OPETH

Damnation

2003 - Music for Nations

A CURA DI
SOFIA COLLU
30/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Nella recensione di Luglio, quella riguardante il sesto elemento della discografia opethiana (Deliverance), abbiamo lasciato gli Opeth sull'orlo del baratro, con un disco appena pubblicato, il frontman a un passo dall'esaurimento nervoso,  e  il conseguente spettro dello scioglimento del gruppo a pochi giorni dall'inizio di un tour che doveva portarli a toccare le principali città europee e statunitensi. Tutto questo avveniva alla fine del 2002. Nel gennaio 2003, mentre Travis Smith realizza l'artwork per il settimo disco firmato Opeth, i quattro, dopo essersi concessi una manciata di giorni di riposo, partono per l'ennesimo mini-tour in Nord America. Prima tappa: Canada, il 17 gennaio 2003. Tra febbraio e marzo dello stesso anno, la band è impegnata in Europa. L'asse uruguaiano-svedese fa tappa anche in Italia con due date: la prima al Transilvania Live di Milano, la seconda a Treviso, in occasione delle quali vengono inserite in scaletta Deliverance e A Fair Judgement, estratti dall'album pubblicato pochi mesi prima. A Milano, il pubblico risponde con così tanto entusiasmo da indurre la band ad inserire nel bis anche la bellissima Harvest, oltre a Demon of the Fall. Nell'aprile 2003 Damnation fa capolino nei negozi di tutto il mondo senza destare clamore, è passato troppo poco tempo dalla pubblicazione di Deliverance, oltre al fatto che la band è perennemente impegnata in live sparsi per il mondo e non rimane molto tempo per fare pubblicità al loro nuovo lavoro, che peraltro fu scritto e composto quasi contemporaneamente al precedente. Nell'estate del 2003 il sogno diventa realtà: gli Opeth vanno in tour con gli amici e idoli Porcupine Tree; una collaborazione che entusiasma il pubblico, ma dà adito anche ai pettegolezzi delle malelingue,  le quali insinuano che Akerfeldt abbia ceduto il timone a Steven Wilson e che quest'ultimo sia il vero direttore d'orchestra della band. Polemiche che si rafforzano quando si diffonde la notizia della collaborazione dei due frontman anche per quanto riguarda Damnation. Oltretutto, quest'ultimo disco è un concentrato acustico di buon progressive, dunque ben lontano da quello stile che ha caratterizzato i precedenti lavori in studio dei quattro svedesi. Mikael risponde a tono a chi lo accusa di essere un burattino nelle mani di Steven Wilson " Steven Wilson non è parte del gruppo, ha co-prodotto tre dei nostri album. Nello specifico, ha trascorso in studio un totale di circa cinque settimane per tre dischi. Dimenticate i restanti mesi di registrazione e produzione che ci siamo presi noi a carico mentre lui non c'era. Non ci siamo mai rivolti a lui per scrivere un disco. Le sue idee trovano approvazione a livello di arrangiamento, ed è tutto lì. Nessuno può prendere il sopravvento sul sottoscritto, nemmeno Steven Wilson in persona. Però voglio che quanto produciamo sia il più accattivante possibile, e per questo mi avvalgo di tutto l'aiuto che ho a disposizione. E' particolarmente irritante vedere che alcuni tra voi credono che Wilson ci stia in qualche modo controllando, mentre la realtà dei fatti è diametralmente opposta. Date persino la colpa a lui se le nostre canzoni non vi piacciono....per favore, prendetevela con noi, con me! Sono io quello che prende le decisioni definitive su qualsiasi cosa". Durante il tour con i PorcupineTree la collaborazione tra i due frontman giunge al suo apice, consolida la loro amicizia e la stima che li lega, da qui in poi, per qualche anno, le loro strade si separeranno; forse è stato naturale, forse è stata una decisione presa di comune accordo per mettere a tacere le malelingue, non ci è dato di saperlo, sappiamo solo che Damnation sarà l'ultimo disco prodotto da Steven Wilson. Tornando alla band, se è vero che il frontman si è ripreso dalla sua crisi di nervi, è altrettanto vero che un altro componente sta cedendo sotto l'immane pressione del music business: Martin Lopez, e il gruppo rischia nuovamente di crollare insieme a lui. Nel frattempo, arriva una novità in casa Opeth: Pet Wiberg, il tastierista che ha aiutato Mikael a riprendere il controllo di sé stesso ed evitare che la band affondasse. Stavolta gli viene affidato un altro compito: occuparsi delle tastiere e del synth che da Damnation in poi diventeranno una presenza costante e imprescindibile della musica della band svedese. Il tastierista viene presentato il 28 maggio  in diretta nazionale su TV4, quando il quintetto viene invitato in televisione per presentare il nuovo disco appena uscito. Nell'autunno del 2003 i cinque fanno tappa anche in Italia, ed in tale occasione la band rende omaggio a Dario Argento e al suo Profondo rosso creando t-shirt della band che recano in basso la scritta di uno dei film Thriller/Horro più famosi di sempre. Wiberg porta una ventata di aria fresca, benefica per la band e la loro musica, aiutando anche Lopez, almeno per il momento, a riprendersi e ad evitare per la seconda volta la crisi e il conseguente scioglimento della band. A questo punto non ci resta altro da fare che passare in rassegna le canzoni che compongono questa settima fatica di casa Opeth.

