fa pensare a qualcosa di leggero e impalpabile; esattamente l'opposto di quello che è questo pezzo dalle sonorità senza alcun dubbio death sia nelle atmosfere che nella struttura complessiva. April Ethereal entra nel vivo con un precisissimo gioco di doppia cassa, crash e chitarre distorte , che ci porta velocemente verso il canto growl, segnando così il vero e proprio inizio di questa seconda traccia. Le chitarre corrono ripetendo riff veloci, decisamente più duri e corposi rispetto a quelli che connotavano i primi due lavori opethiani. La parte cantata ,stavolta, copre quasi interamente il brano, benché si abbiano comunque delle importanti parentesi esclusivamente strumentali, come ad esempio quella compresa tra la prima e la seconda strofa, che ha soprattutto la funzione di far riprendere fiato al leader, poiché non apporta alcuna variazione di rilievo al tema musicale. Le prime avvisaglie di un cambiamento tematico le troviamo al termine della seconda strofa: la batteria rallenta, la sezione ritmica si fa più pacata e anche le chitarre si rilassano, attestandosi su linee più melodiche, quasi classiche; tuttavia la tregua dura solo una manciata di secondi, giusto il tempo di fare da ponte tra il primo e il secondo tema, che stavolta si avvicina sì ai canoni del death più puro, ma mantiene un ritmo lento, che trasmette un senso di ansia e oppressione, piuttosto che dell'aggressività connaturata al genere. A chiudere April Ethereal troviamo quello che ormai è diventata una caratteristica della musica opethiana: una pausa da un quarto ( il famoso silenzio) e poi poche note di chitarra, sembra che abbia poco senso ,ma il biondo frontman degli Opeth non lascia niente al caso; quelle poche note sono le stesse che apriranno il brano successivo, un modo per rimarcare una volta di più che My Arms, Your Hearse è collegato da un unico filo conduttore, non si può separare una traccia dalle altre se si vuole comprenderlo a pieno. Il testo è il racconto dei pensieri che passano per la mente al protagonista durante il suo funerale. Lei sola può vederlo, lo guarda con intensità, quasi con riverenza. In un certo senso, potersi vedere reca conforto a entrambi, sebbene sia frustrante e doloroso. Tanti ricordi si affollano nella mente del fantasma e hanno un sapore dolce e amaro allo stesso tempo. Il secondo capitolo di questo libro musicale sui fantasmi è rappresentato da When (Quando), la canzone più lunga di questa terza fatica del quartetto nordeuropeo. L'intro, come già anticipato poco sopra, è affidato alle stesse note di chitarra che chiudono April Ethereal. Quest'ultime si estendono per due giri, poi il registro cambia bruscamente, catapultandoci in un mondo death senza compromessi, ma piuttosto breve. La band nei precedenti album ci aveva abituato a brani in continua trasformazione, è il loro marchio di fabbrica e non potevamo non trovarlo anche qui. Infatti in When troviamo 3 variazioni sul tema in meno di un minuto e mezzo : apertura acustica, parentesi di purissimo distillato death e  arpeggi in acustico seguiti a ruota dal cantato growl e nuova ripresa delle sonorità di matrice death-metal sporcate dalle linee più melodiche, quasi heavy, eseguite da una delle " sei corde", mentre l'altra le fa un controcanto più ritmico e cadenzato. Le nostre orecchie vengono poi deliziate da uno spaccato strumentale, che richiama alla memoria i migliori riff /assoli heavy di fine anni settanta/inizio anni 80, mentre il charleston sotto la sapiente guida di Lopez scandisce il tempo, affievolendosi man mano in un decrescendo, che termina in un silenzio così breve da essere appena percettibile, prima che dalle chitarre di Lindergreen e Åkerfeld scaturisca l'ennesima variazione tematica...e ancora non siamo arrivati a metà. La fine di When è ancora lontana, nei sei minuti che seguono troveremo ancora tante variazioni e influenze, una delle parentesi più belle e emozionanti la troviamo al termine della quarta strofa, con un inframezzo strumentale dal sapore thrash, che emerge all'improvviso sorprendendo l'ascoltatore, senza dimenticare le rapide razzie in territorio black. La primavera sta volgendo al termine, siamo quasi all'inizio dell'estate: il fantasma e la sua