ONSLAUGHT

Power From Hell

1985 - Children Of The Revolution

A CURA DI
LORENZO MORTAI
18/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Il Thrash Metal è un genere pregno di rimandi, curiosità, sfumature e partiture prese da ogni dove; negli anni dalla sua genesi e venuta sulla Terra ad oggi, all'inizio degli anni '80, il metallo percosso ne ha attraversata di strada, influenzando, modificandosi, prendendo spunto dai filoni del momento, ed andando man mano che il tempo passava, sempre più a rimpolpare le sue già ricolme di sangue membra, fino a crescere esponenzialmente. E senza soffermarci su tutti i sottogeneri che ha generato (dal più blasonato Crossover, fino al Death, passando per tanti e tanti generi dai melodici ai più estremi che incorporano le sue viscere dentro di sé) possiamo invece fare un piccolo focus su quelle che sono le "zone" del Thrash sparse per tutto il mondo, una specie di mappa mentale e globale di una delle musiche più aggressive e tecniche che ci siano; il Thrash USA è la progenia, il filone principale, quello che ha dato i natali a tutto quanto, e ciò senza il quale oggi non saremmo qui a parlarne. Preso spunto anche dalla sua nativa e corroborante scuola Hardcore, il Thrash americano è ad oggi considerato come la punta di diamante, un limite che, gusti personali permettendo, non è mai stato raggiunto con la stessa intensità. Va da sé che alla fine ognuno sceglie di ascoltare ciò che vuole, ma rimane indubbio ciò che abbiamo appena detto: Bay Area, San Francisco, New York, matrici di una musica che ha gettato solide basi per i futuri trenta anni di sperimentazione e contaminazione, e dalla quale ogni tanto si torna sempre a bussare alla porta. Varcando i confini sudisti dell'America troviamo il Thrash latino: sua peculiarità è essere dannatamente malvagio, pur conservando una tecnica sopraffina ogni volta che viene eseguito. Scordatevi face paintin, trigger e blast beat, chitarre suonate mono-nota per due minuti, qui abbiamo la più grande tradizione del nord America presa, sviscerata, resa truculenta da testi horror o ricolmi di sociali avvertenze ed accuse, il tutto suonato alla massima velocità e con la maggior cattiveria possibile, in una enorme orgia di caos. Rimbalzando ancor più in alto degli USA troviamo gli amici canadesi, cui Thrash è sinonimo di una cosa sola, tecnica, tecnica e tecnica sparata direttamente nelle vene degli ascoltatori e degli astanti sotto al palco. Ogni nota suonata deve essere perfetta, in prima linea per la causa, riff vomitati letteralmente in faccia al pubblico, sei corde che vengono infiammate, una batteria pestata con il martello, e molto spesso voci che sfociano nel falsetto, per rendere il tutto lisergico e tossico. Traversiamo l'oceano e troviamo l'Europa, la Vecchia Signora come molti amano chiamarla, una terra di storia, tradizioni, e che ha dato ella stessa i natali agli USA quanto al Canada come lo conosciamo oggi, fama di conquista, capitani coraggiosi in giro per il mondo. Qui abbiamo il filone teutonico, contrapposto al francese/belga, due scuole ai poli opposti, una che punta tutto sull'aggressività di fondo (tedeschi), e l'altra sulla sopraffina tecnica di esecuzione, mischiando le carte in tavola e facendo entrare al banchetto anche generi mai sentiti prima. Potremmo poi spingerci ad analizzare anche tutte le altre micro-scene che si sono presentate negli anni, compresa quella nostrana che, con la sua forte tradizione Hardcore, fa molto rimando alla scuola teutonica, con ovviamente un forte pizzico di personalità e tracotanza, che non guasta mai. Eppure, sentiamo di aver dimenticato qualcosa in questo blocco; eh si, abbiamo dimenticato la nazione che al nostro caro Heavy Metal ha dato i natali veri e propri, l'Inghilterra. Spiegarvi che cosa sia il Thrash inglese è piuttosto semplice: immaginate una tavola di ospiti che mangiano posati e seduti, ed al centro un uomo, vestito di tutto punto, giacca, cravatta e scarpe lucide. Sembrerebbe una persona per bene, distinta e soffocata in quel poliestere scuro e camicia bianca, eppure, ad un certo punto, la luce, anzi, il caos. Si strappa la giacca e rivela una maglietta demoniaca, anfibi spuntano ai suoi piedi, i capelli si sciolgono formando una lunga criniera, sguardo assassino, chitarra fra le mani, e l'enorme vortice delle sue note spazza via tutto quanto. Ecco, il Thrash britannico è così: un genere spesso poco considerato dagli appassionati, ma che dai veri diggers viene reputato come una scuola assai importante, principalmente per due fattori. Il primo è ovviamente territoriale e storico: tutti sappiamo che il Metal è anglofono, e particolarmente britannico nella sua formazione. Tutta la musica che noi ascoltiamo, dai generi più tecnici ai più estremi, ha una piccola Union Jack sotto la pelle, sintomo della grande importanza di questa nazione. E poi non dimentichiamo anche la parte "crestata" di quelle terre; se l'America infatti ha avuto l'onore e l'onere di dare vita all'Hardcore, non dobbiamo mai scordare che suo padre, il Punk, mastica inglese british dalla mattina alla sera. E dunque, come potrà venire fuori un genere che mischia queste tradizioni, con la consueta violenza espressiva, musicale, lirica ed iconografica del Thrash? Per spiegarvelo, voglio raccontarvi una storia: inizia a Bristol, nel 1983. I Metallica hanno da poco rilasciato Kill'Em All, gli Slayer hanno fatto lo stesso con Show No Mercy, di lì a due anni gli Exodus sconvolgeranno il mondo col loro calice nato dal sangue, e così via per tutte le altre formazioni. In mezzo a questo enorme turbine di dischi, mentre in Inghilterra la NWOBHM stava ormai prendendo piede, i Maiden erano sulla cresta dell'onda, così come i Judas Priest ed i Saxon, altrettante band in scantinati e locali cercavano di dare vita al proprio sound, troviamo Nige Rockett, professione chitarrista.  Anche egli aveva un desiderio, quello di mettere in piedi una formazione che prendesse piede nelle menti degli appassionati, e così, assieme all'amico bassista Paul Hill fondò, nello stesso anno, gli Onslaught.  Nome d'impatto, assalto, attacco, un esercito di metalheads pronti a sfasciare ogni cosa su cui posavano lo sguardo; eppure nel 1983 i nostri erano ancora ben lontani dal Thrash. Si assestarono infatti in quella che fu la seconda tornata di Hardcore Punk mondiale, pubblicando (reclutando anche Jase Papa alla voce e Steve Grice alla batteria) la loro prima demo, una piccola infusione di Hardcore veloce e ritmico, malvagio fino al midollo. Le formazioni però, si sa, durano ben poco, specialmente quando si è giovani (basti pensare agli innumerevoli cambi di lineup effettuati dai Megadeth, o dai Metallica stessi, prima di arrivare ad una stabile formazione), ed infatti Papa e Grice vengono ben presto sostituiti da Roger Davies e Paul Davis, il primo al microfono, il secondo alle pelli. Ed è con questa formazione che il 29 Ottobre del 1983 fecero uscire What Lies Ahead, la loro seconda demo, contenente ben dodici pezzi in studio, più sette live, il tutto ovviamente autoprodotto e distribuito su cassetta. La fiamma Hardcore continuava ad ardere negli animi del gruppo, lo dimostra il fatto che le seguenti demo della formazione (fra cui spiccano Foxhole del 1984, e Hatred Towards The System dello stesso anno) contenevano brani, molti, ma dallo scarso minutaggio, che di poco superavano i due minuti (e molto poco spesso) come nella migliore tradizione che il figlio maledetto del Punk richiede. A questo punto, siamo nel pieno del 1984 (anno in cui, per inciso, esordirà anche un'altra realtà molto importante nello Speed/Thrash, i grandi Warfare con il loro Pure Filth, ed anche l'anno in cui i Crucifixion rilasceranno una perla di NWOBH, il dorato EP Green Eyes, due ascolti che sicuramente i nostri metallers inglesi fecero ai tempi, rimanendone folgorati), la formazione cambia ancora: entrano Paul "Mo" Mahoney alla voce, col suo carico di cantato grezzo, sporco e pieno di ruggine, ed il grande Jase Stallard dietro le pelli, un batterista dalla forte tradizione Metal nelle proprie bacchette, ma che non disdegnava anche qualche scivolata Punk al vetriolo. La formazione adesso pareva davvero stabile, ed i nostri si misero a comporre nuovo materiale, ed è qui che avvenne la svolta; con la naturalezza che da sempre contraddistingue chi la musica la ama visceralmente, la nuova band iniziò a comporre note che si discostavano più o meno pesantemente dai canoni che erano stati intrapresi fino ad ora, il demone mefitico del Thrash si stava impossessando di loro. Canzoni decisamente più lunghe, riff articolati, chitarre assassine sempre in prima linea, una batteria dura e militaresca, condita dalla ottima voce di Mo, divennero il loro cavallo di battaglia, che poi li porterà ad essere vincenti per tutta la durata della loro carriera. Materiale composto, adesso andava portato a qualcuno, un'etichetta che credesse in loro, e che facesse da vate nell'immensa e fitta giungla del mercato discografico mondiale. Continuando a comporre e provare, i nostri arrivarono al 1985, anno in cui venne il loro soccorso la Children Of The Revolution Records (casa di produzione specializzata in alcune delle demo e CD più estreme di sempre: nel 1985 la casa con sede a Bristol fondata da Tim Bennet, con particolare amore per il Punk, farà uscire dischi come quelli dei Potential Threat, dei Chaos UK, degli Stupids e  degli Xpozez). I nostri firmarono con la Children quello stesso anno, e si misero al lavoro per confezionare il primo full lenght della loro carriera, che avrebbe finalmente dato risalto alle loro demoniache membra. Durante le sessioni di registrazione il sound si delineò per essere un enorme omaggio tanto all'Hardcore, che non abbandonò mai i cuori degli Onslaught (e non lo ha fatto neanche oggi, a più di 30 anni dal loro inizio), quanto allo Speed /Thrash degli esordi, con altrettanti rimandi ai pilastri del genere come Slayer, Venom e Metallica, oltre che tante altre sfumature che poi scopriremo nel track by track. Alla fine delle registrazioni erano state messe in piedi dodici tracce, di cui due strumentali e due molto brevi per fare da apripista e chiusura al disco, mancava solo il titolo. Ed ecco che alla fine, nello stesso anno in cui uscirà un altro marcio esempio di Thrash britannico (quel Behinds The Realms Of Madness dei Sacrilege che da Birmingham farà tremare la terra con l'ausilio di una delle prime Thrash frontman della storia, la grande Lynda Simpson) sempre per la Children, gli Onslaught si videro formato il loro Power From Hell. Dalla grafica accattivante e dai dettagli "nerd" a bizzeffe, questo disco in poco tempo divenne una vera perla per gli appassionati, andando a rinverdire i fasti di un genere che in quegli anni già aveva dato tanto, ma aveva altrettanto da dire. Il vinile originale si presenta con un sudicio demone che tiene fra le mani una ascia da battaglia, il tutto contornato da fumo e da un enorme pentacolo sottostante al Baal di turno, cui fanno capolino il logo della band (scritto in caratteri gotici) in perlaceo bianco così come il disegno, ed il nome del disco scritto in rosso sangue sotto. La particolarità di questo disco però la troviamo sul retro: al centro un altro enorme pentacolo, a destra e sinistra le due metà del disco, divise fra la sezione I, chiamata Death, e la sezione II, chiamata Metal (esattamente come nello stesso anno gli Warfare, nominati poco fa, fecero col loro Metal Anarchy, dividendo l'album in due sezioni ben distinte, ognuno con sue caratteristiche). Due blocchi di putrida devastazione che sono lì, pronti a sviscerarci le orecchie e farcele saltare. Molti conoscono probabilmente la versione firmata Under One Flag, che è la prima ristampa ufficiale del disco, quando la band, nel 1986, firmerà con questa etichetta per produrre The Force, il secondo album (la UOF era una parallela della Music For Nations, la casa madre dei Metallica, in cui la MFN inseriva tutti gli album più estremi e sperimentali, per tenere il mercato separato e più aperto possibile; negli anni sotto la UOF finiranno i Raven, i Forbidden, così come Nuclear Assault, Overkill e Dark Angel, giusto per prendere quattro nomi a caso). Parallelamente alla originale stampa Children per il mercato UK, in USA il disco uscirà grazie alla Pusmort (un'altra label prettamente Punk), con alcune differenze nel disegno: il fumo dietro al demone sarà arancio, così come il titolo del disco, ed il bianco perlaceo sarà sostituito da un avorio più scuro. All'interno dello Sleeve, in mezzo ai testi, sono presenti queste poche righe, che fanno ben capire l'aria che respireremo nel disco: And When The Thousand Years Are Expired?Satan Shall Be Loosed From His Prison (E quando i Mille anni saranno scaduti?Satana sarà sciolto dalla sua prigione), si tratta del versetto 20:07 del libro dell'Apocalisse. Benvenuti all'inferno cari miei, questo è il primo full lenght firmato Onslaught.