Windowpane

Si inizia con Windowpane, con i suoi 7 minuti e 44 secondi è la canzone più lunga del settimo disco degli Opeth. L'introduzione è affidata alla sezione ritmica e alle chitarre, di queste la prima è sicuramente quella che emerge maggiormente, almeno per i primi due giri, fino all'ingresso della batteria. Da questo momento hanno inizio quattro giri che proseguono con lo stesso tema dei primi due, per poi variare in corrispondenza dell'inizio della parte cantata. Al termine della prima strofa, alla parte strumentale si unisce anche un altro elemento la tastiera o per essere più precisi un Hammond, che fa da ponte tra il canto e l'assolo della chitarra, sostenuta da una solida sezione ritmica. Si riprende poi con il canto, rigorosamente pulito, che si erge di poco al di sopra dell'hammond e delle chitarre. Segue una brevissima sezione strumentale. Vi è anche un piccolo assolo di batteria, che si interrompe poi dando spazio agli altri strumenti ma in particolare a Mendez e al suo basso. Ci troviamo ancora di fronte a una nuova mutazione del tema musicale, con un nuovo entusiasmante guitar solo e mentre questo sfuma, cresce la sezione ritmica, diventata la principale protagonista della parentesi strumentale che fa seguito all'assolo. Nuova parte cantata, sostenuta, ancora una volta, dagli arpeggi, e siamo infine giunti al termine di questa prima traccia che si dissolve sull'onda delle note tracciate dall'Hammond. Il testo descrive una misteriosa persona, che scruta il mondo da dietro una finestra. Il suo volto è pallido, la luce del giorno quasi si riflette in quel viso scarno. Ella ( potrebbe essere anche un uomo, ma gli indizi contenuti nel testo ci fanno pensare che sia una donna), ogni tanto scompare, poi riappare di nuovo davanti alla finestra; ha gli occhi tristi, il suo sguardo sembra perdersi nel vuoto, non è chiaro chi o cosa stia guardando, forse aspetta qualcuno. Si muove avanti e indietro per la stanza come se contasse i minuti e le ore che scorrono, non c'è ombra di giudizio nei suoi occhi, solo una profonda tristezza. L'autore osserva questa figura, tanto pallida da riflettere la luce che la illumina, la sente sgridare con voce impastata i bambini che piangono. Questo, grossomodo, è il riassunto del testo. Ovviamente, non ci si può fermare a questo livello se si vuole comprendere il messaggio di Akerfeldt, che come sappiamo bene usa uno stile molto criptico e allegorico per scrivere le liriche che accompagnano la sua musica. Nel caso di Damnation e delle tracce in esso contenute, ci aiuta sapere che è stato composto e dedicato alla nonna del leader svedese; ricordando questo infatti è abbastanza intuitivo capire che la misteriosa figura che osserva il mondo da una finestra rappresenta l'attesa. Questa a sua volta la possiamo vedere in due modi: potrebbe essere l'attesa che caratterizzata gli ultimi istanti della vita di una persona; quegli attimi in cui un individuo si trova sospeso in una sorta di limbo: non è morta, ma non è più veramente "viva". Oppure potremmo interpretare questa pallida figura, che quasi brilla quando viene colpita dalla luce, come la stessa nonna di Akerfeldt, che (utilizzando una chiave interpretativa, per certi versi, cattolica), dopo esser deceduta, aspetta che il marito, gravemente malato, la raggiunga. Ad essere onesti ci sarebbero anche altri modi di interpretare questo testo, ma queste due ci sembrano le più probabili e attinenti.