amata continuano a vedersi, ma dentro di lui la frustrazione sta diventando rabbia, la tristezza si sta trasformando in disperazione, vorrebbe averla con sé ma come fare? I loro mondi sono separati per sempre. Troviamo poi Madrigal (Madrigale), secondo brano strumentale, piuttosto breve. Leggero come una fresca mattina dopo un temporale. Il nome stesso ci suggerisce cosa aspettarci da questa traccia, un minuto e una manciata di secondi di contrappunti e dialoghi sommessi tra la chitarra e il basso, nient'altro disturba questo madrigale, salvo qualche veloce intervento, appena percettibile di un organo Hammond, retaggio e al tempo stesso nostalgico omaggio agli anni settanta, la cui unica funzione è contribuire all'atmosfera. Madrigal ha in sé la magia dei brani acustici, il genio di Mikael e Peter , attraverso i delicati arpeggi e i leggeri ma importanti contributi delle quattro corde pizzicate, in fase di registrazione, dallo stesso Åkerfeldt, a trasmetterci quello che la voce non esprime: lo strazio, dal gusto dolce-amaro, di chi non può più stare con la persona amata ed è costretto a osservarla da lontano mentre va avanti con la sua vita.  Anche in questo caso abbiamo un testo che rimane privo di voce. La lirica di questa brano è una tenera dichiarazione d'amore, che nella ritmica e nella metrica soddisfa tutti i requisiti impliciti nel titolo. Il fantasma confessa il suo amore, ma anche la frustrazione che prova nel non poter toccare la propria amata. Vorrebbe consolarla, stringerla a sé ma non può...è solo un fantasma ormai; non può far altro che guardarla vivere e soffrire per la sua dipartita, a volte può parlarle, grazie al fatto che lei può vederlo, ma nient'altro gli è concesso. Testo e musica di questo madrigale ci danno uno spaccato sullo stato di grazia compositiva del frontman opethiano, che qui esce vincitore da una sfida con se stesso tutt'altro che facile: calarsi nei panni di chi non c'è più e diventa un semplice spettatore della vita altrui, esprimere emozioni complicate e poco definibili in appena un minuto e ventisei secondi (un record per gli Opeth, poco avvezzi a comporre brani di durata inferiore ai 7/8 minuti), facendo in modo che il testo benché privo di voce di voce sia facilmente intuibile solo ascoltando la musica, anche da un fan non troppo attento che non va a cercare il testo nella fittissima pagina del libretto interno dedicata alle liriche. Passiamo quindi a The Amen Corner (L'angolo di Preghiera), brano che a tratti potrebbe appartenere di diritto a un disco dei Morbid Angel dei tempi di Domination. L'intro è affidato alle "sei corde", che si inseguono su traiettorie dal sapore vagamente thrash, a ritmi più che sostenuti e con altrettanta velocità ci portano nel cuore di questo brano. La sezione ritmica non ci propone niente di particolarmente rilevante, ma garantisce un'ossatura solida, che permette alle chitarre di fluttuare nel tempo e seguire velocità anche piuttosto distanti rispetto a quelle impartite dalla batteria, senza per questo creare punti di debolezza nella struttura del pezzo. Gli Opeth non si smentiscono neanche stavolta. The Amen Corner presenta diverse variazioni sul tema, ed è quasi incredibile che l'intermezzo di chitarra acustica non infici in alcun modo l'atmosfera creata dalle 6 corde elettrificate, grazie a riff vischiosi, torbidi, efficacissimi senza bisogno di alcun doppiaggio. Siamo arrivati all'estate. Estate che non è solo una stagione, ma simboleggia anche la donna amata del fantasma. Quest'ultimo qui si presenta impotente, schiacciato dai ricordi, dal rimpianto di non esser riuscito a godere di quell'amore finché era in vita. Egli è distrutto, disperato e monta in lui la sempre più ferma convinzione di volerla portare con sé, nelle sue fantasie è lei stessa a chiederglielo, non vuole vivere senza di lui....scopriremo ben presto che questa è solo una su illusione, ma andiamo ancora avanti nella lettura di questo avvincente libro. La sesta traccia è rappresentata da Demon of the fall (Demone della Caduta): inizio in medias res per questo caotico pezzo. Potente e brutale come pochi altri brani della discografia opethiana, Demon of the Fall è un'overdose di emozioni e atmosfere