Damnation

Cupe note ventose creano l'atmosfera lugubre necessaria per fare da viatico al disco, che è affidato a Damnation (Dannazione); alle tetre note iniziali fa eco un pendolo funereo e ricco di pathos, seguito a ruota da uno speech che inizia ad intonarci oscure frasi di morte. Il tono di voce è quello che potreste tranquillamente immaginarvi in un film dell'orrore, con l'ugola serrata e gutturale che ripete ossessivamente le parole, mentre in sottofondo continua a permanere questa atmosfera così carica di lisergica malinconia e mestizia. Ci pare di trovarci immersi nella nebbiosa aria di un cimitero, fra fuochi fatui e lapidi rotte dal tempo, nomi che nessuno di noi conosce, ma che sentiamo lì, dietro di noi, pronte a metterci le mani sulle spalle. Avanziamo in questo camposanto pieno di anime dannate, come in un ossimoro vivente, le tombe iniziano a spalancarsi mentre vediamo apparire l'effige della copertina, un demone putrescente e con la bocca ricolma di sangue. Egli brandisce la sua lucente ascia, i pendagli di pelle marrone ed il manico ligneo ci vengono branditi di fronte alla faccia, e sentiamo il nostro sudore farsi più freddo mentre il demonio avanza verso i nostri occhi, guardandoci con il suo sguardo di bragia. Lo speech va man mano spegnendosi sempre di più, ad un micro secondo di silenzio sulle parole che danno il titolo all'album, l'atmosfera cambia, dando il via a ciò che viene considerato come una traccia unica incastonata al primo posto.

Onslaught (Power From Hell)