In my time of need

Proseguendo nell'ascolto ci imbattiamo in In my time of need, che  si apre con quattro giri di chitarra piuttosto brevi intercalati a una nota di basso. Proseguendo si entra nel vivo della canzone con l'inizio del canto e l'ingresso della batteria, che scandisce un quattro quarti lento attraverso l'uso del charleston e radi colpi di cassa. La voce inizialmente si esercita in un canto scandito, che segue fedelmente la batteria, poi diventa più fluido e quasi dolce, innalzandosi di tonalità in corrispondenza dell'attacco dell'Hammond settantiano, che piano piano va a costituire un tappeto sonoro, che quasi mette in sottofondo le chitarre e la sezione ritmica. Affascinante e quasi mistica la parte centrale di questa seconda traccia: la voce di Akerfeldt scandisce poche frasi, lontane tra loro, emergendo occasionalmente dal tappeto sonoro creato dall'Hammond, e quando lui tace, Mendez ci regala una sorta di assolo di batteria. Diciamo che è una "sorta di assolo" perché in questo punto del brano il mitico organo settantiano fa quello che normalmente spetta alla sezione ritmica: la sua perenne presenza dà struttura all'intera sezione, fornendo le basi su cui gli altri componenti possono divertirsi a giocare con i loro strumenti senza rendere il pezzo più debole. Alla fine di questa parte, che ha un fascino quasi mistico, ne segue un'altra interamente strumentale; un piccolo e meraviglioso omaggio ai Pink Floyd degli anni settanta: batteria lenta e delicata, tastiere dai suoni ipnotici e chitarre quasi lamentose, per un risultato globale da tenervi incollati allo stesso stereo e scatenarvi un'inguaribile sete di musica. Siamo giunti alla fine, c'è solo il tempo per cantare le ultime parole e poi la chiusura , interamente affidata all'Hammond, in un decrescendo timbrico che si esaurisce solo uno, due secondi prima che vi giungano le prime note della terza traccia.  La traduzione letterale sarebbe "Nel mio tempo di bisogno" , traducendola per significato diventa " Quando io ho bisogno, un titolo che già preannuncia il contenuto del testo: un'accusa, una denuncia o se preferite, una riflessione amara e carica di risentimento. In my time of need è il testo più "immediato" che lo svedese abbia scritto fin'ora, perché qui Akerfeldt non fa altro che suddividere in strofe un sentimento che chiunque ha provato, almeno una volta. Chi non ha almeno un amico che tende a vivere in modo tragico qualsiasi cosa non vada secondo i suoi piani? Uno di quelli che ti chiamano alle ore più assurde per ripetere per la trentesima volta quanto fa schifo la sua vita, a volte anche approfittando della vostra amicizia e della vostra comprensione. Uno di quelli che fa venire la depressione anche a voi, a forza di lamentarsi, ma ( ecco il punto chiave) quando voi avete bisogno non ha tempo per ascoltarvi e se lo fa, riduce tutto a un " Passerà, vedrai. Ora alzati! Abbiamo da fare". Questo argomento è quello che viene affrontato in " In my time I need": il senso di abbandono, la rabbia che nasce dal pensare "quando tu avevi bisogno io c'ero", che si accresce ancora di più quando osserviamo che i presunti amici, non solo non ti sostengono, ma addirittura si allontanano mentre tu, solo con il tuo dolore, vai sempre più giù. A chi è diretta questa freccia avvelenata? Le ipotesi si sprecano: potrebbe riferirsi agli amici e compagni dell'avventura Opeth, che non si sono resi conto del fatto che il loro leader stava avendo un esaurimento nervoso, e se l'hanno capito, non hanno fatto niente per aiutarlo. Oppure, potrebbe riferirsi al manager e più in generale allo staff della loro label, che nonostante il suo lutto familiare e il conseguente esaurimento non gli concedono nessuna tregua, o ancora potrebbe riferirsi alla nonna stessa, rea di non essere più presente e di non poter aiutare il nipote come ha sempre fatto.

