ONSLAUGHT

Welcome To Dying

1989 - London Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
05/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Concludiamo l'analisi degli EP di "transizione" che gli Onslaught pubblicarono fra il 1987, anno successivo all'uscita del grande The Force, ed il 1989, anno in cui venne dato in pasto al pubblico In Search Of Sanity. Abbiamo analizzato la volta scorsa quanto le scelte stilistiche dell'etichetta che aveva preso sotto la propria ala protettrice Nige Rockett e soci, la London Records, avesse spinto per avere un frontman dal timbro vocale diverso, più incisivo ed adatto a sonorità più classiche del Thrash e dell'Heavy in generale. A malincuore i nostri albionici furono costretti ad allontanare Sy Keeler, vera e propria colonna portante della band, una voce che il Thrash non dimenticherà mai, appannaggio del corpulento e capellone Steve Grimmet, fondatore e leader dei sempiterni Grim Reaper. Con Steve, poco dopo la pubblicazione dell'EP Let There Be Rock, i nostri diedero alle stampe anche l'ottimo Shellshock, un piccolo saggio di quanto la nuova voce potesse tranquillamente adattarsi al contesto musicale che gli Onslaught volevano, e che soprattutto l'etichetta desiderava. Contenente una traccia che verrà poi riversata nel full lenght, e due storiche e ricercate cover, quello strano EP dalla litica copertina fu accolto in maniera trasversale dal pubblico; una buona parte di loro ne lodò le enormi capacità compositive, andando anche a foraggiare quanto Steve alla fine fosse in linea con ciò che veniva suonato, mentre la parte più aspra e conservatrice, chiedeva in pompa magna il ritorno di Sy e poche altre storie. La decisione ormai era stata presa, Grimmet rimarrà con gli Onslaught fino all 1990, anno in cui però la band si scioglierà definitivamente, schiacciata dal peso dell'oppressione manageriale e dalle incomprensioni fra i vari membri. Prima di giungere definitivamente alla pubblicazione di In Search, la London Records ebbe l'ennesima idea per spremere fino in fondo tutto ciò che si poteva spremere al fine di creare il fatidico "ponte" fra vecchio e nuovo, fra antico e moderno, fra voci mai dimenticate e nuove da acquisire ed assorbire. Decise dunque di bissare il successo di Shellshock pubblicando un secondo EP, uscito ufficialmente qualche mese dopo il precedente, dal titolo di Welcome To Dying. Contenuto in un piccolo 12 pollici a 45 giri, ed avvolto in una scarna busta di cartoncino, questo EP si presentava al pubblico con una accattivante grafica, che però niente aveva a che fare con le simbologie che la band utilizzava nella prima parte di carriera; per una questione prettamente di marketing viene da supporre, si optò per togliere qualsiasi riferimento satanico ed oscuro, a vantaggio di colori accesi e disegni lineari. Nello specifico la copertina del nuovo EP reca una desertica grafica che ricorda le pianure assolate del Nevada, al cui centro si staglia un enorme cartellone luminoso, contornato da neon e luci stroboscopiche (riprendendo in parte il font del celeberrimo ingresso di Las Vegas), ed al centro del cartellone, in semplici caratteri neri, abbiamo il titolo dell'album. In alto a sinistra torna il logo della band nei caratteri d'acciaio che avevamo già visto in Shellshock (caratteri che poi ritroveremo anche nel full lenght qualche mese dopo), anche essi ben lontani dalle oscure e buie linee gotiche di Power From Hell e The Force. Il tutto viene stagliato in altezza da un plumbeo cielo che progressivamente si tinge prima di tutte le sfumature del blu, e poi del nero più impastato, il che fa ancora più risaltare il carminio rosso delle pianure sottostanti. Ricorda in parte la celebre copertina di Welcome To The Sky Valley dei Kyuss, probabilmente la più grande Stoner Rock band mai esistita. Abbiamo sviscerato con cura la copertina, ma cosa troveremo all'interno di essa? Come in Shell, si ripete lo stesso gioco: abbiamo una traccia che sarà poi nostra premura ascoltare sul disco completo, ed altre due cover, stavolta pescate in ambiti diversi dai precedenti. La traccia che venne estratta dal full lenght, è ovviamente colei che da il titolo all'album, e come vedremo durante l'analisi, è una delle canzoni più lunghe mai composte dalla band, ben dodici minuti di puro Thras/Heavy geniale e pomposo, coadiuvato da una squillante voce. Operazione commerciale o meno, siamo qua a parlare di un'altra piccola dose di violenza che gli Onslaught vogliono propinarci, e noi, da ottimi ascoltatori quali siamo, non possiamo far altro che accettare di buon grado. L'EP uscì in tre versioni diverse, fra cui anche un piccolo 7 pollici che risulta però troncato di una delle due cover, ed anche una succulenta copia per i DJ musicali, registrata in formato ancora migliore e stampato in qualità più alta, oggi ricco piatto per collezionisti. 

