OPETH

Heritage

2011 - Roadrunner Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
21/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Nella scorsa recensione abbiamo lasciato gli Opeth al momento dell'uscita del nono disco, Watersheed, un album che vide due defezioni: quella di Mendez e quella dello storico chitarrista del gruppo Peter Lindgren, a cui seguirono l'ingresso di Axerot, di Wiberg alla tastiera e di  Fedrick Akesson alla chitarra, suscitando non poca indignazione tra i fan. Una formazione, quindi, completamente trasformata. Il 2010, un po' come quest'anno, è un anno nero per la musica: a pochi mesi di distanza l'uno da l'altro perdono la vita Peter Steele, cantante e bassista dei Type of Negative, e Ronnie James Dio. Il primo un amico, anche se non strettissimo, il secondo uno degli dei del frontman svedese, il quale, profondamente turbato da questa orrida doppietta di morte, omaggerà i due artisti all'interno del disco che ci apprestiamo ad analizzare, dal titolo di Heritage, ma andiamo per ordine. Nel gennaio 2010 il frontman svedese presenzia alla National Association of Music Merchants per la PRS Guitars, presentando in esclusiva la sua signature. Nello stesso mese gli Opeth compongono The Throat of Winter, pezzo acustico ideato appositamente per far parte delle colonne sonore, insieme a brani scritti da Dream Theater, Killswitch Engage, Trivium, Mutiny Within, Taking Dawn,  per il videogioco God of War III. Il 2 marzo 2010 viene pubblicato L'EP " God of War: Blood & Metal" in formato digitale. Nel frattempo Mikael, stufo di ricevere minacce e insulti, decide di chiudere la pagina My Space della band, insieme a tutte le altre presenti nei vari social, l'unica che sopravvive è soltanto il sempre più onnipresente Facebook. Qualche tempo dopo il cantante , durante un'intervista, dichiarò: " Sono completamente saturo degli standard musicali imposti oggi. Annoiato a morte da convenzionali arrangiamenti metal. Il prossimo disco lo vedo assolutamente privo di qualsiasi tipo di songwriting fluido. Sarà continuamente imprevedibile: questo è ciò che io e gli Opeth, in quanto gruppo, vogliamo oggi. Io desidero sorprendere! Al momento ho in cantiere un pezzo abbastanza inquietante di oltre dieci minuti, per il quale ancora non o trovato il giusto suono. Non posso prevedere se sopravviverà alla scrematura, ma so per certo che corrisponde a quello che voglio fare oggi. Non sono nemmeno in grado di presagire cosa i fan penseranno delle nostre prossime uscite. Ho smesso di preoccuparmene dopo le "bombe d'odio" ricevute in merito a Damnation. Staremo a vedere. Il loro supporto di questi anni ovviamente è più che apprezzato. Però sono spiacente: non posso obbligare me stesso ad accontentarli tutti. Come ben sappiamo non è così che funziona". Nell'aprile 2010 ricorre il ventennale della band, una tappa importante. Bisogna festeggiare, e gli Opeth decidono di farlo in modo "plateale": Blackwater Park viene ristampato in edizione veramente speciale, soprattutto per quanto riguarda la versione vinilica, una vera chicca per i collezionisti, non solo da un punto di vista acustico, ma anche visivo. I due LP hanno un'eccellente qualità sonora, a cui si aggiungono le immagini inedite firmate da Travis Smith; e se questo non bastasse, vi è allegato anche il DVD su cui è inciso un nuovo mix del disco e un mini documentario filmato delle registrazioni dell'album stesso. I festeggiamenti però non si riducono a questo. La band organizza anche un mini tour di cinque date , una delle quali li vede esibirsi alla prestigiosa Royal Albert Hall di Londra, la stessa dove i Deep Purple, il 25 settembre 1969, avevano registrato il celebre Concert from Group and Orchestra. Da questo concerto, datato 5marzo 2010, gli Opeth trarranno il loro terzo live-album : In Live Concert at the Royal Albert Hall, che verrà rilasciato nel settembre dello stesso anno avvolto in un packaging che è un vero e proprio omaggio ai Deep Purple: stesso lettering, stessa posizione dei musicisti nelle foto, persino gli stessi colori del celebre album del 69. Il 14 aprile 2010 muore Peter Steele, cantante e bassista dei Type of Negative. I due frontman non erano grandi amici, ma comunque la notizia della prematura scomparsa del gigante verde lascia l'amaro in bocca allo svedese. Il vero colpo, però, arriva il 16 maggio del 2010: Ronnie James Padavona, in arte Ronnie James Dio muore dopo aver combattuto per anni contro il cancro allo stomaco. "Ronnie James Dio se n'è andato..." scrive Mikael " Lo amo quasi come un membro di famiglia, e mi sento vuoto e più solo di nel sapere che non c'è più. E' lì appeso al muro della mia stanza da quando ho traslocato in questa casa. Non riesco sinceramente ad ascoltarlo ora , anche se forse potrebbe recare un minimo di conforto. Sono stato fortunato a sufficienza da incontrarlo una volta e bere insieme a lui, un ricordo che conserverò fino alla fine dei miei giorni. Onestamente mi ha impressionato come nessun'altro. Grazie di tutto, Ronnie James Dio! Le nostre condoglianze vanno alla sua famiglia , agli amici e ai musicisti che hanno avuto l'onore di lavorare con lui. Ci ho pensato a lungo, e credo che non vi siano dubbi sul fatto che se n'è andato troppo presto (cent'anni a partire da oggi non avrebbero fatto alcuna differenza) , però sono sicuro che lui fosse soddisfatto della sua carriera e dei risultati acquisiti. Ma è doloroso, maledettamente doloroso...non riesco a fare a meno di pensarci. C'è un vuoto incredibile nel mio cuore. Ti adoro Ronnie, riposa in pace. Il tuo fan , Mikael Akerfeldt". La ferita per la dipartita di Dio è profonda, così profonda che  durante un concerto in suo onore Mikael si mette a piangere e non riesce a cantare, così profonda che in Heritage più di una canzone è dedicata all'ex Rainbow. Sul finire del 2010 i cinque si prendono una pausa per riposarsi dalle fatiche degli impegni dettati dal music bussiness, ma agli inizi del 2011 si riparte di nuovo. Gli Opeth iniziano l'anno chiudendosi in studio per registrare il loro decimo album, al mixaggio torna ancora una volta l'amico e mentore Steven Wilson. Il 6 aprile un comunicato stampa annuncia l'espulsione dal gruppo di Per Wiberg, al suo posto subentrerà temporaneamente Joakim Svalberg, in precedenza tastierista per Yngwie Malmsteen, Joe Lynn Turner e Glenn Hughes.  Il 1 giugno 2011 Heritage viene presentato a un manipolo di giornalisti specializzati. Heritage si compone di dieci brani, ognuno dei quali ha una specifica storia e un suo specifico perché, che rende ragione anche dei titoli scelti. Questa nuova avventura per la band virerà anche su suoni ancor più lisergici che in Damnation, discostandosi dal cantato in growl e facendosi sempre più avvinghiare dalle fauci del Prog Rock lisergico e complesso, ma andiamo con ordine e tuffiamoci all'interno di questa nuova avventura.

