OPETH

Blackwater Park

2001 - Music For Nations

A CURA DI
SOFIA COLLU
02/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Siamo arrivati al quinto disco, anno 2001; gli Opeth sfornano uno dei loro capolavori: Blackwater Park. Alle soglie del 2000 , dopo 4 album acclamati da critica e fan, dopo il cambio di etichetta e le numerose collaborazioni illustri, i quattro componenti degli Opeth sono ancora obbligati a fare due lavori (oltre a quello del musicista) per riuscire a pagare le bollette, e non sempre ci riescono. Il loro frontman vive in subaffitto in un monolocale di 23 metri quadri, per pagare l'affitto si barcamena tra il lavoro di gommista e l'impiego saltuario come commesso in un negozio di dischi, trovandosi ben più di una volta a battere alla cassa il prezzo del suo stesso lavoro...una scena surreale oltreché imbarazzante. Come se non bastasse, tra il febbraio e il marzo del 2000, iniziano ad affiorare i primi problemi con l'etichetta discografica. La Music For Nation possiede metà delle quote azionarie della Peaceville, ma i rapporti tra le due etichette e di conseguenza le loro collaborazione si fanno sempre più tesi per questioni economiche, fino a raggiungere l'apice ed esplodere tra le mani dei quattro ignari musicisti, proprio mentre si stavano accingendo a partire per il tour. Infatti, appena due giorni prima dell'inizio del tour europeo, la MFN avvisa Akerfeldt e soci che non potranno più partecipare al tour insieme ai My Dying Bride e ai The Gathering, a meno che non recedano immediatamente il contratto con la Peaceville. I quattro decidono di non abbandonare la coppia di discografici inglesi; risultato: mesi e mesi di prove "buttati" al vento, insieme ai soldi spesi per pagare la sala. Ancora una volta sono gli amici Katatonia ad offrire uno spiraglio di luce agli Opeth, invitandoli ad aprire per loro il 27 aprile in Polonia, a questa data fortunatamente se ne aggiungono altre due: una si tiene sempre in Polonia, il 28 aprile al Metalmania di Katowice, l'altra il 10 giugno all'immenso Wave Gothik Treffen a Lipsia.  Tre date sono poche , ma per i nostri eroi che non suonano dal vivo da più di un anno sembra quasi un miracolo. Ai fan dei nostri quattro sventurati verrebbe quasi da ringraziare il destino avverso agli Opeth, perché Åkerfeldt trasferisce tutta la sua rabbia e le sue frustrazioni su carta e in musica; quello che ne viene fuori è uno dei loro capolavori assoluti: Blackwater Park. La fortuna aiuta gli audaci, dicono; potremmo anche aggiungere che aiuta chi persevera senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà, la storia degli Opeth ne è la prova. Il settimo mese del 2000 porta al frontman due notizie che più che sufficienti ad aumentare significativamente il tono dell'umore di tutta la band. In primo luogo, scoprono che la Peaceville appartiene alla Music for Nation, quindi quando hanno firmato con i coniugi anglosassoni ,che possiedono la piccola etichetta inglese, in realtà hanno firmato con la major. Cosa cambia? Tutto. I quattro salutano cordialmente i proprietari della Peaceville (ormai ai ferri corti con la MFN e assolutamente incapaci di promuovere efficientemente le fatiche degli Opeth) e iniziano ad avere contatti diretti con la MFN, risultato: piovono soldi per tutti. Il giorno dopo la firma del contratto, la MFN sblocca le importazioni dei dischi degli Opeth in tutto il mondo, nel giro di qualche giorno i quattro lavori in studio degli svedesi si trovano in qualsiasi negozio di dischi del globo. Contemporaneamente un'altra notizia arriva a rallegrare Akerfeldt: un suo amico giornalista ha passato Still Life a Mr. Steven Wilson. Il leader dei Porcupine Tree rimane così colpito da ciò che sente, da scrivere personalmente a Mikael che " Still Life è stato e resta uno dei migliori dischi che abbia mai ascoltato in cuffia". Inutile dire che il frontman svedese cammina a sette metri da terra dopo aver ricevuto un complimento del genere da uno dei suoi idoli; da qui nasce uno scambio "epistolare" tra i due, che li porta a incontrarsi in Inghilterra e poi a collaborare in più di un'occasione, tra cui quella