OPETH

In Live Concert At Royal Albert Hall

2010 - Roadrunner Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
30/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

All'inizio del 2010, gli Opeth sono impegnati in un mini tour chiamato " Evolution XX", che ha , per così dire, lo scopo di "promuovere" nuovamente  Blackwater Park, il capolavoro opethiano che in quell'anno compie dieci anni. La band svedese festeggia il decennale del loro quarto disco con il mini-tour  di cui parlavamo poco fa, e con una ristampa in versione Deluxe da far gola a qualsiasi collezionista, soprattutto la versione vinilica: i due LP hanno un'altissima qualità sonora, e sono corredati da un meraviglioso album di inedite e oscure immagini firmate Travis Smith. Non è finita , sia il vinile che il formato cd sono accompagnati da un mini documentario filmato  durante le registrazioni di Blackwater Park dall'amico di infanzia di Akerfeldt, Fredrik Odefjard. Tuttavia, nel 2010 non ricorre solo il decimo anniversario di Blackwater Park, ma anche il ventennale della band.  Sembra ieri, eppure sono già passati vent'anni. I ragazzini squattrinati di Stoccolma , amanti di Wilbur Smith e del suo " L'uccello del Sole" tra le cui pagine hanno trovato la propria definizione (in questo libro infatti compare Opet, la città della luna, da cui deriva il nome della band) di strada ne hanno fatta tanta, forse non navigano nell'oro come gli Iron Maiden o i Metallica, ma di sicuro i soldi non sono più un problema; dunque è giunta l'ora di festeggiare alla grande, anche se ormai festeggiare la carriera degli Opeth equivale a festeggiare Akerfeldt, l'unica membro originale della band che è rimasto. I cinque dunque decidono di festeggiare il loro ventesimo anno di carriera in grande stile, e lo fanno filmando il live alla Royal Albert Hall di Londra. Venti anni di carriera sono una tappa importante, bisogna festeggiare degnamente,  e gli Opeth decidono di farlo in modo "plateale": Blackwater Park viene ristampato in edizione veramente speciale,viene organizzato un mini tour di cinque date : L'evolution XX,appunto e durante una di queste date gli svedesi decidono di esibirsi alla prestigiosa Royal Albert Hall di Londra, la stessa dove i Deep Purple, il 25 settembre 1969, avevano registrato il "Concert from Group and Orchestra". Da questo concerto, datato 5marzo 2010, gli Opeth trarranno il loro terzo live-album : In Live Concert at the Royal Albert Hall, che verrà rilasciato nel settembre dello stesso anno avvolto in un packaging che è un vero e proprio omaggio ai Deep Purple: stesso lettering, stessa posizione dei musicisti nelle foto, persino gli stessi colori del celebre album del 1969. Anche questo live viene rilasciato in tre versioni: su disco ottico, in versione DVD e in vinile . La seconda è una vera chicca racchiusa in un box set che, oltre ai due DVD del concerto, contiene un documentario "on the road" e svariate interviste alla band, quanto alla terza, come sempre è la più costosa e la più curata, con ben quattro vinili e una pulizia dell'audio da farvi commuovere. L ' idea di ricalcare le orme dei Deep Purple, in realtà, non è della band, ma Christer Lorichs, padre di Natalie (la fidanzata di Martin "Axe" Axerot. I cinque si limitano ad accoglierla con entusiasmo ed il risultato, forse, va anche oltre le loro aspettative. Dopo il concerto Akerfeldt scrisse" Suonare alla Royal Albert Hall è la piuma più grossa mai aggiunta al mio copricapo rock sinora. Wow! Incredibile.  Come dei secchioni, abbiamo scattato delle foto che ricalcano quanto fecero i Deep Purple nel 1969".  Tuttavia per quanto riguarda la band svedese , anche se si festeggia il ventennale ricalcando le orme dei Deep Purple, ancora una volta la parola d'ordine è " minimalismo": sul palco campeggia solo un grande maxi schermo. All'inizio nero con la scritta Opeth in bianco, poi il logo cambierà in forma e colore durante l'esibizione, alternando il nome della band per esteso al solo logo , la famosa "O" con tutti i suoi decori interni ed esterni . I musicisti sono vestiti come sempre di nero, le uniche note di colore sono date dalle scritte sulle magliette: Wiberg con la t shirt degli Entombed, Akerfeldt con la t shirt di Still Life, mentre gli altri indossano una semplice maglia total black. Questo live lo potete trovare in due versioni: sotto forma di video,con due DVD oppure in formato audio, nel qual caso è composto da 3 dischi. Il primo DVD o se preferite il primo cd contiene per intero il quinto disco della band : Blackwater Park, uscito nel 2001 e considerato a tutt'oggi uno dei capolavori indiscussi della band svedese. Vale la pena di ricordare cosa rappresenta il Blackwater Park. Il parco delle acque scure/nere si trova ovunque ed in nessun luogo. Akerfeldt, dopo l'uscita del disco, in un'intervista dichiarò: " Blackwater Park non è necessariamente un parco. Simboleggia un luogo tetro e desolato Può essere ubicato dentro ognuno di noi oppure in qualsiasi zona esterna dove desideriamo che sia". Anche in occasione di questo live i cinque si confermano dei grandissimi musicisti rimanendo talmente fedeli alla versione studio della canzoni da rendere impossibile la differenziazione tra live e album studio. L'unione dunque di un concetto così tenebroso e pieno di desolazione, alla maestosità della Royal Albert, fa di questo live un prodotto davvero particolare, che verrà ricordato svariate volte negli anni a venire. Un comparto musicale che unisce in sé la sperimentazione con la classica voglia di festeggiare, soprattutto da parte del carismatico leader della band. Bando ad ulteriori indugi però, l'atmosfera onirica e lignea di una delle sale concerti più famosa al mondo ci aspetta, non ci resta che tuffarci dentro le sue note a piene mani.

The Leper Affinity

Il concerto si apre con The Leper Affinity (L'Affinità Lebbrosa), e gli unici effetti scenografici sono dati dai giochi di luce, rossa e viola per questa traccia, esattamente come avviene nel disco. L'intro di The Leper Affinity è affidata, come durante le sessioni in studio, agli effetti della tastiera-synth , il che genera quasi un rumore di fondo che diventa sempre più forte, fino a raggiungere il suo apice proprio pochi secondi prima che chitarre aggressive e colpi decisi di rullante ci spalanchino le porte del vero e proprio brano, un precisissimo uso del doppio pedale sostiene il canto, rigorosamente in growl anche se con timbriche vagamente più delicate rispetto al passato. Il ritmo decresce per qualche secondo, per poi tornare a correre su linee di chitarre distorte su tonalità acute quasi stridule come a far da controcanto pulito al growl. E' tempo di variazioni, tanto a livello strumentale che a livello vocale: Il tempo rallenta, quasi si ferma, il canto diventa pulito, le corse folli delle chitarre si placano trasformandosi in delicati arpeggi, poi riprende la velocità di crociera, quindi si arresta di nuovo lasciando spazio a un solo delle tastiere di Wiberg pacato, dalle sfumature melanconiche, che ci traghetta verso le famose pause opethiane che sono contenute anche in questa traccia. Un silenzio breve, che copre giusto il tempo di un respiro profondo, e via che si riparte con le atmosfere death ed il growl, direzione la prossima variazione: il canto si fa melodico, il controcanto quasi corale, l'espressione strumentale più delicata. L'affinità lebbrosa è un testo, lo ricordiamo, che si presta a mille interpretazioni, se preso singolarmente, ma il contesto dell'intero disco ci aiuta. Esso è narrato in prima persona, a parlare è il parco stesso. Allegoria dell'odio, in questo caso si rivolge al suo interlocutore quasi come se fosse la personificazione del diavolo intento a far cadere in tentazione il suo interlocutore. Tuttavia, non ci sono promesse allettanti, Blackwater Park si presenta all'ascoltatore per quello che è: un incubatore di odio, un modo come un altro per autodistruggersi da dentro, facendosi lentamente consumare e tentare dagli istinti più bassi. Un parco deserto, dove la primavera, simbolo di allegria e dolcezza, nonché di speranza è stata sopraffatta da un inverno perpetuo che si autoalimenta man mano che i sogni si infrangono e le delusioni aumentano, creando terreno fertile per la nascita dell'odio più cieco. 