Welcome To Dying

Ad aprirci la strada troviamo la title track, che data la sua lunghezza occupa un intero lato del vinile. Welcome To Dying (Benvenuto alla tua morte) viene aperto da lugubri suoni di chitarra, un arpeggio che sembra provenire direttamente dall'inferno, pur conservando la morbidezza e la seta di una ballad melanconica. Ben presto al duetto si uniscono le slappate possenti di basso, che mai dimentichiamoci che esistono, data la loro innata importanza, ed anche piccoli accenni di batteria, resa "sorda" da alcuni precisi colpi sul bordo esterno. Malinconico inizio per una canzone che riserva grandissime sorprese, a cominciare dalla enorme durata; ben dodici minuti infatti ci separano dal solco più interno del vinile, e siamo certi che gli Onslaught ce ne riserveranno delle belle dato il grande tempo a disposizione. Mesti e contriti aspettiamo la voce di Grimmet ed il suo trionfale ingresso, ma prima di esso, la sei corde si fa elettrica, un delicato main riff fa capolino sulla scena di fronte ai nostri occhi, intonando una passionale melodia. Stiamo sognando ad occhi aperti, il mondo che circonda il nostro sguardo sentiamo lancinanti dolori al petto, come se qualcuno strizzasse il nostro cuore dall'interno. Siamo consapevoli del male che stiamo vivendo, eppure siamo così stupidi da non volerci svegliare mai: siamo corpi sgraziati, nudi e contorti che si stagliano al sole del mezzogiorno, seccando la propria pelle sotto languidi sguardi di disapprovazione. Grimmet dal canto suo affronta le liriche prima con inaudita morbidezza, quasi come un amorevole padre farebbe carezzando la testa dei propri figli, ma allo stesso tempo percepiamo bene il diniego della sua ugola. La musica accompagna le strofe a braccetto fino al ritornello, nel quale si calca la mano sul protagonista, nato soltanto per morire, e la sei corde elettrifica il proprio sound ancor di più, grazie all'uso del delay in ogni sua forma. Le corde vengono quasi  strappate dalla loro sede, mentre l'incubo sognante che stiamo vivendo ancora calca la propria zampa ossuta sulla nostra spalla, facendola sanguinare. Siamo esseri destinati alla morte, siamo soltanto carne destinata a decomporsi, eppure viviamo nell'illusione di essere immortali: ci chiudiamo dentro noi stessi senza scoprire mai come uscirne, senza trovare mai la porta che ci conduca ad un futuro migliore, sopravviviamo soltanto perché i nostri polmoni sono abituati al respiro. Diventa quasi da lacrime la canzone fin dalle sue prime battute, e subito ci accorgiamo di quanto gli Onslaught si siano discostati dagli argomenti che erano principi nei loro primi lavori. Già nell'EP precedente avevamo visto quanto ormai le argomentazioni sataniche ed oscure non facessero più parte di loro; la band si è fatta più introspettiva, quasi Doom nella resa delle varie azioni che vengono descritte, un blando velo di melanconico dolore che si fa sempre più opprimente. L'oscurità si prende gioco di noi, fa del nostro corpo e della nostra anima ciò che vuole, e mentre la sei corde via via si fa più incisiva, Nige Rockett ricama con la consueta bravura su quel ligneo manico, abbandonando anche in alcuni momenti gli stilemi del Thrash, per concentrarsi su refrain dal sapore old school, Heavy Metal sotto tutti gli aspetti. Musica per le masse e musica ormai impegnata, Steve continua ad aggredire le liriche con quel tono a metà fra rabbia e clamore, fra dolore e gioia, gli incubi certo non sono finiti. La cosa che risulta assolutamente interessante mentre ci accingiamo a chiudere ed arrivare al secondo ritornello, ripetendo ossessivamente il main riff, è che nonostante l'enorme durata del brano, la noia sia un sentimento che non tocca le corde del nostro essere. Siamo schiavi della logica, ma le catene si stanno spezzando, qualcuno lancia una cima di soccorso al