OPETH

Deliverance

2002 - Music for Nations

A CURA DI
SOFIA COLLU
01/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Il mese scorso abbiamo lasciato gli Opeth all'alba dell'uscita di Blackwater Park, e da lì dobbiamo riprenderli perché le cose sono molto cambiate dopo la firma del contratto con la Music for Nation, e la pubblicazione del loro capolavoro contribuisce a farle cambiare ancora trascinando la band nel vortice del music business, che se da una parte porta ai quattro i meritati riconoscimenti, dall'altra trascina il loro frontman sul ciglio dell'esaurimento nervoso e l'intera band rischia di sciogliersi, ma andiamo per gradi. Il 27 febbraio 2001 Blackwater Park arriva nei negozi europei e statunitensi, ed è proprio negli USA che il disco riceve la migliore accoglienza, tanto che neanche un mese e mezzo dopo gli Opeth, che fino ad allora avevano stentato ad ottenere qualche sporadica data per suonare dal vivo, vengono ingaggiati per un tour al fianco degli Amorphis (gruppo finlandese folk metal/progressive death metal attivo dal 1990) e subito dopo come band di supporto per il tour dei Nevermore. In entrambi i casi l'asse uruguaiano-svedese riscuote più successo delle blasonate band a cui fa da spalla. Terminati i due tour in suolo americano, li aspetta un lungo tour nel vecchio continente, per un totale di 22 esibizioni nell'arco di un mese , accanto agli amici Katatonia e agli italiani Novembre, capeggiati da Carmelo Orlando. Quest'ultimi devono l'inaspettato colpo di fortuna ai litigi che avvengono tra gli Opeth e gli statunitensi God Forbid, rei di non aver riconsegnato alla Premier Business Services, in New Jersey, la strumentazione del quartetto svedese, impedendo così ad Åkerfeldt e soci di provare fino a un paio di settimane prima dell'inizio del tour: " La nostra richiesta era molto semplice: che fine ha fatto la nostra batteria? Non è arrivata. Non so di chi fosse la colpa; i God Forbid sostenevano di non essere i responsabili dell'accaduto, ma alla fine non mi importava più nulla. Il fatto è che nel frattempo avevo avvisato etichette e booking agency del fatto che li volevamo al nostro seguito, ma questo favore era ricambiato solo con dei problemi. Fummo costretti ad imporci e dir loro che non potevano comportarsi così con noi". Questa è la sintetica spiegazione di Mikael dell'accaduto; fuori dunque i God Forbid e sul carrozzone salgono i romani Novembre, che grazie a questa colpo di fortuna hanno l'occasione di farsi conoscere ulteriormente e di sponsorizzare il loro ultimo disco : Novembrine Waltz. Il 5 dicembre 2001 Akerfeldt, dopo l'esibizione al Club Rios di Bradford (UK), riceve la visita inaspettata di David Isberg e Jonas "Skinny" Kangur (bassista dei Deathstar); Mikael e Peter Lindergreen però non possono dedicare molto tempo al fondatore degli Opeth, dato che con loro c'è Andy Farrow, boss della Nothern Agency Company e loro futuro manager, che senza tanti giri di parole fa capire ai due svedesi che sono stati sfruttati e truffati fin dall'inizio della loro carriera; notizia sconvolgente , ma non troppo. I due traghettatori degli Opeth non sono interessati al business, a loro interessa solo che la loro musica venga diffusa e se possibile apprezzata, che ci pensino i manager alle scartoffie, in fondo, sono pagati per quello. Dopo mesi di tour, alla fine del 2001,  i quattro possono finalmente tornare a casa e rilassarsi, ma non per molto: il 5 dicembre dello stesso anno i quattro sono un'altra volta a Londra per incontrare Andy Black, capo indiscusso della MFN; l'incontro non va come sperato: il budget è limitato, non si può sforare, se Akerfeldt vuole incidere due dischi dovrà farlo con lo stesso tempo e gli stessi soldi che la label gli mette a disposizione per uno solo. Appena un paio di mesi dopo, nel Febbraio 2002, si riparte, destinazione Unisound Studios di Dan Swano insieme a Renkse e Nystrom dei Katatonia per incidere il frutto del loro progetto parallelo che porta il nome di Bloodbath; progetto nel quale il cantante e chitarrista svedese non crede neanche un po', tanto da limitarsi a incidere le voci e tornare a casa, ma le voci corrono e tutte le etichette MFN compresa lo chiamano per avere