OPETH

Lamentations (Live at Sheperd's Bush Empire)

2003 - Music for Nations

A CURA DI
SOFIA COLLU
01/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Anno 2003, un anno per molti versi fondamentale per la storia degli Opeth. La band nel maggio di quell'anno rilascia Damnation e poco dopo parte per un tour che segna il coronamento di un sogno del suo leader: una enorme serie di date fianco a fianco con i Porcupine Tree di Steven Wilson. Il 2003 è anche l'anno in cui nel gruppo inizia a soffiare il vento del cambiamento: arriva un quinto elemento, il tastierista Per Wiberg, mentre Lopez e Lindgren iniziano ad accarezzare l'idea di abbandonare la "nave". Il 28 maggio gli Opeth vengono invitati a partecipare a un programma sulla televisione nazionale svedese , TV4, per presentare la loro ultima fatica discografica. Il tempo a loro disposizione è troppo poco in confronto alla durata media delle loro canzoni, così i cinque si limitano ad eseguirne due: In my Time of Need e To Rid The Disease. Questa è anche una delle prime apparizioni di Wiberg al fianco dell'asse uruguaiano-svedese. A fine giugno la band torna in Italia, più precisamente all'Arena Parco Nord di Bologna, per partecipare al "Summer Day in Hell", terzultimi di un bill raffazzonato quanto eterogeneo. Al festival ce n'è per tutti i gusti: infatti, si alternano sul palco Opeth, Annihilator, Lacuna Coil, Virgin Steele, Type O' Negative e Blind Guardian. Il tour con i Porcupine Tree inizia il 15 luglio e termina il 3 agosto, i cinque hanno giusto il tempo di tirare un po' il fiato poi a settembre ripartono per un tour mondiale, che mira a promuovere il neonato Damnation. Quest'ultimo disco era uscito , senza destar particolare scalpore. Ancora una volta la produzione porta la firma di Steven Wilson, ed ancora una volta la copertina è disegnata da Travis Smith, che in quest'occasione riprende il tema rappresentato nell'artwork di Deliverance , ma ci porta al suo interno, cambiano i colori e i giochi di luce rendono ancora più inquietanti le immagini: un braccio e un piede, uniche estremità illuminate di un uomo steso in terra, che emergono dal buio dando quasi l'impressione di essere staccati dal resto del corpo. Il nuovo lavoro di casa Opeth non riceve le solite lodi da parte di critica e pubblico; quello che adesso è un disco culto per qualsiasi amante degli Opeth, allora fu tacciato di essere una copia dei lavori dei Porcupine Tree, tanto che Michele Chiusi, nella sua recensione sulla rivista Wonderous Stories, scrisse "Del passato terroristico della band nessuna traccia, anzi, nessunissima traccia, tanto che forse la prima critica da fare alla band è la mancanza di impatto. (?) Intendiamoci, il talento non manca, i pezzi sono tutti ben costruiti,assolutamente piacevoli, discretamente cantati. Però questa musica è un po' come acqua su pietra, non lascia il segno, manca di forza emotiva, di dramma, di tensione, di colore e di eclettismo anche solo tecnico, e i pezzi alla fine risultano un po' tutti monocordi. In definitiva, un disco tutt'altro che disprezzabile che piacerà molto ai fan del porcospino . Gli altri lo ascolteranno credo con sufficienza". Il settimo disco è un album dal sapore settantiano, puramente progressive, dalla prima all'ultima nota; rende omaggio ai grandi gruppi degli anni settanta che hanno portato questo genere nelle case di tutto il mondo, senza volervi emulare. Gli Opeth con questo disco deludono molti vecchi fan, conquistano l'amore incondizionato di alcuni e ne guadagnano di nuovi, ma per tutto questo c'è bisogno di tempo, di concerti dal vivo che possano far capire ai fan l'enorme portata emotiva di un disco che adesso è diventato culto, con le sue indimenticabili otto tracce, molte delle quali, per una volta, si avvicinano straordinariamente alla "forma canzone" canonica. Nessuna di esse è particolarmente ritmata, cattiva o veloce, anzi. Molti dei brani contenuti in Damnation sono  piuttosto lenti, quasi delicati. Insomma, è un disco molto diverso rispetto ai precedenti sei, è l'album attraverso il quale la band capeggiata da Mikael Akerfeldt, si accinge a lasciare le atmosfere death e spostarsi su un versante più marcatamente progressive e per questo il tour che lo celebra sarà più lungo degli altri ed è sempre. Da esso nascerà il primo dvd live della band. Il 25 settembre 2003 gli Opeth suonano allo Shephered's Bush Empire, in un concerto che assumerà importanza storica per la band ,perché per la prima volta i nostri svedesi si fanno riprendere durante un concerto e quelle immagini confluiranno nel primo DVD live.  Tutto ciò che accompagnerà la magia di quella sera poi sarà preso da mamma Music For Nations e pubblicata ufficialmente il 24 Febbraio del 2004. Questo DVD live ormai è divenuto una vera chicca per i collezionisti, e passati così tanti anni dalla sua realizzazione, ha costi di reperibilità assai elevati, come del resto moltissimo materiale che appartiene alla storia opethiana. Prima della pubblicazione ci voleva un titolo, qualcosa che riuscisse ben a far capire quale sarebbe stata l'atmosfera di chi avesse infilato il disco ottico nel lettore, ed alla fine si optò per Lamentations (Live at Sheperd's Bush Empire). Un nome iconico e malinconico al tempo stesso, col quale Mikael e soci volevano mettere subito il punto fermo su quanto avremmo trovato all'interno del disco. Quella sera la setlist del concerto, anzi, possiamo dire di quello storico ed unico concerto, comprese (come vedremo poi nel track by track) l'intera esecuzione del neonato Damnation, ma successivamente avremo altri due set a farci compagnia in questo viaggio nel buio. Infatti la band eseguirà anche brani dal meraviglioso Blackwater Park, ed anche dal "fratello gemello" del nuovo disco, ovvero Deliverance, il quale se avete letto di seguito le due recensioni scritte, saprete bene essere stato scritto proprio assieme a Damnation, ma vennero poi fatti uscire in due anni diversi. Nel DVD, oltre ovviamente all'esibizione tanto agognata della band, trova spazio anche un breve documentario, intitolato The Making of Deliverance and Damnation, che comprende materiale video registrato durante la creazione di entrambi i dischi, nonché interviste alla band ed ovviamente al produttore Steven Wilson. Non ci resta a questo punto che premere play e goderci quella che, ad oggi, è considerata una delle migliori esibizioni live di tutta la carriera opethiana.