Heritage

Il disco viene aperto dalla traccia che da anche il titolo all'album, Heritage (Eredità).  Essa è un brano strumentale, apparentemente semplice, eseguito al pianoforte: poche note sulle ottave gravi fanno da controcanto alla parte, certamente prevalente, che si distribuisce tra l'ottava centrale e le ottave più acute. Una struttura basilare, note scarne, ma al contempo piene di significato e pathos, che fungono da ponte sia per aprirci le porte del nuovo disco, che per collegarsi alla traccia immediatamente successiva. Il titolo, che poi è lo stesso del disco, significa Eredità, ed è un'eredità soprattutto culturale. Essa infatti vuole essere un omaggio a Jan Johansson, jazzista svedese, virtuoso del pianoforte nonché padre di Jen Johansson, tastierista degli Stratovarius, e di Anders Johansson , batterista degli Hammerfall. Il pianista, conosciuto in tutto il mondo, è un'eccellenza svedese e uno dei beniamini di Akerfeldt, anche grazie al suo disco "Jazz Pa Svenka" (letteralmente Jazz per la Svezia) nel quale ha rivisitato le canzoni folk tradizionali in chiave jazz, esportando in un certo senso la cultura musicale svedese in tutto il mondo. Inizialmente l' Eredità doveva esser suonata proprio da Jens Johansson , ma questo fu impossibile a causa degli impegni di quest'ultimo con gli Stratovarius e il compito venne affidato a Joakim Svalberg. Akerfeldt dunque cerca di rendere omaggio a questo artista la cui musica alberga così furentemente nel suo cuore, e lo fa nel modo più semplice possibile, e cioè suonandola, senza fronzoli, limiti o infiorettature inutili, puri tasti di pianoforte che si stagliano nelle nostre orecchie man mano che andiamo avanti.