notizie " La MFN mi ha chiesto: perché non ci hai detto nulla? Semplice: non voglio una sorta di "band parodia" sulla mia stessa label!" . Nell'aprile 2002 gli Opeth entrano in studio di registrazione, la fiducia inizialmente riposta negli Nacksving Studios scompare rapidamente di fronte all'evidente inettitudine del giovane fonico che li attende, niente va come previsto: il biondo frontman, sempre più stanco e provato, rischia un crollo psicologico durante  le sessioni di registrazione, mentre cerca disperatamente di non far affondare la barca e di porre rimedio agli errori innumerevoli del fonico "Una volta arrivati ci volle poco a capire che avevamo a che fare col più grande coglione sulla faccia del pianeta." raccontò Akerfeldt durante un'intervista " Non sapeva nulla dei suoi Studi, un totale incompetente. Ogni singolo giorno delle prime quattro settimane di seduta fu speso nel constatare una lunga serie di inconvenienti tecnici che lui non era in grado di gestire. Non era capace di settare i suoni, potevamo solo affidarci al nostro udito". Una situazione che avrebbe fatto saltare i nervi anche all'uomo più rilassato e riposato del pianeta, tanto che, dopo un mese, i quattro, giunti al limite della sopportazione, lasciano gli studi ben decisi a non farci più ritorno. Il travagliato parto di Deliverance viene finalmente portato a termine nei familiari Fredman  Studios, i nastri sono pieni di imperfezioni, ma per fortuna le tracce sono state registrate. Gli svedesi tirano un sospiro di sollievo: quel mese di deliri non è stato vano! Esaurita la premessa storica, non ci rimane che inserire il cd e farci travolgere dalle sei tracce di Deliverance, che così come il gemello Damnation (che uscirà qualche mese dopo, esattamente nella primavera del 2001) è dedicato alla nonna di Akerfeldt, deceduta improvvisamente a causa di un incidente, mentre il nipote si trovava in tour in terra anglosassone. A lei si riferiscono tutti i testi, anche non in modo esplicito ovviamente; in questo disco la scrittura del frontman svedese è criptica e allegorica, sorvola sui suoi problemi personali, cosicché ognuno sia libero di vedere ciò che preferisce nelle liriche quasi mistiche degli Opeth.

La "Liberazione" ha inizio con Wreath, letteralmente traducibile con Corona o Ghirlanda. L'apertura della prima traccia viene affidata a Lopez e alla sua batteria, pochi colpi decisi di rullante e grancassa che coprono all'incirca una battuta, un "Uh" in growl dà il via alle chitarre seguite a ruota dall'inizio del cantato. Terminata la prima strofa assistiamo alla prima variazione musicale, segnalata in primis dal cambio della batteria: il ritmo rallenta, la batteria si limita al solo rullante, le chitarre si fanno più melodiche. Solo il growl rimane invariato, dando continuità tra la prima e seconda strofa della lirica. Al termine di quest'ultima assistiamo a una brevissima parentesi strumentale, poi il canto riprende di nuovo per  lasciare nuovamente spazio alla chitarra e al suo solo inizialmente lamentoso e melodico, poi via via più simile a un lungo "fischio". Man mano alla sei corde tornano ad unirsi gli altri strumenti, per uno intermezzo corale, che porta alla ripresa del canto e di nuovo a una parte strumentale, di cui stavolta il protagonista è Lopez, che si sbizzarrisce in un solo di percussioni tribali; una piccola parentesi di musica etnica che dà respiro al brano e a noi che lo ascoltiamo. Siamo solo all'ottavo minuto, ne restano ancora tre abbondanti, per la gioia di coloro a cui mancavano i brani lunghissimi che da sempre caratterizzano questa band. La parentesi di tamburi tribali scema lentamente, mentre le chitarre iniziano a farsi sentire, prima sommessamente, poi prendono il sopravvento con riff melodici degni del miglior heavy anni 80, che ci porta dritti verso la ripresa del growl e una nuova variazione del tema musicale. Tale variazione si protrarrà fino alla fine di questa ghirlanda di libagioni ghiotte e bacche velenose, e dato che è un ciclo, essa si chiude così come è iniziata : con un "Uh" in growl e l'ultima battuta affidata alla batteria di Lopez. Il testo paragona la vita a una spirale di eventi ineludibili, un continuo alternarsi di gioie e