Bleak

La band rispetta l'esatta sequenza del disco, quindi, come da copione a seguire troviamo Bleak (Triste)Il primo riff di questo brano è stato, per stessa ammissione di Akerfeldt, "scopiazzato" da Home dei Dream Theater per le sue sonorità arabeggianti, che colpirono il chitarrista svedese, il quale decise così di prendere un bel po' di spunti. Ormai, lo sappiamo bene: queste sonorità dominano il brano più o meno, dall'inizio alla fine. Al primo riff ispirato dai Dream Theater seguono due giri armonici che ci traghettano verso il growl. Il tempo scandito da Lopez inizialmente è abbastanza lento, e le chitarre vi fluttuano nel mezzo tracciando melodie arabiche, mentre la sezione ritmica si occupa di sostenere l'intera struttura strumentale, donandole quella vena oscura necessaria a traghettare l'immaginazione di chi ascolta nella landa desolata di Blackwater Park. In seguito, proprio poco prima che inizi la parte cantata, tempo e ritmo si velocizzano per poi rallentare nuovamente. Un precisissimo uso del "walking bass" dà respiro al frontman, e collega tra loro le strofe. Conclusasi anche la terza strofa , ci troviamo di fronte a una sorta di break time, pausa, ancora break e poi la variazione, forse la più macroscopica di tutto il brano, non solo a livello di tematica strumentale, ma anche vocale. Il growl si trasforma in canto non solo pulito, ma anche melodico, vengono inseriti i cori e poi abbiamo anche un'altra sorpresa. Il controcanto è curato da una voce inconfondibile (almeno per gli appassionati di rock progressivo e sperimentale anglosassone), quella di Steven Wilson, frontman dei Porcupine Tree. Insieme i due cantanti danno espressione a quello che si può legittimamente definire quanto di più vicino vi sia ad un ritornello nelle canzoni degli Opeth, che solitamente risultano ben lungi da ricalcare la tradizionale forma-canzone. Dopo questa piacevole sorpresa canora, abbiamo un'altra parte sostenuta da un refrain strumentale dal sapore heavy, in cui troviamo anche un piccolo enigma per le nostre orecchie non abituate a certi suoni: è il 3eggs, suonato da Markus Lindberg dei Madrigal ( band che stava registrando negli stessi studi degli Opeth, proprio in quei giorni), uno strumento che ricorda un po' una maracas, ma che produce un suono più particolare. Dopo di ché  resta solo la chitarra a deliziare le nostre orecchie, prima in acustico poi con l'assolo di Steven Wilson alla chitarra elettrica, che ci guida verso gli ultimi secondi di canto growl e della stessa Bleak. L'odio e le frustrazioni vanno a braccetto con la tristezza, non a caso la seconda traccia si intitola Bleak, termine inglese che si traduce con Triste, ma anche con freddo, spoglio, esposto al vento, brullo, squallido. Tutte accezioni negative, e tutte vanno più che bene per descrivere questo parco inquietante. Bleak presenta quello che forse è il testo più complesso dell'intero disco, esso parla di una persona che si spegne lentamente; il suo cuore batte, nell'anima c'è rimasta ancora qualche traccia di speranza e di ottimismo (la primavera), ma l'inverno, simbolo per antonomasia della morte (si pensi ad esempio alle piante, che durante questo periodo sono spoglie), sta prendendo il sopravvento. L'autore la guarda piangere mentre diventa consapevole della fine imminente. Anche questa è un'allegoria a cui potremmo dare vari significati. Tutta la scena, ovviamente, si consuma all'interno del Blackwater Park. Il cadavere viene trascinato via dalla corrente, il freddo si fa sempre più intenso, ma cos'altro è il freddo se non una condizione dell'anima, quello che potremmo chiamare " il cuore indurito" di una persona che soffre o ha sofferto? Banalizzando un po', tanto per semplificare e capirsi meglio, questa scena potrebbe tranquillamente rappresentare una separazione; il morente potrebbe essere una persona cara deceduta da poco, che fatichiamo a lasciar andare o ancora potrebbe essere un/a ragazzo/a con cui ci siamo lasciati, perché in fondo ognuno di noi, in certi casi fa una certa fatica ad accettare che le cose finiscano, in un modo o nell'altro. Abbiamo bisogno di prenderci il tempo necessario per dire addio alle persone o anche più semplicemente a un sogno infranto. In ogni caso, la sensazione è sempre la stessa: una tristezza strisciante, che ci fa sentire vuoti, spogli, in balia della tempesta.

Harvest

La terza traccia è la delicata: Harvest (Raccolto), inizio dolce, intro affidato alle chitarre acustiche, per un'atmosfera generale che dal vivo risulta ancora più magica. Gli accordi viaggiano su tempi lenti e ritmi sommessi, quattro giri di apertura, poi una delle due chitarre da acustica diviene elettrica, ed inizia a esprimersi su accordi minori. Le vere protagoniste di questo brano sono la voce e la chitarra acustica (una rimane in forma melodica per tutta la durata del pezzo). Mikael interpreta l'intera Harvest con voce pulita, carica di nostalgia. All'interpretazione così melanconica e pregna di sentimento segue un solo di chitarra. La prima variazione la troviamo nel ritornello, ma è talmente minima che per trovarla bisogna fare molta attenzione, si esplica esclusivamente in un crescendo di volume e nel passaggio all'ottava superiore. Dopo il secondo "ritornello" i nostri ci deliziano con guitar solo che viaggia su tonalità minori degne del miglior blues settantiano, e grazie all'uso sapiente del vibrato il risultato complessivo è un qualcosa che vi arriva diretto come un brivido che vi scuote da dentro. Harvest è già agli sgoccioli, rimane solo il tempo per un'altra strofa, il ritornello e per il finale, ancora una volta affidato quasi interamente al duo acustica- elettrica. Anche qui, il titolo è emblematico: il raccolto. Raccolto che ovviamente è inesistente, i frutti sono avvizziti, le piante congelate, dall'esterno arriva un flebile soffio di speranza, troppo poco per non far sentire il freddo e l'angoscia che regnano nel tetro parco dalle acque scure. L'autore si presenta come un martire, cammina in quello che una volta era un frutteto rigoglioso, simbolo di tutte le sue speranze e dei suoi sogni, ma intorno a sé non vede altro che morte e desolazione. Sente in lontananza i lamenti dei "luttuosi". Anche questa è una metafora, a voi la scelta, si può considerare i "luttuosi" come immagine dei sogni infranti, degli obbiettivi non raggiunti ( espressione cioè di tutte le speranze e i progetti giovanili che non hanno mai visto la luce o che comunque non sono mai stati portati a termine) oppure in modo più materialista e forse più realisticamente come ritratto di tutti coloro che circondano l'autore e che si lamentano del fatto che non abbia ancora realizzato niente nella propria vita. Il concetto comunque non cambia molto, è l'individuo che si aggira nel tetro parco, la vittima dei propri fallimenti, che lo rendono facile preda della tristezza e della rabbia che ne deriva come naturale reazione a un disagio interiore. 