Death whispered a Lullaby

La terza traccia del disco è Death whispered a Lullaby, si apre con quattro arpeggi di chitarra, poi, sull'iniziare del quinto giro si inserisce la voce del leader svedese. Il canto è anche qui pulito, dolce, quasi sussurrato, perfettamente coerente con il testo che è quasi una ninna nanna. Chitarra, voce e rade note di basso caratterizzano il brano fino al termine della prima strofa cantata, poi incontriamo la prima porzione strumentale, breve, anzi brevissima, e tutta a carico delle chitarre: una prosegue nell'esecuzione degli stessi accordi che ci accompagnano dall'inizio, l'altra l'accompagna fornendo un sostegno più ritmico. Più che una parte strumentale, questo è un piccolo intermezzo, un ponte musicale che ci porta alla prima vera variazione di Death Whispered a Lullaby, che peraltro avviene in corrispondenza di quello che potremmo definire il ritornello. Il ritmo rimane sostanzialmente lo stesso, quello che cambia è la tonalità del cantato e la parte relativa alle chitarre. Le due sezioni di cui abbiamo parlato si ripetono, alternandosi, fino a circa metà canzone, momento in cui troviamo la  parentesi strumentale, dominata in gran parte dell'assolo di chitarra. Resta ancora l'ultimo minuto e qualche manciata di secondi, giusto il tempo dell'ultima strofa, seguita dal ritornello e poi spazio agli strumenti, che ci regalano un tuffo in un mare di sonorità progressive anni settanta della miglior qualità. Questa lirica potremmo definirla come una sorta di ninna nanna, una canzone che mira a rincuorare un bambino. Il titolo suggerisce che a sussurrarla sia la morte stessa, ma questo è un disco dedicato a una donna deceduta, per cui niente ci vieta di pensare che sia la nonna a sussurrarla all'orecchio del nipote; tutto dipende dalla chiave di lettura che si vuol dare a questa lirica. La si può interpretare sia come la morte che sussurra all'orecchio del morente questa sorta di ninna nanna per calmarlo e indurlo a chiudere gli occhi e lasciarsi andare, sia come la nonna che sussurra al nipote che va tutto bene, che è solo un incubo ; oppure ancora la possiamo leggere come metafora dell'eutanasia. Tutte e tre vanno ugualmente bene, perché Death whispered a Lullaby parla proprio della morte. Quest'ultima viene rappresentata come un sonno in cui rifugiarsi dai mali del mondo, essa viene quindi rappresentata  come qualcosa di positivo.