nostro cuore affranto, e noi, come moderni schiavi d'un tempo che fu, finalmente iniziamo a respirare davvero. Tuttavia, anche questa è un'illusione: l'illusione di poter essere ciò che vorremmo essere, ma siamo soltanto morenti che aspettano di finire sotto tre metri di terra. E le parole vengono quasi urlate all'ascoltatore, la musica fa da contralto innalzando ulteriormente il gap generale che si viene a creare, senza lasciare alcuna via d'uscita. La vita ci sta finalmente abbandonando, sentiamo che le forze decrescono, quel ritornello in sé così morbido e cattivo al tempo stesso, dolcemente ci porge la sua mano e ci prende a schiaffi un secondo dopo, prima che la canzone alzi il tiro grazie ad un sincronismo di batteria e sei corde disarmante. La precisione messa in campo fa venire i brividi, Grimmet diventa ancora più maligno mentre questa, se così possiamo definirla, power ballad (che sembra riprendere in parte le idee di altrettante canzoni dei Megadeth seconda maniera) inizia a mangiarci le ossa senza ritegno, senza alcuna remora per il nostro dolore e la nostra voglia di andarcene. Ricordi bui e dolorosi si fanno spazio nella nostra mente, ed un assolo di rocciose proporzioni, lentamente fa la sua comparsa. Parte lento, senza alcuna apparente cattiveria, la chitarra sale e scende la scala con fare da guerriero, non ci sono limiti alla fantasia di Nige, le dita percorrono i tasti muovendosi con leggiadra forza, mentre i ricordi continuano a pervadere il nostro essere. Momento corale che viene supportato da alcuni colpi delle pelli, il solo si trascina per diversi secondi, prima di un cambio tempo che esplode nella sua seconda parte, decisamente più elettrica della prima, ed anche più incisiva. Una scelta stilistica che la band ha fatto, e che giova al sound generale; ritmi Speed si fanno strada fino a farci esplodere la testa, tapping ed hammer on vengono vomitati in faccia al pubblico nel secondo blocco di assolo, Rockett ci ha riservato il meglio alla fine. La velocità si fa ancor più alta, sembra di ascoltare due canzoni che sono state incatenate fra loro, il saliscendi continuo, pur in assenza di parole scritte, da corpo e forma alla parte finale dell'incubo. Le membra stanche fanno ormai quel che vogliono, aspettiamo il ferale colpo della vita, che secondo le nostre stime dovrebbe arrivare a breve; l'anima Thrash del gruppo si fa decisamente più sentire in questa seconda parte, prima di abbassare i ritmi lasciando libero sfogo persino al basso di James Hinder, che si ritaglia un piccolo momento solista percuotendo le sue spesse corde. Il brano poi torna alla sua forma mentis originale, riprendendo l'aspetto di una ballad intrisa di sentimento: ormai viviamo dei nostri ricordi, e cominciamo quasi ad anelare la morte, preghiamo per un inferno breve e pieno di quel calore che ci è mancato in vita. Siamo distesi per terra, l'aria si fa più fredda man mano che la vita ci sta abbandonando, sentiamo la mente che si spegne piano piano, l'ultimo ritornello calca la mano sul benvenuto che ci viene dato una volta trapassati. Siamo stati morenti tutta la vita, ora siamo cadaveri veramente, ed un alternate picking stravolge il finale per darci l'ultimo sonoro schiaffo morale e  musicale. Il minuto finale è riservato nuovamente al foraggiare il Thrash Metal degli esordi, la band concentra le energie residue per stupirci quella volta in più, grazie ad una concatenazione di riff da pelle d'oca, facendoci sentire ciò di cui sono capaci. La dissolvenza finale porta via tutto il dolore, tutto il melanconico sentimento trasmesso, rimane solo il trapassato, la cui anima non vagherà più come in vita, ma troverà la pace. Che dire, un piccolo capolavoro, una canzone che, se presa nel verso giusto, risulta essere dannatamente geniale e trascinante, brillando anche per estro compositivo. 