Da contralto a Damnation infatti arriva a spron battuto Onslaught (Power From Hell) ( Attacco - Potere Dall'Inferno); non appena le parole del demone appena giunto se ne vanno, un roccioso riff di chitarra, dal sapore estremo e molto oscuro, fa il suo ingresso sulla scena. E' Nige Rockett con la sua sei corde che inizia ad infiammare gli animi degli ascoltatori con questa musica che sembra provenire dall'antro più polveroso dell'inferno. Il giro continua la sua corsa, andando ad incastrarsi con precisi e dissonanti colpi di batteria, prima sui piatti e poi sulle pelli; le mani di Steve Grice mostrano fin da subito la propria abilità con le bacchette, ed infatti ai piccoli accenni iniziali fa eco un portante riff di batteria e chitarra suonato all'unisono, cacofonico e pesante, ma al tempo stesso tecnico, che preannuncia la venuta del male più oscuro. La canzone è ormai partita, siamo in ballo ed iniziamo a correre come forsennati mentre veniamo inseguiti dal mostro che è penetrato direttamente nel nostro cervello, mentre i nostri thrashers inglesi iniziano furentemente a martellare la nostra scatola cranica con questo sapiente mix di tecnica e violenza sonora, in una enorme orgia di cadaveri, sangue e morte, fino all'ingresso quasi automatico della voce. Lo stile canoro di Mahoney riprende, o sembra almeno, in pieno le tradizioni Hardcore, tanto di scuola USA, quanto britannica, con vocalizzi serrati e quasi gutturali, mentre dietro la strumentazione, compreso il basso che fa da ampio respiro al gruppo stesso, scatena tutta la sua potenza. Ogni parola pronunciata da Mo è uno schiaffo in pieno visto, ai pietismi, alla falsa modestia di tanti e tanti uomini, la loro condanna è una sola, l'inferno. Così come l'inferno è il luogo da cui questa band prende il suo potere; nel tartaro più nebuloso, fra fiamme eterne e caverne oscure, questa formazione esce direttamente dalle viscere della terra, e lì rispedisce l'ascoltatore con un sonoro calcio nei denti, al grido del Thrash più grezzo che si possa immaginare. Pensate l'effetto che nel 1985 possa aver fatto un disco del genere ai ragazzi che lo avevano comprato, magari incuriositi dalla copertina così particolare: appena messo sul piatto si viene investiti da questa onda sonora fatta di riff incatenati fra loro con maglie arrugginite, e le pelli che vengono deflorate senza pietà, prendendo spunto sia dalle tradizioni Punk, ma anche da quel marcio Speed che formazioni come i Venom avevano contribuito a plasmare qualche anno prima, dando vita al "metallo nero", un enorme carico di odio sotto forma di note che si stampa sul volto come un pugno ben assestato. Mentre Mo continua la sua arringa di dolore, dietro gli altri partecipanti danno man forte al vocalizzo, fino al crescendo che arriva giusto in contrapposizione col ritornello, cantato a squarciagola e con l'uso imperterrito del proto growl. Ritornello che consiste nella pronuncia di Onslaught, seguito a ruota dal titolo del disco, il tutto mentre la chitarra inizia leggermente a ricamare assieme alle pelli, prima di un brusco cambio di tempo improntato sulla velocità che ci trasporta al secondo blocco della canzone. Monolitica la seconda parte in cui subiamo una spinta in avanti dalla band, che preme forte sul gas ed inizia a spingere la macchina fiammante lungo la strada, col vento fra i capelli; la batteria sfocia quasi nel trigger in alcuni punti, mantenendo comunque il suo carico di tecnica Speed senza troppi compromessi. Non è un brano certo che brilla per composizione o riff, ma neanche vuole farlo, vuole solo pettinarci i capelli per tutta la sua durata; e ci riesce ancor meglio quando, poco dopo i due minuti, sforna un ritmo cadenzato degno del Thrash americano basic che tutti noi conosciamo, con un enorme loop che si ripete fino a farci perdere dentro di esso, mentre la tempesta continua ad infuriare. Si sente la gioventù che albergava nelle menti dei protagonisti in questo disco, la sola voglia di spaccare il mondo in due con la musica, e soprattutto le reminiscenze sonore che le loro orecchie avevano consumato dallo stereo. Si sentono si i Venom, ma anche tutta quella parte di metallo britannico più oscuro, con anche dei piccoli rimandi al Proto Doom, se non altro per l'argomento trattato. Il brano continua a trascinare le sue canute membra con il ritmo veloce di cui sopra, finché verso i tre minuti si cambia ancora registro: dopo una serie interminabile di riff incastrati l'un con l'altro, abbiamo il cambio di tempo verso un lido ancora più marcio e Speed, direttamente dalle tradizioni del genere. La voce dal canto suo mantiene il proprio stile per tutta la durata, ci malmena ad ogni occasione, lasciando però ampi spazi di ascolto alla sola musica, che in questo primo slot pare essere l'assoluta protagonista. Un Thrash che ti entra nelle ossa, bastardo ed impertinente, con tanta energia da vendere e soprattutto tanta malvagità da sfoderare; lo sentiamo assai bene nella parte che precede l'enorme assolo di Nige. Una nuova serie di riff mitragliati a rotazione fa da apripista per il solo di chitarra; la sei corde di Rockett viene stretta con enorme forza, la distorsione è al massimo ed il solo prolunga la sua durata sparando scintille per diversi secondi; encomiabile è come questa parte solista sia di matrice prettamente Heavy, con un saliscendi continuo sul manico e note che schizzano fuori come impazzite. Finito il solo riprendiamo l'andante sentito per la maggior percentuale del pezzo, il clangore degli strumenti si fa sempre più possente mentre la voce spara le sue ultime cartucce sul ritornello prima del blocco finale. Blocco che viene segnalato da un preciso cambio della batteria, poche rullate di piatti e si riparte nella velocità smodata, con anche il frontman che alza leggermente il tono andando meno sul gutturale e più sul cattivo senza ritegno. C'è tempo infatti per un altro solo da parte di Nigel, di matrice prettamente simile al precedente, forse solo leggermente più lungo, e nel frattempo altri due cambi di tempo preannunciano la fine della canzone, con Mo che stringe le proprie corde vocali fra le mani, buttandosi a capofitto negli ultimi versetti satanici con l'aria di un conquistatore affamato di potere. Il pezzo viene interrotto bruscamente dall'arrivo dello stesso vento che aveva aperto lo speech iniziale, poche e soffuse luci si spengono sul cimitero, la tempesta è passata, ma il male continua la sua corsa. Seppur separate in questa recensione, lo speech e la sua conseguente canzone continua, sono da considerarsi come un'unica traccia. Trattando anche lo stesso argomento, spesso, e particolarmente nelle versioni più moderne del disco, si tende addirittura a fondere i nomi scrivendoli uno di fianco all'altro, dato che la prima altri non è che il proseguo della seconda. Attenendoci però a ciò che reca il retro del vinile originale, Damnation è da considerarsi come lo speech di 36 secondi che precedono la venuta della title track; la quale traccia non è altro che una macabra descrizione di che cosa sia questo enorme potere che viene dall'inferno. Se ci si pensa un attimo ci si arriva da soli, ma per coloro che non riescono; il Potere dall'Inferno altro non è che lo spalancare le porte stesse dell'abisso per far uscire il suo contenuto e portare la morte sulla terra. La band si rivede in Satana, parte della sua legione, e grida al pubblico che questa sera strapperà brandelli delle loro anime per offrirli in sacrificio al signore degli inferi. Per tutti coloro che hanno tentato di fermarli, per coloro che ritenevano questa cosa lontana nel tempo, ormai è tardi: siamo nel ballo della morte, fra scheletri e mostri, e dobbiamo danzare con essi. Una enorme esplosione preannuncia la fine, mentre l'assalto frontale di questa armata delle tenebre prende vita e ci ghermisce come prede succulente. Nessun luogo sarà abbastanza sicuro per nasconderci da questa orda barbarica con lame affilate, nessuna grotta sarà abbastanza buia, perché questi signori non sono bestie scatenate da un paese nemico, bensì creature che provengono dal più spaventoso dei nostri incubi, e noi stasera saremo la loro cena. Come una forchetta taglia il burro, anche il cielo viene squarciato, rivelando non la luce divina, bensì una rossa pioggia di fuoco sulle nostre teste; esse bruciano, si contorcono, uomini intorno a noi che si accartocciano come pergamena, bruciando sotto i colpi del male, è questo, il potere dell'inferno. Una canzone che, forte del suo ritmo ossessivo e pieno di rocciosa aggressività, gioca sul terreno satanico degli argomenti già trattati da migliaia di band, ma dandogli un'impronta tutta sua. Immaginate un gruppetto di Hardcore Kids arrabbiati e pieni di lame che ci vengono incontro, ma invece che inneggiare all'anarchia, inneggiano  a Satana e tutti i suoi diavoli, questa è l'atmosfera che si respira nell'apripista di Power From Hell.

Thermonuclear Devastation

Un altro giro di chitarra pieno di vetri e cocci rotti ci apre a Thermonuclear Devastation (Devastazione Termonucleare); piccolo brano dalla enorme potenza ed al contempo dalla scarsa durata (poco meno di due minuti), necessari e sufficienti però a scatenare una vera apocalisse nelle nostre orecchie. Al portante riff iniziale ben presto si aggiunge la batteria, che con alcuni colpi forti e risoluti inizia a martellare i propri tom e piatti poco prima che l'intera suite prenda il via. Nige strappa letteralmente le corde del suo strumento e le lancia in faccia al pubblico che sotto al palco sta ormai dando vita ad una mortale danza di distruzione. I colpi alle pelli si fanno via via più veloci e ritmici, finché con una piccola rullata generale non si entra nel vivo del pezzo. Il blocco centrale consiste semplicemente nel giro di ascia che abbiamo sentito prima, all'inizio del brano, ma ripetuto ossessivamente ed in maniera più veloce, cui fanno eco le pelli, il basso là dietro che picchia sulle sue corde con grande forza, e la rauca voce di Mo che pochi secondo dopo l'inizio della fine fa il suo ingresso, stavolta usando un cantato gutturale e ricolmo di cinica rabbia. Considerando l'argomento principe del pezzo, ovvero un inverno nucleare, non poteva che essere un pezzo dannatamente esplosivo, e la sua breve durata rimanda i ricordi agli esordi della band, quando ancora componevano solo e soltanto Hardcore, in quelle enormi demo da 12/15 pezzi, ripiene della loro giovanile voglia di protestare. Questo secondo slot vuole essere un piccolo omaggio a quelle sonorità mai dimenticate del tutto, anzi, che hanno funto da base per poi passare all'enorme e gargantuesco calice del Thrash, che ha strappato i cuori dei nostri Onslaught sostituendoli con il suo, nero e fumante. Una volta partito il pezzo, esso altri non è che una corsa forsennata e piena di energia contro il tempo; sentiamo la batteria continuare a martellarci la testa per tutta la durata, mentre la sei corde compulsivamente ricama sul proprio manico una serie interminabile di ritmi oscuri e Speed, inframezzandoli con alcuni meravigliosi assoli che hanno il sapore della terra più scura. Oltre che un omaggio all'Hardcore, questa suite vuole essere anche un rimando a tutte quelle realtà più misconosciute del panorama Speed Metal di inizio anni '80, un devastante calcio in bocca a chi pensava che questa band non sapesse comporre o scrivere, eccovelo servito, ora piangete. Pochi stralci di liriche ci raccontano, mentre il brano sfuma su un vento gelido e nucleare, le enormi devastazioni di una detonazione atomica; pensate che il disco è del 1985, piena Guerra Fredda, Ronald Reagan che vessava il mondo con la sua politica ammazza-comunisti, i Russi che dal canto loro soggiogavano l'altra metà del mondo, e nel mezzo tanti e tanti ragazzi come gli Onslaught stessi che osservavano questa follia. L'argomento nucleare, si sa ormai, al Thrash Metal è davvero caro, ed in questa suite in particolare, si parla di ciò che accadrebbe se la bomba scoppiasse davvero. Case diroccate dove un tempo c'era la vita, morte apparente e reale dentro le nostre teste, la puzza dei cadaveri bruciati e ridotti in cenere, e quel penetrante odore di morte che ti entra fin dentro le narici, facendoti vomitare. Questa è la conseguenza di una esplosione termonucleare, un danno enorme per ambiente e persone, ed un episodio che, oltre alle uniche due volte che si è presentato, non deve mai più ripetersi. Ora è il momento che i nostri british metallers dimostrino anche che non sanno soltanto trapanare casse toraciche a furia di vomitare riff e ritmi serrati, ma sanno anche comporre come si deve.