dolori, in un ciclo senza fine. Un ciclo che appare come un incubo che periodicamente si ripete, torna appena ti illudi di essertene liberato. Non esiste scampo, né luogo sicuro in cui rifugiarsi. La vita è un ciclo, per ogni gioia che ti concede arriva un dolore, una delusione, una battuta di arresto che ti impone di fermarti e riflettere sulle tue azioni e sulle loro conseguenze. La percezione distorta che dà vita agli incubi notturni diventa improvvisamente reale, e ciò che credevi un brutto sogno ti trascina nel suo vortice di disperazione e rimpianti. Il protagonista, colpito dall'ennesima ferita che la vita gli ha inferto,  ha voglia di lasciarsi andare, prendersi una pausa da tutto, ma non può, il dovere lo chiama, con la morte nel cuore egli è costretto a vivere e tenere fede ai propri impegni nonostante tutto. Gli argomenti lugubri, tristi, non sono ammessi, non c'è spazio per questo in un mondo che corre veloce; se resti indietro sei perduto, e così riparti, ti fai forza e vai avanti in qualche modo in attesa che il tempo curi le ferite, e soprattutto che la ruota della vita continui a girare portando momenti più felici. Si prosegue con la title track, Deliverance , la liberazione, o la redenzione se preferite. Essa è la canzone più riuscita dell'album e , con i suoi 13 minuti e 36 secondi, è la seconda anche per durata. La deriva, questo il significato del titolo, si apre decisa con gli effetti delle chitarre e Lopez che picchia duro su doppia cassa e rullante; è un intro in pieno stile death che dura una manciata di secondi, prima che all' orchestra si unisca il growl del frontman. Tuttavia anch'esso non dura molto: neanche il tempo di abituarsi a questo inizio deciso, che già troviamo la prima variazione a 360 gradi: il ritmo sostenuto si placa di colpa, le chitarre aggressive si fanno più melodiche e sommesse, la voce diviene pulita, in lontananza si sente solo un sommesso charleston e qualche colpo di cassa. Ad essa segue un nuovo colpo di coda strumentale: la batteria e le chitarre si fanno più aggressive per poi placarsi nuovamente, accompagnando il canto pulito e quasi sussurrato. Siamo appena al terzo minuto, ma Deliverance cambia ancora,  per riprendere il tema iniziale incluso il growl, e lo fa grazie alle chitarre e alla batteria che sfoderano nuovamente la loro cattiveria con riff che potrebbero tranquillamente stare in un disco thrash, prima di riassestarsi sulle linee death d'inizio canzone. Solo poche frasi in growl e poi c'è di nuovo spazio per un solo di chitarra dal sapore arabeggiante che come un'onda ci porta di nuovo verso lo scoglio growl, per poi concederci un attimo di tregua con il caldo pulito, poi ancora la tempesta, e di nuovo una breve calma, in un continuo ondeggiare tra cattiveria death e melodiche carezze vocali. Una deriva dei sensi che ci porta verso una nuova variazione tematica, segnalata da un silenzio brevissimo prima che il ritmo cambi nuovamente e la sezione ritmica ci guidi verso un groove incalzante, un canto scandito, intervallato da lunghe pause tra una parola e l'altra , sottolineato dalla doppia cassa e seguito a ruota da un assolo che risente dell'influenza della recente scoperta delle melodie arabiche da parte del suo compositore. Un solo emozionante, parentesi idilliaca di questa barca che viene sballottata ovunque. Non è ancora finita, è nuovamente tempo di cambiare, e lo si fa con Lopez e la sua batteria, protagonista di un solo di percussioni incalzante, accompagnate in sottofondo dalle linee arabiche delle sei corde, con un risultato sonoro affascinate e quasi inquietante allo stesso tempo, che ci accompagna fino alla fine di questo piccolo capolavoro opethiano. Oltre ad essere una canzone musicalmente complessa, come sempre il testo non è da meno. "Redenzione" o " Liberazione", chiamatela come preferite, le traduzione possibili di Deliverance sono tantissime, è forse la lirica con il riferimento più esplicito al recente lutto subito. Un testo lungo quanto la canzone stessa, una vera rarità per gli Opeth. Esso inizia parlando del senso di smarrimento che prova il protagonista alla brutta notizia che ha appena ricevuto e che lo colpisce come un fulmine a ciel sereno. Una di quelle