The Devil's Orchard

Arriviamo dunque alla seconda traccia, The Devil's Orchard (Il Fumetto del Diavolo). Brano camaleontico, che centra in pieno l'obbiettivo del suo autore: stupire. The Devil's Ochard stupisce davvero, continuamente. In esso niente è prevedibile e scontato. L'apertura di questa seconda traccia coinvolge basso, chitarra e batteria, che entrano insieme in un enorme vortice di suoni. Un giro che si esaurisce con quello che sembra il suono di una campana, poi una pausa (o silenzio, se preferite), un altro giro, seguito da un altro silenzio, poi di nuovo un giro e si entra nel vivo della canzone. Un'entrata che inizialmente riprende l'introduzione, come per ricollegarvisi, poi mentre la sezione ritmica resta fedele a sé stessa, la chitarra si velocizza ergendosi sopra un leggero tappeto di tastiere. Ecco dunque che inizia anche il canto, rigorosamente pulito, del frontman. Sul finire di ogni strofa cantata, tempo e ritmo rallentano per poi riprendere velocità e tornare ad eseguire il tema musicale iniziale . Tra la seconda e la terza possiamo ascoltare una lunga parentesi strumentale: la batteria rallenta scandendo su di un tempo che non ha niente a che vedere con quelli classici, la chitarra inizialmente appena udibile si fa via via più presente, insieme alla sezione ritmica e a un leggero tappeto di tastiere. Ad essa seguono  poche frasi cantate, poi la tastiera di Per Wiberg, ancora presente al momento dell'incisione del disco, ci traghetta verso un deciso viraggio di sonorità. I giri di basso assumono un sapore blues, il canto si fa più scandito e ritmato poi cambia di nuovo e ritornano i fraseggi molto simili a quelli che ci hanno accompagnato fin dall'inizio della traccia, che ben presto lasciano spazio a un guitar-solo mozzafiato, il quale ha il compito di accompagnarci fuori dal " frutteto del diavolo". Il testo di The Devil's Ochard come sempre è allegorico. Esso ancora una volta affronta un tema , per così dire, caro ad Akerfeldt: la perdizione, o per esser più precisi, la presa di coscienza di un uomo che si è perso, ha perso i propri valori e in un certo senso anche la propria luce. L'autore ci dice che sta percorrendo un sentiero di ossidiana. Il fatto che usi questo termine non è casuale: l'ossidiana è una pietra lavica , quale miglior modo di far intuire un paesaggio "demoniaco" se non una pietra che altro non è se non lava incandescente che raffreddandosi dà origine un prodotto duro e nero come la pece? Poi ci dà un altro elemento: l'inverno , la stagione fredda per eccellenza , da sempre simbolo della morte. Dunque si trova su una strada che conduce alla totale perdita di ogni sentore umano che c'è ancora in lui, una strada fatta di vizi, di negazione dell'esistenza di Dio ( "i demoni dicono "Dio è morto" dice Akerfeldt nel testo). Tutti i sensi dell'uomo sono obnubilati dal vortice di vizi in cui è caduto. Si muove a tentoni nel sentiero della vita, come un cieco che cerca di raggiungere il sole. Egli sente il peso delle sue colpe come un macigno che chiunque dovrebbe poter vedere e invece si rende conto che, nonostante il peso delle sue colpe, nessun stigma rivela agli altri i suoi peccati.

