OPETH

Ghost Reveries

2005 - Roadrunner Records

A CURA DI
SOFIA COLLU
02/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Nella scorsa recensione, quella inerente a Damnation, avevamo lasciato gli Opeth alle prese con la guarigione di Akerfeldt e l'inizio dei problemi di salute di Martin Lopez. Alle soglie del 2004 il frontman si è completamente ripreso, ma il batterista, invece,sta sempre peggio. Tuttavia, gli Opeth ormai sono entrati a pieno regime nel grande tritacarne del musicbusiness e non possono fermarsi ad aspettare che Lopez si rimetta completamente, tutto quello che possono fare è ciò che fu fatto per il loro leader: evitare di inserire troppe date una dietro l'altra e esimerlo dalle attività della band per cui non è strettamente necessaria la sua presenza. Intanto, la new entry Per Wiberg è riuscito completamente a integrarsi nella band, tanto che da "semplice" session-man, viene promosso a quinto membro effettivo degli Opeth, dopo l'uscita del DVD Lamentations. Al ritorno dal loro tour nella terra dei canguri, gli Opeth danno la loro adesione allo Sweden Rock Festival di Norje, senza sapere quali band divideranno il palco con loro; un'eccezione alla regola del "mai dire di si, prima di aver valutato i pro e i contro", ma il SRF gode di ottima fama e, forse,sapere che quell'anno il festival avrebbe ospitato i Whitesnake e i Judas Priest era più che sufficiente a cancellare gli eventuali "contro". Il quintetto decide invece di scartare i festival tedeschi: Bang Your Head e With Full Force, rei di proporre rispettivamente troppe band un tempo gloriose, ma adesso rincollate insieme solo in funzione dei soldi (il primo), e troppe band metalcore (il secondo). Il cinque giugno del 2004 invece, la band sale sul palco del Download Festival, stimolati dalla variegata proposta musicale degli organizzatori: Monster Magnet, Dillinger Escape Plan, Sum 41, e Cradle of Filth; in pratica una apertura panoramica sui vari sottogeneri del rock, quale migliore occasione per un uomo assetato di novità e di nuovi stimoli? Nel frattempo, la Music For Nation fa pressioni sui cinque, affinché inizino a lavorare su nuovo materiale, ma Akerfeldt non è impreparato: lui e la chitarra sono una cosa sola e le bozze dei nuovi brani sono già pronte, attendono solo di esser condivise e arricchite dagli altri componenti del gruppo. Un'altra novità, e se vogliamo anche una lezione impartita dagli attacchi di panico che l'avevano tormentato l'anno predente: il frontman continua a comporre quasi tutto il materiale, ma da questo momento in poi renderà partecipi anche gli altri, ciascun componente deve partecipare e contribuire, ne va della sua salute, ma anche della soddisfazione personale dei vari membri. Nel frattempo, grazie alla nuova disponibilità economica, il gruppo acquista l'intera Korg Triton in onore del nuovo membro della band, cosicché Akerfeldt adesso può anche sbizzarrirsi sui 61 tasti e trovare nuove idee per le sue canzoni. In occasione della loro partecipazione allo SRF Akerfeldt incontra il batterista: Martin "Axe" Axenrot. Questo non è un incontro casuale, Axe è stato caldamente raccomandato dall'amico Patrik Jensen come possibile sostituto di Lopez, nel caso il drummer non fosse riuscito a ristabilirsi completamente. Tra i due musicisti c'è subito intesa,così è deciso: Axerot preparerà i brani degli Opeth , in modo da poter sostituire Lopez in caso di necessità. Se un pericolo è scongiurato, ce n'è un altro dietro l'angolo a cui il gruppo non è preparato: la Music For Nations chiude i battenti. Fortunatamente, la band ormai gode di sufficiente fama e altrettanti capitali da non rischiare di rimanere senza etichetta. La prova di questo sta nelle trentuno offerte di contratto che arrivano agli svedesi, nel giro di qualche giorno. Alla fine, alla vigilia di natale, la scelta ricade sul colosso americano Roadrunner. Un natale ricco di soddisfazioni per il frontman svedese: hanno un contratto, i nuovi brani sono praticamente pronti e può rilassarsi con la moglie e la sua primogenita di appena 3 mesi, che ovviamente porta un nome caro all'artista, ma anche ai suoi fan: Melinda.  Il riposo, tuttavia, dura poco; tra tour, interviste e fugaci apparizioni nei vari festival d'Europa, è già tempo di tornare in studio per incidere il nuovo disco, e come sempre le registrazioni sforano i tempi previsti. Come da tradizione, infatti, i brani già pronti vengono modificati, limati, talvolta completamente stravolti da illuminazioni dell'ultimo minuto, anche perché stavolta non c'è il preciso Steve Wilson a guidarli con la sua esperienza. Terminata questa breve introduzione, ci possiamo quindi avventurare nell'ascolto di. Ghost Reveries.