Atomic Punk

Girando il disco, ad accoglierci sul lato B troviamo una delle due cover; per analizzarla al meglio dobbiamo tornare al 1978, anno in cui venne pubblicato quello che, ad oggi, è probabilmente uno degli album più influenti di sempre. Parliamo del primo ed omonimo disco dei Van Halen, uscito per la Warner Bros Records. Come madame storia ci insegna, l'album si posizionò inizialmente ad un tiepido 19° posto della Billboard, incontrando solo parzialmente il favore del pubblico. Nel corso degli anni però il disco proseguì inarrestabile la sua corsa, fino ad arrivare alla enorme vendita di circa 10 milioni di copie, venendo certificato disco di platino. Verrà anche inserito, molti anni dopo, dalla celebre rivista Rolling Stones nella classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi, occupando la posizione 410. Il segreto del disco? L'enorme commistione fra la chitarra del grande Eddie Van Halen, la sua suprema tecnica che ha influenzato tanti e tanti axeman nel corso degli anni, e la sagacia compositiva del resto della band, il tutto magistralmente orchestrato dalla calda voce di Roth. All'interno del disco trovano spazio quelli che oggi sono classici intramontabili del genere Hard'n Heavy, come Eruption, Runnin' With The Devil e la grande You Really Got Me (cover del ben più vecchio brano ad opera dei The Kinks). Gli Onslaught sicuramente, da bravi ascoltatori quali erano, furono letteralmente investiti da quel sound quando erano ancora ragazzini, e quelle idee li hanno accompagnati in giro per la vita fino alla scelta di coverizzare proprio uno dei brani presenti sul disco, posizione numero sette, occupata da Atomic Punk (Punk Atomico). Il brano originale, come del resto tutti quelli presenti sull'LP dei Van Halen, fa grande sfoggio della tecnica di Eddie, mettendo in piedi un pirotecnico ed enorme show per il pubblico. Nel corso dell'ascolto, refrain e riff di pregevole fattura si alternano ad assoli memorabili, il buon Eddie con la sua chitarra fra le mani, ha saputo e continua ancora a fare la storia. La band albionica decide di non stravolgere assolutamente le ritmiche originali del pezzo, né tantomeno di interpretarle in chiave Thrash, quanto piuttosto di omaggiare furentemente la band, chiazzandola qui e là del suo sound leggermente più pesante. Colpi alla sei corde ed alla batteria fanno partire il pezzo in quarta, con un'energia devastante fin dai primissimi secondi; quel che segue è un infernale giro musicale, a cui si unisce Grimmet che aggredisce le liriche con grande forza. Il vortice si fa sempre più ingente, ci perdiamo dentro le sue spire, senza riuscire ad uscirne né a trovare una via di salvezza; siamo schiavi della tossicità, le strambe liriche ci raccontano di questo energumeno in chiodo e cresta, in preda ad una sorta di delirio misticheggiante. La scienza ci sta facendo del male; per quanto possiamo non ammetterlo, e per quanto le nostre idee siano pure, ormai la tecnologia ed il progresso sono diventati un'arma a doppio taglio, ed i Van Halen già nel 1978 lo avevano capito. Da qui la formazione del "Punk Atomico", un individuo che alza la testa ed ha il coraggio di dire un secco no a tutto quanto; per poter supportare la sua verve, la canzone procede spedita come un fuso nei suoi due minuti e poco più di durata, andando ad inalberarsi man mano che procediamo, e dandoci saggia prova di potenza. Steve dal canto suo cerca di riprendere le linee di Roth, ma interpretandole a modo suo, dato che il biondo frontman dei Van Halen, era celebre per il suo timbro più vicino alle sonorità dell'Hair Metal che dell'Heavy nudo e crudo. Meraviglioso l'assolo che si staglia sul finale, da far rimanere con la gola serrata e le pupille dilatate; è un pezzo che, nella sua estrema semplicità, lascia senza fiato, ed un ottimo omaggio degli Onslaught ad una band immortale. Come era accaduto per l'EP precedente, abbiamo anche qui non uno stravolgimento, bensì un chiaro tentativo di ringraziare la band originale per quanto prodotto; il primo album dei Van Halen ha cambiato la storia, e continua tutt'ora a scriverne una fetta molto importante. Dal sound cristallino della registrazione, fino alla presenza di canzoni che vengono rese cover ancora oggi dopo così tanti anni, chi non ha mai ascoltato You Really Got Me a tutto volume nella propria stanza?. Il nostro Punk Atomico si è stancato, ed inizia a prendere a calci tutto quanto, senza limiti, senza remora, senza rispetto; rispetto che manca anche dalla parte della scienza stessa, col suo enorme carico di bugie, sotterfugi e modalità di comportamento certo non riconducibili alla correttezza estrema. Per questo, per tutti questi motivi, il nostro amico dice basta, basta alle ipocrisie del mondo che lo circonda, basta a tutto lo schifo ed i liquami tossici che si stagliano sulla nostra povera terra, basta alle menzogne ed agli inganni, le strade sono controllate da lui e da lui soltanto, non c'è via di scampo. 