diverse. I primi vagiti di questa creatura infernale partorita dalla mente di Mikeal e Peter sono connotati da riff cattivi lanciati a velocità tali da sfiorare lo speed metal, la sezione ritmica non accetta compromessi: non ci sono più gli arabeschi tracciati dall'elevata tecnica e cultura musicale di J. De Farfalla, ma Martinez non ci permette di sentire eccessivamente la sua mancanza, la struttura del brano è solida e precisa, non particolarmente eccitante inizialmente, ma il suo mestiere lo sa fare e si sente. Quanto a Lopez è preciso come un orologio svizzero, nonostante il ritmo serrato del brano. Inoltre, questa è la traccia nella quale il contributo della coppia uraguaiana (Lopez-Martinez) si sente maggiormente; infatti, l'intermezzo asiatico-flamencato che spezza la brutalità generale del brano donandogli una boccata d'ossigeno, è in buona parte farina del loro sacco. Arriva l'autunno e l'amore si trasforma in odio. Questo il tema trattato dal testo di Demon of a fall. Il fantasma ha cercato di portare con sé la ragazza di cui era innamorato, sarebbe quasi romantico se questo non significasse che ha cercato di ucciderla. Fallito il primo tentativo lui torna da lei in autunno, stagione densa di significati ed eventi che richiamano la morte e la decadenza, basti pensare al cadere delle foglie dagli alberi: le foglie muoiono, gli alberi rimangono spogli, privi di qualsiasi ornamento, diventano essi stessi simbolo di solitudine e morte. Dicevamo che il fantasma torna a trovare la donna e lei lo accoglie con un coltello tra le mani. L'amore si è trasformato in paura e poi in odio verso l'uomo, che in nome di un amore impossibile ha tentato di trascinarla con sé nella tomba. Lui rimane spiazzato dalla reazione di lei, la sorpresa che gli ha procurato vederla rivoltarsi contro di lui per la prima volta gli impedisce di reagire, dando a lei il tempo di scappare. Un testo che racconta le emozioni contrastanti di un uomo solo e ferito: prima la sorpresa, poi la rabbia infine l'accettazione che tutto è cambiato; lui è un fantasma, lei una donna ancora giovane, viva, che ha perso la fiducia in lui nel momento stesso in cui lui ha tentato, più o meno inconsapevolmente, di ucciderla per poterla avere per sempre con sé. Siamo arrivati al sesto capitolo, Credence (Credenza) , brano che potremmo definire, senza rischiare di distaccarci troppo dalla realtà, una ballad. Il tempo è lento, scandito dal charleston e radi colpi di grancassa, le linee di chitarra sono rappresentate in gran parte da caldi arpeggi, che accompagnano il canto pulito del leader e che nell'insieme creano un'atmosfera romantica, perfetta per un ballo lento. La chiusura è affidata a una parte strumentale, le cui protagoniste sono le due chitarre, una che si occupa della parte melodica, l'altra che risponde con un controcanto più ritmico, ma non per questo meno straziante. La batteria tace, resta solo una sezione ritmica sommessa a comporre lo scheletro del brano; insieme decrescono man mano che passano i secondi, per poi tacere in perfetta sincronia, con una tale naturalità da rendere difficile cogliere dove termina Credence e inizia la traccia successiva, con tutte le variazioni tematiche a cui ci hanno abituato gli svedesi potrebbero essere una cosa unica. Il titolo riprende l'ultima parola del brano precedente; siamo ormai giunti all'inverno, la stagione più fredda e quella apparentemente più arida, dove tutto sembra esser morto . Lo spirito del protagonista può ancora sentire i discorsi di lei, che ormai sono privi di qualsiasi traccia di amore, ma piuttosto sono carichi di odio. Il testo è una sorta di preghiera a questa donna, ferita nel profondo dall'egoismo dell'uomo che aveva amato. Lui può sentire la sua rabbia e la sua tristezza e così cerca il suo perdono, la supplica di non lasciare che le sue azioni dopo la morte offuschino i ricordi dei giorni felici vissuti insieme. Tuttavia, ormai si è arreso all'evidenza: non passeranno più momenti felici, e salutandola le chiede di mettere da una parte il suo ricordo e andare avanti con la sua vita, senza per questo dimenticarlo e anzi chiedendole di occuparsi del suo epitaffio e di mantenere vivo il suo ricordo negli altri. In