Introduction

Prima di partire ufficialmente con la setlist (ed infatti nella tracklist del DVD è segnato un fantomatico Introduction prima della traccia numero uno), vediamo l'intraprendere delle riprese, con alcune inquadrature che si spostano prima nel backstage del locale, poi sulle chitarre di Mikael ed i vari bassi di Martin che userà quella sera. Successivamente l'inquadratura segue letteralmente la band nel suo ingresso sul palcoscenico, luci verdi e blu illuminano la scarna scenografia (di cui parleremo in conclusione di articolo), ed un enorme scroscio di applausi accoglie finalmente il gruppo. Mikael sorride alla folla accorsa per ascoltarli, pochi e distorti accordi di prova prima di iniziare, giusto per sentire se tutti gli strumenti sono accordati, e poi la magia può iniziare. 

Windowpane

 Akerfeldt apre il concerto con una delle canzoni più belle del loro settimo disco: Windowpane (Il Vetro della Finestra), che in questa sede si allunga ulteriormente arrivando a durare poco meno di 11 minuti (nel disco dura 7 minuti e 44 secondi),per il resto è incredibilmente simile alla versione "studio" a conferma della bravura di questi musicisti. L'introduzione è affidata alla sezione ritmica e alle chitarre, di queste la prima è sicuramente quella che emerge maggiormente almeno per i primi due giri, fino all'ingresso della batteria. Da questo momento non ce n'è più per nessuno, il combo svedese ci trascina in un vortice di emozioni intense e atmosfere quasi mistiche. Windowpane con la sua introduzione emozione è il modo migliore per esplorare la dannazione, come da copione dopo l'inizio arrivano quattro giri, che proseguono con lo stesso tema dei primi due per poi variare in corrispondenza dell'inizio della parte cantata. Al termine della prima strofa, alla parte strumentale si unisce anche un altro elemento la tastiera o per essere più precisi un Hammond, che fa da ponte tra il canto e l'assolo della chitarra, sostenuta da una solida sezione ritmica. Si riprende poi con il canto, rigorosamente pulito, che si erge di poco al di sopra dell'hammond e delle chitarre. La sezione strumentale, che nel disco era piuttosto breve , durante il live si protrae per deliziare maggiormente le orecchie degli astanti. Vi è anche un piccolo assolo di batteria, che si interrompe poi dando spazio agli altri strumenti ma in particolare a Mendez e al suo basso. Ci troviamo ancora di fronte a una nuova mutazione del tema musicale, con un nuovo entusiasmante guitar solo e mentre questo sfuma, cresce la sezione ritmica diventata la principale le protagonista della parentesi strumentale che fa seguito all'assolo. Nuova parte cantata, sostenuta, ancora una volta degli arpeggi e siamo infine giunti al termine di questa prima traccia che si dissolve sull'onda delle note tracciate dall'Hammond. Ricordiamo che il testo di Windowpane descrive una misteriosa persona, che scruta il mondo da dietro una finestra. Il suo volto è pallido, la luce del giorno quasi si riflette in quel viso scarno.  Akerfeldt usa, lo sappiamo bene, uno stile molto criptico e allegorico per scrivere le liriche, che accompagnano la sua musica. In particolare, la misteriosa figura intorno alla quale ruota il testo di Windowpane rappresenta l'attesa. All'ascoltatore viene lasciato il compito di decifrare quale sia l'oggetto di questa attesa : potrebbe essere l'attesa della morte, che caratterizzata gli ultimi istanti della vita di una persona; quegli attimi in cui un individuo si trova sospeso in una sorta di limbo: non è morta, ma non è più veramente "viva". Oppure potremmo interpretare questa pallida figura, che quasi brilla quando viene colpita dalla luce, come la stessa nonna di Akerfeldt, che (utilizzando una chiave interpretativa, per certi versi, cattolica), dopo esser deceduta, aspetta che il marito, gravemente malato, la raggiunga. Questi sono solo due dei tanti modi in cui sarebbe possibile interpretare questo testo; noi abbiamo elencato solo quelli che ci sono sembrati più probabili in relazione al momento di vita che l'autore stava attraversando quando compose i brani di Damnation, tra cui anche Windowpane.

In my time of need

Il secondo brano è ancora una volta estratto da Damnation. Si tratta della malinconica  In my time of need (Quando Io ho Bisogno)Anche dal vivo si apre con quattro giri di chitarra, preceduti ogni volta da Martin Mendez con il suo Fender Jazz Bass.  La canzone poi entra nel vivo con l'inizio del canto e l'ingresso della batteria, che scandisce un quattro quarti lento attraverso l'uso del charleston e radi colpi di cassa. La voce inizialmente scandita, che segue fedelmente la batteria, si trasforma poi in un canto più fluido e quasi dolce, innalzandosi di tonalità in corrispondenza dell'attacco dell'Hammond settantiano, che piano piano va a costituire il tappeto sonoro, mettendo quasi in secondo piano le chitarre e la sezione ritmica.  Se nel disco la parte centrale di In my time of Need era affascinante e quasi mistica, dal vivo da veri e propri brividi : la voce di Akerfeldt scandisce poche frasi, lontane tra loro, emergendo occasionalmente dal tappeto sonoro creato dall'Hammond, quando lui tace, Mendez ci regala una sorta di assolo di basso. Diciamo che è una "sorta di assolo" perché in questo punto del brano il mitico organo settantiano fa quello che normalmente spetta alla sezione ritmica: la sua perenne presenza dà struttura all'intera sezione, fornendo le basi su cui gli altri componenti possono divertirsi a giocare con i loro strumenti senza rendere il pezzo più debole. Alla fine di questa parte, che ha un fascino quasi mistico, ne segue un'altra interamente strumentale; un piccolo e meraviglioso omaggio ai Pink Floyd degli anni settanta: batteria lenta e delicata, tastiere dai suoni ipnotici e chitarre quasi lamentose, per un risultato globale da tenervi incollati allo stesso stereo e scatenarvi un'inguaribile sete di musica. La traduzione letterale sarebbe "Nel mio tempo di bisogno" , traducendola per significato diventa " Quando io ho bisogno", un titolo che già preannuncia il contenuto del testo: un'accusa, una denuncia o se preferite, una riflessione amara e carica di risentimento. In my time of need è il testo più "immediato" che lo svedese abbia scritto fin'ora, perché qui Akerfeldt non fa altro che suddividere in strofe un sentimento che chiunque ha provato, almeno una volta. Chi non ha almeno un amico che tende a vivere in modo tragico qualsiasi cosa non vada secondo i suoi piani? Uno di quelli che ti chiamano alle ore più assurde per ripetere per la trentesima volta quanto fa schifo la sua vita, a volte anche approfittando della vostra amicizia e della vostra comprensione. Uno di quelli che fa venire la depressione anche a voi, a forza di lamentarsi, ma ( ecco il punto chiave) quando voi avete bisogno non ha tempo per ascoltarvi e se lo fa, riduce tutto a un " Passerà, vedrai. Ora alzati! Abbiamo da fare". Questo argomento è quello che viene affrontato in " In my time I need": il senso di abbandono, la rabbia che nasce dal pensare "quando tu avevi bisogno io c'ero", che si accresce ancora di più quando osserviamo che i presunti amici, non solo non ti sostengono, ma addirittura si allontanano mentre tu, solo con il tuo dolore, vai sempre più giù. 

