OPETH

Ghost Of Perdition Live

2018 - Nuclear Blast

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
14/03/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Semmai dovesse capitarvi di fare un giro su YouTube alla ricerca di video live degli Opeth, e doveste imbattervi nell'esecuzione di "Ghost Of Perdition" al Red Rocks Amphitheater, troverete probabilmente là sotto, in mezzo ai commenti, quello di un utente che recita "Ghost of Perfection!". Ammetto che quel commento mi ha fatto sorridere, ma mi ha anche fatto scuotere la testa in segno di assenso. Perché è vero: in quell'esecuzione dal vivo c'è LA PERFEZIONE. Gli Opeth, del resto, non sono mai stati una band che tende a risparmiarsi in sede live; al contrario, ogni loro concerto trasuda tanto di tecnica sopraffina quanto di passione per la musica. Una passione forte, completa, totalizzante. Ricordo ancora con piacere quel meraviglioso DVD pubblicato dalla Roadrunner Records nel 2010 dal titolo "In Live Concert at the Royal Albert Hall"; in quel concerto fenomenale, registrato in quel di Londra nel teatro omonimo la sera del 5 Aprile 2010, gli Opeth, dopo aver suonato per intero quello che forse è il loro disco più iconico e più amato dal pubblico, "Blackwater Park", i nostri si sono prodigati in una rilettura di tutta la loro carriera, scegliendo una canzone per ogni album, in una seconda parte del concerto denominata "Evolution", che solo band di questo calibro e con questa storia possono permettersi.

Sono passati tanti anni ormai da quel concerto fenomenale; i nostri, per l'appunto, si sono evoluti, sono invecchiati, ma non si sono fatti mancare la voglia di stupire ancora. E così adesso ci ritroviamo tra le mani questo bellissimo vinile dalla copertina legnosa dal colore marroncino, e al centro un'immagine gotica che un po' richiama le atmosfere di "Ghost Reveries" del 2005. E infatti si tratta proprio del singolo di "Ghost of Perdition", indimenticata opener di "Ghost Reveries", qui riproposta in un formato 10'' per tutti i nostalgici, sia del formato in sé che di quel grandioso album del 2005, nonché per tutti coloro che si fossero persi il loro bellissimo concerto al Red Rocks Amphiteatre, registrato l'11 Maggio del 2017 e pubblicato poco più di un anno dopo dalla Nuclear Blast, il 2 Novembre del 2018 sotto il nome di "Garden Of The Titans: Live At Red Rocks Amphitheater" in diversi formati, tra cui un sontuoso cofanetto con un blue ray e due CD. Senza nulla togliere alla meravigliosa Royal Albert Hall di Londra, la location scelta stavolta dal gruppo svedese è qualcosa di ancor più sbalorditivo. Costruito nel 1906 a Morrison, dieci miglia ad ovest di Denver in Colorado, Stati Uniti, il Red Rocks è un enorme anfiteatro all'aperto costruito nientemeno che all'interno di una struttura rocciosa e può accogliere al suo interno quasi diecimila persone (per la precisione 9.525), ponendosi come una delle location all'aperto più affascinanti di sempre in cui assistere ad un concerto. E gli Opeth, ovviamente, non potevano mancare tra i grandi nomi che hanno solcato quel palco incredibile.

Il vinile con il singolo qui recensito venne pubblicato il 22 Ottobre del 2018, qualche giorno prima dell'uscita di "Gardens Of The Titans", e rappresentò un succoso antipasto per tutti i fan più sfegatati della band di Mikael Akerfeldt, nonché una valida alternativa a chi preferiva avere solo un assaggio di quello spettacolare concerto, senza dover possedere il cofanetto completo. Ma non solo: considerato anche l'esiguo numero di copie pubblicate (solo 1500, comprendenti tutti i formati), si trattava anche di una rarità da non lasciarsi sfuggire per tutti i veri appassionati della band. Il vinile comprende due lati, con "Ghost Of Perdition" sul lato A e la più recente "Sorceress" sul lato B, entrambe estrapolate dal live al Red Rocks, ed è stato pubblicato dalla Nuclear Blast in ben quattro diversi formati tra cui scegliere: "10'' pink sparkle in sleeve", l'edizione più comune, limitato a sole 700 copie; "10'' violet sparkle in sleeve", un'esclusiva per il mailorder di Nuclear Blast, limitato a 300 copie; "10'' toffee in sleeve", un'esclusiva per il mailorder statunitense di Nuclear Blast limitato a 250 copie; "10'' summer bronze in sleeve", anch'essa esclusiva a stelle e strisce del mailorder, limitata a 250 copie. Se siete tra i pochi a possedere, o che possederanno, questo autentico gioiellino, ritenetevi fortunati, perché si tratta di una vera e propria chicca per collezionisti devoti alla musica di Mikael e soci.