Closure

E' poi la volta di Closure; inizio in medias res per questa quarta traccia, infatti, il cantato incede immediatamente, sostenuto dagli arpeggi della chitarra. Terminata la prima strofa, la voce fa uso degli effetti per eseguire la seconda, dandoci un senso di lontananza, ma anche un po' di ottundimento; ad accompagnarla ci sono sempre gli stessi accordi della sei corde. All'estinguersi anche di questa seconda parte cantata, segue il famoso silenzio opethiano, che ormai conosciamo bene; dura pochi attimi, è solo una pausa che copre , forse, un ottavo, e come sempre ha una funzione: metterci una pulce nell'orecchio, qualcosa sta per cambiare. Infatti, arriva la prima variazione del tema musicale: arriva la batteria, la sezione ritmica fa il suo ingresso, ma soprattutto i quattro musicisti ci regalano una parentesi strumentale dalle sonorità arabeggianti, in un crescendo che vede inizialmente la batteria scandire il tempo con radi colpi di charleston per poi diventare sempre più presente, velocizzando il tempo e diventando più solida e quasi inquietante con l'introduzione della cassa; così come è cresciuto velocemente, altrettanto rapidamente si arresta. Il silenzio, anche qui piuttosto breve, ci dà il tempo di riprendere fiato prima che riprenda il testo e l'iniziale tema musicale eseguito esclusivamente dalla chitarra, unico elemento di innovazione rispetto alla prima strofa è rappresentato dai cori che compaiono sul finire del cantato, poco prima che ci rapiscano nuovamente le atmosfere arabeggianti dei riff di chitarra e le percussioni etniche, per un finale che richiama alla memoria l'immagine di un incantatore di serpenti o i balli sensuali delle odalische. La quarta traccia di Damnation ha un testo degno di Ungaretti: poche frasi, criptiche e apparentemente slegate l'una dall'altra, ne è un esempio la prima: " Guarisco me stesso- una piuma sul cuore", letta così potrebbe significare tutto e niente, ma se l'analizziamo nel contesto globale della lirica, ecco che tutto ci appare più chiaro. Ancora una volta, il titolo ci fornisce la chiave interpretativa: Closure significa chiudere, sospendere. La chiusura in questo caso riguarda il periodo del lutto. L'autore ha superato la perdita della nonna, non è più afflitto dalla disperazione; il tempo ha fatto il suo lavoro, permettendo alla ferita di guarire. Il cuore di Akerfeldt non è più straziato dal dolore e dal senso di colpa, ormai ha accettato e metabolizzato la scomparsa dell'anziana donna. Se questo da una parte è positivo perché consente allo svedese di vivere più serenamente e tornare a guardare al futuro, dall'altro lo fa sentire ancora più solo, come se stare male per la morte della nonna servisse in qualche modo a far sì che lui la sentisse ancora vicina. Adesso, invece, vede la luce sì e il suo cuore è più leggero, ma anche più "vuoto", tanto che fa terminare Closure con una frase piuttosto emblematica " Nella luce, ho nostalgia delle tenebre", come a dire che adesso che sta bene, si è ripreso, ha nostalgia del periodo buio appena trascorso, carico di dolore si, ma che era riempito anche dai ricordi dei momenti passati con la nonna, e dalla speranza che quel terribile incidente che le aveva tolto la vita fosse stato solo un brutto incubo. Il superamento del lutto porta con sé anche l'inevitabile certezza che quell'evento è realmente successo; il tempo passa, il dolore sparisce o si attenua enormemente e con esso anche i ricordi dei giorni passati insieme iniziano a sbiadire.

Hope leaves

Una cosa naturale, ma forse peggiore del dolore stesso ed infatti, a seguire, troviamo Hope leaves, ed anche qui l'asse uruguaiano-svedese usa una formula già consolidata: 4 giri armonici di chitarra, e all'inizio del quinto si entra nel vivo della canzone. La voce, calma e pacata, è accompagnata dalle sei corde e da radi colpi di cassa, intervallati a sommessi sussulti del charleston. Nel frattempo con il passo felpato di un gatto, anche le tastiere si inseriscono, dapprima lievi, appena percettibili, poi sempre più presenti, fino quasi a sopraffare gli altri strumenti. Hope Leaves la potremmo quasi definire una ballad, non presenta grosse variazioni al suo interno, né sezioni strumentali particolarmente rilevanti. Essa si dipana su tempi e ritmi lenti, seguendo un percorso piuttosto lineare. Letteralmente: "La speranza se ne va", traducendola un po' meglio " Perdere la speranza". Il titolo non lascia dubbi: questa canzone parla proprio dell'accettazione, della perdita di qualsiasi speranza. Mikael, quasi dissociato da se stesso, osserva la foto della nonna come se la vedesse per la prima volta. La ferita derivata dalla sua morte è ancora aperta, certo, non fa più male come all'inizio, ma ancora sanguina. L'autore racconta a noi e alla defunta stessa, di come ormai si sia rassegnato al fatto che non la rivedrà; riflette su quello stato di spossatezza, su quella mancata capacità di sognare a occhi aperti un futuro radioso , che spesso accompagnano il periodo successivo a un lutto. Il ricordo di lei brucia come fumo negli occhi, la sua mancanza lo fa sentire privo delle energie necessarie ad evitare di perdere quello che gli è rimasto. Egli ci racconta di come la sua vita continui a scorrere, percorrendo la stessa strada di sempre, continua a fare le cose che ha sempre fatto, ma senza lei al suo fianco sembra quasi che il tempo non scorra e che le sue giornate si ripetano all'infinito, sempre uguali. 