Death Whispered a Lullaby

Al termine della seconda traccia Akerfeldt saluta il pubblico, lo ringrazia di essere accorso al loro concerto e introduce un'altra canzone tratta dal loro, all'epoca, ultimo disco: Death Whispered a Lullaby (La Morte sussurrò una Ninnananna)Anche in questo caso l'unica differenza tra il disco e la versione live è la durata e ovviamente l'intensità delle emozioni trasmesse. Death Whispered a Lullaby si apre con quattro arpeggi di chitarra, poi, sull'iniziare del quinto giro si inserisce la voce del leader svedese. Il canto pulito, dolce, quasi sussurrato è quasi una ninna nanna. Chitarra, voce e rade note di basso caratterizzano il brano fino al termine della prima strofa cantata. Successivamente arriva  la prima porzione strumentale, più emozionante che mai, tutta a carico delle chitarre: una prosegue nell'esecuzione degli stessi accordi che ci accompagnano dall'inizio, l'altra l'accompagna fornendo un sostegno più ritmico; più che una parte strumentale, questo è un piccolo intermezzo, un ponte musicale che ci porta alla prima vera variazione di Death Whispered a Lullaby, che peraltro avviene in corrispondenza di quello che potremmo definire il ritornello. Il ritmo rimane sostanzialmente lo stesso, quello che cambia è la tonalità del cantato e la parte relativa alle chitarre. Le due sezioni di cui abbiamo parlato si ripetono, alternandosi, fino a circa metà canzone, momento in cui troviamo la  parentesi strumentale, dominata in gran parte dell'assolo di chitarra. Resta ancora l'ultimo minuto e qualche manciata di secondi, giusto il tempo dell'ultima strofa, seguita dal ritornello e poi spazio agli strumenti, che ci regalano un tuffo in un mare di sonorità progressive anni settanta della miglior qualità. Il titolo suggerisce che a sussurrarla sia la morte stessa, ma questo è un disco dedicato a una donna deceduta, per cui niente ci vieta di pensare che sia la nonna a sussurrarla all'orecchio del nipote; tutto dipende dalla chiave di lettura che si vuol dare a questa lirica. La si può interpretare sia come la morte che sussurra all'orecchio del morente questa sorta di ninna nanna per calmarlo e indurlo a chiudere gli occhi e lasciarsi andare, sia come la nonna che sussurra al nipote che va tutto bene, che è solo un incubo ; oppure ancora la possiamo leggere come metafora dell'eutanasia. Tutte e tre vanno ugualmente bene perché Death Whispered a Lullaby parla proprio della morte. Quest'ultima viene rappresentata come un sonno in cui rifugiarsi dai mali del mondo. 

Closure

E' poi la volta di Closure, ed inizio in medias res per questa quarta traccia: infatti, il cantato parte immediatamente, sostenuto dagli arpeggi della chitarra. La voce di Akerfeldt anche qui fa uso degli effetti per eseguire la seconda strofa, dandoci un senso di lontananza, ma anche un po' di ottundimento, che dal vivo è ancora più forte perché si è avvolti dall'atmosfera creata dalla strumentazione; ad accompagnarla ci sono sempre gli stessi accordi della sei corde. All'estinguersi anche di questa seconda parte cantata, segue il famoso silenzio opethiano che ormai conosciamo bene; dura pochi attimi, è solo una pausa che copre , forse, un ottavo e come sempre ha una funzione: metterci una pulce nell'orecchio, qualcosa sta per cambiare. Infatti, giunge la prima variazione del tema musicale: arriva la batteria, la sezione ritmica fa il suo ingresso, ma soprattutto i quattro musicisti ci regalano una parentesi strumentale dalle sonorità arabeggianti, in un crescendo che vede inizialmente la batteria scandire il tempo con radi colpi di charleston per poi diventare sempre più presente, velocizzando il tempo e diventando più solida e quasi inquietante con l'introduzione della cassa; così come è cresciuto velocemente, altrettanto rapidamente si arresta. Il silenzio, anche qui piuttosto breve, ci dà il tempo di riprendere fiato prima che riprenda il testo e l'iniziale tema musicale eseguito esclusivamente dalla chitarra, unico elemento di innovazione rispetto alla prima strofa è rappresentato dai cori che compaiono sul finire del cantato, poco prima che ci rapiscano nuovamente le atmosfere arabeggianti dei riff di chitarra e le percussioni etniche, per un finale che richiama alla memoria l'immagine di un incantatore di serpenti o i balli sensuali delle odalische. La quarta traccia di Damnation ha un testo degno di Ungaretti: poche frasi, criptiche e apparentemente slegate l'una dall'altra, ne è un esempio la prima: " Guarisco me stesso- una piuma sul cuore", letta così potrebbe significare tutto e niente, ma se l'analizziamo nel contesto globale della lirica, ecco che tutto ci appare più chiaro. Ancora una volta, il titolo ci fornisce la chiave interpretativa: Closure significa chiudere, sospendere. La chiusura in questo caso riguarda il periodo del lutto. L'autore ha superato la perdita della nonna, non è più afflitto dalla disperazione; il tempo ha fatto il suo lavoro, permettendo alla ferita di guarire. Il cuore di Akerfeldt non è più straziato dal dolore e dal senso di colpa, ormai ha accettato e metabolizzato la scomparsa dell'anziana donna. Se questo da una parte è positivo perché consente allo svedese di vivere più serenamente e tornare a guardare al futuro; dall'altro lo fa sentire ancora più solo, come se stare male per la morte della nonna servisse in qualche modo a far sì che lui la sentisse ancora vicina. Adesso, invece, vede la luce sì e il suo cuore è più leggero, ma anche più "vuoto", tanto che fa terminare Closure con una frase piuttosto emblematica " Nella luce, ho nostalgia delle tenebre".