Ghost of Perdition

L'ottavo studio-album di casa Opeth si apre con Ghost of Perdition :  poche note di chitarra che si sovrappongono a quelle eseguite dalla tastiera, quasi fondendosi, tanto che diventadifficile distinguere i due strumenti. Dicevamo poche note nel senso stretto del termine, perchè l'apertura strumentale dura circa 5 secondi, dopodiché il growl del frontman ci trascina nel vortice del fantasma della perdizione. Circa al termine del primo minuto Akerfeldt riprende fiato e lascia il posto a una sezione ritmica potente, per la prima volta protagonista. Martin Mendez e il suo basso si sbizzariscono in quello che potrebbe sembrare quasi un assolo, che richiama alla mente Justin Chancellor ( bassista dei Tool).  Il virtuosismo ritmico, quasi in solitaria, di Mendez viene ben presto affiancato dalla voce del leader, che stavolta canta in pulito, scandendo le parole con una metrica che combacia perfettamente con il ritmo dettato dal bassista. In seguito, riprende il growl, seguito nuovamente da una parentesi, stavolta più lunga della precedente, dal sapore nuovamente "Toolliano". Siamo solo al secondo minuto, ma Ghost of Perdition cambia ancora: dapprima riprende il growl, sostenuto da una struttura musicale di matrice death, poi ritmo e tempo si placano improvvisamente; la sezione strumentale si fa sommessa, resta sullo sfondo, quasi impercettibile e il canto pulito e melanconico di Akerfeldt diventa protagonista. Man mano che il canto si trasforma in vocalizzi, le chitarre diventano più presenti,prima acustiche, poi una diviene elettrica, esegue un breve assolo in tonalità minori traghettandoci verso l'ennesima variazione. Infatti, la batteria torna a farsi sentire, il ritmo diviene quasi una marcia e la voce ancora una volta si adegua, ma non è ancora finite;  c'è ancora tempo per una veloce incursione nel thrash-death, con break-drum e chitarre distorte, e poi ancora un guitar-solo ed ancora stravolgimenti strumentali, per una canzone in continuo divenire. Chi è questo "fantasma della perdizione"? E' lo spirito errante di una madre. Di lei, Akerfeldt ci descrive solo i capelli: neri, fini come fili che restano agganciati al cuscino su cui dormiva, anche se la sua testa non vi si poggia da tempo. Il fantasma della perdizione è anche il fantasma di una madre, lei viene posseduta dal diavolo. La donna è caduta nella tentazione del diavolo, perdendo il senno. L'autore ci racconta di come il demonio sia riuscito a sfruttare le debolezze della donna, la sua sofferenza per la morte del figlio, rompendo il guscio della sua diffidenza. Egli fa leva sulle sofferenze della donna, riuscendo a convincerla ad abbandonare la sua fede in Dio per seguirlo e diventare sua sposa. In tal senso, il fantasma della perdizione è il fantasma di una madre afflitta,in lei alberga il seme della perdizione, il diavolo le sussurra suadente all'orecchio: "Devi vivere, prima di morire giovane". La donna, prima devota, si piega al fascino delle tenebre e del loro signore, ma anche questo ha un prezzo. Ella infatti diventa pazza, farnetica frasi apparentemente senza senso, il suo diario diventa una lunghissima ripetizione di domande senza risposta, quali: " perché noi abbiamo veramente bisogno di vivere? Decidere cos'è giusto/chiaro e cosa è accompagnato da confusione? Cosa scegli di prendere e cosa dare". 