Ghost Of Perdition

Quelle note, quelle note! Il boato del pubblico si eleva forte nel cielo stellato del Colorado, perché tutti, all'istante, lo hanno capito: Mikael sta per intonare "Ghost Of Perdition". Dimenticarsi dell'impatto che ebbe per i miei sensi quel brano nell'ormai lontano 2005 è piuttosto difficile, anche perché, lo ammetto, "Ghost Reveries" è a tutt'oggi uno dei dischi che ascolto più volentieri in tutta la discografia opethiana. E la sua opener, con la sua straordinaria abilità di racchiudere al suo interno l'intero mondo compositivo degli "ultimi Opeth", prima che arrivasse "Watershed" a tirare una linea netta per separare il passato dal presente, la rende di fatto non solo la mia canzone preferita di tutto "Ghost Reveries", ma una delle canzoni degli Opeth a cui sono legato di più in assoluto. E il fatto che la resa live sia così maledettamente perfetta, a oltre dieci anni di distanza, non può che farmi stupire ancora della maestria di Mikael e soci come musicisti (come se ce ne fosse bisogno). Il tempo non sembra passato neanche un po', e il cambiamento importante di line-up (dato che qui ormai ci troviamo il riccioluto Fredrik Akesson al posto dello storico secondo chitarrista Peter Lindgren) sembra incidere poco sulla resa musicale del brano. Tutto è rimasto intatto, esattamente come tanti anni fa: la violenza sonica del combo, le atmosfere vagamente gotiche coadiuvate da continui e azzeccatissimi cambi di tempo, la struttura fortemente progressive che preparava il terreno per ciò che sarebbe arrivato dopo, e soprattutto quella magica e avvolgente parte acustica centrale, che resta a mio parere una delle migliori mai composte dagli Opeth nella loro carriera. E non dico che qui sia uscita fuori persino meglio dell'originale, ma tuttavia è innegabile come la spontaneità e la freschezza del contesto live doni al brano un sapore nuovo e ancora più ghiotto: il suono dell'acustica è più squillante, più reale, più "vivo", mentre la voce di Mikael sembra perdere parte della sua profondità e divenire qui ancora più eterea e celestiale, mentre i suoni elettrici della sua chitarra sono qui più caldi e ovattati, adombrando il brano di un'impronta blues che è impossibile non apprezzare. Il pubblico ascolta rapito e in religioso silenzio, finché l'assolo di Akerfeldt non si chiude e la batteria di Joakim Svalberg autorizza il libera tutti, e l'intero Red Rocks si alza in un'ovazione di fantozziana memoria, tanto sentita quanto strameritata. Gli Opeth hanno definitivamente piazzato la loro bandiera e conquistato il palco del Red Rocks Amphiteater. Come se ci fosse qualche dubbio a riguardo.