I feel the Dark

Proseguendo nell'ascolto, troviamo I feel the Dark (Mi Sento al Buio). Si apre con un arpeggio di chitarra, ed il cantato inizia quasi subito. Il tempo è lento, gli arpeggi delicati si intrecciano con i fraseggi della chitarra elettrica, sullo sfondo creato da sezione ritmica e tastiere-synth, dando vita ad un dualismo davvero carico di significato ed atmosfera. Poi d'improvviso la musica cambia radicalmente, tanto da dare l'impressione di esser passati a un'altra canzone. Le note gravi della tastiera, con l'aiuto del synth, aprono questa variazione. Il canto si fa più distante , quasi fino a scomparire rispetto agli altri strumenti, mentre il basso più presente, le chitarre più cupe e distorte, poi tutto si ferma. Resta solo un timido sottofondo di tastiere ad accompagnare la voce di Akerfeldt . In seguito riprende nuovamente piede la sezione strumentale, più psichedelica stavolta, con una batteria che è quasi una marcia, ancora poche frasi del frontman e poi assistiamo a una ripresa del tema musicale iniziale che ci conduce al termine della terza traccia.  Difficile dare un'interpretazione del testo che accompagna questa traccia, visto nemmeno Akerfeldt sa spiegarla: " L'ho scritta di getto" ha detto " Non so esattamente a cosa faccia riferimento". L'unica cosa chiara è che qui Mikael si riferisce a una fantasma, che potremmo interpretare come un messaggero della morte oppure come lo spirito di una persona scomparsa. Ci sentiamo di sbilanciarci più verso la seconda ipotesi, poiché il songwriter qui ci dice che ,guardando il fantasma, si sente gelare, e che l'istinto di sopravvivenza lo porta ad allontanarsi dall'apparizione. Tuttavia, è paralizzato, si sente come un albero sdradicato, ma trattenuto. Le chiede di mentirgli , di dirgli che sarà ancora sua. Egli si sente legato allo spirito, desidera staccarsi e rimanervi attaccato allo stesso tempo. Verso la fine diventa chiaro che il fantasma si è sacrificato per qualcosa (letteralmente dice che è andato in guerra), ignorando che il pericolo più grande, la Bestia o diavolo che dir si voglia, stava entrando dentro la sua casa.

Slither

Andando ancora avanti ci imbattiamo in Slither (Strisciare): il cui iniziale fraseggio di chitarra richiama  moltissimo quello eseguito da Ritchie Blackmore (soprattutto nella canzone Kill The King composta durante la militanza nei Rainbow, e contenuta in Long Live Rock'n Roll, terzo album della band datato 1977) . Un voluto omaggio all'ex Deep Purple, ma soprattutto a uno degli idoli di Akerfeldt: Ronnie James Dio. Slither è la traccia più veloce presente in Heritage, quella forse più vicina all'Heavy Metal, così come viene comunemente inteso: linee veloci di chitarra serpeggiano su groove sostenuti. Dicevamo dunque che l'intro prende le mosse dalla partitura di kill the king; nella discografia dell'arcobaleno firmato Blackmore, Kill The King è uno dei brani più famosi, si assesta da subito su ritmi sostenuti e riff di chitarra decisi e poliedrici, salvo poi venir spazzata via dalla performance di Dio, una delle migliori di tutto il disco, e della sua carriera in generale. La canzone inanella due giri, poi subentra anche la sezione ritmica, per un giro "orchestrale" completo, che ci porta all'attacco della voce. Si prosegue così, sempre dritto finché, arrivati a circa metà brano, il ritmo rallenta, i suoni si confondono, mescolandosi fino a esaurirsi. Resta solo la chitarra di Akerfeldt a riempire il silenzio, ma anche ella rallenta sempre di più. Quando sembra arrivato il momento del famoso silenzio opethiano intracanzone, ecco che invece arriva un emozionante guitarsolo firmato Frederick Akesson, che ci traghetta verso una nuova ripresa del canto e del suo commento musicale. Per la chiusura del brano invece si ricorre al classico arpeggio opethiano, che man mano fa sfumare la canzone e va al chiudere il tutto. Nonostante l'assenza del testo, questa canzone risulta assai carica di significato, e dando fede al titolo, letteralmente strisciamo fra le sue note, ricordandoci gli anni '70, la nascente ondata dell'Hard Rock, uno dei chitarristi più prolifici di sempre, ed uno dei frontman più carismatici e d'impatto che il mondo della musica ricordi. Un omaggio in tutto e per tutto, in cui Akerfeldt si è semplicemente messo dalla parte del suo essere pluriennale ascoltatore, e ha fatto sua ancor di più quella musica.