The Baying of the hounds

Passiamo poi alla seconda machiavellica traccia: The Baying of the hounds: un colpo alla cassa e al charleston, con uno splash molto sfumato ( probabilmente grazie all'uso delle spazzole jazz) ci segnala il suo inizio. Ad esso seguono tre brevissimi giri di chitarra, poi tutti gli strumenti fanno il loro ingresso: prima la batteria, poi il walking bass, infine tre battute tutti insieme; sull'inizio della quarta arriva anche il growl di Akerfeldt. Terminate le strofe in growl, troviamo una parentesi strumentale identica a quella che ci ha introdotto alla parte cantata. A questa , poi, segue la prima vera variazione di questo brano: la voce diventa pulita e si esibisce in un crescendo melodico, mentre il tappeto musicale che la sostiene gioca sui riff iniziali, modificando tonalità, ottave e tempistiche di esecuzione. In questo punto, troviamo anche i cori e dopo di loro un'altra parentesi strumentale,che presenta al suo interno tre variazioni. Riprende quindi il canto, ancora una volta pulito, che si libra su un delicato tappeto melodico fornito dalle tastiere, le sei corde restano in sottofondo, così come la batteria incalzante, ma delicata. Quest'ultima, inizia pian piano a farsi più presente, mentre anche i volumi delle chitarre crescono, segnalandoci, un nuovo cambiamento che ci riporta in un'atmosfera death con il growl, seguito da quello che potremmo definire un solo della sezione ritmica, che a sua volta si estingue lasciando spazio al solo della chitarra. Il guitar-solo poi scema,un silenzio quasi impercettibile lo separa dagli arpeggi che seguono, sostenuti da percussioni leggere sui tamburi, su un tappeto melodico creato dagli effetti della tastiera, prima che il death riprenda il sopravvento e ci trascini nel vortice di atmosfere cupe e i ritmi incalzanti che rendono perfettamente l'idea di quello che la voce del leader sta narrando. Il protagonista , anzi, la protagonista, sta cercando un posto dove nascondersi dai segugi infernali. Infine la resa e il silenzio. Ancora una volta la lirica è narrata in prima persona. Essa racconta la fuga della protagonist; la donna è braccata dai segugi infernali, che la vogliono ricondurre all'inferno. L'oscurità della foresta, l'eco degli ululati dei cani, tutto le richiama alla mente il demonio : le sua bocca viene descritta come un vortice che risucchia, il suo sguardo emana tenebre. Ella ricorda come lui si finse amico, consolandola con false parole di conforto, finché lei non abbandonò la sua diffidenza. L'anima inquieta cerca quindi di giustificare la sua debolezza, invocando la sofferenza che provava allora, quel dolore così forte da farle perdere la voglia di lottare. Ora, però, mentre cerca di scappare dalla sua schiavitù, si rende conto di aver già ceduto, ogni sua fibra è avvelenata dall'odio, non ha niente per cui combattere ancora; così, sentendo avvicinarsi i segugi, torna indietro. Il sotterraneo regno ormai è la sua unica casa.

Beneath the Mire

Andiamo ancora avanti nel nostro ascolto e ci imbattiamo in Beneath the Mire: sette minuti di canzone e un testo piuttosto corto, quasi un ritorno agli esordi quindi. Il terzo brano viene aperto dalla batteria di di Lopez, poi entrano in scena anche la tastiera e le chitarre. Queste ultime però, inizialmente quasi si limitano a dare ancora più corpo alla sezione ritmica, mentre l'organo e le sue melodie oscure sono le vere protagoniste. Verso il secondo minuto, entriamo nel vivo del pezzo, con l'attacco della parte cantata. Il growl però dura poco, come abbiamo già asserito poco fa, il testo ricopre circa un quinto dell'intera canzone, naturale quindi che la voce si limiti a fare la sua comparsa solo per brevi momenti; inoltre le variazioni, sia musicali, che canore, sono tante. Appena il growl tace, veniamo accolti da una parentesi strumentale diversa da quella che ci ha accompagnato fin qui: drum-break,silenzio, poi la voce diviene pulita, il ritmo diviene quasi una marcia , le chitarre si fanno più veloci e presenti. Poi tutto tace , una pausa di che ricopre quasi un quarto, poi quello che segue è così diverso da quello che abbiamo ascoltato finora, da far sorgere il dubbio che Beneath the Mire sia finita e sia iniziata un'altra canzone; invece no, siamo sempre all'interno del terzo brano di questo ottavo disco. La batteria e il basso tacciono, la voce pure, restano solo la tastiera e la chitarra, in un duetto dal sapore melanconico, poi tornano i due Martin, ma il tempo e il ritmo restano lenti, sulla solida struttura tracciata dai due uruguaiani la chitarra esegue un magico assolo in tonalità minore. Non è ancora finita, abbiamo superato da poco la metà del brano, il tema cambia ancora,un urlo growl segnala la ripresa di un ritmo più sostenuto, ma il canto resta pulito e il suo tono triste e poi di nuovo il growl, anch'esso brevissimo, perché è di nuovo giunto il momento che le chitarre e gli strumenti in generale diventino i protagonisti assoluti e ci trascinino verso il termine della terza traccia, sbizzarrendosi in voli pindarici, inclassificabili in qualche genere definito. L'unico termine adatto è improvvisazione, pura fantasia che fluisce dalla mente del musicista e arriva allo strumento, fuori da qualsiasi regola o schema decifrabile dalle orecchie di chi ascolta, ma il risultato è pura magia. Beneath The Mire potremmo definirlo un soliloquio. La protagonista si autodefinisce un fantasma, prendendo quindi coscienza di ciò che è diventata, nonché di ciò che ha sacrificato per quella misera esistenza. Ella, prima madre, poi suora, infine anima devota al re degli inferi, può ancora percepire la sofferenza che l'ha indotta a cadere in tentazione; ricorda come Lui l'abbia sedotta con il suo malvagio fascino, guidandola nella spirale dell'eresia e conducendola alla follia.  Consapevole di aver imboccato una strada senza uscita, ripensa al suo passato amore , quasi a volergli dare l'estremo saluto, per poi prendere l'unica decisione possibile: lasciarsi il passato alle spalle e seppellire le sue "disgrazie sotto il fango". 