The Drapery Falls

Arriva poi l'eclettica The Drapery Falls (La Caduta del Drappeggio). Anch'essa viene aperta dalle chitarre: una elettrica e una acustica; inizialmente troviamo solo l'acustica, poi lentamente si inserisce l'elettrica in un crescendo musicale a cui via via si uniscono anche basso e batteria. Il tema musica di fondo si modifica quasi subito, trasformandosi in uno strumentale chiaramente death, per poi arrestarsi quasi del tutto. Rimangono solo le ultime note della chitarra elettrica a far da ponte tra questa parte e la successiva variazione, che in parte riprende il tema di apertura con la chitarra acustica ed in parte si trasforma grazie all'ausilio degli effetti, soprattutto il delay, della "sei corde" elettrica, creano quasi l'illusione di un eco lamentoso. Un altro brano che certo non brilla per la miriade di variazioni in esso contenuta, eppure, come gli Opeth ci hanno abituato in tutti questi anni, il sentimento che proviene da ogni nota suonata è davvero unico; anche un tema così semplice e diretto, quasi melodico nella sua resa, diventa un enorme manto (e nel caso di questa traccia in particolare, direi che la parola è azzeccata) con cui coprirsi le spalle e sentirsi di nuovo a casa dopo tanto tempo. Ed ecco che "cadono i drappeggi" che coprono gli errori e gli orrori. Questo infatti è l'argomento trattato da the Drapery Falls. Arriva sempre un momento in cui i veli cadono e l'individuo è costretto a fare i conti con le proprie responsabilità, quell'angosciante momento in cui ci dobbiamo arrendere al fatto che i nostri fallimenti sono prima di tutto dovute alle nostre scelte consapevoli o inconsapevoli che siano. Un momento in cui, come chiunque sa bene, torneremmo volentieri nell'oblio, in quel limbo di "perché?" senza risposta, perché ammettere di essere la principale causa del nostro dolore fa più male di qualsiasi altra cosa: in quello specifico frangente di consapevolezza sentiamo gli occhi inumidirsi, il terreno vacillare sotto i nostri piedi e in generale quella spiacevole sensazione di "cadere risucchiati in una spirale" che ci porterà , metaforicamente, a schiantarci al suolo; con questa riflessione l'autore chiude anche The drapery falls e ci invita a seguirlo nell'esplorazione del Blackwater Park.

Dirge For November

 I cinque non si perdono in chiacchiere, c'è spazio solo per la musica, quindi si passa subito a Dirge For November (Nenia Per Novembre), che, sarò per l'atmosfera data anche dalla location, ma dal vivo risulta essere veramente da brividi. La quinta traccia parte in medias res con il canto di Mikael, accompagnato da pochi accordi di chitarra acustica. Terminata la strofa, diventano le chitarre le uniche protagoniste che ci emozionano con un delicato strumentale blueseggiante, prima che abbia inizio il crescendo strumentale in cui batteria e sezione entrano prepotentemente donando la cattiveria necessaria a introdurre la parte cantata in growl, cui segue un piccolo break time e poi di nuovo una breve variazione tematica, ma pur sempre  di chiara matrice death. Eccoci quindi arrivati al tipico silenzio opethiano, presente anche qui e che ci traghetta verso la terza e ultima variazione musicale: la conclusione di Dirge for November viene affidata alle sei corde , unica protagonista del finale blues. Un brano che è entrato nella storia del gruppo per essere certamente fra i più oscuri ed enigmatici della loro discografia; non che gli Opeth siano avvezzi a testi lineari o poco criptici, ma in questa Dirge forse toccano uno dei loro apici. Se uniamo poi una lirica breve ed enigmatica ad una musica la cui maggior parte del tempo è dettata dal laconico suono del silenzio, diviene ben facile capire come mai i brividi solchino la nostra pelle mentre la ascoltiamo. Pare quasi di ritrovarsi in un tetro e putrescente incubo, in cui le nostre paure vengono fuori in tutta la loro interezza, pronte a ghermirci come prede succulente. Testo brevissimo per questa traccia, che come abbiamo detto è in gran parte strumentale. Il canto funebre di novembre esplicita quello che abbiamo riportato nell'introduzione: Blackwater Park è ovunque ed in nessun luogo preciso, è solo un luogo di perdizione, un rifugio dove scomparire, dove andare a leccarsi le ferite, ma non è un luogo felice. Piuttosto, esso è un manto, una corazza di tristezza e passiva accettazione degli eventi avversi, una scusa come un'altra per decidere di lasciare che le cose scorrano, smettere di lottare e cullarsi nell'autocommiserazione con la scusa di "riposarsi". 

The Funeral Portrait

Ed a proposito di riposo , arrivano gli arpeggi di The Funeral Portrait (Il Ritratto Funebre) a farci assopire e prenderci un momento di stanca da tutto questo buio che ci circondaQuesti dapprima sommessi poi sempre più forti, come se giungessero da lontano e si facessero sempre più vicini fino a ricongiungersi al resto dell' "orchestra" per esplodere nella più pura cattiveria death metal: ritmi sostenuti, groove potenti e il growl notevolmente migliorato di Akerfeldt. A cui segue una parentesi strumentale in cui l'assolo di Lindergreen brilla come la stessa polare portandoci verso la ripresa del cantato growl e la successiva parentesi di cantato pulito, seguito ancora una volta dallo strumentale da brividi con cui si estingue anche questo ritratto funebre. Il momento di stanca che sembrava volessero farci prendere gli Opeth in apertura, ben presto si trasforma in una cavalcata senza precedenti, sostenuta dalle dure ritmiche della sei corde e del basso, groove e toni bassi la fanno da padrone, traghettandoci, o forse pià correttamente sballottandoci, da una parte all'altra come naviganti in preda ad una terribile tempesta. Come dice il titolo stesso è un ritratto funebre, ma non nel senso intendiamo comunemente. Questo è il ritratto di un uomo distrutto, sconfitto dalle sue paure, dai suoi fallimenti. Funeral Portrait ci regala l'immagine di un uomo che ha perso la voglia di lottare, lo vediamo fermo, vicino a una finestra , intento ad osservare le gocce di pioggia che si infrangono sul vetro, si uniscono e poi svaniscono, come i sogni, come il tempo che scorre inesorabile mentre lui si culla nella sua disperazione, aspettando che la sua vita cambi senza che lui muova un dito. La pioggia però è anch'essa carica di significati: la pioggia sono le lacrime amare che rigano il viso del protagonista, le stesse lacrime versate dalle nuvole, che daranno acqua alle piante e le faranno rinascere. Ancora, la pioggia è l'acqua purificatrice che lava via i peccati e con essi porta via anche l'angoscia che li accompagna; così, mondato dai suoi peccati, l'uomo sconfitto sente salire la voglia di rivalsa, quella voglia che ci dà la forza di rialzare la testa e lottare ancora una volta per raggiungere i propri obbiettivi. Intendiamoci, Akerfeldt ci tiene a ricordarci che il fantomatico Blackwater Park non scompare mai del tutto, tuttavia possiamo uscirne e relegarlo a quell'angolino buio e nascosto della nostra anima, che gli spetta. 