Skullcrusher I

Incastonata alla terza posizione infatti troviamo Skullcrusher I (Spezzacrani I), una suite che, come vedremo, avrà il suo secondo blocco nella sezione "Metal" del disco. Pochi giri di chitarra acustica ci aprono il brano, a cui fanno da rinforzo colpi ai piatti prima, ed ai tom poi, in un omaggio a quelle che sono tante e tante basi di canzoni Heavy che noi fan conosciamo bene. Dopo tre blocchi così detonati sul nostro viso, è interessante vedere come gli Onslaught abbiano inserito una canzone del genere nella loro tracklist, dimostrando di saper anche dare vita a qualcosa di aggressivo si, ma comunque leggiadro. Ai pochi giri di sei corde iniziali fa da collegamento un ritmo continuo e sempre melodico, con le pelli dietro che gonfiano leggermente il tiro e danno alcuni colpi sordi al proprio kit. Accelerate improvvise della batteria preannunciano che ciò che stiamo sentendo è solo un intro, e che l'intero brano non sarà così; infatti, dopo l'ennesimo annuncio di cambio tempo, è la batteria stessa a cambiare registro, dando colpi sempre più potenti e precisi al set, e facendo divenire la chitarra da acustica a prettamente elettrica. Nige ricama sul suo manico mentre il brano sta per partire in maniera definitiva, con l'intero gruppo fatta eccezione per la voce che fa il suo ingresso in scena e continua a suonare lo stesso andante. La partenza vera del pezzo avviene dopo circa un minuto dalla sua partenza, con un piccolo silenzio di mezzo secondo che dà il via al cambio di andamento repentino come la band ormai ci ha abituato fin dall'inizio del disco; una volta cambiato il tempo, si parte con un altro ritmo pieno di granitiche note che ci arrivano direttamente alla testa, e la batteria che fino ad ora si era limitata ad essere "metal", in questo momento inizia a scatenare tutta la sua potenza in un'orgia di scintille Thrash fino nell'anima. Alzando ed abbassando il tono del pezzo si procede così, e ci accorgiamo anche ben presto che la canzone è una strumentale; fatta eccezione infatti per alcuni rauchi sprazzi di vocalizzo da parte di Mo, che ripete semplicemente il titolo, questo slot è una grande e sanguinolenta traccia atta a foraggiare e saggiare a fondo le abilità di ciascun membro del gruppo, per dare l'idea generale di chi siano e cosa sappiano fare. Il ritmo compulsivo che era stato sfornato dopo il melodico intro, continua inarrestabile la sua corsa, sormontato anche dalle pochissime parole del frontman. Un cambio di tempo arriva poco prima dei due minuti, quando ad un colpo di piatti, immediatamente Nigel si assesta su un andante Thrash a tutti gli effetti, ritmico, ripetitivo e devastante. Si tratta forse di uno dei momenti migliori dell'album, in cui si riesce bene a percepire le potenzialità di questa band, che pur con una produzione non al top delle sue potenzialità, riesce a trasmettere un'energia fuori dal comune, e che gli verrà riconosciuta purtroppo molti anni dopo. Tanti e tanti fan non apprezzano Power From Hell, passando direttamente a The Force, ritenuto ancora oggi il loro capolavoro; eppure la vera essenza del gruppo è proprio qui, nel primo disco, quello in cui riversarono tutta la rabbia che animava le loro teste ed i loro corpi. Non che nel secondo album (come vedremo) non ci sia tutto questo, ma sarà più pulito e meno rozzo rispetto a l'esordio discografico, ed è proprio questa ruggine a rendere PFH un memorabile esempio di che cosa un musicista riesce a fare. Si prosegue come abbiamo detto con questi repentini cambi di sonorità, finché la sei corde non inizia a produrre un ritmo che sembra provenire da una oscura ed inaccessibile grotta, ed ecco che lo Speed si impadronisce di loro, e viene omaggiato con un riff portante di grandi proporzioni, inframezzato solo dalla parola "Skull" pronunciata da Mo durante il cambio tempo. Lo Speed Metal time continua con tutta la strumentazione all'unisono, le pelli vengono percosse con grande forza, ed il ritmo della chitarra si fa più grave e pregno di energia, dando anche spazio ad un veloce assolo in tapping e power chords che si sprecano, una combo devastante per potenza e velocità che ti fa muovere a tempo la testa. Ed anche qui un enorme omaggio all'acciaio Britannico, che viene con cura deflorato dagli Onslaught e reso più cattivo grazie alla loro anima nera. Sulla ripetizione psicopatica del ritmo che ci ha aperto il pezzo esso va man mano a sfumare, prima di interrompersi quasi con uno stop secco dopo ben quattro minuti dal suo inizio. Essendo una strumentale ovviamente non ci sono liriche a cui far riferimento, eppure mentre sentiamo il brano, abbiamo l'impressione di vederlo, lo spezzaossa del titolo; si tratta di un gigante, vestito di pelle e borchie, che si muove nel cimitero in cui abbiamo iniziato l'album. I suoi piedi anfibiati calciano le lapidi con gravi colpi di tacco, ed i teschi che escono dalla terra vengono spezzati con un sol colpo; è un energumeno assetato di violenza, e noi non possiamo far altro che rintanarci in un oscuro antro, sperando che non ci veda e che non sfasci la nostra, di scatola cranica, perché non essendo cadaveri il ferale colpo ci trasformerebbe in essi nel giro di un secondo.