Atonement

Arriviamo dunque a metà disco e ci imbattiamo in Atonement . Anche in questo caso il testo è estremamente breve, appena dieci righe. Il suo intro è un deliberato e calcolato omaggio a Tomorrow Never Know dei Beatles ( brano contenuto nel disco Revolver e definito dal leader opethiano " un classico senza tempo"). Percussioni etniche emergono dal tappeto sonoro della tastiera, strizzando ancora una volta l'occhio al lavoro dei Tool, cori sommessi e voci suadenti scandiscono le poche parole che accompagnano questo delicato interludio, la cui unica vera variazione musicale si presenta verso la fine del brano, quasi a dire "attenzione che il disco, non è ancora finito e il registro sta per cambiare di nuovo". I cinque minuti che compongono questa traccia sono ossessivi, claustrofobici, ci spingono a sentire bene le parole dettate dalla donna che sta disquisendo sulla propria vita e le proprie scelte; la totale, o quasi, assenza di variazioni, fa chi che ci riusciamo a concentrare meglio su quello che viene detto, anche se la scarsa lunghezza comunque lo rende difficile da comprendere; l'ennesima trovata fuori dagli schemi degli Opeth, che inseriscono un brano così  "intermezzo", quasi a volerci far prendere una piccolo pausa (mai troppo forte, va sottolineato), prima di proseguire nell'ascolto.  Dicevamo che il testo di Atonement è breve, appena 10 righe. Esso in pratica , non è altro che la riflessione della protagonista, la quale come abbiamo già detto, ha perso il senno dopo esser stata posseduta dal demonio, di conseguenza, anche il testo non si offre a una facile comprensione. La donna afferma che da molto tempo cercava di "non soffrire" ( o per meglio dire, fingeva di non soffrire) per non peggiorare una situazione già difficile. Da qui in poi, salta di palo in frasca; apparentemente senza alcuna sequenza logica parla della luna che sorge e della sua pelle sbucciata e che all'improvviso non riesce più a giustificarsi per esser diventata quello che è., riferendosi, presumibilmente, al fatto che ha accettato di diventare una reclutatrice di anime per il diavolo. Atonement ci saluta e veniamo accolti dalla chitarra e dalla voce pulita di Mikael.