morti improvvise, apparentemente prive di senso; non si è mai pronti per un evento del genere, tanto più che si accompagna alla consapevolezza di un altro lutto imminent,e quella del nonno malato di cancro, ma quest'ultima, forse, è più accettabile, se non altro dà il tempo di prepararsi psicologicamente. Akerfeldt è dilaniato dallo smarrimento, dal senso di colpa per essersene andato convinto che al suo ritorno avrebbe trovato tutto ciò che aveva lasciato. Egli cerca la redenzione nella musica, nel dedicare ogni traccia di questo album all'anziana donna che ha lasciato da sola ad occuparsi del marito malato, ma è fin troppo consapevole che questo non sarà sufficiente a farlo star meglio, né tanto meno a redimerlo. Il ricordo di lei è un "tuono penetrante" un suono che lacera qualsiasi protezione in chi egli cerchi di rifugiarsi. Lei diviene angelo, mentre lui si sente un demone, annegando nel suo stesso dolore cerca la salvezza , ma più lotta e più vede allontanarsi l'agognata redenzione.  Proseguendo troviamo A fair Judgement, brano soft il cui primo minuto viene affidato al pianoforte. La parentesi pianistica si esaurisce in una pausa (il silenzio che ormai conosciamo bene) da due quarti, a segnalare che A fair Judgement sta per entrare nel vivo. Infatti, poco secondi dopo, ci giunge la voce pulita del biondo leader accompagnata dal charleston e da pochi colpi leggeri sulla cassa, i pochi accordi alla chitarra rimangono in sottofondo, quasi impercettibili, così come la sezione ritmica. La voce tace e lascia spazio a un crescendo musicale che ben presto si placa e torna a farsi sommessa  con l'inizio della seconda strofa, finita la quale assistiamo a un nuovo crescendo. Tuttavia, anche questo ha vita breve, termina all'improvviso al suo posto resta il silenzio. La pausa dura pochi secondi, ed è essenziale in questo frangente; essa ha la funzione di prepararci ad ascoltare un etereo solo di chitarra, eseguito a un volume così basso da non permettere alcun tipo di distrazione all'ascoltatore. Poi riprende ancora una volta la voce, poche frasi delicate con un sussurro, per poi lasciar spazio a un nuovo brevissimo guitar solo che ci trasporta verso il crescendo strumentale, che raggiunge l'apice con il più bel solo di chitarra presente nell'intero disco. Assolo che viene messo a tacere da una nota al pianoforte, che dà il via a una nuova parentesi cantata, ma stavolta accompagnata esclusivamente da poche noti gravi al piano, a cui segue una variazione dal sapore sabbathiano almeno all'inizio, perché poi anche questo si trasforma mentre la canzone volge al termine. Il tempo richiama alla mente il doom, la sezione ritmica solida, le sei corde che eseguono riff dall'atmosfera "satanica" di matrice indefinita, poiché starebbero bene in qualsiasi sottogenere estremo del metal; con questa chiusura oscura termina anche la terza traccia, lasciandoci alla delicata traccia seguente. Testo piuttosto breve per questo brano, che infatti è in gran parte strumentale. Esso è una riflessione amara su quello che chi insegue i propri sogni ad ogni costo è costretto a sacrificare. Mikael riflette sul fatto che mentre la nonna, a lui così cara, esalava il suo ultimo respiro, lui era lontano per lavoro, per inseguire i suoi sogni, dimenticandosi di tutto ciò che aveva lasciato a casa. Riflette e prende coscienza di tutto quello che ha dato per scontato o ha ignorato per poter ottenere i riconoscimenti tanto agognati. Egli, per inseguire la gloria, ha dimenticato i consigli, ha trascurato i suoi cari, ha ottenuto il riconoscimento che voleva, ma a quale prezzo? E' tornato a casa e l'ha trovata vuota. Un'immagine forte, che porta con sé una domanda implicita : " Ne è davvero valsa la pena?". Non abbiamo una risposta e mai l'avremo, ma il trasporto con cui lo svedese interpreta le sue stesse parole ci lasciano pensare che il rimpianto e il senso di colpa per essersi perso quel momento sia anche più forte della gioia di vedere finalmente i suoi sforzi venire adeguatamente ricompensati. Scavalliamo la prima metà del disco e ci troviamo di fronte la quarta traccia: For Absent friends, altro titolo che non necessita di traduzione. Essa rappresenta un omaggio all'omonima