OPETH

Morningrise

1996 - Candlelight Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
02/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Nella precedente recensione abbiamo lasciato i giovanissimi Opeth al momento del loro debutto discografico con Orchid. Il disco d'esordio riscosse un successo che andò ben oltre le aspettative dei giovani svedesi, ma questo non fu sufficiente a far sì che venissero convocati su un tour-bus per portare la loro musica nel mondo. Notizia di poco rilievo per Åkerfeld, che aveva un lavoro, grazie al quale non solo passò quasi indenne le lunghe giornate senza sole dell'inverno svedese, ma che gli permise anche di comporre buona parte di Morningrise (lavorava infatti in un negozio di strumenti, la cosa più vicina al paradiso per un musicista) gli altri, invece, accusarono il colpo della cocente delusione e delle interminabili notti, lunghe 24 h ,dell'inverno vicino al polo. L'ozio ,però, durò poco perché ,ben presto ,Mikael chiamò i suoi a lavorare sui nuovi bravi, per una media di 4-5 prove a settimana. Inoltre, grazie alla mediazione di Barrett, nel giugno 1995, Åkerfeld e soci partirono alla volta del Regno Unito, per un tour che consentì loro, tra le altre cose, di aprire tre concerti degli americani Morbid Angel ( miti giovanili dei quattro svedesi) insieme agli anglosassoni Blood Divine (dell'ex Anathema Darren White). Nonostante i Morbid Angel fossero tra i miti di Åkerfeld e soci, la loro collaborazione partì con il piede sbagliato; tanto che l'esibizione al Foundry club di Birmingham fu annullata all'ultimo minuto e le cose non andarono meglio nel corso delle altre due date. L'avventura nel Regno Unito continuò e per fortuna le cose per i giovani nordeuropei iniziarono ad andare meglio: vennero infatti chiamati ad aprire il concerto dei Gomorrah al Borderline di Londra. Nei quasi due anni che intercorsero tra la pubblicazione di Orchid e quella di Morningrise, Åkerfeld attraversò un periodo tanto disastroso sul piano personale( su tutte ,la scoperta del tradimento della fidanzata e la perdita del nonno furono sicuramente quelle che impattarono di più sul suo stato emotivo), quanto prolifico ed entusiasmante su quello professionale. Spesso, quando parliamo della storia di un gruppo musicale, si tende ad omettere i fatti personali, gli incontri fatti dai protagonisti, un po' per rispettare la privacy degli artisti, un po' perché non sembrano importanti per il nostro fine ultimo, cioè raccontarvi tutta la loro carriera dal primo all'ultimo all'album; tuttavia, raccontare un gruppo significa raccontare un periodo, spesso interi decenni, ma soprattutto gli intrecci incredibili della vita come quello che portò, nel luglio 1995, un giovane musicista in erba a soccorrere i ben più noti e blasonati Katatonia contribuendo a creare uno dei dischi più amati dai fan di questi ultimi e non solo: Brave Murder Day (Åkerfeld completò le parti a lui assegnate in un solo giorno).  Nel Gennaio 1996 morì il nonno di Mikael,  per lui compose la toccante The Night and the Silent Water. Nel marzo 1996 gli Opeth si chiusero in studio per lavorare al nuovo disco; il 4 dello stesso mese la Candlelight Records di Barrett pubblicò la compilation con cui gli Opeth intendevano rendere omaggio a una delle band che li aveva maggiormente influenzati in gioventù:  "In memory of Celtic Frost" (i Celtic Frost furono un gruppo heavy metal svizzero, attivo dal 1984 al 1993. Durante questi 9 anni pubblicarono 5 album che influenzarono enormemente numerosi gruppi, soprattutto quelli afferenti al black e al death-metal, grazie anche alle  svariate commistioni che si potevano riscontrare nella loro musica; tale gruppo viene considerato da molti come il "padrino" del thrash europeo), che contribuì a far conoscere la band al grande pubblico ma venne pressoché ignorata dai media. Terminata la registrazione del disco, i quattro si concessero svago e jam per tener viva  la passione e uccidere la noia, da queste jam scaturirono, anche grazie alla collaborazione di Dan Swanö, perle che incontreremo nei prossimi album. Gli svedesi ripartono per un tour europeo che li vide, tra le altre cose, come