To rid the disease

La terz'ultima traccia è rappresentata da To rid the disease. Un colpo di charleston ci segnala il suo inizio; ad esso seguono i canonici 4 giri di chitarra e sull'iniziare del quinto attacca anche il canto di Akerfeldt, ancora una volta pulito e quasi lamentoso. Le sei corde intanto proseguono nell'esecuzione della loro partitura iniziale. A metà strofa, la batteria ci segnala la sua presenza con un colpo di charleston stoppato, per poi entrare definitivamente nel momento in cui leader tace e riprende fiato, dando avvio a un breve ponte strumentale che ci porta verso l'inizio della seconda strofa cantata. Stavolta non c'è pausa tra la strofa e il ritornello. Quest'ultimo è caratterizzato dal passaggio a tonalità vocali più acute, incremento del volume di tutta l'esecuzione orchestrale e dall'ingresso dell'organo. Al ritornello fa seguito una breve sezione strumentale a carico della tastiera e della batteria, che lentamente rallentano, attenuandosi fino a scemare quasi completamente per lasciar spazio alla ripresa del testo e del tema musicale che inizialmente lo supportava, ma stavolta eseguito dalla tastiera a cui la chitarra fa una sorta di controcanto. Siamo giunti così a poco più della metà di questa settima traccia , dove troviamo un lungo strumentale, tanto semplice quanto bello, che potremmo suddividere in tre parti: la prima dominata dall'assolo della chitarra, la seconda ( più lunga) a carico della tastiera, ed infine la terza, in cui rientrano gli strumenti, creando un crescendo brevissimo che si esaurisce in una manciata di secondi lasciando nuovamente spazio alla tastiera, unica protagonista, raramente interrotta dalla batteria che ci traghetta fino alla chiusura di To rid the Disease. Come si intuisce dal titolo, la lirica affronta il tema della malattia, di quello che dovrebbe succedere (ovvero liberarsi, guarire dalla malattia) e di quello che invece avviene più frequentemente nella realtà : la malattia ti porta al decesso prima o poi; fatta questa premessa, c'è un altro concetto che Akerfeldt ritiene opportuno inserire in questo contesto: dobbiamo vivere a pieno i nostri giorni. Troppo spesso, dice, perdiamo tempo dietro a cose futili o che non ci interessano affatto, troppo spesso pensiamo "lo farò in un altro momento", dimenticandoci del fatto che nessuno sa quanto tempo ha a disposizione. Poi arrivano le malattie, gli incidenti e a quel punto è troppo tardi: non abbiamo più tempo per fare quello che avremmo voluto. Il disco è dedicato alla memoria di nonna Akerfeldt, quindi ovviamente l'invito dell'autore è più che altro un ammonimento, un "non trascurate le persone che vi stanno accanto, perché non sapete quando le perdete", ma niente vieta di dare al testo un'interpretazione più ampia ed estendere il concetto a tutto ciò che concerne la vita di un individuo. Siamo quasi giunti alla fine di questo percorso di dannazione, e naturalmente, in un disco dell'asse uruguaiano-svedese, non può mancare un brano interamente strumentale.

Ending credits

Ed infatti ecco  che alle nostre orecchie giungono le prime note di Ending credits. Il brano si apre con un crescendo timbrico; infatti, inizialmente sia la batteria sia le chitarre suonano a volumi così bassi da dare la sensazione di essere molto lontane per poi "avvicinarsi" aumentando via via di volume man mano che procedono con l'esecuzione delle rispettive parti, fino a quando, raggiunto l'apice sonoro il tema cambia lasciando spazio alla chitarra solista, mentre sezione ritmica, batteria e chitarra ritmica, la sostengono, donando corpo al brano. Ending Credits assomiglia molto a un lungo ed emozionante assolo, che, per certi aspetti, sembra quasi un piccolo omaggio a "Europa" di Santana; come questa, infatti, è delicato, neanche particolarmente difficile, ma vi arriva dritti al cuore. Il lungo "assolo" di cui abbiamo fin qui parlato è sostenuto da un fine lavoro di cassa e charleston, da una precisa sezione ritmica che pur facendosi sentire risulta discreta e rimane un po' in disparte, così come la chitarra che accompagna la solista. Tutti partecipano a questo strumentale, ma l'unica protagonista indiscussa rimane la sei corde di Akerfeldt e la sua melodia dolce, a tratti quasi triste, pur alternando tonalità maggiori alle minori.