Patterns In The Ivy

Dopo una cavalcata del genere c'è bisogno di tirare un po' il fiato, ed infatti arriva, come nel disco, Patterns in the Ivy (Modelli nell'Edera), brano strumentale acustico di appena un minuto e mezzo, in cui pianoforte e chitarra dialogano per donarci quella sensazione di tristezza, quasi di abbandono che ben introduce la fine di questo viaggio musicale. Anche qui le protagoniste assolute sono le sei corde, il pianoforte fa loro da controcanto solo in alcuni frangenti. Patterns in the Ivy, lo sappiamo, non presenta grandi variazioni al suo interno, si apre con gli arpeggi che nel disco erano appannaggio di Lindergreen e adesso sono eseguiti da Fredrik Annesso. Gli accordi, che viaggiano su tonalità più gravi, di Mikael, donano sempre quel sapore melanconico e carico di sentimento, e così prosegue quasi fino alla fine, fatta eccezione per quei momenti in cui subentrano anche le note , dapprima singole, poi accompagnate dagli accordi al pianoforte. Anche quest'ultimo strumento in un primo tempo viaggia su tonalità gravi, poi via via si sposta di tono in tono fino ad attestarsi sull'ultima ottava della tastiera. Nonostante l'assenza del testo, ben si evince da questa piccola parentesi strumentale tutto il sentimento e la malinconia che permea il nostro frontman; le paure e le angosce prendono forma e colore, diventando quasi insopportabili, demoni che contorcono lo stomaco fino a farlo sanguinare, afferrano i nostri sogni e li trasformano in incubi, portandoci alla pazzia.

Backwater Park

 Infine arriva finalmente lei, la regina del disco: Blackwater Park (Parco dell'Acqua Nera)brano il cui "intro" strumentale è ben scolpito nella mente di chiunque conosca anche solo superficialmente questa band. Il collasso su se stesso del parco di acque nere dura dodici minuti di pura libidine musicale. Esso si apre con l'uso sommesso dell'effetto  delay , così basso da essere appena percettibile, e ben presto interrotto dall'attacco deciso della batteria, che dà il via al vero e proprio "intro" strumentale. Un colpo di charleston, un brevissimo riff di chitarra, che simula quasi il basso, e poi si parte tutti all'unisono su tempi lenti e una sezione ritmica tanto semplice quanto solida con chitarre che fluttuano su linee armoniche e melodiche che richiamano alla mente la musica araba. Un unico "Uh" in growl segna il passaggio da questa apertura alla successiva variazione musicale ed al cantato che la segue. Silenzio, restano solo gli arpeggi della chitarra, che man mano riprendono in parte il riff iniziale con il sostegno della sezione ritmica, finché non si inserisce anche l'elettrica, ancora una variazione, stavolta ce la segnala la chitarra con il suo assolo condito dall'effetto più famoso al mondo , il wah wah; quindi riprende il growl, su un ritmo al limite del doom ed un gioco di doppia cassa quasi inquietante nella sua opposizione alle melodie arabeggianti e ben più acute tracciate dalle sei corde . Nel frattempo Mendez si diverte in un ritmo slappato quasi funky, prima di tornare in sottofondo a sostenere tutta la struttura musicale. Il tempo aumenta di nuovo, scandito da un sapiente mix di doppia cassa, charleston e crash. Il testo della title track descrive , o per meglio dire chiarisce, cosa rappresenta il blackwater park. Esso è un'allegoria, è l'immagine che l'autore ha voluto dare al lato oscuro che si nasconde nell'anima di ognuno di noi, più o meno vasto a seconda della natura caratteriale del singolo individuo, ma pur sempre presente. Un parco tetro, i cui specchi d'acqua sono neri come la pece, nascosto e inquietante scrigno degli istinti più bassi che albergano in tutte le persone. Esso è confessore perché custodisce i segreti dell'animo umano, quelli che le persone non hanno il coraggio di confessare nemmeno a loro stessi, ma è anche un'entità vivente, che si alimenta e cresce con le frustrazioni, le delusioni, le indecisioni di chi se lo porta dentro. Il parco delle acque nere, è nascosto, ma spia quello che avviene, perennemente in allerta, come un lebbroso avvolto nelle sue coperte si nasconde agli occhi indiscreti della gente, non si fa notare ma osserva con attenzione tutto quello che succede pronto ad emergere dall'oscurità nel momento più propizio. Questo tetro angolo dell'anima però è anche una sorta di virus o un qualsiasi altro parassita, non lo vedi, cresce senza che l'ospite se ne accorga, infettando ogni cellula e pensiero, consumandolo da dentro, fino a prendere il sopravvento sull'organismo che lo ospita. Un testo quindi che ancora una volta, con la delicatezza di un raffinato poeta, tocca argomenti controversi. Alzi la mano chi non ha mai sperimentato con quanta facilità si può passare da una blanda irritazione alla rabbia feroce o all'odio indiscriminato. Chi non ha mai sperato che a qualcuno, che ci ha fatto un torto, capitasse qualcosa di brutto? Blackwater Park, simboleggia proprio questo: esso è il tempio della rabbia, dell'odio, del razzismo, di tutti quei sentimenti negativi, spesso originati da qualche delusione e dalla frustrazione, che possono portare anche la persona più mite a mettere in atto comportamenti distruttivi verso sé e verso gli altri. Il primo DVD e anche il primo cd si fermano qui;  la seconda parte del concerto è un altro concentrato di mirabolanti magie sonore targate Opeth, che spaziando tra tutti i dischi della band. 