che qui ci interessa maggiormente, la produzione di Blackwater Park e il successivo invito ad aprire i concerti dei Porcupine Tree nel nord Europa. Tranquilli per il budget pressoché illimitato messo a disposizione dalla MFN, i quattro musicisti ispirati dalla Luna decidono di prendersela comoda e prenotano lo studio per 7 settimane. Più tempo e più soldi significa avere la possibilità di rifinire e limare tutti i brani e avvicinarsi alla perfezione, in questo caso significa anche potersi permettere di farsi influenzare da altre band che stanno registrando nello stesso studio e modificare i brani se lo si ritiene necessario. Dicevamo dunque di Blackwater Park, ma cos'è o meglio dove si trova? Ovunque e in nessun luogo, sarebbe la risposta più giusta. Non si sa neanche se sia veramente un parco, Akerfeldt a tal proposito dichiarò " Blackwater Park non è necessariamente un parco. Simboleggia un luogo tetro e desolato Può essere ubicato dentro ognuno di noi oppure in qualsiasi zona esterna dove desideriamo che sia". Tutto come sempre quindi, i testi e le musiche che lo svedese ci propone, sono fuori dal tempo e dallo spazio, ogni singolo ascoltatore dà loro il significato che ritiene più opportuno , in base alle sue sensazioni, alle proprie esperienze e perché no, anche in base alle proprie paure.

A questo punto non ci resta che inserire il disco nello stereo, e le prime note che arrivano alle nostre orecchie sono quelle di The Leper Affinity (L'Affinità Lebbrosa). L'apertura di questa prima traccia è affidata agli effetti, quasi un rumore di fondo che diventa sempre più forte, fino a raggiungere il suo apice proprio pochi secondi prima che chitarre aggressive e colpi decisi di rullante ci spalanchino le porte del vero e proprio brano. Un precisissimo uso del doppio pedale sostiene il canto, rigorosamente in growl, anche se con timbriche vagamente più delicate rispetto al passato. Il ritmo decresce per qualche secondo,  per poi tornare a correre su linee di chitarre distorte su tonalità acute quasi stridule come a far da controcanto pulito al growl. E' tempo di variazioni, tanto a livello strumentale che a livello vocale: Il tempo rallenta, quasi si ferma, il canto diventa pulito, le corse folli delle chitarre si placano trasformandosi in delicati arpeggi, ma è solo un momento. L'oliata macchina musicale dell'asse svedese-uruguaiano riprende la velocità di crociera, poi si arresta di nuovo lasciando spazio a un solo di pianoforte pacato, dalle sfumature melanconiche che ci traghetta verso quelle pause all'interno ai brani che ormai sappiamo bene essere una caratteristica di questo gruppo. Un silenzio breve, che copre giusto il tempo di un respiro profondo e via che si riparte con le atmosfere death e il growl, direzione,  la prossima variazione. Il canto si fa melodico, il controcanto quasi corale, l'espressione strumentale più delicata.  L'affinità lebbrosa ( un titolo che è tutto un programma) è un testo che si presenta a mille interpretazioni, se preso singolarmente, ma il contesto dell'intero disco ci aiuta. Esso è narrato in prima persona, a parlare è il parco stesso. Allegoria dell'odio, in questo caso si rivolge al suo interlocutore quasi come se fosse la personificazione del diavolo, intento a far cadere in tentazione il suo interlocutore. Tuttavia, non ci sono promesse allettanti, Blackwater Park si presenta all'ascoltatore per quello che è: un incubatore di odio, un modo come un altro per autodistruggersi da dentro, facendosi lentamente consumare e tentare dagli istinti più bassi. Un parco deserto, dove la primavera, simbolo di allegria e dolcezza, nonché di speranza è stata sopraffatta da un inverno perpetuo che si autoalimenta man mano che i sogni si infrangono e le delusioni aumentano, creando terreno fertile per la nascita dell'odio più cieco. A seguire troviamo Bleak (Triste). Il primo riff di questo brano è stato, per stessa ammissione di Akerfeldt, "scopiazzato" da Home dei Dream Theater. Il motivo? Le sue sonorità arabeggianti colpirono Akerfeldt, che decise così di prendere un bel po' di spunti. Sono proprio queste sonorità  a dominare il