Weakness

La fine è giunta accompagnata dall'inesorabile debolezza che caratterizza gli ultimi istanti di vita e che è anche il significato dell'ultima canzone: Weakness. La debolezza (questa la traduzione letterale del titolo) si differenzia dalle altre canzoni degli Opeth perché per buona parte della sua durata non c'è traccia di chitarre, né di batteria o di sezione ritmica. La maggior parte di questo brano è una sorta di concerto per organo, interrotto da rare frasi cantate e da ancora più rari accordi di chitarra. Wiberg, nuovo elemento che debutta con la band proprio in questo disco, trova il suo momento di gloria in quest'ultima traccia. Egli domina l'intero brano, mostrando tutta la sua abilità tanto alle tastiere, quanto nel sapiente uso del synth, una presenza pressoché costante lungo tutta la durata di Weakness e assai fondamentale per creare quell'atmosfera eterea che la caratterizza e la distingue dalle altre canzoni presenti nel disco e forse, in un certo senso, da tutte quelle fin'ora scritte dal leader svedese. Ricollegandoci a quanto scritto nell'introduzione al disco, potremmo anche dire che il largo uso del synth, che viene fatto all'interno del brano, crea un'atmosfera che ricorda e forse un po' vuol esser un'omaggio alle composizioni dei Goblin e alle colonne sonore dei film horror in generale; infatti, pur restando più delicata, alcune parti di Weakness, richiamano vagamente i Goblin di "Non ho sonno" e perché no, anche quelli di Profondo Rosso. La dannazione si chiude con la Debolezza. Weakness descrive con poche parole la lenta agonia di una relazione, che sta finendo perché si è persa una delle cose fondamentali per tenere insieme due persone: la fiducia nell'altro. Akerfeldt ci racconta di come ci si sente quando la fiducia che avevamo nel partner viene tradita portandoci a dubitare di qualsiasi cosa il partner dica o faccia. Una ferita difficile da sanare, quasi impossibile. Quando la ferita è profonda, spesso l'unica cosa da fare è arrendersi e andarsene; inutile girare il dito nella piaga nel disperato tentativo di fermare l'emorragia in corso. L'amore, l'affetto, possono ancora essere presenti, a volte, lasciar perdere può far più male a chi prende la. decisione di chiudere la relazione che a chi subisce tale decisione, ma se la fiducia non c'è più, insistere diventa solo l'inutile prolungamento di un'agonia senza risoluzione, un accanimento terapeutico che non ha alcuno scopo se non quello di sentirsi la coscienza pulita e potersi dire " ho fatto tutto il possibile". L'autore esprime tutto questo, in un testo che scarno, ridotto all'osso, poche parole che però risultano estremamente efficaci nel portare il messaggio che è stato loro affidato.