Forest Of October

Naturalmente anche in questo caso il leader svedese è di una precisione maniacale: si comincia ovviamente dal primo disco: Orchid, da cui viene estratta una delle canzoni più suggestive e più amate dai fan della band, la bellissima Forest of October (Foresta di Ottobre)Quest'ultima rappresenta l'evoluzione di una delle prime canzoni composte dal duo Åkerfeldt e Lindgren, Mystique of the Baphomet, e compare già nel demo promozionale che gli Opeth diffusero intorno al 1991. Riascoltare questa canzone adesso, a vent'anni di distanza, con tutta la strada che hanno fatto e le sonorità che hanno cambiato lungo il loro percorso, beh è un po' come guardare il video di quando eri bambino e muovevi i primi passi. Bella, immortale, indubbiamente incisiva e geniale soprattutto visto che era stata concepita da dei ragazzi poco più che maggiorenni, ma di cose ne sono cambiate molte da allora e questo la colora di una nota quasi nostalgica. L'intro è scandito da un quattro quarti lento e dalla chitarra che sembra piangere ,le proprie note addosso al pubblico. Il crescendo della batteria con l'uso intensivo, ma non pesante del doppio pedale ci segnala le varie trasformazioni melodiche e ritmiche della parte strumentale e ci introduce le parti cantate. Anche in questo caso la voce ha un ruolo marginale rispetto al resto. Gli Opeth danno più importanza alla musica; essa è il vero canale di comunicazione. In questo brano si avverte maggiormente l'influenza della scena musicale death (ma non solo) autoctona con cui gli Opeth sono venuti a contatto in quegli anni: chitarre velocissime che si inseguono in una corsa all'ultimo accordo e che altrettanto velocemente tacciono per lasciar spazio a una sola che esegue una delicata scala, prima che una chitarra acustica si unisca per farle il coro e venir rapidamente sostituita da una chitarra ritmica decisa e aggressiva, che fa da apripista per la ripresa del tema strumentale iniziale. Tema che dura pochi secondi, per poi esaurirsi in un decrescendo che lascia spazio alla sezione ritmica e alla voce. Abbiamo poi un'altra trasformazione del tema musicale anticipata di pochi secondi da cori quasi gregoriani ( ricordando un po' alcune canzoni dei Blind Guardian che si aprono o comunque ospitano al loro interno queste tipologie di canti). I testi, pur carichi di significati e allegorie, sono solo un abbellimento. Forest of October presenta alcuni dei migliori assoli di chitarra del disco. In essa si può facilmente percepire il trasporto e la nostalgia con cui  Mikael Åkerfeld pensava alla foresta situata dietro la sua casa mentre componeva questo pezzo e ne scriveva il testo. Le tematiche affrontate nel testo sono intuibili già dal titolo: Forest of October. Il soggetto è appunto la foresta svedese, contenitrice e generatrice di ricordi. Essa è un rifugio ma anche un luogo insidioso; il luogo ideale dove rimanere soli, dove lasciar vagare i propri pensieri fino a svuotare la mente e  lasciarsi cadere  come "le foglie cadono dagli alberi piangenti" e infine morire in pace e con serenità, finalmente liberi da preoccupazione, rimorsi, rimpianti. Come si vede, la foresta è quasi una presenza costante all'interno delle liriche che compongono Orchid. Essa si presenta come una "creatura" dalle mille facce: è madre, culla, rifugio ma anche simbolo di protezione, luogo irto di pericoli. In ogni caso è lo sfondo e l'unica testimone di ciò che accade. In questo caso diventa anche un luogo dove trovare la pace, un sepolcro nonché l'unica compagnia scelta dal protagonista sfiancato dal freddo e dalla solitudine per esalare l'ultimo respiro mentre tra le foglie scorge il bagliore dei raggi solari. Finalmente il leader svedese prende la parola, scherza sul fatto che il concerto è lungo, è già passata un'ora e mezza e siamo solo a metà concerto " Forse avreste bisogno di una tazza di caffè", dice, "Sfortunatamente qui non abbiamo ne caffè né acqua, ma in compenso possiamo svegliarvi suonando qualcosa di oscuro, una delle tracce più metal che abbiamo mai composto, tratta dal nostro secondo album: Morningrise"

Advent

Poco dopo alle orecchie degli astanti estasiati arrivano le prime note di  Advent (Avvento): L'ouverture inizialmente calma e sommessa , si trasforma ben presto in una rabbiosa rincorsa tra chitarre, che si interrompe bruscamente per lasciar spazio al caratteristico silenzio Opethiano prima dell'inizio di un nuovo tema musicale. In questo brano si può sentire uno dei migliori "dialoghi" tra basso e chitarra dell'intero disco, ma quello che ci colpisce di più senz'altro è la scioltezza con cui De Farfalla usa il "walking bass" (letteralmente il basso che cammina, tecnica usata soprattutto nel jazz per simulare il contrabbasso) e ce lo mostra esattamente all'inizio, collegando il primo e il secondo tema. Quest'ultimo è dominato dal growl e lascia ben presto spazio alla sola parte strumentale di cui il basso di De Farfalla è ora più che mai la colonna portante garantendo un sostegno armonico preciso e corposo con il suo swing, che si trasforma in giri blues. Advent mostra bene come la musica degli svedesi sia maturata nei 2 anni che separano questo disco dall'esordio: la sperimentazione è più marcata e la componente "progressiva" è ancora più presente , ma i salti tra generi e influenze sono più fluidi rispetto al disco precedente. Lo stato di grazia dei quattro è evidente; spiccano su tutti: il drumming impeccabile di Anders Nordin e la sezione ritmica a cura di J. De Farfalla. L'intero pezzo è cantato in growl ( solo brevissime frasi sono eseguite in pulito) e scandito dall'uso magistrale della doppia cassa, Nordin si avventura persino in ritmi vicini al rag-time, seguito senza alcuna difficoltà da un De Farfalla che, in alcuni punti, diventa il protagonista assoluto della parte strumentale con ritmi funky che sembrano litigare con i riff black delle chitarre. Musica aderente al testo o per meglio dire, testo che si adatta perfettamente alle sabbie mobili musicali in cui si dipana Advent. Le chitarre grazie a frasi musicali jazzate, alternate ad arpeggi blueseggianti e qualche parola  sussurrata danno a questo brano atmosfera e suspance, ben presto sostituita da corse folli sulla sei corde dal vago sapore power , anche grazie all'improvvisa comparsa di cori sinfonici, seguiti dal riemergere del profondo e cavernoso growl. Il testo è la rappresentazione di un incubo: il protagonista è circondato da un paesaggio in continua mutazione e movimento. Nessun appiglio sicuro, niente resta fermo, persino il prato sembra elastico sotto il passo malfermo dell'autore. Persino le tenebre si allontanano al suo passaggio, quasi che la sua solitudine sia così grande e pesante da schiacciare fino a far scomparire qualsiasi cosa incontri lungo il suo cammino. A completare il quadro di terrificante solitudine il testo si chiude con l'ultimo saluto a uno sconosciuto compagno di disavventure il cui tempo su questo pianeta è "scaduto".