Hope Leaves

E poi arriva lei, magnifica nella sua angosciante tristezza. Emozionante e caratterizzata da atmosfere nostalgiche,  Hope Leaves (Perdere la Speranza) dal vivo è una di quelle canzoni che fermano il tempo e ti fa desiderare che non arrivi mai l'ultima nota a spezzare l'incantesimo. Ancora una volta viene rispettata la struttura della canzone in ogni sua parte: l'intro  anche dal vivo è dato da quattro giri armonici di chitarra e all'inizio del quinto si entra nel vivo della canzone. La voce, calma e pacata è accompagnata dalle sei corde e da radi colpi di cassa, intervallati a sommessi sussulti del charleston. Nel frattempo con il passo felpato di un gatto, anche le tastiere si inseriscono, dapprima lievi, appena percettibili, poi sempre più presenti, fino quasi a sopraffare gli altri strumenti. Hope Leaves   si dipana su tempi e ritmi lenti, seguendo un percorso piuttosto lineare. Letteralmente: "La speranza se ne va", traducendola un po' meglio " Perdere la speranza". Il titolo non lascia dubbi: questa canzone parla proprio dell'accettazione, della perdita di qualsiasi speranza. Mikael quasi dissociato da se stesso osserva la foto della nonna come se la vedesse per la prima volta. La ferita derivata dalla sua morte è ancora aperta, certo, non fa più male come all'inizio, ma ancora sanguina. L'autore racconta a noi e alla defunta stessa, di come ormai si sia rassegnato al fatto che non la rivedrà; riflette su quello stato di spossatezza, su quella mancata capacità di sognare a occhi aperti un futuro radioso , che spesso accompagnano il periodo successivo a un lutto. Il ricordo di lei brucia come fumo negli occhi, la sua mancanza lo fa sentire privo delle energie necessarie ad evitare di perdere quello che gli è rimasto. Egli, ci racconta di come la sua vita continui a scorrere, percorrendo la stessa strada di sempre, continua a fare le cose che ha sempre fatto, ma senza lei al suo fianco sembra quasi che il tempo non scorra e che le sue giornate si ripetano all'infinito sempre uguali. 

To Rid the Disease

Il leader svedese riprende la parola, ringrazia ancora una volta il pubblico e introduce la sesta traccia definendola "Malvagia e oscura"; si riferisce a To Rid the Disease. Un colpo di charleston ci segnala il suo inizio; ad esso seguono i canonici quattro giri di chitarra e sull'iniziare del quinto attacca anche il canto di Akerfeldt, ancora una volta pulito e quasi lamentoso. Le sei corde intanto proseguono nell'esecuzione della loro partitura iniziale. A metà strofa, la batteria ci segnala la sua presenza con un colpo di charleston stoppato, per poi entrare definitivamente nel momento in cui leader tace e riprende fiato, dando avvio a un breve ponte strumentale che ci porta verso l'inizio della seconda strofa cantata. Stavolta non c'è pausa tra la strofa e il ritornello. Quest'ultimo è caratterizzato dal passato a tonalità vocali più acute, incremento del volume di tutta l'esecuzione orchestrale e dall'ingresso dell'organo. Al ritornello fa seguito una breve sezione strumentale a carico della tastiera e della batteria che lentamente rallentano, attenuandosi fino a scemare quasi completamente per lasciar spazio alla ripresa del testo e del tema musicale che inizialmente lo supportava, ma stavolta eseguito dalla tastiera a cui la chitarra fa una sorta di controcanto. Siamo giunti così a poco più della metà di questa settima traccia, dove troviamo un lungo strumentale, tanto semplice quanto bello, che potremmo suddividere in tre parti: la prima dominata dall'assolo della chitarra, la seconda ( più lunga) a carico della tastiera e infine la terza in cui rientrano gli strumenti, creando un crescendo brevissimo che si esaurisce in una manciata di secondi lasciando nuovamente spazio alla tastiera, unica protagonista, raramente interrotta dalla batteria, che ci traghetta fino alla chiusura di To rid the Disease. Come si intuisce dal titolo la lirica affronta il tema della malattia, di quello che dovrebbe succedere (ovvero liberarsi, guarire dalla malattia) e di quello che invece avviene più frequentemente nella realtà : la malattia ti porta al decesso prima o poi; fatta questa premessa c'è un altro concetto che Akerfeldt ritiene opportuno inserire in questo contesto: dobbiamo vivere a pieno i nostri giorni. Troppo spesso, dice, perdiamo tempo dietro a cose futili o che non ci interessano affatto, troppo spesso pensiamo "lo farò in un altro momento", dimenticandoci del fatto che nessuno sa quanto tempo ha a disposizione, poi arrivano le malattie, gli incidenti e a quel punto è troppo tardi: non abbiamo più tempo per fare quello che avremmo voluto. Il disco è dedicato alla memoria di nonna Akerfeldt, quindi ovviamente l'invito dell'autore è più che altro un ammonimento, un "non trascurate le persone che vi stanno accanto, perché non sapete quando le perdete", ma niente vieta di dare al testo un'interpretazione più ampia ed estendere il concetto a tutto ciò che concerne la vita di un individuo

Ending Credits

Siamo arrivati più o meno a metà concerto. Quale momento migliore per riprendere fiato e lasciare che a "cantare" siano solo gli strumenti? Infatti arriva Ending Credits (Crediti Finali), il suggestivo brano strumentale presente in Damnation, che con le sue morbide linee di chitarra alla Carlos Santana di Europa fa la sua gran figura dal vivo.  Esso è anche  uno dei pochi brani, forse l'unico, di cui vengono rispettate le tempistiche anche in questa sede. Si apre con un crescendo timbrico; infatti inizialmente sia la batteria sia le chitarre suonano a volumi così bassi da dare la sensazione di essere molto lontane per poi "avvicinarsi" aumentando via via di volume man mano che procedono con l'esecuzione delle rispettive parti, fino a quando, raggiunto l'apice canoro il tema cambia lasciando spazio alla chitarra solista, mentre sezione ritmica, batteria e chitarra ritmica la sostengono, donando corpo al brano. Ending Credits, assomiglia molto a un lungo ed emozionante assolo, che sembra quasi un piccolo omaggio a "Europa" di Santana; come questa, infatti, è delicato, neanche particolarmente difficile, ma vi arriva dritti al cuore. 