Lords Of Evil

Adesso è giunto il momento di quella che, per chi vi scrive, è forse la suite più bella di tutto il disco; sicuramente è la più lunga, con i suoi sette minuti e poco più, Lords Of Evil (Signori del Male) sarà in toto una delle canzoni più enormi mai composte dalla band, ancora oggi. Si inizia con un martellante combo di chitarra Thrash e batteria, prima di alcuni piccoli cambi di velocità che si legano fra loro dai colpi di Steve sui piatti. Alla ripetizione del ritmo iniziale, assumendo quasi i toni di una marcia militare nei primi secondi, fa capolino un altro ritmo militaresco e ricolmo di energia. Piccoli ricami di chitarra continuano ad infiorettare il pezzo mentre la batteria diventa sempre più aggressiva, come un leone in gabbia che ha intravisto la sua preda e la sta puntando con occhi famelici. Gli intrecci di Nige sono un altro chiaro omaggio al Metal nudo e crudo, con svariati rimandi alle radici stesse del genere, nonché alla NWOBHM stessa, grazie soprattutto ad alcune scale che sentiamo bene in mezzo a tutto il caos generato dal resto della strumentazione. Al riff portante che abbiamo udito ben presto fa capolino anche la voce di Mo, che dopo lo slot precedente in cui era mancata, torna a spron battuto sulla scena e sceglie un cantato a metà fra il profondo e l'acuto gutturale, donando un sapore ancora più marcio al pezzo. I primi stralci di liriche vengono intonati con grande forza dal frontman di Bristol, mentre il resto della strumentazione dietro non fa altro che gonfiare il pezzo e renderlo repentino ad ogni occasione buona, grazie soprattutto all'ottimo lavoro della sei corde. Nige infatti è in grado di spostarsi da andamenti prettamente Metal, ad altri che infiorettano l'Hardcore, ad altri ancora che hanno ben capito che cosa sia il Thrash Metal, e lo omaggiano senza troppi problemi. Il ritmo si ripete in un gigantesco loop per poco più del primo minuto di canzone, quando il cambio di registro stavolta viene dato da Mo stesso, che con la pronunzia del nome "Satan", da il la per introdurre il ritornello ed il conseguente cambio di tempo. Cambio che consiste semplicemente nel suonare il ritmo udito prima, ma ad una velocità diversa, innestando la marcia più alta del cambio e divenendo così ancora più aggressivo. I piccoli e mefitici stralci del ritornello cantato da Paul fanno da netto contrasto con la musica suonata, rendendo il sound veramente infernale sotto tutti i punti di vista, ed andando a foraggiare sempre la "componente Venom" che albergava in questi ragazzi. Con ancora cinque minuti e più di brano a disposizione, i nostri britannici hanno il tempo per sbizzarrirsi come meglio credono; ed infatti al ritornello fa eco il chorus successivo, dove sulle parole vengono anche montati alcuni piccoli soli di chitarra, scattosi e pieni di energia, nel più puro stile Thrash. Finito il chorus in cui tutte le mani del pubblico sono alzate inneggiando al male, si riprende con lo scambio fra il ritmo sentito in partenza, poco dopo l'intro, ed altrettanti piccoli riff di chitarra che fanno ad impreziosire la suite, come pietre preziose su un orologio già bello da vedere. Man mano che procediamo nell'ascolto, il brano si fa sempre più cattivo e putrescente, le poche liriche del brano vengono strappate letteralmente dal Tartaro più oscuro e cantate con grande forza, mentre la band dietro continua la sua corsa suonando in maniera continua il ritmo che fa da colonna portante al brano, permettendo al frontman di esibirsi al massimo delle sue potenzialità. Tutto questo continua fino circa ai tre minuti e mezzo di brano, in cui dopo l'ennesimo chorus che ci ricorda quanto il male calchi le nostre terre, una infiorettatura di sei corde preannuncia il cambio di registro vero e proprio, esattamente al centro del pezzo. SI tratta sostanzialmente di un saliscendi continuo della chitarra, mentre la batteria dietro con colpi sempre più precisi e veloci, fa da contralto mentre la voce si riposa, e poi essa torna nuovamente sul palco, ricominciando a cantarci le liriche da capo, come in una enorme spirale di morte e distruzione. La voce in questo secondo blocco si fa se possibile ancora più grave, ogni parola viene spremuta di tutta la sua energia residua, per dare lustro e forza a quel che viene detto, che come vedremo altro non è che l'ennesimo omaggio al caprone infernale. Rispetto al primo blocco sentito all'inizio della canzone, stavolta le liriche vengono supportate da alcuni cambi della sei corde, che ramifica le note una dopo l'altra andando a braccetto con le parole pronunciate, per dargli la maggiore forza d'impatto possibile; siamo a circa due minuti e trenta dalla fine, e gli Onslaught, nonostante ci stiano malmenando ormai da cinque minuti buoni, sembrano avere ancora qualche cartuccia da spararci in faccia. Ed ecco che, poco dopo l'ennesimo chorus del pezzo, e dopo la ripetizione nuova del ritmo che ormai conosciamo bene (inframezzato anche da una sadica risata di Mo, che ci trasporta verso mondi fatti di cadaveri e demoni), il brano improvvisamente prende piede tutto d'un tratto, assestandosi sul filo della detonazione. Altrettanti precisi colpi di batteria danno il via alla danza, omaggiando lo Speed ed anche il Thrash primordiale, tutto questo prima che l'intera suite, come un castello di carte, venga spazzata via dalla potenza di questo nuovo blocco finale: blocco che consta di un ritmo velocissimo e dissacrante, che ti penetra nella carne ed inizia a strapparne piccoli brandelli come un cane famelico. Non ce lo aspettavamo, eppure anche la voce decide di fare il suo ultimo ingresso sulla scena, innestandosi fra il ritmo veloce e continuo che sentiamo in sottofondo, ed il solo di chitarra che ci trasporta al finale, estremo ed infiammato come non mai, la degna e pantagruelica conclusione di un pezzo che ha fatto la storia, e che anche oggi quando viene suonato, fa tremare le vene dei polsi come non mai. Il brusco stop arriva dopo le pennate di chitarra ed i colpi della batteria, che ripetono ancora una volta il ritmo sentito in partenza, per poi andare a stopparsi di colpo. Riprendendo le parole con cui abbiamo chiuso la intro, quelle estrapolate dal libro dell'Apocalisse, questa suite parla esattamente di ciò che avviene dopo l'entrata di Satana sulla terra. Egli ha aspettato mille anni, poi è stato liberato, ed adesso può scatenare le sue armate delle tenebre sul mondo. Avvolgerà la terra col proprio manto di tenebra, e la potrà rinchiudere fra le spire dell'inferno per il resto dell'eternità; la canzone narra in maniera abbastanza dissacrante, e costellata da piccoli sprazzi di Humor nero, che cosa significhi l'apocalisse in terra. Cavalieri senza testa che vagano per i campi falciando le vittime ad una ad una, pile di cadaveri finché occhio umano riesce a vedere, ed al centro un enorme e teschiato trono cui fa capo lui, il Signore delle Tenebre in persona. Dalla sua bocca escono vermi e sangue, le sue ossute mani sembrano pronte a strangolarci, ed ora che finalmente è stato liberato, può cavalcare di nuovo assieme ai suoi four Horsemen sulla nuda terra, facendola diventare sterile e priva di vita, finendo il lavoro iniziato mille anni prima, quando venne rinchiuso in catene. Tutti sappiamo che Satana era l'angelo più bello del paradiso, e quindi rapportando la sua enorme bellezza alla rabbia che ne è conseguita, possiamo facilmente intuire quanto egli sia semplicemente il male reincarnato in umana e demoniaca forma. Una piaga pestilenziale che adesso ha il suo personale commando di soldati al cospetto, e che può scatenare quando vuole, per detonare direttamente le viscere della terra e farla saltare in aria.