April Ethereal

Altro giro, altra corsa, è arrivato il momento di My Arms Your Hearse , il primo vero concept album della band, da cui viene estratta ovviamente April Ethereal (Aprile Etereo) , il diamante grezzo del disco. Etereo fa pensare a qualcosa di leggero e impalpabile; esattamente l'opposto di quello che è questo pezzo dalle sonorità senza alcun dubbio death sia nelle atmosfere che nella struttura complessiva. April Ethereal entra nel vivo con un precisissimo gioco di doppia cassa, crash e chitarre distorte , che ci porta velocemente verso il canto growl segnando così il vero e proprio inizio di questa seconda traccia. Le chitarre corrono ripetendo riff veloci, decisamente più duri e corposi rispetto a quelli che connotavano i primi due lavori opethiani. La parte cantata stavolta, copre quasi interamente il brano, benché si abbiano comunque delle importanti parentesi esclusivamente strumentali, come ad esempio quella compresa tra la prima e la seconda strofa, che ha soprattutto la funzione di far riprendere fiato al leader, poiché non apporta alcuna variazione di rilievo al tema musicale. Le prime avvisaglie di un cambiamento tematico le troviamo al termine della seconda strofa: la batteria rallenta, la sezione ritmica si fa più pacata e anche le chitarre si rilassano, attestandosi su linee più melodiche, quasi classiche; tuttavia la tregua dura solo una manciata di secondi, giusto il tempo di fare da ponte tra il primo e il secondo tema, che stavolta si avvicina sì ai canoni del death più puro, ma mantiene un ritmo lento, che trasmette un senso di ansia e oppressione, piuttosto che dell'aggressività connaturata al genere. A chiudere April Ethereal troviamo quello che ormai è diventata una caratteristica della musica opethiana: una pausa da un quarto ( il famoso silenzio) e poi poche note di chitarra, sembra che abbia poco senso ,ma il biondo frontman degli Opeth non lascia niente al caso; quelle poche note che in My Arms, Your Hearse venivano riprese nell'apertura del brano successivo per rimarcare il  filo conduttore che univa tutte le tracce del disco qui ovviamente vengono relegate a mero finale in un decrescendo che piano piano sfuma fino a terminare il brano.

The Moor

La traccia successiva è quella che apriva il quinto disco ,Still Life, ovvero The Moor (La Landa) che, con i suoi 11 minuti è il pezzo più lungo del disco. I primi minuti di questo brano sono affidati alle chitarre, ognuna delle quali esegue compiti diversi. Infatti, mentre una si dipana in un lamentoso, quanto ipnotico, vibrato, l'altra risponde con cupi accordi su scale blues, accompagnandoci verso un brevissimo silenzio, ben presto interrotto dagli arpeggi alla chitarra acustica. Ed ecco che siamo arrivati alla terza variazione tematica: gli arpeggi vengono "zittiti" dal deciso e potente ingresso della batteria e della sezione ritmica, i bpm aumentano in men che non si dica trasportandoci verso il growl sempre più maturo e potente di Akerfeldt che segna l'inizio del cantato. Cori di voci pulite fanno da ponte tra il cantato growl e un breve solo di chitarra con influenze jazz e poi ci troviamo di fronte all'ennesima trasformazione: il tempo si arresta improvvisamente, solo una chitarra e i suoi accordi riempiono l'improvviso silenzio, che peraltro dura poco, si ha ancora una parentesi death che scema progressivamente verso i cori puliti, per poi perdersi ancora una volta in una parte strumentale le cui protagoniste assolute sono le chitarre, a cui fa seguito il canto pulito (peraltro decisamente migliorato rispetto ai precedenti album) di Mikael, sostenuto solo da pochi accordi della chitarra acustica e dai giri di basso. La canzone sta volgendo al termine, resta solo un brevissimo guitar solo, che sa quasi di finale salvo poi esser ripreso da arpeggi che decrescono di intensità e di volume man mano che passano i secondi. Tutto fa pensare che The Moor sia finita, ed invece no, manca ancora poco meno di un minuto e gli Opeth decidono di regalarci ancora una manciata di secondi di buon death metal prima di lasciare che le ultime note di chitarra acustica facciano calare il sipario. The Moor (letteralmente la landa) ci racconta il ritorno del protagonista al villaggio da cui è stato esiliato 15 anni prima, lo stesso dove abita ancora Melinda, l'unica che non gli ha voltato le spalle nonché l'unico vero motivo per cui egli intraprende il lungo viaggio attraverso questa terra dimenticata. Lo stesso protagonista ci racconta la sua avventura: è una mattina d'estate, ma la landa è ancora avvolta da una fitta nebbia; un passo dopo l'altro l'esiliato fa ritorno al suo villaggio ricordando le infamie con cui l'intera comunità, ad eccezione dell'amata Melinda, l'ha allontanato dall'amore e dal luogo natio. L'uomo richiama alla memoria la cattiveria della sua gente, il disprezzo misto a paura che dimorava negli occhi dei suoi concittadini quando scoprirono che aveva perso la fede. A distanza di 15 anni il protagonista è ancora amareggiato, il suo cuore è carico d'odio l'unico pensiero positivo è rivolto a Melinda, la quale ci viene descritta come "goccia d'acqua sul fuoco", una forza benefica, una luce  in una notte troppo scura ma ancora troppo debole per allontanare tutte le ombre che avvolgono il cuore indurito dell'esiliato. Abbiamo da poco superato le due ore di concerto è tempo di  Deliverance .

Wreath

La "Liberazione" iniziava con la Corona ( O Ghirlanda), ed è esattamente questa la canzone che viene riproposta in questa sede. Wreath (Corona)  viene aperta da un Axenrot preciso e incisivo, che non fa assolutamente rimpiangere Lopez. Esattamente come il suo predecessore , egli si esercita con pochi colpi decisi di rullante e grancassa che coprono all'incirca una battuta, mentre di seguito un "Uh" in growl dà il via alle chitarre seguite a ruota dall'inizio del cantato. Terminata la prima strofa assistiamo alla prima variazione musicale, segnalata in primis dal cambio dal cambiamento della batteria: il ritmo rallenta, la batteria si limita al solo rullante, le chitarre si fanno più melodiche. Solo il growl rimane invariato, dando continuità tra la prima e seconda strofa della lirica. Al termine di quest'ultima assistiamo a una brevissima parentesi strumentale, poi il canto riprende di nuovo per poi lasciare nuovamente spazio alla chitarra e al suo solo inizialmente lamentoso e melodico poi via, via più simile a un lungo "fischio". Man mano che procediamo nell'ascolto, alla sei corde tornano ad unirsi gli altri strumenti per una parte corale di grande effetto ed impatto sia visivo che uditivo,  la quale porta alla ripresa del canto e di nuovo a una parte strumentale, di cui stavolta il protagonista è Lopez che si sbizzarrisce in un solo di percussioni tribali. Una piccola parentesi di musica etnica che dà respiro al brano e a noi che lo ascoltiamo. Siamo solo all'ottavo minuto, ne restano ancora tre abbondanti per la gioia di coloro a cui mancavano i brani lunghissimi che da sempre caratterizzano questa band. La parentesi di tamburi tribali scema lentamente, mentre le chitarre iniziano a farsi sentire prima sommessamente poi prendono il sopravvento con riff melodici degni del miglior heavy anni 80, che ci portano dritti verso la ripresa del growl ed una nuova variazione del tema musicale; variazione che si protrarrà fino alla fine di questa ghirlanda di libagioni ghiotte e bacche velenose, e dato che è un ciclo, essa si chiude così come è iniziata : con un "Uh" in growl e l'ultima battuta affidata alla batteria di Lopez. Il testo paragona la vita a una spirale di eventi ineludibili, un continuo alternarsi di gioie e dolori, in un ciclo senza fine. Un ciclo che appare come un incubo che periodicamente si ripete, torna appena ti illudi di essertene liberato. Non esiste scampo, né luogo sicuro in cui rifugiarsi: la vita è un ciclo, per ogni gioia che ti concede arriva un dolore, una delusione, una battuta di arresto che ti impone di fermarti e riflettere sulle tue azioni e sulle loro conseguenze. La percezione distorta che dà vita agli incubi notturni diventa improvvisamente reale e ciò che credevi un brutto sogno ti trascina nel suo vortice di disperazione e rimpianti. Il protagonista colpito dall'ennesima ferita provocatagli dalla vita, ha voglia di lasciarsi andare, prendersi una pausa da tutto, ma non può, il dovere lo chiama, con la morte nel cuore egli è costretto a vivere e tenere fede ai propri impegni nonostante tutto. Gli argomenti lugubri e tristi non sono ammessi, non c'è spazio per questo in un mondo che corre veloce; se resti indietro sei perduto e così riparti, ti fai forza e vai avanti in qualche modo in attesa che il tempo curi le ferite e la ruota della vita continui a girare pontando momenti più felici.