brano, più o meno, dall'inizio alla fine. Al primo riff ispirato dai Dream Theater seguono due giri armonici che ci traghettano verso il growl. Il tempo scandito da Lopez inizialmente è abbastanza lento, e le chitarre vi fluttuano nel mezzo tracciando melodie arabiche, mentre la sezione ritmica si occupa di sostenere l'intera struttura strumentale, donandole quella vena oscura necessaria a traghettare l'immaginazione di chi ascolta nella landa desolata di Blackwater Park. In seguito, proprio poco prima che inizi la parte cantata, tempo e ritmo si velocizzano per poi rallentare nuovamente. Un precisissimo uso del "walking bass" dà respiro al frontman,  e collega tra loro le strofe. Conclusasi anche la terza strofa , ci troviamo di fronte a una sorta di break time, pausa, ancora break e poi la variazione, forse le più macroscopica di tutto il brano: non solo a livello di tematica strumentale, ma anche vocale; il growl si trasforma in canto non solo pulito, ma anche melodico, ci sono i cori e 'è un'altra sorpresa. Il controcanto è curato da una voce inconfondibile (almeno per gli appassionati di rock progressivo e sperimentale anglosassone), quella di Steven Wilson, frontman dei Porcupine Tree. Insieme i due cantanti danno espressione a quello che si può legittimamente definire quanto di più vicino c'è a un ritornello nelle canzoni degli Opeth, che son ben lungi da ricalcare la tradizionale forma-canzone. Dopo questa piacevole sorpresa canora, sostenuta da un altrettanto piacevole parte strumentale dal sapore heavy,  in cui troviamo anche un piccolo enigma per le nostre orecchie non abituate a certi suoni: è il 3eggs, suonato da Markus Lindberg dei Madrigal ( band che stava registrando negli stessi studi degli Opeth, proprio in quei giorni), uno strumento che ricorda un po' una maracas,  ma che produce un suono più particolare. Dopo di ché  resta solo la chitarra a deliziare le nostre orecchie, prima in acustico, poi con l'assolo di Steven Wilson alla chitarra elettrica che ci guida verso gli ultimi secondi di canto growl e della stessa Bleak. L'odio e le frustrazioni vanno a braccetto con la tristezza, non a caso la seconda traccia si intitola Bleak, termine inglese che si traduce con Triste, ma anche con freddo, spoglio, esposto al vento, brullo, squallido. Tutte accezioni negative, e tutte vanno più che bene per descrivere questo parco inquietante. Bleak presenta quello che forse è il testo più complesso dell'intero disco, esso parla di una persona che si spegne lentamente; il suo cuore batte, nell'anima c'è rimasta ancora qualche traccia di speranza e di ottimismo (la primavera), ma l'inverno, simbolo per antonomasia della morte (si pensi ad esempio alle piante, che durante questo periodo sono spoglie), sta prendendo il sopravvento. L'autore la guarda piangere mentre diventa consapevole della fine imminente. Anche questa è un'allegoria a cui potremmo dare vari significati. Tutta la scena, ovviamente, si consuma all'interno del Blackwater Park. Il cadavere viene trascinato via dalla corrente, il freddo si fa sempre più intenso, ma cos'altro è il freddo se non una condizione dell'anima, quello che potremmo chiamare " il cuore indurito" di una persona che soffre o ha sofferto? Banalizzando un po', tanto per semplificare e capirsi meglio, questa scena potrebbe tranquillamente rappresentare una separazione; il morente potrebbe essere una persona cara deceduta da poco, che fatichiamo a lasciar andare, o ancora potrebbe essere un/a ragazzo/a con cui ci siamo lasciati, perché in fondo ognuno di noi, in certi casi, fa una certa fatica ad accettare che le cose finiscano, in un modo o nell'altro. Abbiamo bisogno di prenderci il tempo necessario per dire addio alle persone o anche più semplicemente a un sogno infranto. In ogni caso, la sensazione è sempre la stessa: una tristezza strisciante, che ci fa sentire vuoti, spogli, in balia della tempesta. La terza traccia è rappresentata dalla delicata Harvest (Raccolto); inizio molto più dolce e delicato per questo pezzo, la cui introduzione viene affidata alle chitarre acustiche. I loro accordi viaggiano su tempi lenti e ritmi