Death Metal

Il lato "Death" del disco si chiude per l'appunto con Death Metal (Metallo della Morte); piccoli colpi di batteria si legano ben presto ad un portante e martellante riff di chitarra, cui fanno eco sempre le pelli e soprattutto i piatti con colpi devastanti e sempre al momento giusto. La voce di Mo fa capolino dopo i primi trenta secondi di pezzo, andando a rimpolpare la suite, ma stavolta decidendo per un tipo di vocalizzo che fino ad ora non avevamo mai sentito. Il thrasher di Bristol infatti usa la voce pulita, quasi, al pieno della sua potenza, andando a foraggiare anche la parte più Heavy del loro sound, e non solo quella Thrash. Non appena la voce fa il suo ingresso sulla scena, subito il brano dietro comincia a montare la propria forza, andando man mano che procediamo, sempre più a inspirare aria nel petto di modo da risultare sempre devastante e mantenere l'ascoltatore attento per tutta la canzone. Mo continua la sua corsa contro il tempo, pronunciando nel ritornello semplicemente le parole del titolo, seguite da altrettanti stralci di devastante forza demoniaca, che come in un vortice ci risucchia senza fare troppi complimenti. Il brano in sé non ha una struttura che brilla per composizione, ma come abbiamo detto in apertura d'album, la vera forza di questo gruppo è la sua capacità di dividere la canzone in blocchi ben distinti, andando ad omaggiare varie parti delle loro tradizioni, senza esclusione di colpi né tantomeno facendo prigionieri. Il brano continua la sua corsa su queste note suonate sempre alla massima aggressività possibile, e forse è arrivato il momento di fare una piccola parentesi su colui che il gruppo lo ha messo in piedi, Mr Nige Rockett. Questo energumeno metallaro ha un animo che brucia fiamme infernali dentro di sé, e ad ogni occasione buona decide che è arrivato il momento di iniettarcene un'altra parte. Le sue pennate sono precise, pulite, sembra quasi che la chitarra sia un prolungamento di sé stesso; il fulgore delle sue mani sprizza scintille ad ogni piè sospinto, mentre la sua abilità di fondo va ad omaggiare i pilastri del genere cui fa capo, ma anche le piccole tradizioni a cui le sue orecchie erano abituate fin da ragazzo. NWOBHM, Speed, ma anche quel catartico e grezzo Rock'n Roll che aveva sconvolto gli equilibri naturali pochi anni prima, così come il Punk, l'Hardcore e tutto il resto, un enorme blocco di note che alberga nella mente di questo compositore, che come un bravo chimico del suono mischia fra di sé gli ingredienti, infilandoci anche qualcosa di suo dentro per risultare il più personale possibile. Ed infatti, anche in questa suite che chiude il lato A del disco, abbiamo un momento in cui, poco dopo il primo minuto dall'inizio del pezzo stesso, l'intera struttura del pezzo muta e cambia sotto i nostri occhi, dopo il secondo ritornello, pronunciato stavolta con grande forza, forse anche più di quella che abbiamo sentito prima. Arriva infatti come un treno in faccia il solo di Nige, che con alternate picking e power chords confeziona un momento di pura estasi per qualsiasi fan di questa musica, con note che vengono picchiate e incastrate fra di loro, alla velocità della luce. Encomiabile anche, come sempre, il lavoro di Steve dietro la batteria; ogni colpo è in perfetto sincrono con la musica, ed è atto ad una sola cosa, rendere l'intero sound ancora più mellifluo, ancora più avvolgente, come fra le spire di un serpente. All'assolo sentito in questo momento prosegue, inalberandosi sempre più, altrettanti riff da parte della chitarra, seguiti poi dal ritmo portante del brano che va ad introdurci il ritorno in scena della voce. E' un piacere vedere, anzi, sentire, che Paul riesce anche a cantare in pulito rispetto allo pseudo gutturale usato fino ad ora, e questo fa di Death Metal un'altra perla della discografia Onslaught, un brano che ancora oggi viene suonato in molte setlist, e che è divenuto una vera ascia da battaglia per i nostri britannici, anche dopo la lunga pausa e la riformazione (ma ne parleremo in seguito). Il brano va a concludersi nell'ultimo minuto grazie alla ripetizione continua del riff principe del pezzo, cui fanno eco sia la voce che conclude con gli ultimi sprazzi di liriche, sia la batteria che si concede momenti di sperimentazione ed improvvisazione, con alcune rullate energiche e piene di pathos. Ovviamente il Metallo della Morte non si riferisce al genere, che nel 1985 era ancora abbastanza lontano dall'arrivare, ma all'ennesimo esercito del male che calca la terra. Stavolta però non abbiamo demoni o morti viventi, bensì una folta schiera di metalhead con chiodo, catene e borchie, pronta a difendere la fede. E questo squadrone della morte avanza inesorabile, cozzando il metallo contro il metallo, e scontrandosi con chi si mette davanti alla loro strada. Le loro lame lucenti risplendono nella notte, mentre questa armata di santi e peccatori avanza inesorabile, senza fermarsi mai, nessuna stanchezza, nessuna fatica. La squadriglia del Metallo mortale è in effetti una squadriglia di metallari, pronti a morire per difendere la propria fede, pronti a scontare le loro spade con gli scudi di chi si permetterà di mettersi in mezzo. Il loro acciaio è forgiato nell'Inferno, i loro chiodi sono incandescenti, e le scintille delle loro corazze luccicano al chiaro di luna, nessuno potrà fermarli, niente e nessuno. Vi fu anche una diatriba nel corso degli anni su chi avesse coniato letteralmente il temine "Death Metal" come era accaduto per il Black dei Venom. Molti sostenevano che si trovasse proprio nel primo disco degli Onslaught, ma la storia e l'esperienza poi hanno dato ragione e  lustro ai Possessed, che ben un anno prima di PFH avevano composto un pezzo dallo stesso titolo, contenuto nell'EP dal titolo omonimo.

Angels Of Death

Prossimo brano in scaletta apre la parte "Metal" del disco, ovvero il lato B, ed è Angels Of Death (Angeli della Morte): un riff iniziale di caratura pesantemente slayeriana ci apre le porte di questo abisso in cui cadiamo fin da subito, grazie al tupa tupa messo in atto dalla batteria, mentre la sei corde ripete in maniere convulsa lo stesso riff, aspettando l'ingresso della voce. Voce che stavolta ha deciso di abbandonare i canoni sentiti nello slot precedente, per dedicarsi nuovamente ad un vocalizzo gutturale e cavernoso, le corde vocali si tendono mentre la danza mortale inizia la sua corsa, ed il brano prende letteralmente vita sotto i nostri occhi. Si sentono pesantemente le influenze di Araya e soci (anche il titolo forse non è stato messo a caso), non dimentichiamoci infatti che nel 1985 gli Slayer avevano rilasciato da poco Hell Awaits, considerato uno dei loro capolavori (per quanto l'angelo della morte di Hanneman e soci arriverà solo col il disco dopo, come apripista di Reign In Blood). La matrice slayeriana continua in tutte le sue forme ad essere interpretata dagli Onslaught, ed il cammino segnato tanto da loro, quanto da accezioni più estreme come gli HellHammer o i Venom stessi, mettono in piedi un sanguinolento show per il pubblico, al fine di foraggiare il pogo più selvaggio e la stampa di una pila di cadaveri. Il pezzo continua la sua corsa senza freno, ci ritroviamo a pestare il piede sull'acceleratore percorrendo la strada e lasciandoci indietro scie di fuoco, mentre la band prosegue il suo infernale ritmo contornato dalle sudicie liriche scritte da Rockett e compagnia cantante. Un rallentamento vistoso poco prima del minuto uno apre ad un corroborante solo di chitarra, circondato dalla polverosa devastazione operata fin'ora, Nige spreme la sua sei corde fino allo stremo, inanellando una combo dopo l'altra, ed omaggiando nuovamente la band americana di Show No Mercy. E dopo l'assolo il brano riprende tutta la sua foga e ce la scaglia contro, il tutto coadiuvato da Mo al microfono che altro non fa che malmenarci ad ogni occasione che gli capita a tiro; siamo neanche al primo minuto di canzone, e già il nostro volto è tumefatto dai colpi subiti, ma non è certo il momento di fermarsi. La band infatti prosegue, incastrando fra sé alcuni cambi di tempo repentini e veloci, senza freno, mentre Paul continua la sua arringa del male; un ritmo cadenzato ad un certo punto fa capolino nel brano, calmando gli animi per qualche secondo e lasciando il giusto posto alla voce. Momento di stanca che dura ben poco però, perché dopo un roccioso giro accompagnato dalle pelli, Nige sfoggia il suo secondo assolo, stavolta circondato ancor più dalla cacofonia dilagante che ormai sembra aver preso possesso dei nostri thrashers; il brano è imperterrito, si inabissa direttamente nelle pieghe della nostra testa costringendoci a scapellare con lui, e non possiamo fare altro che dargli ragione. Rockett prolunga il suo assolo al contempo con la band che dietro prosegue la sua marcia di morte, e nel mentre scopriamo che anche il buon Nige ha dato il suo contributo vocale alla causa di questo brano, cantandone alcuni stralci assieme a Paul, usando più o meno lo stesso stile di canto. L'ultimo blocco del pezzo viene annunciato dall'ennesimo cambio di registro, segnalato dalle pelli di Steve con precisione cronometrica e con una forte rullata, mentre le liriche riprendono la propria corsa ripetendosi all'infinito, portandoci a scoprire gli atri più bui della nostra anima. La conclusione arriva dopo un altro minuto di furia sonora cieca, in cui la band scatena le ultime risorse che le sono rimaste per assestarci altri due o tre colpi ben dati al volto, ed il brano se ne va come era arrivato. Una folle corsa contro il tempo quella operata qui, che fa capo ad un'altra visione dell'Apocalisse, stavolta visto dalla visione dei cavalieri stessi. Un esercito di enormi e bardati guerrieri del male che esce dalle proprie tombe con le mani in piena decomposizione, il volto coperto da un nero mantello, e la falce nell'altra mano, mentre la prima tiene saldamente le briglie del destriero infuocato. Con questa accezione si definiscono spesso i quattro cavalieri, enormi soldati al servizio di Satana che, secondo la Fine del Mondo, arriveranno per portare la distruzione e la morte di tutti noi. La canzone sostanzialmente parla della loro venuta, e nelle poche liriche scritte da Paul e soci possiamo evincere quale sarà il terribile destino che ci attende dopo la loro venuta; sentiamo il freddo brivido della paura percorrerci la schiena mentre attendiamo il ferale destino che ci porterà via. E quegli occhi infuocati degli emissari di morte ci guardano fisso, penetrandoci l'anima e facendola a brandelli dall'interno; non c'è più niente da fare, nessuno ci potrà mai salvare dalla loro furia cieca, saremo solo noi, la falce, e la morte ad attenderci al varco. 