opening-act dei concerti degli inglesi Cradle of Filth. Tra tutte le tappe previste dal tour del 1996 una ci interessa da vicino: Il 4 dicembre 1996. Questo è un giorno che rimarrà scolpito nella mente e nella storia dei quattro nordeuropei: i giovani Opeth aprono il concerto dei Cradle of Filth al Frontier club di Roma, ricevendo una delle più grosse soddisfazioni della loro carriera, tanto che Mikael annotò questa data sul suo diario scrivendo:" Fottutamente straordinari, in tutta onestà! L'accoglienza ricevuta a Roma è andata oltre le nostre più ottimistiche aspettative. Erano fuori di testa, quegli svitati!". Tale affermazione entusiasta la si deve a una cosa mai successa prima nella storia della musica: il pubblico è in visibilio, reclama il bis della band. Non si è mai visto un pubblico così convinto e attento a una band ancora semi sconosciuta e chiamata a scaldare l'atmosfera per le vere star della serata , chiedere il bis. I quattro sono sorpresi, la folla insiste, vuole ancora gli Opeth e la loro musica. I due chitarristi si guardano, non parlano, non ne hanno bisogno: attaccano con l'opener di Orchid fregandosene della regole non scritte imposte dal galateo tra musicisti; pubblico in delirio e un inviperito Dani Filth suggellano questo momento carico di soddisfazione e la nascita dell'amore tra gli Opeth e l'Italia. Lo stesso feedback lo ricevettero anche il giorno dopo a Milano ,anche se il pubblico milanese fu un po' più freddo rispetto a quello capitolino. Morningrise, come dicevamo poco sopra, venne registrato nel marzo del 1996 presso gli Unisound di Dan Swanö e pubblicato il 24 giugno dello stesso anno. Esso si compone di 5 canzoni, tutte cantate, nessuna delle quali porta il nome del disco. Åkerfeld compose questi pezzi inizialmente con chitarre non amplificate e solo successivamente si avvalse della chitarra elettrica, questo perché, spiegò, "se il materiale acustico entusiasma, la versione elettrificata avrà una resa centuplicata, ma non è vero il contrario". I testi scritti sono anche in questo caso ermetici e malinconici, aperti a mille interpretazioni diverse (fanno eccezione The night and the silent water e To Bid You Farewell). A tal proposito lo stesso autore commentò " Molte persone che dispongono della pazienza necessaria per comprendere e leggere, sostengono che i miei testi siano molto profondi e parecchio malinconici. Ne sono consapevole, anche se onestamente intravedo una leggera vena positiva, quasi ottimistica. Queste persone hanno ragione, poiché è l'unico spettro che possiede la mia anima è la depressione, colei che raduna in sé stessa l'essenza degli Opeth. La depressione è la mia principale fonte di ispirazione. Quando sono felice e di buon umore, cosa che capita di frequente, non  mi siedo certo a scrivere una canzone. Non vorrei sempre incontrare la malinconia lungo la mia strada tuttavia devo ammettere che il suo potere è davvero formidabile, al punto che diviene impossibile fuggire dal suo avvolgente abbraccio...almeno fino a quando non ti sei liberato di lei sotto il piano artistico". L'immagine sulla copertina rappresenta il Palladian Bridge, nel Prior Park a Bath, in Inghilterra. Il gruppo scelse quest'immagine senza conoscere l'ubicazione esatta del ponte. Fu Lee Barrett a far conoscere quel ponte ai ragazzi, spedendo loro una cartolina durante una vacanza. Gli Opeth ,dal canto loro, rimasero colpiti da quella foto suggestiva e molto evocativa, tanto da decidere di farne il soggetto per la loro copertina, le  pagine interne al libretto invece ritraggono ancora una volta le foreste svedesi. Le 5 liriche che si trovano all'interno del disco hanno tutte una durata minima di dieci minuti, tanto da portare il disco alla durata totale di 60minuti e 66 secondi (se togliete lo zero otterrete il numero della bestia, effetto non voluto, ma accolto dai quattro con molta ilarità). In seguito alle insistenti domande di giornalisti e fans spiegò così la caratteristica lunghezza dei loro brani: " In una canzone di dieci minuti abbiamo la possibilità di esprimerci al meglio, dipingere il mondo e noi stessi. Comunichiamo un concetto che vanta una tesi e un esito finale".