Nepenthe

Prossimo slot in scaletta è Nepenthe:  poche note di chitarra, su un tappeto di tastiere, aprono il quinto brano. Ogni tanto si odono timidi colpi di batteria, quasi a voler iniziare un tempo di marcia, ma in sostanza la parola chiave è "soft". Il testo inizia quasi subito, ed è l'unica cosa che dà l'impressione di trovarsi vicina al microfono. Poi si ha un improvviso crescendo jazz, in cui l'intera "orchestra" dà il suo contributo, in seguito i toni si fanno sommessi, salvo poi farvi saltare sulla sedia per il nuovo improvviso lampo jazz, che a sua volta è seguito da un'altra parentesi soft i cui unici due protagonisti sono il basso e la batteria, in cui stavolta Axe si diletta in una serie di spazzolate con le setole, donando corpo alla ritmica di base. La parte centrale, invece, è caratterizzata da sonorità fusion, una delicata chicca che però rende questa traccia una delle più odiate dai "fedeli alla linea" metal. Nepenthe però è anche una canzone che  si avvale di una delle caratteristiche che contraddistinguono da sempre la band svedese: il testo è solo un abbellimento, la vera protagonista è la musica; è lei che deve trasportare il messaggio, le parole sono relegate a mera comparsa sulla scena. Vi state chiedendo cosa significhi nepenthe? Ve lo diciamo subito: è un farmaco antidepressivo, ed era anche il nome di una etichetta sussidiaria della Napalm Records, specializzata, per così dire, nella pubblicazione e promozione di formazioni progressive negli anni 70. Potremmo definire il testo come un pensiero ossessivo della voce narrante: un sogno ricorrente, che è quasi un desiderio represso, di morte. Egli sogna di cadere nella neve durante una abbondante nevicata, ovvero di avere una bara il cui fondo e coperchio siano fatti di bianco manto ghiacciato. Nell'uomo serpeggia un senso di sfiducia e di abbandono, dice che persino gli amici potrebbero e forse vorrebbero abbandonarlo nella sua ora più nera e Lei ( potrebbe riferirsi alla depressione, ma anche alla morte che compare in sogno, oppure alla medicina stessa ) cerca di annientare i suoi sogni (ovviamente quelli positivi, quelli che si porta dietro da prima che sviluppasse la depressione) e nutrire i suoi demoni interiori, che sempre più rafforzati dalla sua malattia gli intimano di andare e togliersi la vita.

Häxprocess

Proseguendo in ordine troviamo Häxprocess (Il Processo della Strega): l'intro strumentale è piuttosto lungo se paragonato a quelli delle canzoni precedenti. Anche in questo caso i toni sono piuttosto smorzati: l'apertura è affidata al flauto dello svedese Bjiorn J: Son, a cui fa seguito un silenzio che viene gradualmente squarciato dalle percussioni del peruviano Alex Acuna. L'atmosfera generale trasmette una sensazione di tristezza e nostalgia, che non viene attenuata, ma piuttosto aumentata dall'ingresso della voce, la quale viene fatta incedere da poche note alla tastiera. Al termine della prima strofa pochi accordi alla chitarra e la melodia del flauto sono le prime protagoniste della sezione strumentale, poi si ha un crescendo che perdura anche quando riprende anche il canto. Due strofe cantate, poi tutta la strumentazione, ad eccezione della tastiera, tace, per poi riprendere vigore e traghettarci al termine di Haxprocess su di un vascello dal sapore puramente progressive. Anche Haxprocess non è un titolo casuale. Letteralmente si traduce come "Il processo della strega", titolo preso in prestito dall' LP , datato 1973, del cantautore Kjell Hoglund, anch'egli svedese. La lirica è incentrata sul tema della morte, ma indirettamente, nel senso che non si parla della morte in quanto tale, ma piuttosto di come una persona prossima alla dipartita vi si approccia. In un certo senso la risposta la troviamo già alla seconda frase: " Un moribondo desidera schivare Dio". Poche parole per rendere un concetto fondamentale: chiunque, credente o meno, di fronte alla morte ha paura e farebbe qualsiasi cosa per evitarla. Ancora ci racconta di come una microscopica quantità di sangue possa fare la differenza tra la vita e la morte. Il moribondo lotta con tutte le sue forze per salvarsi, ma alla fine è costretto ad arrendersi innanzi alla nera signora, tutto quello che rimane sono i suoi figli, privo di un padre (o di una madre) e la raccomandazione a qualcuno vicino alla famiglia affinché si prenda cura di loro e li guidi nelle disgrazie. In altre parole: qualunque cosa accada, sii il loro faro nella notte.