Nice 'n' Sleazy

Chiude questa avventura una cover che, esattamente come era accaduto su Shellshock, va a foraggiare l'animo originario di questi thrashers, ovvero il Punk. Nello specifico, facciamo un balzo indietro fino al 1978 (per la seconda volta), ma invece che andare a toccare i lidi statunitensi, rimaniamo in terra d'albione per stringere la mano ai The Stranglers. La band, originariamente chiamata The Guilford Stranglers, comprendeva Hugh Cornwell alla chitarra, Jet Black alla batteria, Jean Burnel alla voce ed al basso, ed Hans Warmling alla tastiera. Insieme hanno avuto una carriera davvero scoppiettante, a cominciare dal loro magico esordio avvenuto nel 1977 con Rattus Norvegicus. Nel corso del tempo hanno via via modificato sempre più il loro sound, fino ad arrivare con gli anni '80 ad una oscura Dark Wave elettronica; tuttavia, oggi non siamo qui per parlare di buio e luci al neon, quanto di Punk marcio e duro fino nell'anima. Con il terzo album i The Stranglers, intitolato Black And White (a causa del nome che venne dato ad ogni faccia del vinile, collegato ad altrettante tipologie di argomenti delle canzoni presenti su ogni lato), si riconfermarono quei grezzi e cattivi Punk che erano, e Nige Rockett certo non si fece sfuggire l'occasione di ascoltare questa piccola perla di musica inglese. Una volta pubblicato l'EP , la band di Hugh venne omaggiata coverizzando la traccia numero due del lato "white", intitolata Nice 'n' Sleazy (Carino e Sporco). Il brano nelle sue fattezze originali è al contempo classico del Punk britannico, quindi veloce, diretto e sporchissimo nel sound, ma anche leggermente sperimentale, grazie ad alcuni sentori di elettronica e atmosfere oscure che la band infilò nel proprio sound a partire proprio da questo album. Gli Onslaught, esattamente come per i Van Halen, non stravolgono per niente la canzone principe, rendendole omaggio e lustro quanto occorre per farla risaltare. Si inizia con un incisivo andante di batteria, cui ben  presto fa eco la sei corde con un muscoloso main riff e la voce di Grimmet, che cerca di imitare in parte le sonorità originali, ma dandogli comunque il proprio personalissimo timbro; la canzone procede diretta come un pugno allo stomaco, alzando leggermente i toni nella sua sezione centrale, vorticosi giri della chitarra si alternano alla batteria che si ricama preziosi momenti solisti, ma anche al basso stesso, che come la fiera tradizione del Punk vuole, non deve rimanere certo in disparte, ma anzi, deve essere sfruttato al massimo delle sue potenzialità. Si descrive una specie di delirio all'interno delle scarne liriche del pezzo, dando voce e forma ad un enorme caos infernale, al cui centro troviamo un esercito di giganti pronti a farci la pelle; sono venuti attraverso il mare, sono belli a vedersi e sporchi dentro, la loro anima è nera come la notte, il loro sapore di sangue e la loro voglia di carne sono assolutamente senza limiti. Non si fermeranno di fronte a niente ed a nessuno, niente potrà mettersi fra loro e l'obbiettivo per cui sono qui, niente; un angelo improvvisamente fa la sua comparsa, circondato da un mistico alone bianco, non ha anima, non ha forma, soltanto l'energia pura di quel cielo stellato sopra le nostre teste. Eppure anche lui è allo stesso tempo bello a vedersi, ma sporco dentro: sporco come le anime degli uomini, inzuppate fino al midollo di peccati, sesso, alcool, donne di ogni tipo, e l'angelo porta il messaggio, mentre un enorme assolo fa la sua comparsa a spazzare via ogni ragionevole dubbio. L'assolo si contrare e si distende, quasi come se ci stesse respirando nelle orecchie, e se sul brano originale tale assolo aveva le fattezze e le movenze di un Punk, la band qui decide di omaggiare gli Stranglers andando a renderlo più elettrico ed incisivo, ma sempre nel massimo segno di rispetto per chi ha scritto la musica molti, moltissimi anni fa. Il brano va a chiudersi così come era iniziato, nello schema perfetto del Punk in cui forsennatamente si gira attorno ad un tema portante, i nostri albionici sparano le ultime cartucce del loro caricatore direttamente in faccia al pubblico, che si prende quella energia e la incanala direttamente nel petto, sputando fiamme e fuoco. 