The Devil's Legion

E di legioni sataniche parla anche il pezzo successivo, The Devil's Legion (La Legione del Diavolo); stavolta andiamo ad esplorare la tematica di Satana, ormai carissima in questo disco, ma parliamo di quando le legioni del male calcheranno la nostra terra. I tiranni, coloro che hanno soggiogato il mondo fra le loro mani, quegli sporchi uomini in doppiopetto e cravatta che ogni giorno prendono decisioni per fomentare la violenza e rendere il nostro mondo più povero, adesso vedranno la venuta della legione demoniaca. Dalle ceneri dell'abisso più passato riemergono le putride membra di questi soldati, un tempo legionari di qualsiasi esercito, mercenari, sporchi dannati che non avevano e non hanno niente da perdere, ed iniziano a schierarsi in formazione. Le loro spade sono ormai arrugginite, ma quanto basta per infliggere ancora danni feroci a coloro che si trovano sulla strada tracciata dal male. Un enorme esercito di non morti con corazze e scudi piegati dal passare del tempo, ma che si ritrova a dover affrontare l'ultima battaglia; questa potrebbe essere la guerra della loro vita, grazie alla vittoria potrebbero vedersi salvata la propria anima, e perciò caricano senza pietà. Caricano, attaccano quegli stessi tiranni che avevano dato loro il lavoro, attaccano le mura della città fortificata, le scavalcano ed iniziano a fare razzia. Sono come una pestilenza, un enorme esercito di virali batteri pronti a tutto pur di raggiungere la vittoria; non sentono fame, né sete, né tantomeno la voglia di stancarsi, soltanto l'enorme baco nello stomaco di uccidere e conquistare, per saziare l'enorme fame del loro padrone. Egli li guarda dall'alto del suo trono, anzi, dal basso, e compiaciuto si fa beffe del mondo che non lo aveva ascoltato, che non aveva prestato attenzione ai suoi avvertimenti, ed adesso è troppo tardi, la fine è iniziata. Per fare ciò gli Onslaught si affidano ad un riff iniziale strappato direttamente alle tradizioni Heavy britanniche ed americane, un refrain di grande impatto che ci apre le porte di questa ottava canzone di Power From Hell. Il riff iniziale continua ad attorcigliarsi su sé stesso, mentre lievi colpi ai charleston si fanno sentire in lontananza, rivelando una atmosfera da film thriller, suspence che continua ad attanagliarci lo stomaco, finché dopo quarantasette secondi dal suo inizio, il brano esplode in tutta la sua forza. Ed esplode producendo un tonfo sordo nelle nostre orecchie, grazie ad un leitmotiv Thrash profondo e pieno di velocità, in cui tutta la strumentazione va all'unisono; la sei corde di Rockett continua a venir stuprata ad ogni movimento che fa, le corde si tirano, distorcono il suono a più non posso, mentre il buon Steve dietro non fa altro che picchiare quanto più duro riesce, al fine di farci danzare con la fine del mondo come lo conosciamo. Fa il suo ingresso anche la voce, nuovamente, che si assesta come era accaduto per Death Metal, su un cantato pulito e senza fronzoli gutturali, omaggiando nuovamente la parte Metal della loro musica. Il cantato fa da eco alla musica stessa, che continua inarrestabile la corsa alternando i tupa della batteria con le pennate sempre più violente di Nige al suo strumento, mentre il basso certo non sta a guardare, ed anche egli si concede qualche momento per buttare giù una distorsione e far decollare il suono del pezzo. Arriviamo al ritornello, carico di energia, prima che questi venga spazzato letteralmente via dalla comparsa del solo, in cui il nostro Nige da sfoggio nuovamente della sua abilità come axeman. Protraendosi fino all'inverosimile, il solo viene seguito da un ritmo nettamente incalzante, nel quale l'intera band viaggia sul filo della velocità, la voce col suo tono pulito si concita e ci fa agitare ogni momento in più che passa. Poi improvvisamente un cambio tempo ci riporta alla realtà dei fatti; tonfi sordi della batteria sui tom aprono ad un altro ritmo, sempre circolare, su cui si innesta quasi immediatamente la voce ed il suo carico di rabbiosa violenza. Il momento è ferale, l'armata delle tenebre è ormai risorta mentre gli Onslaught ci trasportano verso l'ultima parte del pezzo; parte che prevede un ritmo che poi verrà ripreso tante e tante volte nella musica estrema, andando a foraggiare contorni che sentiremo migliaia di volte negli anni avvenire. Un altro cambio di tempo segnalato stavolta dalla chitarra che ricama alcuni giri concentrici, apre ad un andante che invece è nettamente Thrash Metal, con riff da paura che si intrecciano fra loro, le sapienti mani di Rockett che continuano imperterrite a salire il ligneo manico della chitarra, mentre Mahoney con la sua voce da quel carico in più di male che non guasta mai. Il pezzo vola verso la sua conclusione quasi in un soffio, tanta è la velocità che viene sprigionata;  prima di lasciarci andare c'è tempo per un ultimo ed energico solo di chitarra, completato dalle finali rullate di batteria e dal ritmo portante della sei corde, che ci trasportano ad un alternate picking finale che mette a tacere tutti quanti e la canzone stessa. In alcune stampe di Power From Hell si tende spesso a dividere la canzone in parte I e II, come accade per Skullcrusher; secondo le stime, la parte uno finirebbe poco prima dei rullati sordi delle pelli, e darebbe così il via alla seconda parte. Personalmente le ho sempre viste come un tutt'uno, avendo stesse tematiche, musiche ed andamento generale, ma sono scelte che ognuno fa un po' come preferisce. 

Steel Meets Steel

Prossimo cadavere in scaletta è Steel Meets Steel (Acciaio Incontra Acciaio), e con un titolo così, non possiamo che aspettarci scintille dagli Onslaught: suoni di archi ci aprono al pezzo, seguiti praticamente a ruota da alcuni poderosi blast sulla batteria, dalla chitarra che inizia come sempre a vomitare il suo roccioso ritmo sul pubblico, e ben preso scopriamo che quel che credevamo archi all'inizio, altri non è che la stessa sei corde, stringata all'inverosimile con la distorsione. Il pezzo non ci mette molto a partire, ed infatti al grande intro che inizia quasi in medias res, fa subito eco un andamento sempre ritmico, estremo, polveroso e pieno di ruggine, un calice ricolmo di sangue a cui stiamo bevendo. La musica prende corpo in men che non si dica, e ci ritroviamo all'interno di uno sfrenato mosh pit, con la band che, capo chino e capelli lunghi a coprire gli strumenti, se ne sta lassù in piena venerazione del male, pronta ad offrirci in sacrificio. Il ritmo ripetuto con cui il brano è partito, prosegue fino all'immediato ingresso della voce, col suo cavernoso e gutturale tono, anche essa contribuisce in maniera abbastanza incisiva all'andamento generale del pezzo, finché a circa un minuto una improvvisa schioccata di gas non lo fa ulteriormente decollare. Si sentono quelle che poi saranno in futuro le meccaniche estreme, quella produzione solo apparentemente grezza e "a tirar via", ma che in realtà risulta essere una delle armi vincenti. Il fuoco e le fiamme ci avvolgono, mentre il taumaturgico senso della battaglia pervade la nostra anima, e vediamo dinnanzi a noi schierarsi due eserciti, in piena carica l'un con l'altro. I ritmi prodotti dagli Onslaught ricordano molto, almeno in questo frangente, altrettante band che, nei pochi anni precedenti e nei molti a venire, si sarebbero immolati per la causa; udiamo distintamente ritmiche che ritroveremo nel Thrash teutonico, ma anche in gruppi molto aggressivi della scuola americana come i Viking, se non perfino qualche piccolo sprazzo di tecnica sudamericana, data soprattutto dalla componente Hardcore. Eppure questo disco continuerà ad essere dimenticato per molto tempo, frutto molto spesso dei critici che mal lo accosteranno al sound degli Slayer: è vero, come abbiamo anche detto in un brano precedente, vi sono diversi omaggi alla musica creata da Hanneman ed Araya, ma gli Onslaught di Rockett hanno anticipato altrettante sfumature che sarebbero poi ricomparse di lì a qualche anno. Power From Hell è una immensa collezione di male messo sulla nera pasta di un vinile, in cui la malvagità dei Celtic Frost della prima ora si fonde col Rock'n Roll dei Motorhead, coll'acciaio dei Judas Priest e con una immensa bordata di odio derivante dalle argomentazioni demoniache messe in atto nelle liriche. Proseguendo da dove avevamo lasciato, il brano continua la sua folle corsa aiutato da Paul al microfono, le sue lisergiche note vocali danno un gusto maligno, pregno di satanica appariscenza, mentre ci avviamo verso la parte centrale del pezzo. Parte centrale che, dopo un piccolo cambio di Steve, prende corpo e fa sì che Nige si adoperi in un enorme assolo suonato come sempre a velocità altissima, estrapolato dal metallo fuso e gettato nelle nostre orecchie; il trigger seguente del drum kit fa sì che esso risulti ancora più cattivo, ed ogni metallaro che si rispetti e che lo stava sentendo nell'85 non può che essere rimasto estasiato da tutta questa cattiveria, un precedente sotto tutti gli aspetti. Prolungato e tirato il solo finché ne ha voglia, Nige passa all'andante con cui il brano era stato aperto, aiutato sia dal basso che dietro continua a fare il suo sporco lavoro, ma anche dalle sudicie liriche messe in piedi da Mahoney. Quasi tutti i brani sono stati scritti dall'axeman, e lo sentiamo bene anche qui, quando dopo i due minuti si cambia nuovamente tempo, andando veloci come il vento. Il brano si espande nuovamente, la batteria blasta come in preda ad una furia cieca, e la sei corde non può far altro che andare dietro a cadere in un enorme loop del ritmo principe di questo brano, così grind nella sua resa finale. Un piccolo duello fra la batteria e la chitarra segnala un altro cambio di registro ancora, sempre veloce come la luce, ma stavolta ancor più aggressivo, supportato dall'ugola di Mo che da man forte ogni volta che può. Le cadenti membra del pezzo si trascinano con il ritmo Speed passando dal grande ritornello, da cantare a squarciagola, fino al solo finale di Rockett, eseguito andando a ripescare la matrice NWOBHM che non appariva su questa scena ormai da un bel po', e sporcandola con il Rock'n Roll più putrescente che si possa pensare. Il clangore delle spade arriva ben presto alla sua conclusione, sul giro di chitarra che ha fatto da colonna portante a tutta la suite, ed andando a stopparsi decisamente quando meno ce lo aspettiamo. Abbiamo prima parlato di battaglia, ed in effetti in questa canzone è proprio di questo che si parla: l'esercito sta attaccando le nostre terre, facendo razzia dei campi e di tutto ciò che trova, come una barbarica onda inarrestabile. L'elemento ricorrente della paura fa sì che gli abitanti non oppongano resistenza, tranne uno sparuto manipolo di ribelli; armati alla meno peggio, le loro lame piegate cozzano con gli scudi e le corazze di questo enorme ammasso di soldati, e le scintille che ne derivano fanno illuminare la notte. Lo scontro fra le due fazioni smuove la terra, già ricoperta di sangue, cadaveri ovunque occhio vede, persone a terra con lance conficcate nelle budella, sguardi persi nel vuoto in attesa di spirare ed esalare l'ultimo respiro. E nel frattempo la guerra infuria da una parte, l'attacco non è finito; le spade vengono alzate al cielo, un enorme e sgolato grido di battaglia fa da collante per i soldati, che caricano come una mandria di tori impazziti. Nuovamente le due fazioni si scontrano al centro, teste mozzate e braccia tagliate, ferite e sangue che cola dalle loro mani, maglie di ferro intrise del sudore e della paura di chi stiamo combattendo. Questo è il sapore dell'acciaio contro l'acciaio, una tematica tanto cara all'Epic Metal ed al Power, che i nostri british metallers hanno deciso di omaggiare alla loro maniera, ovvero nella più marcia possibile. Hanno preso la tematica principe di questi filoni, la hanno straziata con un coltello, e messa a ballare facendo colare il suo sangue sul palco, mentre la magia del Thrash prendeva vita davanti agli occhi del pubblico, in un'altra epica battaglia fra due fazioni.