Reverie/ Harlequin Forest

Siamo già dentro Reverie/ Harlequin Forest.  Dunque, abbiamo un'apertura "invertita" per questo quinto brano: prima la voce, accompagnata da un un coro strumentale cupo, con sprazzi di luce melodica donati dalle chitarre, poi la voce tace e i nostri timpani vengono cullati da una parte strumentale, prima che riprenda di nuovo la voce e il tempo rallenti appena, sebbene rimanga scandito in terzine. Arriva il growl, la chitarra e il basso quasi giocano su un controtempo sapientemente incastrato nella cornice strumentale, fino a guidarci alla prima variazione tematica evidente: le sei corde diventano prime ballerine su un tempo quasi jazzato, scandito dalla sezione ritmica percepibile quel tanto che basta a conferire solidità alla struttura generale. A questa segue una breve pausa che ci porta alla nuova variazione: Lopez prende fiato, resta la chitarra a riempire quella manciata di secondi che ci separa dalla ripresa del canto. Solo poche battute ed è di nuovo ora di gustare un magico strumentale, lungo quasi un minuto. Tocca a Mendez il compito di avvertirci che stiamo per assistere a un nuovo cambiamento. Reverie/ Harlequin Forest sta per farci vedere il suo lato quasi operistico, con un Akerfeldt che si cimenta in un canto un po' impostato,da aria antica ( o se preferite, simile ai canti gregoriani che fanno la loro comparsa in molti dischi dei Blind Guardian), a donarci l'atmosfera cupa di una foresta irta di pericolo ci pensano i due Martin,le sei corde invece si occupano di donarci quel piccolo barlume di speranza di cui sta parlando il frontman. Un "diabolico" urlo a metà strada tra growl e scream ci riporta nel vortice del death, death ovviamente di casa Opeth, dunque ricco di influenze e di veloci incursioni in qualsiasi altro genere, come ad esempio la lunga parentesi strumentale data dal susseguirsi di break time, tanto della batteria che della chitarra, che ci conducono fino all'uscita dall'oscura foresta di Arlecchino. Un testo che è quasi una poesia, Reverie/ Harlequin Forest è il definitivo seppellimento dei sentimenti terreni del fantasma. L'amore è stato già abbandonato e stavolta si parla soprattutto della fede, di quel Dio a cui aveva giurato fedeltà, ma non era mai stato presente. Tutti quei bei discorsi sulla felicità, sull'amore, la benevolenza di un'entità creatrice e distruttrice al tempo stesso: solo menzogne. Intorno a lei solo sofferenze e malattie, i buoni, ammesso che esistessero, avevano lo stesso trattamento dei malvagi. Queste le osservazioni che la portarono al delirio, queste le motivazioni che avevano fatto vacillare la sua fede, conducendola sulla via della perdizione. Ora vagava nella foresta, come lei gli alberi succhiavano l'anima di chi li circondava, come lei avevano smesso di cercare la redenzione. 

Hours of Wealth

Hours of Wealth: apertura strumentale pacata per questo sesto brano. Anche in questo caso la vera protagonista è la musica, le parole sono quasi relegate al ruolo di linee tratteggiate, che definiscono i limiti di un'immagine sfumata, per distinguerla da ciò che la circonda. In realtà, non si può nemmeno parlare di una vera e propria introduzione, poiché la voce trova spazio solo nella parte centrale di questo brano, tutto il resto è appannaggio della musica, ed in particolare della tastiera e della chitarra. Hours of Wealth lo potremmo definire un brano acustico. In esso non vi è quasi traccia di batteria o di basso, si regge completamente sulle atmosfere create dalla tastiera e sulle melodie che le sei corde tracciano sopra questo delicato tappeto sonoro: sei minuti di arpeggi e riff delicati, ma anche questo brano presenta delle variazioni al suo interno. Una di queste modificazioni la troviamo dopo il primo minuto: il duetto acustico si sbizzarrisce in melodie ancora delicate, ma che richiamano alla mente uno dei gruppi italiani che il leader opethiano adora: i Goblin. Dopodiché ne abbiamo un'altra, che la segue a ruota: cala il silenzio, si sente solo la voce pulita di Akerfeldt, sostenuta da sporadici accordi di tastiera, quasi a segnalare l'inizio di una nuova battuta( tecnicamente parlando quindi, un accordo da 4/4), poi il canto si arresta e il suo posto viene preso dalla chitarra e dal suo emozionante solo, mentre la tastiera continua a far le veci della batteria.  Hours of wealth è narrato in prima persona. La protagonista è una persona che ha sofferto molto, così tanto che per smettere di soffrire si è isolata dal mondo: ha lasciato la sua casa, si è trasferita in un luogo lontano, dove non conosce nessuno e dalla finestra della sua nuova casa spia la vita che si svolge fuori dalle sue quattro mura. Così dice "Ho trovato un modo per allontanare me stesso dal dolore,e la febbre che mi affliggeva, se ne è andata" . Il troppo dolore l'ha portata a scappare, senza salutare nessuno; così intenso e forte da farle rinunciare a qualsiasi contatto umano per non rischiare di soffrire ancora, ma la vita chiama, è una calamita che attrae anche la più misantropa delle creature; così lei passa le giornate alla finestra, in cerca di un volto conosciuto, di un saluto, sebbene sia consapevole del fatto che in quel luogo nessuno l'ha mai vista e nessuno mai la vedrà, poiché la paura della sofferenza è più grande del bisogno di una voce amica.