canzone contenuta in Nursery Cryme dei Genesis ( disco datato 1971, anno in cui la formazione vedeva Phil Collins seduto dietro la batteria, Peter Gabriel alla voce e Steve Hachett alle chitarre), senza prendere in prestito nient'altro a parte il titolo. La terz'ultima traccia della sesta fatica opethiana è il brano più corto dell'intero disco: appena due minuti e una manciata di secondi, niente al confronto delle altre che si assestano su una media di dieci minuti ciascuna; inoltre è l'unico strumentale presente. For absent friends giunge alle orecchie dell'ascoltatore come una breve parenesi di pace, la famosa "calma prima della tempesta". Anche in questo caso le chitarre, rigorosamente acustiche, dominano l'intero brano. For absent friends, dicevamo è uno strumentale acustico, o meglio, semi- acustico, dato che una delle due chitarre è elettrificata. L'acustica sostiene l'elettrica sostituendo la sezione ritmica, mentre l'elettrica si esprime sul riff delicati e brevi soli blueseggianti, questo brano delicato dà una boccata di ossigeno a chi lo ascolta. Due minuti e qualche secondo di riff delicati e accordi acustici, prima che sulle orecchie di chi ascolta si abbatta una tempesta sonora che porta il nome di Master's Apprentices. L'influenza che i Morbid Angel hanno avuto sull'autore di tutti i lavori opethiani si sente benissimo in questa traccia, caratterizzata da  un intro dal sapore quasi thrash, almeno per quanto riguarda le sei corde. Quattro giri accompagnati da un precisissimo lavoro di doppia cassa e poi il pezzo entra nel vivo con l'inizio del growl. La prima vera variazione sensibile la incontriamo circa due minuti dopo l'inizio del brano: resta la doppia cassa, si modificano i riff alla chitarra, l'intera parentesi strumentale che fa da ponte tra la seconda e la terza strofa sembra un continuo susseguirsi di break time ; una modalità di esecuzione che si mantiene costante fino al cambiamento successivo. Il ritmo e la velocità rallentano sensibilmente, le chitarre si fanno più melodiche così come il canto, che diviene pulito, per poi essere nuovamente sostituito dal growl. Tuttavia, anche quest'ultimo è destinato ad essere nuovamente messo da parte, siamo infatti arrivati al secondo cambio di rotta: la batteria diventa solo uno sfondo, così come la sezione ritmica, persino le sei corde rallentano e abbassano il volume fino quasi a scomparire; il ruolo centrale spetta alla voce pulita e melanconica di Akerfeldt, sostenuta dai cori del fedele Lindergreen. Sette minuti sono già passati, ne restano altri tre densissimi: poche parole in cavernoso growl e poi ecco che le chitarre si lanciano in un velocissimo assolo (ovviamente se paragonato al resto del brano) heavy metal, per poi trasformarsi in un dialogo tra gli strumenti di Peter e Mikael, mentre l'urlo growl di quest'ultimo sale e si fa spazio per lasciare infine la parola al denso finale strumentale. Master's apprentices è quasi una poesia, al suo interno troviamo anche una frase che riprende il titolo della canzone precedente. Il suo testo è una riflessione o per meglio dire una descrizione piuttosto dettagliata sulla consapevolezza di chi ha una sola certezza, quella che prima o poi morirà. Il compositore e traghettatore degli Opeth in un certo senso si apre con i suoi fan, racconta loro di come la ferita per la perdita della nonna si stia lentamente rimarginando: il dolore si sta attenuando, la vita continua, ma lei è una presenza costante, come una voce che lo chiama o una stella che illumina il suo cammino e guida i suoi passi. Un testo per certi aspetti anche positivo, se non fosse per il fatto che questo lutto improvviso che ha colpito la famiglia del biondo leader l'ha anche reso consapevole che, qualunque cosa faccia e farà in futuro, c'è solo un unico destino ineludibile che attende ognuno di noi: la morte. Ciò che siamo stati, dice con spietata lucidità , sarà solo "un involucro morto e svuotato lasciato alle spalle" .Siamo giunti alla fine del sesto lavoro in studio degli Opeth.  Deliverance si chiude con By the Pain I dee in Thermos, che con i suoi 13 minuti e 50 secondi è la canzone più lunga del disco.  