Conclusioni

Siamo partiti qualche tempo fa con Let There Be Rock, una piccola raccolta di cover e brani estratti dalla prima parte di carriera degli Onslaught, per arrivare poi al twist time con l'ingresso di Steve Grimmet e la successiva pubblicazione di Shellshock. Un EP che, come abbiamo detto nella recensione a lui dedicata (che come sempre vi invitiamo a leggere), ha sicuramente colto nel segno, offrendo al pubblico un prodotto degno di questo nome. Ed ora ci ritroviamo fra le mani questo Welcome To Dying; un discreto EP alla fine, che bissa in parte il successo del precedente, riprendendone gli schemi fondamentali. Ovvero quello di mettere insieme una traccia che poi sarà presente sul disco completo, e due cover famose per allungare il brodo e far si che il pubblico apprezzi e conosca canzoni che forse non ha mai ascoltato in questa versione. Nel caso specifico del secondo EP, ci si è concentrati su canzoni leggermente più blasonate del precedente, andando a "scomodare" gruppi che alla fine conoscono tutti quanti: da una parte abbiamo i dorati Van Halen, col loro carico di verve, tecnica, sagacia, influenze e genialità, un gruppo che rappresenta quello a cui praticamente tutte le bands Metal aspirano, l'Olimpo supremo della musica. E dall'altra abbiamo gli Stranglers, i sudici Punk britannici col chiodo ed i capelli al vento, catene ai pantaloni e collane con lamette attaccate; la loro rabbia era forte, il loro sentore di voler distruggere qualsiasi cosa lo era ancora di più, la smodata voglia di spaccare il palco in due la si può trovare ad ogni angolo dei loro dischi, dai primissimi fino ai più moderni. E poi non dimentichiamoci di lei, la mastodontica title track: un brano in cui gli Onslaught hanno dato pane a tutte le loro risorse, mettendo in piedi una delle canzoni, anzi, la più enorme canzone della loro carriera. Aulica, complessa nel suo essere comunque una unione di più parti, uno schema articolato e mistico in cui Nige Rockett e soci hanno riversato tutto sé stessi, risultando come un enorme e difficile esercizio di stile. Un testo che inneggia all'onirico, al sordido ed al soprannaturale, in un grande calderone che sobbolle sul fuoco, in attesa soltanto di essere rimestato; nel complesso dunque un EP che si fa amare al primo ascolto, complice principalmente la presenza della traccia che gli da il titolo. Il voto è un ampio 7,5, a testimonianza del fatto che gli Onslaught non sono mai morti del tutto, anzi, sono sempre rimasti lì, in attesa che le ceneri diventassero incandescenti per risorgere nuovamente. Se le premesse ascoltate nei due EP precedenti sono queste, possiamo solo immaginare quale imperante follia dilagherà nel full lenght; ed infatti nell'articolo successivo, affronteremo quello che, all'unanimità, è considerato il disco più maturo della loro carriera, sicuramente il più ragionato e complesso, complice la enorme presenza di tracce lunghe come quella appena analizzata. Per quanto riguarda l'argomento odierno, comprate e divorate questo piccolo capolavoro della discografia onslaughtiana se siete fan accaniti di essa, altrimenti passate pure oltre. Non per cattiveria, o non perché sia qualcosa di inascoltabile, l'esatto contrario, ma particolarmente perché, tolta la presenza delle due cover (che potete tranquillamente reperire in qualche compilation uscita recentemente), non aggiunge né toglie nulla alla discografia della band, risulta solo essere l'ennesimo tassello sperimentale e commerciale messo in atto dalla London Records per spremere fino in fondo la nuova formazione. Se invece come chi vi scrive siete fan del gruppo, ma fan veri, allora mangiatelo a colazione, sparatevi in vena queste tre tracce una dopo l'altra; verrete catapultati in uno strano mondo, desertiche colline stagliate su cieli notturni, insegne al neon, morti ammazzati e poesia onirica, questo il cocktail vincente di una delle band più geniali che il Thrash Metal abbia mai avuto il piacere di ascoltare. 

1) Welcome To Dying
2) Atomic Punk
3) Nice 'n' Sleazy
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