sommessi,4 giri di apertura poi una chitarra da acustica diviene elettrica e inizia a esprimersi su accordi minori. Le vere protagoniste di questo brano sono la voce e la chitarra acustica (una rimane sempre per tutta la durata del pezzo). Mikael interpreta l'intera Harvest con voce pulita, carica di nostalgia, a cui segue un solo di chitarra. La prima variazione la troviamo nel ritornello, ma è talmente minima che per trovarla bisogna fare molta attenzione, si esplica esclusivamente in un crescendo di volume e nel passaggio all'ottava superiore. Dopo il secondo "ritornello" i nostri ci deliziano con un guitar solo che viaggia su tonalità minori degne del miglior blues settantiano, e grazie all'uso sapiente del vibrato il risultato complessivo è un qualcosa che vi arriva diretto come un brivido che vi scuote da dentro. Harvest è già agli sgoccioli, rimane solo il tempo per un'altra strofa, il ritornello e per il finale, ancora una volta affidato quasi interamente al duo acustica/elettrica. Anche qui, il titolo è emblematico: Il Raccolto. Raccolto che ovviamente è inesistente, i frutti sono avvizziti, le piante congelate, dall'esterno arriva un flebile soffio di speranza, troppo poco per non far sentire il freddo e l'angoscia che regnano nel tetro parco dalle acque scure. L'autore si presenta come un martire, cammina in quello che una volta era un frutteto rigoglioso, simbolo di tutte le sue speranze e dei suoi sogni, ma intorno a sé non vede altro che morte e desolazione. Sente in lontananza i lamenti dei "luttuosi" . Anche questa è una metafora, a voi la scelta, si può considerare i "luttuosi" come immagine dei sogni infranti, degli obbiettivi non raggiunti ( espressione cioè di tutte le speranze e i progetti giovanili che non hanno mai visto la luce, o che comunque non sono mai stati portati a termine), oppure in modo più materialista, e forse più realisticamente, come ritratto di tutti coloro che circondano l'autore e che si lamentano del fatto che non abbia ancora realizzato niente nella propria vita. Il concetto comunque non cambia molto, è l'individuo che si aggira nel tetro parco, la vittima dei propri fallimenti, che lo rendono facile preda della tristezza e della rabbia che ne deriva come naturale reazione a un disagio interiore. Proseguendo ci imbattiamo nella quarta traccia, l'eclettica The Drapery Falls (I Drappeggi Cadono). Anch'essa viene aperta dalle chitarre, una elettrica e una acustica:  inizialmente troviamo solo l'acustica, poi lentamente si inserisce l'elettrica, in un crescendo musicale a cui via via si uniscono anche basso e batteria. Il tema musica di fondo si modifica quasi subito, trasformandosi in uno strumentale chiaramente death, per poi arrestarsi quasi del tutto. Rimangono solo le ultime note della chitarra elettrica a far da ponte tra questa parte e la successiva variazione, che in parte riprende il tema di apertura con la chitarra acustica, e in parte si trasforma grazie all'ausilio degli effetti, soprattutto il delay, della "sei corde" elettrica, creando quasi l'illusione di un eco lamentoso. Ed ecco che "cadono i drappeggi", che coprono gli errori e gli orrori. Questo infatti è l'argomento trattato da The Drapery Falls. Arriva sempre un momento in cui i veli cadon,o e l'individuo è costretto a fare i conti con le proprie responsabilità, quell'angosciante momento in cui ci dobbiamo arrendere al fatto che i nostri fallimenti sono prima di tutto dovute alle nostre scelte consapevoli o inconsapevoli che siano. Un momento in cui, come chiunque sa bene, torneremmo volentieri nell'oblio, in quel limbo di "perché?" senza risposta, perché ammettere di essere la principale causa del nostro dolore fa più male di qualsiasi altra cosa. In quello specifico frangente di consapevolezza, sentiamo gli occhi inumidirsi, il terreno vacillare sotto i nostri piedi e in generale quella spiacevole sensazione di "cadere risucchiati in una spirale" che ci porterà , metaforicamente, a schiantarci al suolo; con questa riflessione l'autore chiude anche The Drapery Falls, e ci invita a seguirlo nell'esplorazione del Blackwater Park. Prossima tappa: Dirge For November (Una Cantilena Per Novembre). La quinta traccia parte in medias res, con il canto di Mikael, accompagnato da pochi accordi di chitarra acustica. Terminata la strofa, diventano le chitarre le uniche protagoniste, che ci emozionano con un delicato strumentale blueseggiante,  prima che abbia inizio il crescendo strumentale in cui batteria e sezione entrano prepotentemente donando la cattiveria necessaria a introdurre la parte cantata in growl, cui segue un piccolo break time e poi di nuovo una breve variazione tematica, ma pur sempre  di chiara matrice death. Eccoci quindi arrivati al tipico silenzio opethiano, presente anche qui, e che ci traghetta verso la terza e ultima variazione musicale: la conclusione di Dirge for November viene affidata alle "sei corde" , uniche protagoniste del finale blues. Testo brevissimo per questa traccia, che infatti è in gran parte strumentale. Il canto funebre di novembre esplicita quello che abbiamo riportato nell'introduzione: Blackwater Park è ovunque e in nessun luogo preciso, è solo un luogo di perdizione, un rifugio dove scomparire, dove andare a leccarsi le ferite, ma non è un luogo felice. Piuttosto, esso è un manto, una corazza di tristezza e passiva accettazione degli eventi avversi, una scusa come un'altra per decidere di lasciare che le cose scorrano, smettere di lottare e cullarsi nell'autocommiserazione con la scusa di "riposarsi". Andiamo ancora avanti, dopo il canto funebre, non poteva mancare The Funeral Portrait (Ritratto Funebre). Ancora una volta l'intro è affidato agli arpeggi della chitarra, dapprima sommessi, poi sempre più forti, come se giungessero da lontano e si facessero sempre più vicini, fino a ricongiungersi al resto dell' "orchestra" per esplodere nella più pura cattiveria death metal: ritmi sostenuti, groove potenti e il growl notevolmente migliorato di Akerfeldt. A tutto questo segue una parentesi strumentale, in cui l'assolo di Lindergreen brilla come la stella polare, portandoci verso la ripresa del cantato growl e la successiva parentesi di cantato pulito, seguito ancora una volta dallo strumentale da brividi con cui si estingue anche questo ritratto funebre. Come dice il titolo stesso, è un ritratto funebre, ma non nel senso intendiamo comunemente. Questo è il ritratto di un uomo distrutto, sconfitto dalle sue paure, dai suoi fallimenti. Funeral Portrait ci regala l'immagine di un uomo che ha perso la voglia di lottare, lo vediamo fermo, vicino a una finestra , intento ad osservare le gocce di pioggia che si infrangono sul vetro, si uniscono e poi svaniscono, come i sogni, come il tempo che scorre inesorabile mentre lui si culla nella sua disperazione, aspettando che la sua vita cambi senza che lui muova un dito. La pioggia però è anch'essa carica di significati: la pioggia sono le lacrime amare che rigano il viso del protagonista, le stesse lacrime versate dalle nuvole, che daranno acqua alle piante e le faranno rinascere. Ancora, la pioggia è l'acqua purificatrice, che lava via i peccati e con essi porta via anche l'angoscia che li accompagna; così, mondato dai suoi peccati, l'uomo sconfitto sente salire la voglia di rivalsa, quella voglia che ci dà la forza di rialzare la testa e lottare ancora una volta per raggiungere i propri obbiettivi. Intendiamoci, Akerfeldt ci tiene a ricordarci che il fantomatico Blackwater Park non scompare mai del tutto, tuttavia possiamo uscirne e relegarlo a quell'angolino buio e nascosto della nostra anima, che gli spetta. Siamo quasi giunti al termine del nostro viaggio attraverso il tetro Blackwater Park, ma prima troviamo Patterns in the Ivy (Figure nell'Edera), brano strumentale acustico di appena un minuto e mezzo, in cui pianoforte e chitarra dialogano per donarci quella sensazione di tristezza, quasi di abbandono che ben introduce la fine di questo viaggio musicale. Naturalmente, dato che il frontman e il suo braccio destro, Peter Lindergreen, sono entrambi chitarristi, le protagoniste assolute sono le sei corde, il pianoforte fa loro da controcanto solo in alcuni frangenti. Patterns in the Ivy non presenta grandi variazioni al suo