Sorceress

Sarà che sono rimasto (orgogliosamente, aggiungerei) uno dei fan della vecchia guardia, quelli duri e puri che ancora ricordano con stupore la prima volta che hanno ascoltato le note magiche di "Orchid" e che ogni tanto dimenticano che Nordin e DeFarfalla non sono ormai più nella band da un pezzo; fatto sta che non ho mai apprezzato particolarmente il nuovo corso della band da "Heritage" in poi, e di questo andazzo men che meno ho apprezzato "Soreceress": mi è sempre sembrato forse il disco più debole e meno ispirato di tutta la discografia opethiana, quasi fosse un esperimento che il buon vecchio Mike ha voluto tentare per vedere come sarebbe suonare un disco che suonasse al 100% progressive rock vecchio stampo, ma mantenendo, al contrario di Heritage, un approccio decisamente moderno alle composizioni. Un modo di fare che, sinceramente, mi è sembrato "molto Akerfeldt e poco Opeth". Tuttavia, devo ammettere che, una volta rimossa la title track "Sorceress" dall'insieme dell'album e inserita nel contesto live, le cose cambiano, e non poco. Già dallo spumeggiante attacco iniziale di batteria, la traccia in questione sembra semplicemente perfetta per essere suonata dal vivo: le intense geometrie tastieristiche iniziali sono l'ideale per rappresentare sul palco visioni allucinogene, in un balletto tra Axenrot e Svalberg davvero da manuale, fino al trionfale ingresso del riff distorto di Mikael. Che in questo caso, bisogna dirlo, fa davvero l'effetto di un'oasi in un deserto: dal momento che "Sorceress" non si può certo definire come un brano dei più metal del combo svedese, assistere all'interruzione degli strumenti per far spazio a una chitarra pesante, grossa e distorta, cosa che qui si nota decisamente di più rispetto alla rifinita versione su disco, non può che elettrizzare un pubblico già in visibilio. E infatti, rispetto alla precedente "Ghost Of Perdition", qui gli spettatori del Red Rocks sembrano decisamente più attivi e partecipativi, tanto che non è affatto raro ascoltare cori e anche qualche urletto qua e là, prima che Mikael inizi a cantare; a mio parere, ciò è dovuto al fatto che "Ghost" rappresentasse più una traccia legata al passato della band, di quelle da assaporare in religioso silenzio, mentre "Sorceress" è una bambina nata da poco che si può spupazzare a proprio piacimento, anteponendo anche il divertimento al mero ascolto. Ascolto che, anche per noi seduti comodamente a casa con il vinile nel giradischi, scorre in modo più che piacevole, e che personalmente mi ha sorpreso e mi ha fatto preferire di gran lunga questa versione live a quella sull'album; anche perché questo divertimento del pubblico sembra diventare anche quello di Mikael, che qui, sapendo di suonare uno dei suoi pezzi composti più di recente, si lascia andare a guizzi creativi nell'esecuzione degli assoli e mette da parte l'ingessatura che un po' lo caratterizza quando cerca di eseguire alla perfezione quei brani che, invece, ha composto più di dieci anni fa. "Sorceress" continua a non essere tra i miei brani preferiti degli assi di Stoccolma, ma qui devo ammettere che sono stati spettacolari e mi hanno fatto desiderare ancora di più di trovarmi anche io lì, in mezzo a quella folla urlante, ad alzare le corna al cielo e a godere della loro musica straordinaria.

Conclusioni

Li ho amati per un numero ormai ragguardevole di anni, ascoltandoli spesso ogni volta che me ne sentissi la voglia (e la mancanza); ho ammirato ogni loro videoclip e un gran numero di concerti, fino a vederli finalmente dal vivo in tempi (purtroppo) recenti; ho acquistato ogni loro album e indossato le loro magliette e i loro gadget; insomma, ho diligentemente fatto ogni cosa che un vero buon fan degli Opeth ha fatto, o dovrebbe fare; ed è così che, in tutti questi anni, di loro ho capito soprattutto tre cose:

Punto primo: gli Opeth sono dei dannati animali da palcoscenico. Lo dico con cognizione di causa, sia perché io stesso ho avuto la fortuna di ammirarli dal vivo all'Alcatraz di Milano, sia dopo aver visto con quanta nonchalance hanno dominato il palco del Red Rocks Amphitheater. Senza prendere in considerazione le spettacolari battute umoristiche che il mastermind Mikael Akerfeldt esce fuori dal cilindro ogni santa volta (e che già da sole varrebbero l'acquisto del biglietto), i concerti degli assi di Stoccolma sono qualcosa di straordinario. Dalle splendide coreografie di luci e proiettore, fino alla chirurgica precisione di ogni riff, anzi, di ogni singola nota, quando suonano live gli Opeth non si risparmiano mai e non ce n'è per nessuno. E se lo spettacolare concerto all'imponente Royal Albert Hall, già citata nell'introduzione, lo ha dimostrato in pieno, questo live al Red Rocks non fa che confermare con maggior vigore che qui, davvero, non ce n'è per nessuno. Punto secondo: la storia degli Opeth, di album in album, ha avuto una vera e propria evoluzione naturale. Qualunque fan degli Opeth lo sa bene e, se ci fossero dubbi a riguardo, basterebbe andarsi a vedere la seconda parte del concerto che ho citato poco fa alla Royal Albert Hall, dove hanno rappresentato con una canzone per disco tutta la loro "evoluzione". Come già scrissi nella recensione sull'ultimo e ottimo "In Cauda Venenum", non serve aver letto "Le Stagioni della Luna" (l'approfondita biografia opethiana redatta da Filippo Pagani e Eugenio Crippa) per sapere che l'evoluzione stilistica e la carriera della band svedese si sono distinte principalmente in quattro fasi: "Fase antica" (1995 - 1996), con i due capolavori assoluti e immortali "Orchid" e "Morningrise", tanto acerbi quanto ispirati; "Fase di mezzo" (1998 - 2001), con le atmosfere ancestrali fin troppo sottovalutato "My Arms Your Hearse", la svolta progressive di "Still Life" (che ha delineato una volta per tutte il tipico sound opethiano) e il successo commerciale di "Blackwater Park"; "Fase moderna" (2002 - 2008), con l'esperimento del doppio album "Deliverance" / "Damnation", due facce della stessa medaglia che rappresentavano rispettivamente l'anima più violenta e quella più dolce della band, poi il bellissimo "Ghost Reveries" del 2005 e infine, dopo il sofferto abbandono del batterista Martin Lopez prima e del chitarrista Peter Lindgren poi, all'ultimo album propriamente metal della band, "Watershed" del 2008, che già dal titolo si poneva come lo "spartiacque" tra il passato e il futuro della band; "Fase contemporanea" (2010 - 2019), quella che dura tutt'ora, in cui ormai gli Opeth si sono sostanzialmente trasformati in una band a immagine e somiglianza del loro leader maximo Mikael Akerfeldt, abbandonando quasi del tutto il metal e trasformandosi sostanzialmente in un gruppo progressive rock. Punto terzo: Mikael Akerfeldt è un musicista dannatamente "vintage". E questo non si nota solo dalla sua passione smodata per il progressive anni '70, e in particolare quello italiano di band come Goblin e Premiata Forneria Marconi, ma anche nella sua passione per il giradischi, per il suono inconfondibile del vinile e per il collezionismo d'altri tempi, cosa che lo ha portato a riempire presto il suo appartamento di tante piccole gemme da scoprire e riscoprire.

Stabiliti questi tre punti, non mi meraviglia per nulla come Mikael abbia deciso di pubblicare questo bel vinile 10'', perché in un colpo solo racchiude tutto ciò che ho detto prima: valorizzare il formato del vinile, valorizzare la propria potenza in sede live e, non da meno, valorizzare la propria evoluzione, con quei dischi meno citati e forse meno amati dai fan, ma non per questo meno belli. E infatti "Ghost of Reveries" non è solo un disco che andava riscoperto, ma anche valorizzato, perché ancora oggi, a quindici anni di distanza dalla sua pubblicazione, certe sue canzoni come "Ghost of Perdition" restano tra le vette più inarrivabili nella discografia degli Opeth più moderni. Purtroppo immagino che la maggior parte di noi non avrà avuto la fortuna di vederli dal vivo in quel di Morrison, ragion per cui vi consiglio due cose: 1) andate a recuperarvi i DVD del live "Garden of the Titans" o, perlomeno, i video del concerto su YouTube: vi assicuro che assisterete a qualcosa di unico e realmente spettacolare; 2) se siete dei veri fan, e ovviamente se ci riuscite, in caso ci fosse ancora disponibilità, procuratevi una copia di questo bellissimo vinile, perché di chicche così non se ne trovano tutti i giorni.

1) Ghost Of Perdition
2) Sorceress
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