parole semplici, Mikael in questo testo affronta ancora una volta con grande maestria una delle nostre più grandi paure: quella di essere dimenticati. Proseguendo nell'ascolto ci imbattiamo in Karma. Inizio brutale e un uso preciso, pesante, ma non eccessivo, di un velocissimo doppio pedale caratterizzano l'ultimo  capitolo di questo concept album. Cori degni dei Blind Guardian e atmosfere quasi più  vicine al doom si alternano a riff di chitarre dal sapore heavy e sfumature black, che fanno da sfondo al cantato in growl, per poi morire all'unisono e rinascere sotto forma di arpeggi elettrificati dal vago sapore spagnoleggiante che si accompagnano alla voce pulita del frontman. Ancora una volta, questa è solo una situazione temporanea, il carico aggressivo di questa traccia torna ben presto ad esprimersi in tutta la sua ferocia. Le sorprese non sono finite, la velocità complessiva di Karma aumenta ulteriormente per dare ancora più enfasi al demoniaco growl, che ci accompagna con il suo urlo rabbioso quanto disperato fino al termine del brano. Il titolo parla da solo: è una riflessione del protagonista sul proprio Karma, o in termini più semplici ,ma non troppo esatti, sul proprio destino. "Il dolore è solo in grado di possedere", pensa...Una frase carica di significato, forse la riflessione più dolorosa e più veritiera che un uomo possa fare, perché implica il guardarsi dentro e rendersi conto che la sua solitudine è frutto soprattutto delle sue azioni. Egli, infatti, accecato dal dolore e dal peso della solitudine, ha agito senza pensare al male che poteva fare agli altri ( in questo caso alla fidanzata); era troppo intento a lenire il suo malessere per apprezzare quel poco che gli era rimasto e questo ha fatto sì che perdesse anche l'amore della donna per cui era rimasto "nel mondo dei vivi"; con questa angosciosa consapevolezza il fantasma, infine, si arrende al suo destino e lascia definitivamente il mondo terreno andando incontro all'epilogo della sua vita. Siamo arrivati alla fine del nostro viaggio tra le angoscie del fantasma di un uomo innamorato; resta solo un'ultima pagina da scrivere l'epilogo, ed è proprio questo il titolo dell'ultima canzone. Epilogue è un brano strumentale, interamente dominato dalle chitarre, se non fosse per i pochi colpi di charleston che danno il tempo, potremmo quasi assimilarlo a un lungo ed emozionante, seppure un po' atipico, assolo. L'atmosfera è malinconica, a tratti nostalgica: le chitarre partono lente e appena udibili per poi farsi più vicine e decise, i volumi si fanno via via  sempre più alti e si accompagnano all'uso delle tastiere con i loro effetti, che ricordano l'organo, ma senza mai discostarsi troppo dal tema principale che permea i loro riff  delicati  sin dai primi secondi. L'effetto generale richiama inevitabilmente alla memoria le psichedeliche ed emozionanti parti strumentali dei Pink Floyd, grazie al sapiente costruzione delle atmosfere donate dall'organo, che richiamano alla memoria l'intro di Us and Them e alle linee  dell'assolo di chitarra, che invece fanno l'occhiolino alle partiture di Hey You per l'intensità delle emozioni che sono in grado di suscitare nell'ascoltatore. Anche qui abbiamo un testo che però è riportato solo sul libretto interno; è un addio, la fine di tutto: la fine dell'inverno, la fine del disco, la fine della vita. Questo è "il destino finale" tutto termina, non tornerà più l'alba, c'è una sola parola da dire "addio" al mattino "coraggioso" e al suo bagliore residuo mentre il protagonista di questo libro musicale chiude gli occhi per l'ultima volta. La luce dominava l'inizio del disco e la luce lo termina come a dire che anche nel morire c'è un qualcosa di caldo e rassicurante  come la luce del sole. La lirica termina poi con una sorta di rivisitazione della celebre citazione biblica tratta dalle Genesi capitolo 9, versetto 1 "Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra" o come più spesso viene letta dai sacerdoti italiani " Andate e moltiplicatevi tutti"; Åkerfeldt infatti fa terminare il testo di Epilogue così " Moltiplicatevi e raccontate a tutti la bellezza di questo prologo", segno inconfutabile di quanto sia orgoglioso del proprio lavoro.