Harvest

Damnation è stato esplorato a sufficienza , adesso è arrivato il momento di fare un piccolo salto nel passato. Akerfeldt decide di aprire "la macchina del tempo" con una delle canzoni più dolci del suo repertorio: la delicata Harvest (Raccolto). Inizio molto più dolce e delicato per questo pezzo, la cui introduzione viene affidata alle chitarre acustiche. I loro accordi viaggiano su tempi lenti e ritmi sommessi,4 giri di apertura poi una chitarra da acustica diviene elettrica e inizia a esprimersi su accordi minori. Le vere protagoniste di questo brano sono la voce e la chitarra acustica (una rimane sempre per tutta la durata del pezzo). Mikael interpreta l'intera Harvest con voce pulita, carica di nostalgia, a cui segue un solo di chitarra. La prima variazione la troviamo nel ritornello, ma è talmente minima che per trovarla bisogna fare molta attenzione, si esplica esclusivamente in un crescendo di volume e nel passaggio all'ottava superiore. Dopo il secondo "ritornello" i nostri ci deliziano con guitar solo che viaggia su tonalità minori degne del miglior blues settantiano, e grazie all'uso sapiente del vibrato il risultato complessivo è un qualcosa che vi arriva diretto come un brivido che vi scuote da dentro. Harvest è già agli sgoccioli, rimane solo il tempo per un'altra strofa, il ritornello e per il finale, ancora una volta affidato quasi interamente al duo acustica- elettrica. Anche qui, il titolo è emblematico: Il Raccolto. Raccolto che ovviamente è inesistente, i frutti sono avvizziti, le piante congelate, dall'esterno arriva un flebile soffio di speranza, troppo poco per non far sentire il freddo e l'angoscia che regnano nel tetro parco dalle acque scure. L'autore si presenta come un martire, cammina in quello che una volta era un frutteto rigoglioso, simbolo di tutte le sue speranze e dei suoi sogni, ma intorno a sé non vede altro che morte e desolazione. Sente in lontananza i lamenti dei "luttuosi". Anche questa è una metafora, a voi la scelta, si può considerare i "luttuosi" come immagine dei sogni infranti, degli obbiettivi non raggiunti ( espressione cioè di tutte le speranze e i progetti giovanili che non hanno mai visto la luce o che comunque non sono mai stati portati a termine) oppure in modo più materialista e forse più realisticamente come ritratto di tutti coloro che circondano l'autore e che si lamentano del fatto che non abbia ancora realizzato niente nella propria vita. Il concetto comunque non cambia molto, è l'individuo che si aggira nel tetro parco, la vittima dei propri fallimenti, che lo rendono facile preda della tristezza e della rabbia che ne deriva come naturale reazione a un disagio interiore. 

Weakness

La canzone che segue è ancora una volta tratta da Damnation: Weakness (Debolezza). Ricordiamo che questa traccia si differenzia dalle altre canzoni degli Opeth perché, per buona parte della sua durata, non c'è traccia né di chitarre, né di batteria o di sezione ritmica. La maggior parte di questo brano è una sorta di concerto per organo, interrotto da rare frasi cantate e da ancora più rari accordi di chitarra. Tutto questo, se unito al tema portante del brano di cui parleremo fra poco, crea un vero e proprio senso di angoscia nello spettatore, invogliandolo a riflettere e mettersi le mani sul viso per nascondere il dolore che prova mentre le note si susseguono. Quel silenzio accompagnato soltanto dalle gravi note di organo, rimane uno degli esempi sperimentali più grandi della loro discografia, nessuna struttura, nessun riff, nessun chorus, solo l'ovattato buio del niente accompagnato dal liturgico suono delle canne d'organo. Weakness descrive con poche parole la lenta agonia di una relazione, che sta finendo perché si è persa una delle cose fondamentali per tenere insieme due persone: la fiducia nell'altro. Ci avviamo lentamente verso la fine di questo concerto. 

Master's Apprentices

Dopo Weakness è la volta di un altro salto nel passato. Stavolta Akerfeldt pesca dal cilindro una delle canzoni più amate dai suoi fan: Master's Apprentices (Apprendisti Maestri).  La canzone tratta dal sesto album della band , Deliverance, è una tempesta sonora potente e cupa, che risente moltissimo dell'influenza che i Morbid Angel hanno avuto sul suo compositore. Tale impronta si sente fin dalle prime note del suo intro, dal sapore quasi thrash, almeno per quanto riguarda le sei corde. Quattro giri accompagnati da un precisissimo lavoro di doppia cassa e poi il pezzo entra nel vivo con l'inizio del growl. La prima vera variazione sensibile la incontriamo circa due minuti dopo l'inizio del brano: resta la doppia cassa, si modificano i riff alla chitarra, l'intera parentesi strumentale che fa da ponte tra la seconda e la terza strofa sembra un continuo susseguirsi di break time ; una modalità di esecuzione che si mantiene costante fino al cambiamento successivo. Il ritmo e la velocità rallentano sensibilmente, le chitarre si fanno più melodiche così come il canto, che diviene pulito per poi essere nuovamente sostituito dal growl. Tuttavia, anche quest'ultimo è destinato ad essere nuovamente messo da parte, siamo infatti arrivati al secondo cambio di rotta: la batteria diventa solo uno sfondo, così come la sezione ritmica, persino le sei corde rallentano e abbassano il volume fino quasi a scomparire; il ruolo centrale spetta alla voce pulita e melanconica di Akerfeldt, sostenuta dai cori del fedele Lindergreen. Sette minuti sono già passati, ne restano altri tre densissimi: poche parole in cavernoso growl e poi ecco che le chitarre si lanciano in un velocissimo assolo (ovviamente se paragonato al resto del brano) heavy metal, per poi trasformarsi in un dialogo tra gli strumenti di Peter e Mikael, mentre l'urlo growl di quest'ultimo sale e si fa spazio per lasciare infine la "parola" al denso finale strumentale. Master's apprentices è quasi una poesia, al suo interno troviamo anche una frase che riprende il titolo della canzone precedente. Il suo testo è una riflessione, o per meglio dire una descrizione piuttosto dettagliata sulla consapevolezza di chi ha una sola certezza:  prima o poi morirà. Il compositore e traghettatore degli Opeth in un certo senso si apre con i suoi fan, racconta loro di come la ferita per la perdita della nonna si stia lentamente rimarginando: il dolore si sta attenuando, la vita continua, ma lei è una presenza costante, come una voce che lo chiama o una stella che illumina il suo cammino e guida i suoi passi. Se ognuno di noi sa che è destinato , presto o tardi, a lasciare i suoi affetti terreni, non tutti sono pienamente consapevoli del loro piccolo inferno interiore, di quella sorta di scrigno pieno di cattivi pensieri, di errori e di rabbia che piano piano ci uccide. Se non riusciamo a vederlo per quello che è e quindi anche a reagire ai bassi istinti che ognuno di noi, chi più, chi meno, ha dentro di sé.