Famine

Siamo così arrivati alla settima traccia. Famine: la sua apertura è inizialmente a carico delle percussioni, poi queste si arrestano per lasciar spazio alle note della tastiera, sulle quali Akerfeldt inizia a intonare il suo canto ricco di pathos. Solo poche frasi poi la voce tace e "da lontano" si sente arrivare la chitarra di Akesson, che cresce fino a introdurci alla seconda "fase" della canzone.  Quest'ultima è più veloce rispetto alla precedente, decisamente più ritmata, ma anche molto più breve. Infatti, ben presto il tempo rallenta quasi fino a fermarsi completamente, le chitarre tacciono; restano pochi accordi di tastiera e delicate percussioni ad accompagnare la voce del leader, ma altre due variazioni sono dietro l'angolo: la prima avviene mentre Mikael sta ancora cantando, è talmente breve che potremmo quasi definirla una timida premessa a quello che sta arrivando. Le sonorità si fanno più cupe, Axe scandisce un tempo lento, quasi doom. In questo mare di note gravi, la melodia del flauto emerge come un uccellino spaesato in mezzo alla tempesta; il brano si chiude man mano così, sempre più in dissolvenza, lasciando le note del flauto ad accompagnare l'ultimo blocco della canzone, e poi il silenzio. Nell'interpretazione della lirica di Carestia ci viene in aiuto la dichiarazione fatta dal frontman in occasione della morte di Ronnie J. Dio "mi sento vuoto [?] fa male, troppo male", perché anche se non è mai stato dichiarato ufficialmente, è chiaro che parla del cantante recentemente scomparso. Dice che non può vederlo, che non respirano più la stessa aria, ma quando sente parlare di lui sente freddo dentro. Quel freddo dato dall'assenza di una persona importante; e poi continua " quando ci incontreremo ti chiederò come e perché hai smesso di lottare" , vede sua moglie piangere e lui non sa cosa dire per consolarla, poiché neanche lui trova conforto . Il vuoto che ha lasciato è troppo grande. Egli lo ricorda da giovane, ricorda come il suo male sia, in un certo senso, cresciuto con lui e abbia percorso la strada insieme a lui. Quest'ultimo è un velato riferimento al fatto che il cantante continuasse a fare concerti nonostante la sua malattia.

The Lines in My Hand

The Lines in My Hand (Le Linee sulla Mia Mano) invece viene aperta dalla sezione ritmica, che è ovviamente protagonista. Axe si diverte scandendo tempi dispari, insieme all'armonia del basso. Le sei corde , invece, assumono importanza decisiva scatenandosi con fraseggi velocissimi solo nella seconda parte della canzone. Tra le due sezioni troviamo una parentesi che, da un punto di vista ritmico, possiamo collocare a metà strada tra ciò che la precede e ciò che verrà dopo. Le linee sulla mia mano è il brano più corto dell'album, dopo la title track, scorre veloce senza particolari variazioni o picchi di estro stilistico. Tuttavia, nonostante l'assenza dell'estro che da sempre contraddistingue questa band, il brano risulta ammiccante e piacevole fin dai primi ascolti, e si colloca in quella fascia di pezzi che fanno da riempitivo al disco. I ritmi, pur non brillando per composizione, cercano ugualmente di trascinare l'ascoltatore verso di sé, ed alla fine ci riescono abbastanza bene, mettendo in piedi un altro oscuro show per il pubblico. Ancora una volta il soggetto è il binomio "vita- morte", una presa di coscienza sul fatto che siamo "marionette". Nessuno di noi sa quanto tempo perdurerà su questo pianeta. I segni sono dappertutto , anche sulle nostre mani ( la linea della vita) , ma noi non siamo in grado di decifrarli e quindi ci aggiriamo per le strade, nella vita, come ciechi moribondi, consumiamo il tempo a nostra disposizione senza neanche renderci conto che spesso lo stiamo buttando via in cose che in realtà non ci interessano affatto; finché un giorno arriva l'ora stabilita e non possiamo far altro che prendere atto del fatto che siamo impreparati, che in realtà non abbiamo fatto tutto quello che volevamo ed è sempre dannatamente troppo presto per andarsene.