Dopo le peripezie raccontate in larga parte nell'intro, il 18 agosto 1997 My arms, your Hearse approda nei negozi di tutto il mondo grazie all'intercessione della Century Media, gli Opeth esultano e subito dopo recidono il contratto che li legava all'ex etichetta di Lee Barrett. My Arms, Your Hearse è un concept album, cioè un disco i cui testi parlano dello stesso argomento e sono l'uno collegato all'altro da questo filo conduttore, ma in questo caso, questa definizione non è abbastanza accurata e aderente alla realtà. "si tratta di un racconto focalizzato su un fantasma, scaturito dalla fiction più pura. Si snoda lungo un arco temporale pari ad un anno terrestre. Inizia in primavera e termina in inverno." La terza fatica degli Opeth, infatti, non solo ha un unico soggetto narrativo, ma i testi delle nove canzoni che lo formano sono collegate tra loro come a formare un unico lunghissimo testo; essi infatti sono costruiti in modo tale che l'ultima parola di un testo sia in realtà il titolo, nonché l'inizio, della lirica della traccia successiva. Questo significa anche che questo disco presenta un'ulteriore novità rispetto ai due che l'hanno preceduto: se prima era la musica a regnare su tutto e le parole facevano solo da contorno, adesso accade esattamente il contrario: in My Arm, Your Hearse i testi hanno il peso maggiore e la musica si deve adattare e far sì che essi risaltino ancora meglio. My arms, Your Hearse contiene anche due cover come bonus track : Circle of Tyrant dei Celtic Frost e Remember Tomorrow degli Iron Maiden, omaggio a due band che nel 1997 sono già entrate nella storia del metal. Inoltre "le mie braccia, il tuo carro funebre" (questa è la traduzione letterale del titolo) è già di per sé un omaggio a un'altro gruppo: i Comus, band folk-prog britannica, che è passata come una meteora nel vasto panorama musicale anglosassone degli anni 70, ma qualche segno del loro passaggio l'hanno lasciato grazie al vinile di debutto : Drip, Drip, contenente ,tra le altre, la frase " As I carry you to your grave my arms your hearse", da cui  Åkerfeldt estrarrà il titolo per questo terzo album . Nel complesso è un ottimo disco, le cui tracce sono inevitabilmente legate tra loro sia attraverso i testi, sia attraverso la musica. Le liriche, sotto un'apparente patina di banalità, nascondono tesori carichi di signicati ed emozioni, che si prestano a mille interpretazioni diverse. Un esperimento ben riuscito , nonostante tutte le difficoltà incontrate, non ultima il cambio di formazione poco prima di entrare in studio di registrazione. Il sound opethiano si fa sempre più maturo, insieme al suo creatore ,sempre più sicuro di sé e delle proprie capacità. My Arms, Yours Hearse non solo è un esperimento ben riuscito, ma segna anche il passaggio tra un suono per certi versi ancora molto influenzato dagli ascolti giovanili ad uno più pulito, maturo e caratteristico: peculiare di questo gruppo, un modo di comporre che li renderà riconoscibili fin dal primo ascolto. Difficile individuare una traccia che brilli più delle altre, sono tutte ugualmente ben costruite e sostenute da una solida ossatura ritmica, che permette al resto dei componenti di esprimersi in tutto il loro estro, sconfinando dai territori musicali a quelli più melodici e sofisticati e persino "sporcature" di musica etnica come accade ad esempio in Demon of the fall, la cui aura brutale viene fatta respirare dal connubio di scale asiatiche e ritmi flamencati. My arms, your hearse è il disco della svolta, il terzo nato in casa Opeth, e il primo di una lunga serie di album che vedranno i nordeuropei avviarsi a grandi passi verso una musica fatta di brani sempre più complessi e poco convenzionali, che li condurrà alla tanto agoniata e meritata notorietà.

1) Prologue
2) April Ethereal
3) When
4) Madrigal
5) The Amen Corner
6) Demon of The Fall
7) Credence
8) Karma
9) Epilogue 

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