The Drapery Falls

Ecco quindi che lo svedese ci invita a toglierci il paraocchi e a guardare dentro di noi per prendere coscienza degli orrori che si celano dentro il nostro animo, e lo fa con una piccola perla estrapolata da Blackwater Park, l'eclettica The Drapery Falls (La Caduta del Drappeggio). Anch'essa viene aperta dalle chitarre, una elettrica e una acustica; inizialmente troviamo solo l'acustica, poi lentamente si inserisce l'elettrica in un crescendo musicale a cui via via si uniscono anche basso e batteria. Il tema musica di fondo si modifica quasi subito trasformandosi in uno strumentale chiaramente death per poi arrestarsi quasi del tutto. Rimangono solo le ultime note della chitarra elettrica a far da ponte tra questa parte e la successiva variazione che in parte riprende il tema di apertura con la chitarra acustica e in parte si trasforma grazie all'ausilio degli effetti, soprattutto il delay, della "sei corde" elettrica, creano quasi l'illusione di un eco lamentoso. Ed ecco che "cadono i drappeggi" che coprono gli errori e gli orrori. Questo infatti è l'argomento trattato da the Drapery Falls. Arriva sempre un momento in cui i veli cadono e l'individuo è costretto a fare i conti con le proprie responsabilità, quell'angosciante momento in cui ci dobbiamo arrendere al fatto che i nostri fallimenti sono prima di tutto dovute alle nostre scelte consapevoli o inconsapevoli che siano. Un momento in cui, come chiunque sa bene, torneremmo volentieri nell'oblio, in quel limbo di "perché?" senza risposta, perché ammettere di essere la principale causa del nostro dolore fa più male di qualsiasi altra cosa: in quello specifico frangente di consapevolezza sentiamo gli occhi inumidirsi, il terreno vacillare sotto i nostri piedi e in generale quella spiacevole sensazione di "cadere risucchiati in una spirale" che ci porterà , metaforicamente, a schiantarci al suolo; con questa riflessione l'autore chiude anche The Drapery Falls e ci invita a seguirlo nell'esplorazione del Blackwater Park. L'avrete già capito da soli: questo è un live che ha un filo conduttore, inattaccabile nella sua logica, che si dipana tra tre album fondamentali della carriera di questa band: Blackwater Park, Deliverance e il neonato Damnation. Quando il telo che copriva gli orrori viene tolto, la prima sensazione che si avverte è sempre quella di smarrimento, di deriva e quando si parla di deriva è ovvio aspettare arrivare le note che introducono la title track del sesto lavoro in studio di casa Opeth. 

Deliverance

Akerfeldt non ci delude, Deliverance (Liberazione) arriva in tutto il suo splendoreforte e  decisa come nel disco, con gli effetti delle chitarre e Lopez che picchia duro su doppia cassa e rullante. Il suo è un intro in pieno stile death che dura una manciata di secondi prima che all' "orchestra" si unisca il growl del frontman. Tuttavia anch'esso non dura molto: neanche il tempo di abituarsi a questo inizio deciso che già troviamo la prima variazione a 360 gradi: il ritmo sostenuto si placa di colpa, le chitarre aggressive si fanno più melodiche e sommesse, la voce diviene pulita, in lontananza si sente solo un sommesso charleston e qualche colpo di cassa. Ad essa segue un nuovo colpo di coda strumentale: la batteria e le chitarre si fanno più aggressive per poi placarsi nuovamente per accompagnare il canto pulito e quasi sussurrato. Siamo appena al terzo minuto, ma Deliverance cambia ancora per riprendere il tema iniziale, incluso il growl e lo fa grazie alle chitarre e alla batteria che riprendono nuovamente la loro cattiveria con riff che potrebbero tranquillamente stare in un disco thrash prima di riassestarsi sulle linee death d'inizio canzone. Solo poche frasi in growl e poi c'è di nuovo spazio per un solo di chitarra dal sapore arabeggiante che come un'onda ci portano di nuovo verso lo scoglio growl, per poi concederci un attimo di tregua con il caldo pulito, poi ancora la tempesta e di nuovo una breve calma in un continuo ondeggiare tra cattiveria death e melodiche carezze vocali. Una deriva dei sensi che ci porta verso una nuova variazione tematica, segnalata da un silenzio brevissimo prima che il ritmo cambi nuovamente e la sezione ritmica ci guidi verso un groove incalzante, un canto scandito intervallato da lunghe pause tra una parola e l'altra , sottolineato dalla doppia cassa e seguito a ruota da un guitar solo che risente dell'influenza della recente scoperta delle melodie arabiche da parte del suo compositore. Un solo emozionante, parentesi idilliaca di questa barca che viene sballottata ovunque. Naturalmente non è ancora finita, è nuovamente tempo di cambiare e lo si fa con Lopez e la sua batteria, protagonista di un solo di percussioni incalzante, accompagnate in sottofondo dalle linee arabiche delle sei corde per un risultato sonoro affascinate e quasi inquietante allo stesso tempo che ci accompagna fino alla fine di questo piccolo capolavoro opethiano. Oltre ad essere una canzone complessa, come sempre il testo non è da meno. "Redenzione" o " Liberazione" chiamatela, come preferite, le traduzione possibili di Deliverance sono tantissime, è forse la lirica con il riferimento più esplicito al recente lutto subito. Un testo lungo quanto la canzone stessa, una vera rarità per gli Opeth. Esso inizia parlando del senso di smarrimento che prova il protagonista alla brutta notizia che ha appena ricevuto e che lo colpisce come un fulmine a ciel sereno. Una di quelle morti improvvise, apparentemente prive di senso; non si è mai pronti per un evento del genere, tanto più che si accompagna alla consapevolezza di un altro lutto imminente quella del nonno malato di cancro, ma quest'ultima, forse, è più accettabile, se non altro dà il tempo di prepararsi psicologicamente. Akerfeldt è dilaniato dallo smarrimento, dal senso di colpa per essersene andato convinto che al suo ritorno avrebbe trovato tutto ciò che aveva lasciato. Egli cerca la redenzione nella musica, nel dedicare ogni traccia di questo album all'anziana donna che ha lasciato da sola ad occuparsi del marito malato, ma è fin troppo consapevole che questo non sarà sufficiente a farlo star meglio né tanto meno a redimerlo. Il ricordo di lei è un "tuono penetrante", un suono che lacera qualsiasi protezione in chi egli cerchi di rifugiarsi. Lei diviene angelo, mentre lui si sente un demone, annegando nel suo stesso dolore cerca la salvezza , ma più lotta e più vede allontanarsi l'agogniata redenzione. 