Morningrise si apre con Advent (Avvento): l'overture, inizialmente calma e sommessa , si trasforma ben presto in una rabbiosa rincorsa tra chitarre, che si interrompe bruscamente per lasciar spazio al caratteristico silenzio Opethiano prima dell'inizio di un nuovo tema musicale. In questo brano si può sentire uno dei migliori "dialoghi" tra basso e chitarra dell'intero disco, ma quello che ci colpisce di più senz'altro è la scioltezza con cui De Farfalla usa il "walking bass" (letteralmente il basso che cammina, tecnica usata soprattutto nel jazz per simulare il contrabbasso) e ce lo mostra esattamente all'inizio, collegando il primo e il secondo tema. Quest'ultimo è dominato dal growl e lascia ben presto spazio alla sola parte strumentale, di cui il basso di De Farfalla è ora più che mai la colonna portante, garantendo un sostegno armonico preciso e corposo con il suo swing, che si trasforma in giri di blues. Advent mostra bene come la musica degli svedesi sia maturata nei 2 anni che separano questo disco dall'esordio: la sperimentazione è più marcata e la componente "progressiva" è ancora più presente , ma i salti tra generi e influenze sono più fluidi rispetto al disco precedente. Lo stato di grazia dei quattro è evidente; spiccano su tutti il drumming impeccabile di Anders Nordin e la sezione ritmica a cura di J. De Farfalla. L'intero pezzo è cantato in growl ( solo brevissime frasi sono eseguite in pulito) e scandito dall'uso magistrale della doppia cassa, Nordin si avventura persino in ritmi vicini al rag-time, seguito senza alcuna difficoltà da un De Farfalla che, in alcuni punti, diventa il protagonista assoluto della parte strumentale con ritmi funky che sembrano litigare con i riff black delle chitarre. Musica aderente al testo o per meglio dire, testo che si adatta perfettamente alle sabbie mobili musicali in cui si dipana Advent. Le chitarre grazie a frasi musicali jazzate, alternate ad arpeggi blueseggianti e qualche parola  sussurrata, danno a questo brano atmosfera e suspance, ben presto sostituita da corse folli sulla sei corde, dal vago sapore power , anche grazie all'improvvisa comparsa di cori sinfonici (ricordano molto quelli frequentemente presenti nei dischi dei Blind Guardian), seguiti dal riemergere del profondo e cavernoso growl. Il testo è la rappresentazione di un incubo: il protagonista è circondato da un paesaggio in continua mutazione e movimento. Nessun appiglio sicuro, niente resta fermo, persino il prato sembra elastico sotto il passo malfermo dell'autore. Persino le tenebre si allontanano al suo passaggio, quasi che la sua solitudine sia così grande e pesante da schiacciare fino a far scomparire qualsiasi cosa incontri lungo il suo cammino. A completare il quadro di terrificante solitudine, il testo si chiude con l'ultimo saluto a uno sconosciuto compagno di disavventure, il cui tempo su questo pianeta è "scaduto". La seconda traccia è rappresentata da uno dei due episodi personali che Åkerfeld decise di esorcizzare traducendoli in musica: The Night and The Silent Water (La Notte e l'Acqua Silenziosa) . L'intro è affidato a un riff di chitarra che si ripete sei volte ,prima di lasciar posto a pochi arpeggi di una chitarra acustica, mentre l'altra continua a riproporre il riff di partenza, solo appena modificato. Questa sorta di battibecco tra le due chitarre ci porta all'inizio del cantato, che è in prima battuta in growl, ma ben presto viene sostituita dalla voce pulita e carica di sentimento del leader opethiano. Il commento musicale che l'accompagna risulta dolce, calmo e straziante, anche quando Åkerfeld affida nuovamente i suoi pensieri in versi al growl. Abbiamo poi una pausa che investe un'intera battuta ( il famoso silenzio interno al brano usato dagli Opeth per dare più enfasi al passaggio da un tema musicale a un altro, o per annunciare l'inizio delle parti cantate), poi si riprende con pochi e delicati accordi alla chitarra acustica, che si velocizzano acquistando vigore e cattiveria avviandosi verso un crescendo strumentale caratterizzato dall'uso di percussioni, in particolare del timpano, e dal velocizzarsi