interno, si apre con gli arpeggi di Lindergreen e gli accordi, che viaggiano su tonalità più gravi di Mikael, e così prosegue quasi fino alla fine, fatta eccezione per quei momenti in cui subentrano anche le note , dapprima singole, poi accompagnate dagli accordi al pianoforte. Anche quest'ultimo strumento in un primo tempo viaggia su tonalità gravi, poi via via si sposta di tono in tono fino ad attestarsi sull'ultima ottava della tastiera. Siamo giunti al capolinea, il quartetto svedese ci saluta con la title track: Blackwater Park (Il Parco dell'Acqua Nera), brano il cui "intro" strumentale è ben scolpito nella mente di chiunque conosca anche solo superficialmente questa band. Il collasso su se stesso del parco di acque nere dura dodici minuti di pura libidine musicale. Esso si apre con l'uso sommesso dell'effetto  delay , così basso da essere appena percettibile e ben presto interrotto dall'attacco deciso della batteria, che dà il via al vero e proprio "intro" strumentale. Un colpo di charleston, un brevissimo riff di chitarra, che simula quasi il basso, e poi si parte tutti all'unisono su tempi lenti e una sezione ritmica tanto semplice quanto solida, con chitarre che fluttuano su linee armoniche e melodiche che richiamano alla mente la musica araba. Un unico "Uh" in growl segna il passaggio da questa apertura alla successiva variazione musicale e al cantato che la segue. Silenzio, restano solo gli arpeggi della chitarra, che man mano riprendono in parte il riff iniziale con il sostegno della sezione ritmica, finché non si inserisce anche l'elettrica, ancora una variazione, stavolta ce la segnala la chitarra con il suo assolo condito dall'effetto più famoso al mondo , il wah wah, quindi riprende il growl, su un ritmo al limite del doom e un gioco di doppia cassa quasi inquietante nella sua opposizione alle melodie arabeggianti e ben più acute tracciate dalle sei corde . Nel frattempo Mendez si diverte in un ritmo slappato quasi funky, prima di tornare in sottofondo a sostenere tutta la struttura musicale. Il tempo aumenta di nuovo, scandito da un sapiente mix di doppia cassa, charleston e crash. Il testo della title track descrive , o per meglio dire chiarisce, cosa rappresenta il blackwater park. Esso è un'allegoria, è l'immagine che l'autore ha voluto dare al lato oscuro che si nasconde nell'anima di ognuno di noi, più o meno vasto a seconda della natura caratteriale del singolo individuo, ma pur sempre presente. Un parco tetro, i cui specchi d'acqua sono neri come la pece, nascosto e inquietante scrigno degli istinti più bassi che albergano in tutte le persone. Esso è confessore perché custodisce i segreti dell'animo umano, quelli che le persone non hanno il coraggio di confessare nemmeno a loro stessi, ma è anche un'entità vivente, che si alimenta e cresce con le frustrazioni, le delusioni, le indecisioni di chi se lo porta dentro. Il parco delle acque nere, è nascosto, ma spia quello che avviene, perennemente in allerta, come un lebbroso avvolto nelle sue coperte si nasconde agli occhi indiscreti della gente, non si fa notare ma osserva con attenzione tutto quello che succede pronto ad emergere dall'oscurità nel momento più propizio. Questo tetro angolo dell'anima però è anche una sorta di virus o un qualsiasi altro parassita, non lo vedi, cresce senza che l'ospite se ne accorga, infettando ogni cellula e pensiero, consumandolo da dentro, fino a prendere il sopravvento sull'organismo che lo ospita. Un testo quindi che ancora una volta, con la delicatezza di un raffinato poeta, tocca argomenti controversi. Alzi la mano chi non ha mai sperimentato con quanta facilità si può passare da una blanda irritazione alla rabbia feroce o all'odio indiscriminato. Chi non ha mai sperato che a qualcuno, che ci ha fatto un torto, capitasse qualcosa di brutto? Blackwater Park, simboleggia proprio questo: esso è il tempio della rabbia, dell'odio, del razzismo...di tutti quei sentimenti negativi, spesso originati da qualche delusione e dalla frustrazione, che possono portare anche la persona più mite a mettere in atto comportamenti distruttivi verso sé e verso gli altri.