By the Pain si apre con una chitarra distorta in lontananza per quattro giri, poi , con l'ingresso della batteria, anche le chitarre si avvicinano facendo apprezzare meglio i loro riff, per un groove globale trascinante, dettato dal precisissimo lavoro di Lopez con il doppio pedale e non solo. Un "Ah" in growl segna un cambiamento nella ritmica, le sei corde si fanno più veloci, ancora una volta il tempo dettato da Lopez sembra quasi un ripetersi di break velocissimi, fino alla classica pausa opethiana, che ci segnala una variazione globale della struttura musicale di quest'ultima traccia. Infatti, quando la musica riprende, una manciata di secondi dopo, tempo e ritmo sono notevolmente rallentati, le chitarre sostengono la voce sporcata di Akerfeldt ( il quale si esibisce con una modalità che è a metà strada tra il pulito e il growl),con leggeri arpeggi. Ancora non son passati due minuti dal suo inizio che By the Pain I see in Others varia di nuovo: Lopez torna a picchiare sulla sua batteria con cattiveria, velocizzando notevolmente il tempo, il canto diventa un chiarissimo e cavernoso growl, le chitarre riacquistano velocità e aggressività, regalandoci una brevissima parentesi puramente death, per poi rallentare nuovamente come a sottolineare l'importanza dei contenuti espressi dalla voce e di nuovo tornare a correre. Corsa che peraltro termina presto, perché è giunto il momento della terza modificazione. Il tempo si ferma, i riff della chitarra appaiono nuovamente lontani, ma riprende il growl e con esso veniamo nuovamente scaraventati in un'intrigante commistione tra il thrash e death, tra doppia cassa velocissima e precisa, una sezione ritmica solida, ma a malapena percettibile, e i riff prima brevi e quasi ritmici, che si rivoltano su loro stessi trasformandosi in un acuto guitar solo, brevemente interrotto dal growl, ma che riprende subito dopo il termine di quest'ultimo. Il solo si esaurisce, il tempo rallenta nuovamente e quello che rimane è una chitarra che suona la polka e l'altra che, grazie ai suoi effetti, simula un flauto in lontananza, mentre Mikael canta poche parole con voce pulita. Ancora una pausa per riprendere fiato e avvisarci che stiamo per assistere a un nuovo mutamento: riprende il growl, il tempo è lento e tra una strofa e l'altra c'è anche tempo per un breve solo di percussioni. Se pensate che sia finita, vi sbagliate di grosso: abbiamo appena oltrepassato la prima metà del brano, c'è tutto il tempo cambi tematici adatti a ogni tipo di gusto. C'è lo strumentale heavy che si disperde nel growl e nelle atmosfere death che lo accompagnano, c'è persino un lunghissimo silenzio che vi fa pensare " Ok è finita", e invece no, dopo quasi due minuti di silenzio, a soli 40 secondi dalla fine, By the pain i see in Others riprende con un inserto arabeggiante che ricorda ( e forse lo è davvero) i canti dei muezzin che richiamano i fedeli alla preghiera. Il testo si può riassumere nel ritornello: "ribellati alla sottomissione". Esso cerca di confutare una delle frasi universali che potrete sentir dire da chiunque, "non cambia mai nulla". Lirica a tratti ambigua , l'autore si rivolge alla sua interlocutrice, pregandola di dargli una possibilità, di lasciarlo tentare nell'impresa di capire quello che lei si tiene dentro. By the Pain I see in Others potrebbe sembrare una canzone d'amore, la preghiera di un corteggiatore alla sua amata affinché le conceda una possibilità. In realtà, sappiamo che tutto il disco è dedicato alla nonna appena deceduta, e tutti i testi presenti in esso in esso sono in qualche modo legati a lei, anche se non in maniera esplicita. Alla nonna si rivolge Akerfeldt, o meglio al suo ricordo, all'affetto che lei le ha dato e che adesso è venuto a mancare. "Sono ancora sotto terra" dice , una frase che significa tutto e nulla, lei è morta e con lei una parte di lui, soprattutto perché era lontano quando lei ha esalato l'ultimo respiro. Una canzone che porta con sé, come quasi tutto il disco, una velata nota di malinconia e dolore che il frontman prova ripensando ai momenti vissuti, ma soprattutto a quel che ha perso, quella parte che ha seppellito insieme alla persona che dalla sua vita se ne è andata non tornerà mai più, giace immobile sotto la terra fredda e morta.