sia della melodia sia dell'armonia , anche grazie al ritorno di chitarre amplificate e aggressive. Infine si ha un nuovo decrescendo che coinvolge tutta la parte strumentale e continua implacabile la sua discesa verso ritmi via via più lenti e delicati, fino alla chiusura del pezzo. La scelta di usare il growl in questo brano così personale colpisce particolarmente, soprattutto per l'idea di aggressività a cui viene normalmente associata questa tecnica di canto, scelta che stupisce ancor di più se si pensa che in To bid you Farewell( brano che troveremo alla fine del disco e che è dedicato all'ex fidanzata adultera) non ne fa uso. The night and the silent water fu, come abbiamo già detto, scritta da Åkerfeld in occasione della morte del nonno (deceduto per cause naturali nelle prime settimane del 1996) e a lui venne dedicata. La canzone venne pubblicata in questo disco, ma non fu mai eseguita dal vivo prima del 2006.  Il fatto che sia stata composta in memoria  del nonno fa sì che non ci sia molto spazio alle interpretazioni. Il testo è una sorta di poesia, un pensiero dolce e delicato, carico di ricordi e rimpianti per le cose non dette e per le domande mai poste, che ormai non avranno nessuna risposta. Si prosegue con Nectar (Nettare) : Il charleston e la doppia cassa del precisissimo Anders Nordin ci segnalano l'inizio di questo brano, che con i suoi 10 minuti e 09 secondi è il pezzo più breve del disco. Alla batteria si uniscono ben presto le chitarre, introdotte da un giro blues di basso. Proprio De Farfalla e la sua eclettica sezione ritmica hanno il compito di rendere particolare questo brano. Infatti, il suo basso viaggia da ritmi cupi e lenti a giri quasi funky; a tratti si ritira per lasciare i riflettori alle chitarre e ai loro riff veloci, in altri momenti propone ritmi alternativi, il tutto donando fluidità e un groove potente e interessante all'intero brano. Le chitarre invece ci regalano riff cattivi, alternati ad assoli dal sapore Maideniano, che si sostituiscono e a volte sovrappongono ad acide strofe psichedeliche, sostenute dalla marcia a colpi di doppia cassa. Nectar vede Åkerfeld cimentarsi nuovamente nelle due tecniche a lui congeniali: il growl ( usato per la maggior parte del brano) e il canto pulito, che però usa solo per breve tempo sul finire della canzone mentre il basso si cimenta in assoli psichedelici e linee armoniche complesse. L'influenza della cultura celtica si fa sentire negli arpeggi di chitarra che si frappongono a frammenti duri e malati, degni del miglior death-metal made in Sweden. Il testo parla di una non meglio precisata donna: Il bosco e le lande desolate della Svezia compaiono ancora una volta a fare da sfondo al pensiero di questa donna tentatrice, a cui l'autore si abbandona quasi come se fosse privo di volontà di fronte a lei. La bella ammaliatrice ci appare eterea come il ricordo di una seducente ragazza che ride correndo nella landa inseguita dal suo amante, in un quadro a metà strada tra gioco e seduzione. Le immagini cinematografiche che potrebbero dar vita a questo testo si sprecano, prendetene una qualsiasi, andrà bene, persino Lolita di Adrian Lyne potrebbe darvi una buona rappresentazione del testo di Nectar., il titolo infatti sembra scelto non a caso, il nettare è la linfa vitale che scorre all'interno della natura, quella parte più nascosta e inaccessibile ai più, ma che attrae a sé migliaia di visitatori curiosi, impazienti di assaggiarla, esattamente come nel gioco che si crea all'interno del rapporto fra i due personaggi, sempre in bilico fra loro. Attacco deciso e di chiara matrice death ,con qualche sfumatura black, per la quarta traccia del disco, Black Rose Immortal (Rosa Nera Immortale), le cui radici affondano nel 1991. Essa non venne inserita in Orchid a causa della sua durata (i suoi venti minuti la rendono tutt'ora il brano più lungo che gli svedesi abbiano mai scritto), che mal si adattava agli stretti tempi di registrazione a disposizione. Black Rose Immortal è un piccolo capolavoro attraverso il quale gli Opeth sfoggiano il genio e la vasta cultura musicale del  proprio