Hope Leaves

 Dopo la liberazione, si sa, viene la dannazione e quale uomo è più "dannato" di colui che ha perso ogni speranza? Ebbene si, arriva lei, la magica Hope Leaves (La Speranza Svanisce), che Mikael stesso introduce definendola una delle sue canzoni preferite. Ne viene rispettata per intero la struttura, quindi come da copione abbiamo l'intro formato da quattro giri armonici di chitarra, ed all'inizio del quinto si entra nel vivo della canzone. La voce, calma e pacata è accompagnata dalle sei corde e da radi colpi di cassa, intervallati a sommessi sussulti del charleston. Nel frattempo con il passo felpato di un gatto, anche le tastiere si inseriscono, dapprima lievi, appena percettibili, poi sempre più presenti, fino quasi a sopraffare gli altri strumenti. Hope Leaves, la potremmo quasi definire una ballad, non presenta grosse variazioni al suo interno, né sezioni strumentali particolarmente rilevanti. Essa si dipana su tempi e ritmi lenti, seguendo un percorso piuttosto lineare. Nonostante la sua linearità, il brano risulta fortemente carico di sentimento e di passione, ogni nota viene spremuta fin nelle sue fondamenta più nascoste, e ne viene fuori un vero e proprio teatro di suoni che mette in scena uno spettacolo solamente per i nostri occhi. Letteralmente: "La speranza se ne va", traducendola un po' meglio " Perdere la speranza". Il titolo non lascia dubbi: questa canzone parla proprio dell'accettazione, della perdita di qualsiasi speranza. Mikael quasi dissociato da se stesso osserva la foto della nonna come se la vedesse per la prima volta. La ferita derivata dalla sua morte è ancora aperta, certo, non fa più male come all'inizio, ma ancora sanguina. L'autore racconta a noi e alla defunta stessa, di come ormai si sia rassegnato al fatto che non la rivedrà; riflette su quello stato di spossatezza, su quella mancata capacità di sognare a occhi aperti un futuro radioso, che spesso accompagnano il periodo successivo a un lutto. Il ricordo di lei brucia come fumo negli occhi, la sua mancanza lo fa sentire privo delle energie necessarie ad evitare di perdere quello che gli è rimasto. Egli, ci racconta di come la sua vita continui a scorrere, percorrendo la stessa strada di sempre, continua a fare le cose che ha sempre fatto, ma senza lei al suo fianco sembra quasi che il tempo non scorra e che le sue giornate si ripetano all'infinito sempre uguali. 

Reverie/Harlequin Forest

Stiamo arrivando a fine corsa, rimane solo il tempo degli ultimi due brani, il primo dei quali è Reverie/ Harlequin Forest (La Foresta di Arlecchino)Per chi non lo ricordasse, nella recensione riguardante Ghost Reveries, avevamo definito l'introduzione di questa traccia come una "apertura invertita", in quanto, prima entrava la voce, accompagnata da un coro strumentale cupo, con sprazzi di luce melodica donati dalle chitarre, poi la voce taceva per lasciare spazio a una parte strumentale. Così avviene anche dal vivo e dopo lo strumentale, come nel disco,  torna la voce, il tempo rallenta impercettibilmente, restando però scandito in terzine. Dopo di che, tutto procede come da copione: arrivano il growl, la chitarra ed il basso quasi giocano su un contro tempo, sapientemente incastrato nella cornice strumentale, fino a guidarci alla prima variazione tematica evidente: le sei corde diventano prime ballerine su un tempo quasi jazzato, scandito dalla sezione ritmica percepibile quel tanto che basta a conferire solidità alla struttura generale. A questa segue una breve pausa che ci porta alla nuova variazione: Lopez prende fiato, resta la chitarra a riempire quella manciata di secondi che ci separa dalla ripresa del canto. Solo poche battute ed è di nuovo ora di gustare un magico strumentale, lungo quasi un minuto. Successivamente tocca a Mendez il compito di avvertirci che stiamo per assistere a un nuovo cambiamento. Reverie/ Harlequin Forest sta per farci vedere il suo lato quasi operistico, con un Akerfeldt che si cimenta in un canto un po' impostato, da aria antica ( o se preferite, simile ai canti gregoriani che fanno la loro comparsa in molti dischi dei Blind Guardian). In questa atmosfera lisergica e piena di onirica energia, intervengonp a donarci l'atmosfera cupa di una foresta irta di pericoli i due Martin, le sei corde invece si occupano di donarci quel piccolo barlume di speranza di cui sta parlando il frontman. Un "diabolico" urlo a metà strada tra growl e scream ci riporta nel vortice del death, death ovviamente di casa Opeth, dunque ricco di influenze e  di veloci incursioni in qualsiasi altro genere, come ad esempio la lunga parentesi strumentale data dal susseguirsi di break time, tanto della batteria che della chitarra, che ci conducono fino all'uscita dall'oscura foresta di Arlecchino.  Un testo che è quasi una poesia, Reverie/ Harlequin Forest è il definitivo seppellimento dei sentimenti terreni del fantasma. L'amore è stato già abbandonato e stavolta si parla soprattutto della fede, di quel Dio a cui aveva giurato fedeltà, ma non era mai stato presente. Tutti quei bei discorsi sulla felicità, sull'amore, la benevolenza di un'entità creatrice e distruttrice al tempo stesso: solo menzogne. Intorno a lei solo sofferenze e malattie, i buoni, ammesso che esistessero, avevano lo stesso trattamento dei malvagi. Queste le osservazioni che la portarono al delirio, queste le motivazioni che avevano fatto vacillare la sua fede, conducendola sulla via della perdizione. Ora vagava nella foresta, come lei gli alberi succhiavano l'anima di chi li circondava, come lei avevano smesso di cercare la redenzione.