Folklore

La nona traccia, Folklore, viene introdotta dal dialogo tra la chitarra e il basso che  riprende , su ottave più gravi, il fraseggio della chitarra; poi un silenzio appena percepibile segna il passaggio a una nuova fase della sezione strumentale: dapprima si odono solo le sei corde , che riprendono, in parte modificandolo, il riff iniziale, poi tutta la band entra in giro insieme e poco dopo entra anche la voce. Poche frasi , poi la musica diventa nuovamente protagonista. Quando Akerfeldt riprende a cantare siamo già arrivati al quarto minuto, da questo momento in poi quello che arriva alle nostre orecchie è una canzone in continua trasformazione. L'intro è costruito sulla melodia di una canzone popolare svedese, "Hårgalåten" ( letteralmente La canzone di Hårga, un villaggio della Svezia centro orientale), da cui deriva anche la scelta del titolo, che sottolinea il fatto che questa traccia tragga origine e ispirazione da una canzone del folklore popolare della madre patria. La nenia svedese, così come il testo originale che accompagna questo brano, dietro l'apparente tranquillità dell'accompagnamento musicale, nasconde una filastrocca a tinte fosche. Si parla di presagi infausti, di follia , di legami che attraversano il mondo dei vivi e arrivano a quello dei morti e viceversa. Una figura eterea , forse un parente, che può scrutare dentro l'animo delle persone, insinuarsi nella loro mente e persino condurli alla follia. Siamo arrivati alla fine di questo viaggio.

Marrow of the Earth

Il cerchio si chiude con un altro strumentale: Marrow of the Earth (Midollo della Terra), brano semi-acustico prevalentemente appannaggio delle chitarre. In termini tecnici è quello che possiamo un "Pastiche" ovvero un'opera che trae ispirazione e in parte imita altre preesistenti. Tanto per fare un esempio, questa modalità compositiva era usata moltissimo da Frank Zappa. Marrow of the Earth è un brano che prende spunto e mira ad omaggiare band quali i Camel e i Landberk ( band progressive attiva dal 1992 al 1996, poco conosciuta fuori dai confini svedesi, ma molto amati in patria). Il brano, nonostante il suo essere semplice nella scelta degli strumenti, può comunque essere suddiviso in due parti ben distinte: abbiamo la prima, più acustica, in cui la chitarra elettrica viene lasciata quasi in disparte, al fine di far risaltare la parte morbida della musica. Poche note di tastiera fanno da ponte per quella che invece è la seconda parte del brano, più energica ed aggressiva, in cui alla chitarra elettrica si aggiunge anche la batteria per dare più forma e corpo al brano stesso. Una canzone che chiude perfettamente un disco, per quanto particolare, davvero d'effetto; nonostante la non presenza del testo, come era accaduto per le tracce precedenti, anche questa riesce a trasmetterci emozioni forti pur con l'assenza della voce (e negli Opeth, considerando la marginalità del testo in generale, in questo caso abbiamo solo la capacità compositiva nuda e cruda, senza nient'altro in mezzo). Si ha l'impressione di sprofondare nelle viscere della terra stessa, fino a raggiungerne il nucleo e cercare di esplorare i sensi più reconditi che si nascondono dietro il pianeta in cui abitiamo; sentiamo sommessamente tarantolare il nostro intestino pensando a tutto ciò che di male abbiamo fatto a questa terra, e tutto ciò che ancora purtroppo le faremo, fino a che non dovremmo pagare il salato prezzo delle nostre azioni.