The Leper Affinity

La deriva, il senso di smarrimento, in genere si accompagna alla tristezza e all'odio, quale modo migliore per raccontarlo, se non quello di eseguire uno dei tanti gioielli che caratterizzano Blackwater Park? E se si parla di odio, non possiamo non parlare di The Leper Affinity (L'Affinità Lebbrosa) , che infatti non si fa attendere e arriva potente e inquietante con i suoi effetti, dapprima sommessi poi sempre più forti, fino a raggiungere il suo apice proprio pochi secondi prima che chitarre aggressive e colpi decisi di rullante ci spalanchino le porte del vero e proprio brano, un precisissimo uso del doppio pedale sostiene il canto, rigorosamente in growl, anche se con timbriche vagamente più delicate rispetto al passato. Il ritmo decresce per qualche secondo per poi tornare a correre su linee di chitarre distorte su tonalità acute quasi stridule come a far da controcanto pulito al growl. E' tempo di variazioni, tanto a livello strumentale che a livello vocale: il tempo rallenta, quasi si ferma, il canto diventa pulito, le corse folli delle chitarre si placano trasformandosi in delicati arpeggi, ma è solo un momento. L'oliata macchina musicale dell'asse svedese-uruguaiano riprende la velocità di crociera, poi si arresta di nuovo lasciando spazio a un solo di pianoforte pacato, dalle sfumature melanconiche che ci traghetta verso quelle pause all'interno ai brani che ormai sappiamo bene essere una caratteristica di questo gruppo. Un silenzio breve, che copre giusto il tempo di un respiro profondo e via che si riparte con le atmosfere death e il growl, direzione la prossima variazione: il canto si fa melodico, il controcanto quasi corale, l'espressione strumentale più delicata..  L'affinità lebbrosa ( un titolo che è tutto un programma) è un testo che si presenta a mille interpretazioni, se preso singolarmente, ma il contesto dell'intero disco ci aiuta. Esso è narrato in prima persona, a parlare è il parco stesso. Allegoria dell'odio, in questo caso si rivolge al suo interlocutore quasi come se fosse la personificazione del diavolo intento a far cadere in tentazione il suo interlocutore. Tuttavia, non ci sono promesse allettanti, Blackwater Park si presenta all'ascoltatore per quello che è: un incubatore di odio, un modo come un altro per autodistruggersi da dentro, facendosi lentamente consumare e tentare dagli istinti più bassi. Un parco deserto, dove la primavera, simbolo di allegria e dolcezza, nonché di speranza, è stata sopraffatta da un inverno perpetuo che si autoalimenta man mano che i sogni si infrangono e le delusioni aumentano, creando terreno fertile per la nascita dell'odio più cieco.

A Fair Judgement

Ahimè siamo arrivati alla fine, gli Opeth ci salutano con la splendida A Fair Judgement (Un Giudizio Equo), brano soft il cui primo minuto viene affidato al pianoforte. La parentesi pianistica si esaurisce in una pausa (il silenzio che ormai conosciamo bene) da due quarti, a segnalare che A fair Judgement sta per entrare nel vivo. Infatti, poco secondi dopo ci giunge la voce pulita del biondo leader accompagnata dal charleston e da pochi colpi leggeri sulla cassa, i pochi accordi alla chitarra rimangono in sottofondo, quasi impercettibili, così come la sezione ritmica. La voce tace e lascia spazio a un crescendo musicale che ben presto si placa e torna a farsi sommessa  con l'inizio della seconda strofa, finita la quale assistiamo a un nuovo crescendo. Tuttavia, anche questo ha vita breve, termina all'improvviso al suo posto resta il silenzio. La pausa dura pochi secondi ed è essenziale in questo frangente; essa ha la funzione di prepararci ad ascoltare un etereo solo di chitarra, eseguito a un volume così basso da non permettere alcun tipo di distrazione all'ascoltatore. Poi riprende ancora una volta la voce, pochi frasi delicate con un sussurro per poi lasciar spazio a un nuovo brevissimo guitar solo che ci trasporta verso il crescendo strumentale che raggiunge l'apice con il più bel solo di chitarra presente nell'intero disco. Assolo che viene messo a tacere da una nota al pianoforte, che dà il via a una nuova parentesi cantata, ma stavolta accompagnata esclusivamente da poche noti gravi al pianoforte. A questo segue una variazione dal sapore sabbathiano almeno all'inizio, perché poi anche questo si trasforma mentre la canzone volte al termine: il tempo che richiama alla mente il doom, la sezione ritmica solida, le sei corde che eseguono riff dall'atmosfera "satanica" di matrice indefinita poiché starebbero bene in qualsiasi sottogenere estremo del metal. Testo piuttosto breve per questo brano, che infatti è in gran parte strumentale. Esso è una riflessione amara su quello che chi insegue i propri sogni ad ogni costo è costretto a sacrificare. Mikael riflette sul fatto che mentre la nonna, a lui così cara, esalava il suo ultimo respiro lui era lontano per lavoro, per inseguire i suoi sogni, dimentico di tutto ciò che aveva lasciato a casa. Riflette e prende coscienza di tutto quello che ha dato per scontato o ha ignorato per poter ottenere i riconoscimenti tanto agognati. Egli per inseguire la gloria ha dimenticato i consigli, ha trascurato i suoi cari, ha ottenuto il riconoscimento che voleva, ma a quale prezzo? E' tornato a casa e l'ha trovata vuota. Un'immagine forte che porta con sé una domanda implicita : "Ne è davvero valsa la pena?". Non abbiamo una risposta e mai l'avremo, ma il trasporto con cui lo svedese interpreta le sue stesse parole ci lasciano pensare che il rimpianto e il senso di colpa per essersi perso quel momento sia anche più forte della gioia di vedere finalmente i suoi sforzi venire adeguatamente ricompensati.