The Lotus Eater

Siamo arrivati alla fine del viaggio attraverso la discografia degli Opeth, a chiudere questo concerto memorabile non poteva che esserci una delle tracce più belle e sfaccettate di Watersheed: The Lotus Eater (Il Mangiatore di Loto) . Anch'essa rispecchia perfettamente la versione studio: si apre con i vocalizzi di Akerfeldt, al termine dei quali veniamo scossi dal blast beat di Axenrot, che sostiene le poche parole cantate in pulito dal leader e in seguito il suo growl e poi ancora la voce pulita , infine di nuovo il growl. Il blast beat si esaurisce insieme al growl, ed il suo posto viene preso dalla chitarra, che da flebile si fa sempre più squillante e più "vicina", traghettandoci con la sua ritmica verso quella che potremmo definire la "seconda parte" della canzone. Essa infatti ci riporta verso la ripresa del canto, breve e coinciso come il tempo che lo sostiene, per poi estinguersi e lasciare la scena alla sola musica. Quest'ultima si esprime come un intreccio tra melodie e strumenti diversi: da un lato la batteria rallenta, addolcendosi leggermente, dall'altro le chitarre continuano a correre a velocità sostenute, ricordandoci che stiamo pur sempre ascoltando metal. In tutto questo però il synth ci dà l'impressione di ascoltare le delicate note classicheggianti di un flauto, con l'effetto di creare un piacevole contrasto con il restante contesto musicale. Un breve silenzio ci segnala l'inizio di un nuovo episodio musicale, aperto e chiuso dall'atmosfera creata dal synth, il canto è presente solo nell'intervallo tra i due. The Lotus eater poi cambia ancora: riprende il blast beat, e Mikael gioca ancora una volta con le tecniche canore, così come ha fatto all'apertura. Dopodiché veniamo nuovamente trascinati in una psichedelica sezione strumentale, velocissima e dalla mille sfaccettature, che poi si esaurisce in una variazione di apparente calma : la batteria tace, una chitarra distorta, insieme al synth, conferisce l'impalcatura ricca di suspance su cui si elevano gli accordi tracciati dall'altra sei corde. Quando il brano raggiunge e scavalla la sua metà, ci troviamo innanzi alla parte più interessante e insolita del brano: un break-time, che l'autore stesso ha definito " funka- delic metal", riferendosi al fatto che il break time in questione è caratterizzato da una sezione funk eseguita principalmente dalla tastiera , ma anche dalla velocissima chitarra  di Mikael , il tutto sostenuto dal preciso Axerot con la sua batteria. Dopodiché riprende il growl, solo poche parole infine il silenzio interrotto da un incomprensibile mix di voci che ci porta alla chiusura di questa terza traccia. Il testo parla di una persona (presumibilmente di un uomo, stando a una frase delle ultime strofe), che ha ucciso il padre. Leggendo la lirica è quasi impossibile capire se si tratti di un vero e proprio omicidio o di una morte provocata per porre fine alle sofferenze di quest'ultimo. Il dubbio c'è e resta perché si parla di rabbia, di menzogne , ma anche di sofferenza e disperazione. Un male ignoto che distrugge la mente del suo ospite, ma anche quella di quanti lo circondano. La lirica di questo brano è particolarmente complessa da decifrare perché narra un intreccio di sentimenti familiari: una madre che con il suo orgoglio provoca danni al figlio ( probabilmente non ammettendo che quest'ultimo abbia dei problemi) , il padre bugiardo e sofferente, ma così pieno d'amore verso il figlio da subirne ogni ricatto o capriccio. Infine il figlio omicida, stanco di dover accudire il padre, devastato da un qualche tipo di disturbo mentale, che infine lo avvelena. Egli stronca la vita del padre, gettando al vento tutto ciò che ha avuto, l'amore paterno che forse non ha percepito, ma che c'era. L'amore, si estingue insieme alla morte del padre ed entrambe svaniscono nell'abbraccio della nera signora, insieme alla speranza di un futuro migliore per il ragazzo.

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Conclusioni

Tra pubblico in estasi , applausi e tanta emozione , il concerto si chiude con la richiesta di Mikael al pubblico " Restate qui ancora qualche minuto, vogliamo farci  delle foto insieme a voi, siete fantastici. Grazie per essere venuti qui stasera." Così si conclude anche questo concerto degli Opeth, ancora una volta chiudo un loro DVD con un senso di tristezza profonda per non averlo davvero vissuto. Che dire di questo live? Lo spettacolo è impeccabile, l'audio pulito come se fosse registrato in studio , i musicisti ormai li conosciamo bene, sanno il fatto loro e non perdono occasione per ricordarcelo. Il resto è musica, pura magia uditiva, un brivido che vi corre lungo la schiena per l'intera durata del concerto. La scaletta è impeccabile, l'assenza di qualsiasi fronzolo e abbellimento scenico paradossalmente aumenta il fascino, così come la poca illuminazione. Tutto è creato ad opera d'arte per esaltare la bellezza delle canzoni. L'emozione di suonare in una location blasonata come la Royal Albert Hall è palpabile e traspare chiaramente anche dalla faccia di Akerfeldt, che nonostante tutto resta concentrato e preciso . I cinque sono scatenati, anche Mendez, di solito piuttosto pacato sul palco. Insomma un concerto denso di emozioni, che parte dal capolavoro indiscusso della band svedese e poi ripercorre tutta la loro carriera passo, dopo passo, come a ribadire che di strada ne hanno fatta tanta, son cresciuti e con loro anche l'abilità compositiva e la complessità strutturale delle canzoni. Esso è un viaggio tra i marosi della discografia opethiana, un excursus storico senza pari, che non può mancare nella collezione dei veri Opeth's addicted. Un ottimo modo di ricordarsi perché ognuno di noi aspetta con ansia ogni loro disco e ogni nuovo concerto del quintetto svedese, certo difficilmente dopo un loro concerto tornerete a casa distrutti e pieni di lividi di guerra per il pogo selvaggio, ma che importa quando la musica da sola riesce a portarti in un altro mondo, una specie di viaggio onirico tra mostri, raffigurazioni e trasfigurazioni della morte in ogni forma e dimensione, tra paludi infestate e fantasmi interiori? Un concerto che, come abbiamo detto in apertura di recensione, rimarrà negli annali della storia, sia della band, che della musica sperimentale in generale; certo, non sarà paragonabile in quanto a maestosità ad un Live in Venice dei Pink Floyd o ad un Live in Montreal dei Queen, che potevano contare su imponenti scenografie, luci ed effetti di qualsiasi tipo, così come non possiamo paragonarlo a molti shows da "metal addicted" come quelli dei Maiden o di tanti altri. Questo live alla Royal Albert, pare impossibile, ma cerca anche di riprendere l'ispirazione dei Deep Purple, usati non solo per il font di copertina; i live degli anni '70, come possiamo evincere anche semplicemente guardandoli, erano assolutamente privi di fronzoli o effetti particolari. Pensate a Made in Japan degli stessi Purple; i membri, gli amplificatori, i microfoni, la cavetteria ed il mixer, basta, niente altro, a fare da scenografia ci pensa la musica. Ed è proprio quello che Akerfeldt e soci hanno fatto in questa sede; hanno intrapreso un percorso di festa e celebrazione della loro vita da musicisti, ma lo hanno fatto alla loro maniera, nella semplicità più totale. Niente orpelli o ricami, ciò che deve trasparire da ogni angolo è semplicemente la genialità di quel che viene composto e suonato, e come dargli torto, potrebbero suonare anche nel luogo più dimenticato al mondo, ogni volta che gli Opeth salgono sul palco, è pura e semplice magia. 

1) The Leper Affinity
2) Bleak
3) Harvest
4) The Drapery Falls
5) Dirge For November
6) The Funeral Portrait
7) Patterns In The Ivy
8) Backwater Park
9) Forest Of October
10) Advent
11) April Ethereal
12) The Moor
13) Wreath
14) Hope Leaves
15) Reverie/Harlequin Forest
16) The Lotus Eater
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