Deliverance esce il 12 novembre 2002, è già pronto anche Damnation, ma la MFN preferisce tenerlo in stand-by fino alla prossima primavera. L'accoglienza è ottima anche per questo lavoro, ma gli Opeth hanno fatto il passo più lungo della gamba: tutto il mondo Opeth, dalle canzoni alle interviste, passando per i rapporti con label e booking agency, si regge sulle spalle di Akerfeldt, il quale, senza che nessuno riesca a rendersene conto, sta crollando sotto la crescente pressione a cui è sottoposto, trovandosi al limite dell'esaurimento nervoso. Limite sottile e pericolosissimo, soprattutto per una band come gli Opeth che si trova in quel limbo a metà strada tra l'underground misconosciuto e il mainstream, lingua di terra di nessuno in cui un solo passo falso può compromettere per sempre la tua carriera e in cui non sono consentite pause. Fortunatamente, Mikael può contare su Lindgren, il suo braccio destro, incapace di accorgersi cosa stia accadendo all'amico, ma ormai esperto di interviste e nell'arte di mercanteggiare con i manager. L'altra fortuna del frontman svedese si chiama Pet Wiberg ( futuro tastierista degli Opeth), che sembra essere l'unico in grado di accorgersi del crollo psico-fisico di Akerfeldt e lo aiuta a rimettersi in sesto; sono passati 13 anni, gli Opeth ci sono ancora quindi, evidentemente, qualsiasi cosa abbia detto Wiberg ha funzionato. La copertina di Deliverance porta ancora una volta la firma di Travis Smith, che ancora una volta trascrive i suoni e le parole in immagini e lo fa disegnando una stanza con due figure anziane: quella di un uomo riflessa nello specchio e il corpo di una donna illuminata dall'unico raggio di luce, presente nell'immagine, vicina a un letto, riferimenti tutt'altro che casuali. Deliverance è il secondo disco che gli Opeth producono per la MFN, e servendosi dell'aiuto di Steven Wilson. Stavolta anche un altro musicista e ingegnere del suono li aiuta, Andy Sneap, al quale i quattro si rivolgono per mixare, masterizzare e  ripulire il demo dalle impurità causate dalla scarsa professionalità del fonico dei Nacksving Studios, presso cui avevano registrato il disco. Andy Sneap tiene fede alla sua fama di "salvatore", e quello che sembrava un disastro irreparabile diventa un disco di tutto rispetto sotto tutti i punti di vista. Deliverance non è certo il capolavoro degli Opeth, ma considerate le condizioni e il poco tempo in cui è stato registrato, rimane comunque un disco di alto livello, che contiene al suo interno quello che diventerà fin da subito uno dei cavalli di battaglia della band,  immancabilmente presente in tutti i live del quartetto, e cioè la title track Deliverance . Essa è indubbiamente la canzone più riuscita tra quelle presenti, sia per come è strutturata sia perché tutti i suoi elementi, ritmici o melodici, acustici o elettrici, si incastrano tra loro alla perfezione, facendola entrare di diritto tra le gemme più splendenti della discografia opethiana, ma perché non citare anche  A fair Judgement , immancabile traccia soft; pura goduria per gli amanti della chitarra. Infatti, essa contiene quelli che sono, forse, i migliori assoli di tutto il disco, in particolare quello che troviamo all'incirca al settimo minuto . Vale la pena di spendere qualche parola anche su By the Pain I see in Others:  brano lunghissimo, da molti definito come "controverso". Ritengo che "delirante" sia il termine più adeguato, ma non in senso dispregiativo. Esso è una scoperta continua, strutturalmente presenta alcuni punti di debolezza, tanto che anche il suo autore l'ha quasi rinnegato, bollandolo come un "parto mal riuscito", tuttavia, per quanto contorto possa essere , personalmente lo trovo uno dei brani più interessanti di questa sesta fatica targata Opeth, e chissà, forse, se il suo autore non fosse stato così provato dall'intenso impegno richiesto dal music business, invece di esser rilegato nel dimenticatoio sarebbe un'altra stella del firmamento opethiano, ma ormai non avremo modo di scoprirlo.

1) Wreath
2) Deliverance
3) A Fair Judgement
4) For Absent Friend
5) Master's Apprentice
6) By The Pain I see in Others

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