Conclusioni

Riassumendo: Il 1 giugno 2011 gli Opeth presentano, presso gli Atlantic Studios di Stoccolma, Heritage a una manciata di giornalisti selezionati.  Per evitare una nuova fuga di notizie, il nome del disco viene svelato solo 7 giorni prima della sua presentazione ufficiale. La produzione è nuovamente affidata a Steven Wilson ( presenza illustre che ancora una volta gettò benzina sul fuoco dell'indignazione dei fan), mentre l'artwork è ancora una volta opera di Travis Smith. Heritage è un album che spiazza molti fan e raccoglie pareri discordi dalla critica specializzata. Esso è lontano anni luce dai lavori precedenti, ed ancor più dai dischi con cui la band aveva fatto irruzione nel mondo della musica. Il cambio di passo è segnalato anche dalla scelta dei colori e del soggetto dell'artwork: non vi è più traccia di tinte scure e soggetti eterei, ambigui, che mettono quasi soggezione. Sulla copertina di Heritage si staglia un albero rigoglioso, tra le cui foglie emergono le teste dei cinque membri della band. La testa di Per Wiberg viene ritratta nel momento in cui cade dall'albero, come se fosse una mela matura, chiaro riferimento al fatto che non fa più parte del gruppo. Ai piedi della pianta campeggiano teschi umani e a un esame più attento si nota che dal tronco stesso emergono volti e altrettanti crani. Ancor più sotto, la terra appare squarciata. Essa lascia intravedere un complesso intreccio di radici, che si intersecano con rivoli di lava incandescente che si originano dal centro della Terra (probabilmente un riferimento sia al brano che chiude l'album, che al concetto di eredità stesso che da il titolo al lavoro). Vicino all'albero persone/demoni in fila. Un uomo con il braccio teso verso i rami ricolmi di foglie, come se stesse cercando di raccoglierne i frutti. Smith, intervistato in merito alla copertina del decimo studio-album, degli svedesi, dichiarò " Per "Heritage" Mikael volle qualcosa di diverso, per ragioni che diventano ovvie una volta che si è ascoltato l'album. Chiese qualcosa di più colorato, lievemente psichedelico nei toni con un pizzico di humor, ma sempre racchiuso nei confini degli Opeth, che rappresentasse in modo adeguato i contenuti del disco e lo stato della band dell'epoca. Fu molto specifico su ogni elemento. Per poter lavorare con lui su una bozza creai separatamente le varie componenti della composizione, facendo uso di tecniche fotografiche, pittoriche e di illustrazione : in tal modo avremmo potuto modificare qualsiasi entità, man mano che si procedeva verso il risultato finale , che fu "riverniciato" sia in maniera tradizionale che digitale". Tornando all'aspetto musicale, che dire? Le mille sfaccettature degli Opeth potrebbe essere un titolo adeguato per questa recensione, e forse per il disco stesso. Jazz classico, fusion, folk,  sprazzi di funky, progressive rock all'ennesima potenza, c'è tutto. Certo, per apprezzarlo serve un certo grado di cultura musicale e apertura mentale. Questo disco non è fatto per i duri e puri, quelli che "da una metal band mi aspetto ritmi serrati, urla e assoli di chitarra velocissimi e devastanti" perché non c'è niente di tutto questo. Heritage è un album raffinato, spazia tra i generi, li mischia, li confonde , li lascia e poi li riprende e se non si è nel mood giusto non si riesce ad apprezzarlo. Che gli Opeth non arrivino a chi vede la musica come un sottofondo, un modo per rompere il silenzio , mentre fa altre mille cose è ormai risaputo, l'abbiamo chiarito più volte nel corso delle nostre recensioni. Heritage non fa eccezioni, anzi è l'incarnazione stessa di questo principio più volte ribadito dal chitarrista e frontman svedese. Tra le tracce da segnalare con maggior convinzione, spiccano indubbiamente The Devil's Orchard, I Feel the Dark e Nepenthe. In alcune versioni del disco trovate anche le bonus track  Pyre e Face in the Snow.  Heritage fu osteggiato, criticato, fu additato come un "tradimento". Qualche fan arrivò persino a dichiarare che " Gli Opeth sputano sul piatto da cui hanno mangiato fino a ieri". Niente di tutto questo è vero per quanto mi riguarda. Chi ama questa band, la ama anche perché non è mai scontata, banale o ripetitiva. D'accordo, non è Death Metal, ma in realtà gli Opeth non sono mai stati fedeli ai dettami di questo genere. Fin dagli esordi si sentiva il seducente richiamo del prog-rock settantiano. Questo disco non è altro che l'evoluzione naturale dell'uomo, dell'artista e di conseguenza della sua musica e quello che ne risulta è , per chi scrive, un altro tassello che merita l'etichetta di capolavoro, non fosse altro per la sua incredibile capacità di sorprendere continuamente l'ascoltatore, anche dopo ripetuti ascolti.

1) Heritage
2) The Devil's Orchard
3) I feel the Dark
4) Slither
5) Nepenthe
6) Häxprocess
7) Famine
8) The Lines in My Hand
9) Folklore
10) Marrow of the Earth
correlati