The Grand Conjuration

Siamo quasi alla fine di questo viaggio, ci resta l'ultimo oscuro capitolo di questo racconto: The Grand Conjuration;  oscuro e denso , questo brano in particolare è dominato dal basso di Mendez, fin dal suo inizio. Si inizia con un ritmato dialogo tra basso e batteria, poi entrano in scena anche le chitarre sullo sfondo di un organo dalle sonorità quasi ambient. Lo strumentale cresce in intensità e in  velocità fino ad arrestarsi per una breve pausa che precede l'inizio del testo. Quest'ultimo viene cantato prima in pulito su un sottofondo di percussioni di matrice etnica, poi in growl su un continuo break , poi di nuovo in pulito. Il tema musicale cambia di nuovo, le sei corde si lanciano su un velocissimo solo, che in mezzo squarcia la densità oscura di questo brano, luminoso come un fulmine in una notte senza luna. Ecco che ritorna di nuovo l'oscurità e il growl, stavolta seguito e spezzato dal contrasto tra la sezione ritmica e le tonalità maggiori su cui invece si muovono le chitarre. Poi ancora una nuova variazione: Lopez torna a dare sfogo alla sua anima uruguaiana e si dà alle percussioni, per poi tornare nuovamente al drum set e infine abbandonarlo di nuovo, per accompagnarci al termine di The Grand Conjuration con i soli tamburi e i loro ritmi tribali e incalzanti; è un brano che gioca molto sull'inseguimento di luci ed ombre, si rincorrono, le variazioni si susseguono come impazzite, e fanno calare su di noi una coperta fatta di note e buio, esattamente come il tema portante che permea le liriche.  The grand Conjuration è un appello al signore delle tenebre, affinché doni al fantasma più potere e la possibilità di uccidere il dolore che ancora sente. In cambio, la donna si offre di aiutarlo nella sua opera di corruzione delle anime. Dov'è la congiura di cui parla il testo? Potremmo ipotizzare che sia quella dello spirito con il demonio ai danni dell'umanità. Un patto tra i due, un mezzo per lei per vendicarsi di chi le ha provocato sofferenza e per incenerire gli ultimi residui di umanità che le restano, anch'essi fonte di imperituro dolore, che l'accompagna anche dopo la sua dipartita.

Isolation Years

 In chiusura di questo ottavo lavoro in studio troviamo la melanconica dolcezza di Isolation Years: l'intro è affidato alla tastiera e alle chitarre, sommesse tracciano il delicato tema musicale che accompagnerà l'intero brano.   Inizialmente si sentono solo le chitarre acustiche poi una viene sostituita da una chitarra elettrica, infine entrambe le chitarre si elettrificano, entra la tastiera e la batteria la segue a ruota. A questo intro piuttosto lungo segue una breve pausa (il famoso silenzio opethiano), che ha la funzione di richiamare l'attenzione dell'ascoltatore e "avvertirlo" che stiamo entrando nel vivo del brano con l'attacco della voce pulita e nostalgica di Akerfeldt, assolutamente coerente con il breve testo che scandisce. Isolation Years è il pezzo più corto di tutto l'album, ed infatti siamo già giunti alla fine, Mikael tace e gli ultimi secondi  vengono occupati dallo svanire lento e delicato del tema musicale, che ci ha accompagnato sin dal suo inizio, eseguito alla tastiera. La lirica di questa ottava traccia è slegata dal resto dell'album.Essa è narrata in prima persona, parla dei sentimenti che assalgono il protagonista leggendo una vecchia lettera di una donna: Rosemary. L'uomo legge le parole scritte dalla donna, isolata dal mondo, forse prigioniera, lontana dall'uomo che amava;esse sono ricche di tristezza e amarezza, la donna è sola ed è consapevole che morirà sola. di fianco al nome dell'amore perduto c'è una sbavatura, forse piangeva, forse ha lasciato cadere la penna in preda alle lacrime.  Lo sguardo del protagonista scorre tra le righe della lettera, può percepire la sofferenza dell'autrice e la sua rabbiosa tristezza, la sua incapacità di perdonare chi le ha portato via i migliori anni della sua vita. Egli sente il desiderio di abbracciarla, sente l'isolamento di lei come se lo stesse vivendo lui, in prima persona. Nota i dettagli della calligrafia, le sbavature, ma una frase lo colpisce in particolare: " La mia ferita si sta riversando all'esterno. Riposa sulla spiaggia dell'amore".