Conclusioni

Lo Shephered's Bush Empire è un locale di Londra, pensato appositamente per ospitare concerti. Esso ha una  storia lunga e importante: venne costruito nel 1903 da Frank Matcham e può contenere fino a 200 persone.   Nel 1953 divenne la sede della BBC Television Theatre per poi diventare nel 1991 un locale per concerti in virtù delle sue eccellenti caratteristiche acustiche. Al suo interno si sono esibiti star artisti come Charlie Chaplin e Cliff Richard, ma anche band quali i The Damned, gli Opeth stessi ovviamente, i Rolling Stones insieme a Sheril Crow. Dunque il primo DVD della band svedese viene girato in un locale di Londra. Questa è una città cara agli Opeth, non sappiamo bene perché , ma per incidere le cose importanti la band sceglierà sempre la capitale del Regno Unito. Probabilmente il fil rouge che lega la band svedese alla città del Big Ben, è la sua enorme storia musicale annessa allo scorrere del tempo, che qui pare essersi quasi fermato a molti anni fa. Non dimentichiamoci infatti che quelle sonorità prog tanto care agli Opeth, e che se prima erano sporcate ed incattivite dall'anima Death, successivamente vennero lasciate libere in tutta la loro interezza, a Londra così come in quasi tutta l'Inghilterra trovarono il primo vero terreno fertile della loro storia. Non solo, ricordiamo anche che Londra è stata capitale della musica (e per certi versi lo è ancora) per moltissimi anni; migliaia e migliaia di artisti, dai blasoni ai meno conosciuti, hanno calcato le sue strade e suonato nei suoi locali (dal Punk a Jimi Hendrix, dal Blues elettrico dei Cream alla sperimentazione dei Beatles). E' quindi forse abbastanza ovvio immaginare come mai Mikael e soci siano così legati a questa città, e soprattutto abbiano piacere immenso nel poterci suonare ogni volta, e nell'averla scelta come sfondo per questo enorme live. Alla sua uscita Lamentations, comprendeva : un disco ottico con ben tre ore di registrazioni, due riguardanti il concerto londinese in questione e una riservata a un making of di Deliverance e Damnation. Come abbiamo accennato durante l'introduzione, le due due ore di show invece sono suddivise in due dischi: il primo è interamente dedicato alle tracce estratte da Damnation, il secondo  contenente  cinque brani estratti da Blackwater Park e Deliverance. In realtà, durante il concerto, la band esegue anche un'altra traccia: Demon of The Fall, ma la Candleight Records, depositaria dei diritti sul brano, non ha dato il proprio benestare e quindi non è presente nella registrazione. Guardando il video del concerto si può notare che, anche dal vivo, la band vuole che la protagonista assoluta sia la musica. Infatti il palco è scarno, c'è solo la strumentazione  e un'enorme bandiera con il logo della band alle spalle di Lopez. I cinque musicisti sono anch'essi quasi "anonimi": jeans e una maglietta nera, niente di appariscente né su di loro, né sul palco. Una scelta ben ponderata e non casuale; da sempre infatti il frontman svedese ha tenuto un basso profilo, lasciando che fosse la sua musica a parlare a nome di tutta la band e così è anche dal vivo: parla poco, fa qualche battuta, ma in pratica sono due ore piene di musica e delle emozioni da essa trasmesse, solo questo conta e nient'altro. Le emozioni, le emozioni non mancano assolutamente: questo live ne è un concentrato densissimo, con una scaletta che vi fa rimpiangere di non esser stati lì. Con questo DVD live gli Opeth hanno voluto dare l'ennesima testimonianza di quella che è l'anima della loro musica; niente orpelli, niente fronzoli o esibizionismo, soltanto la pura e semplice sperimentazione, quella che ti fa lambiccare il cervello per capire tutte le influenze inserite in una singola traccia, e che ti fa fondere la mente ogni volta che la ascolti. Se avete seguito il nostro percorso all'interno della discografia opethiana, questo tema viene fuori ad ogni album in maniera sempre più viscerale e caustica, ed anche in Damnation (così come in Deliverance) la cosa non è di minor entità. E quando riusciamo ad estrapolare dal disco questa musica e metterla fisicamente su di un palco, ciò che ne viene fuori è pura magia; ogni tassello, ogni elemento, persino la scarna scenografia come abbiamo detto, ha un unico scopo, farvi concentrare sulla musica, su ogni nota suonata, e su ogni piccolo riquadro ed immagine che la band intende esprimere ad ogni nuova traccia.  In conclusione: questo live è un ottimo disco, per i fan è quasi un obbligo averlo, non solo perché è il primo disco live della band , ma anche perché è un documento storico, che testimonia una tappa fondamentale del percorso artistico di Akerfeldt e compagni. Tuttavia è piuttosto difficile, se non impossibile, rintracciarlo in Italia.  

1) Introduction
2) Windowpane
3) In my time of need
4) Death Whispered a Lullaby
5) Closure
6) Hope Leaves
7) To Rid the Disease
8) Ending Credits
9) Harvest
10) Weakness
11) Master's Apprentices
12) The Drapery Falls
13) Deliverance
14) The Leper Affinity
15) A Fair Judgement
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