Blackwater Park raggiunse gli scaffali dei negozi di dischi il 27 febbraio 2001,e da allora rappresenta uno dei capolavori indiscussi dei nostri cittadini della Luna. La copertina e le illustrazioni interne al libretto sono ancora una volta opera di Travis Smith, che in questo caso si affida alle varie sfumature di grigio per rendere ancora più chiaramente l'idea di questo oscuro parco.  La produzione, invece, fu curata da Steven Wilson, chi lo conosce sa che a me non resta altro da fare che ribadire l'ovvio: la produzione è perfetta, la qualità e la pulizia del suono sono di altissimo livello, il mixaggio? Pure quello, anche se a farlo sono stati gli stessi autori del disco. Blackwater park è un capolavoro di tecnica, un turbinio di emozioni musicali che lascia senza fiato. L'unica cosa a cui ci si può appellare per trovargli un difetto, oltre ai gusti soggettivi di chi ascolta, è il fatto che non è un disco facile da capire: serve molto più di un ascolto attento per assaporarne la complessità. Un "difetto" che affligge tutti i loro lavori in studio, e Akerfeldt lo spiegò bene durante un'intervista dichiarando " Ciascuno dei nostri album deve essere interamente colto e metabolizzato con mente aperta e possibilmente vuota. Proibite tutte le distrazioni. Gli Opeth non parlano alle persone che , nel frattempo, guardano la televisione, sono al volante di un'auto o si dedicano ad altre attività." Un modo come un altro per dire che se volete ascoltare qualcosa di poco impegnativo, gli Opeth non fanno al caso vostro, e il disco di cui stiamo parlando non è da meno. A chi si lamentava della quasi totale impossibilità di dare una precisa definizione alla loro musica, il frontman ebbe a rispondere "A noi piace etichettare la nostra musica con un aggettivo al femminile. 'Buona' è quello che preferiamo. Se ci obbligassero a recuperare una definizione, opteremmo per 'progressive music', ove il 'progressive' indica esclusivamente uno stato mentale". Continuo a chiamarlo disco/album/lavoro in studio, ma in realtà Blackwater Park si potrebbe definire un'unica lunghissima canzone. Ad un ascolto attento infatti si percepisce come ogni brano riprenda in qualche misura il precedente, un esempio lampante di questo è sicuramente rappresentato dal passaggio tra Harvest e The Drapery Falls, così come si chiude la prima di apre la seconda, prima di trasformarsi in qualcos'altro. Ancora va detto che Bleak subì diverse trasformazioni durante la sua registrazione, la versione originale non conteneva alcuna traccia di scale e melodie arabe. Queste vennero inserite durante le registrazioni, dopo che Mikael ebbe ascoltato un disco di Ibrahim Tatlises, artista curdo di cui Martin Lopez era amico e accanito fan. Il biondo leader si innamorò al primo ascolto della sua musica e al tal proposito dichiarò " Bleak fu parecchio alterata dopo che iniziai ad ascoltare Ibrahim. E' stato Lopez a passarmelo, se non sbaglio proveniva dall'Iraq ed erano compagni alla scuola di musica. Comunque, la mia reazione immediata fu 'Wow! E' una figata!' Volevo che il sound di quella canzone avesse quelle tonalità. Da un giorno all'altro mi ritrovavo influenzato dalla musica del Kurdistan. Bizzarro!"  Noi ,dal canto nostro, ringraziamo Martin Lopez perché il risultato derivato da questa influenza  è davvero eccellente. E che dire di Blackwater Park? La title track ha un posto di riguardo tra i fan degli svedesi, perfetta dalla prima all'ultima nota, ti entra dentro e non te ne liberi più, ma non bisogna dimenticare nemmeno la breve e intensa Patterns in The Ivy, rilassante e piena di forza al tempo stesso. In una parola: capolavoro.

1) The leper Affinity
2) Bleak
3) Harvest
4) The Drapery Falls
5) Dirge for november
6) The Funeral Portrait
7) Patterns in The Ivy
8) Blackwater Park

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