leader, permettendoci di "visualizzare" la strada che separa le loro origini da quello che stanno facendo e ancor più da quello che vogliono fare. Essa è un ottimo esempio della complessità che caratterizza l' "Opeth sound": parti dal chiaro sapore death con qualche venatura black si avvicendano con languidi arpeggi alla chitarra classica; malinconici strumenti a fiato suonano partiture classiche e vengono interrotti da stridule chitarre amplificate o da "diaboliche" melodie blues. Assoli heavy si vestono di thrash e muoiono in un giocoso swing. Potrebbe apparire un calderone di generi, qualcosa partorito dalla mente confusa di un giovane artista alle prime armi  che deve ancora trovare il suo stile, ma gli Opeth hanno le idee chiare. I loro riff sono si dei non-returning riff (così chiamati perché non si ripetono mai) , ma non sono fini a loro stessi; essi hanno la funzione di inserire un elemento da cui poi nascerà il successivo riff in un continuo divenire, una sorta di libera associazione di idee espresse attraverso la musica anziché con la parola. Vediamola un po' più nel dettaglio: come già detto, Black Rose Immortal si apre con un intro decisamente death sporcato da influenze black. Le chitarre corrono veloci, supportate da un potente muro di suono offerto dal precisissimo Nordin alla batteria. In pieno stile death il cavernoso urlo growl non tarda ad arrivare per contribuire a rendere ancora più cattiva e oscura l'atmosfera, ma agli Opeth le cose scontate non piacciono, perciò si cambia quasi subito registro, passando ad uno governato dalla chitarra classica che esegue melodie degne di un menestrello medievale, le quali lentamente vengono riprese e trasformate dal ritorno della chitarra elettrica, che insieme alla sezione ritmica di De Farfalla ci catapultano nuovamente in tenebrose parentesi death. Sinth per creare atmosfere da film horror e arpeggi dal sapore Sabbathiano danno nuovo respiro al brano prima dell'ennesima graffiante abbuffata di growl, charleston e doppia cassa. Verso la metà del brano invece troviamo una parentesi strumentale a cui vale davvero la pena prestare attenzione: la sezione ritmica funky si lega  agli ultimi vocalizzi growl e ci accompagna verso una cavalcata fatta di chitarre jazzeggianti lanciate a velocità esagerate e alla marcia folle della batteria, break time e poi si riparte a velocità degne del miglior speed metal in un assolo da brividi prima del silenzio. Resta solo la voce pulita del leader lasciato a se stesso, senza nessun commento musicale, per un effetto che richiama alla mente canti gregoriani. L'atmosfera magica e surreale viene mantenuta e amplificata dal violino con le sue melodie (che ricordano un po' il motivetto di "questo è halloween" di Nightmare before Christmas) e dagli arpeggi di chitarra. Nuova parentesi black, ma stavolta le chitarre sono relativamente lente e melodiche con i loro riff heavy,  mentre si avviano verso un decrescendo melodico e ritmico in cui i beat si riducono enormemente, raggiungendo livelli così bassi da poter essere inseriti nel doom. Sembrerebbe un buon modo per terminare il brano e invece no! Lindergren percuote la 6 corde a velocità forsennata seguito a ruota da Mikael ed ecco che di nuovo rallentano terminando in una lamentosa scorpacciata di effettistica da brividi. Analizzando il testo ancora una volta ci troviamo davanti alla passione del leader per l'occulto e la morte: Black Rose Immortal è un'invocazione a un'imprecisata figura occulta, ma è anche una malinconica riflessione, un volo pindarico con la memoria sulla strada finora percorsa, sul futuro e su quella strana sensazione di svuotamento che ognuno di noi prova almeno una volta nella vita, quella voglia di lasciarsi andare e smettere di lottare contro la propria sofferenza emotiva che si fa più acuta quando incontriamo qualcuno che ci mette di fronte alla nostra solitudine; la melanconia di fondo che si respira si fa man mano più pressante durante l'ascolto, mettendoci quasi nella condizione di intraprendere la strada che viene descritta, ed effettuare le analisi sui vari piani temporali, progredendo nel ragionamento. Procedendo