Conclusioni

Dicevamo poc'anzi che Damnation arrivò sugli scaffali di tutto il mondo in silenzio, senza destar scalpore. Ancora una volta la produzione porta la firma di Steven Wilson, ancora una volta la copertina è disegnata da Travis Smith, che in quest'occasione riprende il tema rappresentato nell'artwork di Deliverance , ma ci porta al suo interno, cambiano i colori e i giochi di luce rendendo ancora più inquietanti le immagini: un braccio e un piede, uniche estremità illuminate di un uomo steso in terra, che emergono dal buio dando quasi l'impressione di essere staccati dal resto del corpo. Questa volta però, il nuovo lavoro di casa Opeth non riceve le solite lodi da parte di critica e pubblico; quello che adesso è un disco culto per qualsiasi amante degli Opeth, allora fu tacciato di essere una copia dei lavori dei Porcupine Tree, tanto che Michele Chiusi, nella sua recensione sulla rivista Wonderous Stories, scrisse "Del passato terroristico della band nessuna traccia, anzi, nessunissima traccia, tanto che forse la prima critica da fare alla band è la mancanza di impatto. (?) Intendiamoci, il talento non manca, i pezzi sono tutti ben costruiti,assolutamente piacevoli, discretamente cantati. Però questa musica è un po' come acqua su pietra, non lascia il segno, manca di forza emotiva, di dramma, di tensione, di colore e di eclettismo anche solo tecnico, e i pezzi alla fine risultano un po' tutti monocordi. In definitiva, un disco tutt'altro che disprezzabile che piacerà molto ai fan del porcospino . Gli altri lo ascolteranno credo con sufficienza". Su una cosa Chiusi ha ragione, quando, nella primavera del 2003, gli Opeth rilasciarono questo disco, probabilmente molti fan ne furono delusi. Damnation non contiene la benché minima traccia di death, neanche una piccola parentesi strumentale di pochi secondi; non un solo urlo in growl, nessun assolo a velocità folli, nessun inquietante quanto eccitante gioco di doppia cassa. Insomma, niente death. Uno shock per molti, una gioia per altri, l'ennesima motivazione per amarli incondizionatamente per tantissimi altri fan. Il settimo disco è un album dal sapore settantiano, puramente progressive, dalla prima all'ultima nota; rende omaggio ai grandi gruppi che hanno portato questo genere nelle case di tutto il mondo, senza volervi emulare. La settima fatica dei "cittadini della luna" contiene otto canzoni, molte delle quali si avvicinano straordinariamente alla "forma canzone" canonica: intro, strofa, ritornello. Nessuna di esse è particolarmente ritmata, cattiva o veloce, anzi, molti dei brani contenuti in Damnation sono  piuttosto lenti, quasi delicati. Insomma, Damnation è un disco molto diverso rispetto ai precedenti sei. Nonostante questo sia uno dei lavori più belli del quartetto; esso scorre fluido, come se fosse un'unica canzone lunga sessanta minuti, il disco finisce e anche all'ottantesimo ascolto ci si ritrova a chiedersi "ma come? E' già finito?" , segno del fatto che, anche se non presenta ritmi particolarmente vivaci, non risulta pesante e non stanca, né tanto meno annoia, sebbene presenti parti quasi piatte come ad esempio Hope Leaves. Damnation, inoltre, ci offre altri diamanti purissimi da aggiungere alla collezione di gioielli sfornati dai quattro: una su tutte To rid the Disease, senza però dimenticare Death whispered a lullaby, e la meravigliosa Windowpane.  Restano ancora alcune precisazioni da fare: anzitutto, Death Whispered a Lullaby, non è farina del sacco di Akerfeldt, bensì fu Steven Wilson (leader dei porcupine tree) a scriverla; ennesimo segno dell'amicizia e della stima che lega i due frontman. Inoltre, nel track by track abbiamo scritto, più di una volta che, alcuni degli assoli presenti nel disco, ricordano quelli eseguiti da David Gilmour per i suoi Pink Floyd, ma l'abbiamo fatto perché vi verrà in mente lui ascoltandoli, semplicemente perché i Pink Floyd sono una delle band più famose e conosciute del mondo. In realtà, quegli assoli che ricordano tanto Gilmour , sono un omaggio a un altro "pezzo da novanta" del progressive settantiano: Andy Latimer dei Camel, uno degli indiscussi miti del chitarrista svedese.  Personalmente, ritengo che Damnation sia perfetto dal primo all'ultimo secondo della sua durata e pertanto annoverabile tra i capolavori degli Opeth. Tuttavia, molti critici non la pensano nello stesso modo, forse perché, come avrete intuito dalla premessa che ho fatto poco sopra, questo è un disco di passaggio; nel senso che è l'album attraverso il quale la band capeggiata da Mikael Akerfeldt, si accinge a lasciare le atmosfere death e spostarsi su un versante più marcatamente progressive. In conclusione, sebbene sia stato molto criticato all'inizio, questo disco è ormai un album culto per i fan del quintetto svedese, esso è lo spartiacque, la linea di demarcazione tra passato e presente- futuro della band, un gioiello di inestimabile valore che ogni fan dovrebbe possedere.

1) Windowpane
2) In my time of need
3) Death whispered a Lullaby
4) Closure
5) Hope leaves
6) To rid the disease
7) Ending credits
8) Weakness
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