Conclusioni

Ghost Reveries sbarca nei negozi di tutto il mondo tra il 29 ed il 30 agosto 2005. Acclamato da tutti,l'ottavo disco sarà anche l'ultimo a vedere Martin Lopez dietro le pelli. Infatti, poco dopo la sua pubblicazione, il batterista uruguaiano abbandonerà la band per l'aggravarsi del suo malessere psicologico, in seguito all'aumentata pressione lavorativa, determinata dal successo dilagante della band. Tornando a concentrarsi sull'album,bisogna dire che, ancora una volta, l'autore degli artwork presenti nel libretto è Travis Smith. Nuovamente, l'artista centra in pieno il bersaglio,condensando nei suoi disegni il contenuto dell'intero album. La copertina è, forse, la più gotica,tra quelle che possiamo ritrovare nella discografia degli svedesi: su uno sfondo nero,si stagliano,in primo piano, cinque candele accese e un lumicino. In lontananza, invece,visibile solo grazie alla luce che filtra da una finestra alle sue spalle, si può scorgere la sagoma di una figura umana. Ghost reveries è tecnicamente perfetto, la produzione, curata da Jeans Bogren, impeccabile, la qualità del suono di eccellente livello. Esso può essere definito come un "concept album a metà ", nel senso che, il suo principale autore, ha curato con maggiore attenzione la conseguenza logica musicale, piuttosto che il racconto verbale. Infatti, la storia viene narrata dalla prima alla settima canzone,l'ottava invece, per ammissione dello stesso Akerfeldt,è completamente slegata dal contesto; venne inserita solo perché il frontman ne era profondamente orgoglioso e la aggiuse anche se non aveva niente a che vedere con il racconto affrontato dai precedenti sette brani. Tuttavia, leggendo il testo di Isolation Years,appare evidente che questo non è del tutto vero. La lettera di Rosemary,infatti,  narra una vicenda molto simile a quella della donna/ fantasma della perdizione, e pertanto in qualche modo,si ricollega alle restanti liriche. L'ottavo disco fu registrato in uno stato di grazia e si sente: perfetto in ogni sua sfumatura, è sicuramente il secondo capolavoro assoluto della band, dopo Blackwater Park. Non una sola nota fuori posto,nemmeno una traccia che possa far storcere il naso. Questo lavoro in studio è puro nettare degli dei,perfetta immagine musicale di un'anima inquieta e tormentata. Sicuramente, la prima cosa che si nota ascoltando la prima traccia è una sezione ritmica potente,che richiama,inevitabilmente, alla mente i Tool. Non ci è dato di sapere se Akerfeldt li abbia incontrati,ma dato che loro avevano iniziato la loro carriera già nel 1990, ed il nostro frontman svedese è un insaziabile divoratore di musica di qualsiasi tipo, niente ci vieta di pensare che anche il lavoro dei Tool fosse giunto alle sue orecchie e l'avesse,in qualche misura, colpito e influenzato nella composizione. E che dire della chimerica The Baying of the Hounds? Una delle canzoni più riuscite tra quelle sfornate dal biondo chitarrista. Passando per la seducente e lunghissima Reverie/ Harlequin Forest,fino alla delicata Isolation Years. In sintesi,  un disco imperdibile per tutti i fan degli Opeth; un concentrato di tecnica e stile,che riprende e approfondisce,arricchendolo,il percorso musicale e lirico caratteristico di questo gruppo,tra i più originali e personali dell'ultimo ventennio, almeno per quanto riguarda la sfera rock e metal.

1) Ghost of Perdition
2) The Baying of the hounds
3) Beneath the Mire
4) Atonement
5) Reverie/ Harlequin Forest
6) Hours of Wealth
7) The Grand Conjuration
8) Isolation Years
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