nell'ascolto del disco troviamo To Bid You Farewell (Per Dirti Addio), che potremmo considerare una sorta di ballad, il cui intro (ammesso che si possa davvero identificare un intro in brani come quelli degli Opeth che non rispondono affatto ai canoni classici delle strutture musicali di rock e metal) è affidato a dolci arpeggi di chitarra, che si ripetono per qualche minuto, sostenuti da giri blues di basso e da radi colpi di charleston. Man mano che  si procede con il brano le linee di chitarra si velocizzano per poi tacere lasciando spazio ai soli ipnotici giri blues della sezione ritmica che ci guida verso l'inizio della parte cantata. Åkerfeld interpreta l'intera canzone con un canto pulito. Solo una strofa poi abbiamo un breve assolo di chitarra dal sapore blues, di nuovo il canto pulito e poi una nuova parentesi  strumentale, la cui protagonista è la sezione ritmica. Essa, anche in questo caso, oltre a garantire una solida ossatura al brano, ha anche la funzione di accompagnarci verso il crescendo musicale che culmina con l'esplosione delle chitarre in tutta la loro rabbia.  I riff di quest'ultime creano un contrasto interessante con le voci, che invece risultano così flebili da sembrare quelle di spiriti lamentosi. La rabbia scema con la stessa velocità con cui era salita, lascia spazio a un dialogo di accordi tra le due chitarre che ci portano verso il nuovo cantato. Il titolo " Per dirti addio" dice già molto sul testo,  ma nel caso ci fossero dubbi sul suo significato, è lo stesso Mikael ad ammettere di aver composto il brano e scritto il testo pensando alla fidanzata che l'aveva tradito. Se si pensa al fatto che fu lui stesso a sorprenderla a letto con un altro uomo, ci si aspetterebbe un testo carico di rabbia, odio e perché no? anche di insulti, ma Åkerfeld è e resta un signore, anche in questo caso. Nessuna traccia di volgarità, solo rabbia e tanta amara tristezza; si respira bene durante l'ascolto del brano, il dolore che il nostro Mikael ha provato quando il tradimento del proprio amore è venuto alla luce, ma il senso di signorilità che riesce a tirare fuori è, a tratti, quasi disarmante, non è un testo che certamente lascia molto spazio per voli della fantasia sul significato, ma è assai sagace riuscire a carpire quanto egli sia riuscito a non infondere odio in un argomento del genere, ma piuttosto a mantenersi su una linea pulita, pur dando all'intera struttura una amarezza palpabile in ogni momento, niente frustrazione ne sbalzi di umore, c'è spazio solo per la coscienza dell'illusione che si è provata fino a quel momento.

Un disco unico. Morningrise non è il capolavoro degli Opeth, ma certamente sta di diritto tra i loro migliori lavori. Lo stato di grazia dei quattro è evidente; spiccano su tutti: il drumming impeccabile di Anders Nordin e la sezione ritmica a cura di J. De Farfalla. Le tracce risultano più fluide e omogenee tra loro, quasi legate da un filo conduttore. Il genio musicale del loro leader si esprime al meglio nelle due canzoni, che esorcizzano le sue tragedie personali contribuendo a rendere questo disco "un muro portante" della discografia opethiana. Le partiture di chitarra scritte dal duo Åkerfeld- Lindergren sono perfette, a tratti struggenti, a tratti assolutamente magiche nella loro follia. La sezione ritmica è impressionante e voluttuosa, con un De Farfalla che non si fa certo pregare per dimostrare tutto ciò di cui è capace con il suo basso. Nordin non sbaglia un colpo, potente e pulito, senza mai essere eccessivo. Lindergren ci regala assoli memorabili e il loro leader non fa altro che confermare il proprio genio musicale. Morningrise conferma il meritato successo dell'album di debutto, non è il capolavoro assoluto degli Opeth ma certamente gli spetta di diritto un posto tra i migliori album della loro discografia.  Nella ristampa del 2000 venne aggiunta una bonus track: Eternal Soul Torture. Se non l'avete mai ascoltato fatelo, vi innamorerete!

1) Advent
2) The Night and The Silent Water
3) Nectar
4) Black Rose Immortal
5) To Bid You Farewell

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