Skullcrusher II

Volendola vedere come un'unica traccia, adesso è il momento di Skullcrusher II (Spezzacrani II): rispetto al suo corrispettivo sul primo lato, questa inizia con un andamento decisamente ricolmo di rabbia, con la chitarra assassina subito in prima linea pronta nuovamente a menare le mani come un Punk in cresta e chiodo. Esattamente come l'altra, anche questa è una strumentale, ed è stata inserita in terzultima posizione del disco, per darci un'altra sonora svegliata come era accaduto in precedenza. Al ritmo aggressivo, quasi Doom però in alcuni passaggi, fa eco Steve con la sua batteria, anche egli sempre pronto a dare man forte al sound della band. Colpi e tonfi sempre crescenti, rullate più veloci portano ad un piccolo silenzio, prima che il brano deflagri in tutta la sua potenza grazie ad un Thrash sound con i fiocchi. In questa prima parte infatti pare che i nostri inglesi non abbiano voluto omaggiare nulla del passato, ma donarci il loro sound puro: un Thrash grezzo, echeggiante e molto oscuro, come non se ne erano mai sentiti. La cattiveria di slayeriana memoria ha lasciato il posto ad un metallo percosso che ha i colori della notte ed il sapore di un cadavere ambulante, questa la loro arma vincente. Il trigger di Steve porta nuovamente ad una corsa contro il tempo nella prima sezione, saliscendi della sei corde si alternano a controtempi della batteria, fornendo anche una grande prova dell'abilità di questo drummer così carismatico: la voce non è presente, se non per pronunciare il titolo in alcune sezioni distinte. Uno stop brusco preannuncia una modificazione del tempo, ed andiamo infatti su una ritmica molto coinvolgente, perfetta per alzare le corna al cielo e muover le chiome a tempo di musica. Nige dal canto suo infiamma le corde con tutta la forza che gli è rimasta, il basso dietro in questo frangente si sente eccome, le sue corde doppie e le pennate che vengono date da Jase Stallard, fino ad ora spesso erano coperte dalla cacofonia generale, ma in questa sezione così cadenzata, fanno da contraccolpo alla chitarra e si fanno sentire in tutta la forza. I tempi dispari continuano fino al prossimo cambio di registro, che avviene esattamente al centro del pezzo, dove alcuni alternate picking della sei corde si collegano poi ad un immenso assolo della stessa, la batteria Speed dietro e via così, piede sul gas e fuga dalla città. Momento ferale della canzone e da sottolineare è proprio questa sezione centrale, nella quale dopo aver scapellato come matti, adesso torniamo a pogare in mezzo al caos più totale, con la band che ci guarda dall'alto chiedendoci ancora più violenza. La terza sezione del disco viene introdotta dall'ennesimo preciso cambio alle pelli, divenute ormai un vero metronomo umano, ed anche dal basso stesso, le cui dita, si sente bene, muovono veloci sul lungo manico insieme alla batteria stessa. La nuova pronuncia del titolo da parte del frontman si collega ad un altro assolo, stavolta di breve durata, e che funge da bridge con un altro andante ritmico, prima di tornare nel vortice pieno di sangue con cui il pezzo si era aperto. E' presente all'interno anche un altro momento principe del basso, che sfoggia la sua rabbia repressa e si diletta in alcuni riff uno dietro l'altro, mentre il pezzo sta andando a conclusione. L'ultima esplosione del brano viene data dall'intera strumentazione, che man mano si avvicina alla dissolvenza, rallentando il ritmo e permettendoci di apprezzare le ultime cartucce che stanno sparando prima del finale. Come avevamo immaginato nella parte I, anche questo pezzo ci fa pensare ad un enorme demone che calca il cimitero in cui abbiamo incontrato il demone della copertina; se però prima egli si stava dedicando alle lapidi, con il ritmo prodotto qua, pensiamo forse che ci abbia visto, e ci stia mortalmente inseguendo. I suoi enormi piedi schiacciano qualsiasi cosa tocchino, le tombe perdono terra e sangue grazie al suo peso, e noi ci ritroviamo a non voltarci mai indietro, altrimenti rallenteremmo e lui ci raggiungerebbe. Questo demone venuto dall'Ade più oscuro ha fama di grande cacciatore, il suo naso istintivo e la sua marcia bocca bramano la nostra carne; lo abbiamo visto addentare cadaveri, spezzare ossa sotto il suo cammino, ed adesso ha bisogno di noi. Lo sguardo vacuo del suo occhio spento ci rimarrà impresso per tutta la vita, nel caso ci salvassimo, perché se riuscirà a prenderci, non potremmo mai raccontare a nessuno di aver incrociato lo sguardo dello spezzaossa per eccellenza. Un'altra ottima suite da parte degli Onslaught, e se su vinile non è possibile farlo, su CD consiglio sempre di ascoltarle una dopo l'altra, per rendersi conto dei collegamenti fra le due, e per capire anche tutte le diverse sfumature che il gruppo ha voluto inserire in entrambi i blocchi, al fine di farci godere come matti mentre le ascoltiamo, e creare il maggior rumore possibile.

Witch Hunt

Penultimo brano in scaletta è Witch Hunt (Caccia alle Streghe); esso tratta un tema che è molto caro sia alla musica Metal, ma anche all'Hard Rock d'annata, l'enorme caccia che molti secoli prima aveva funestato la terra, verso donne che erano state riconosciute come appartenenti alla stregoneria. Chiunque di voi, o forse molti, conoscerà il Malleus Maleficarum, tradotto semplicemente ne "Il Martello delle Streghe", un libro edito dalla casata ecclesiastica più alta nel 1487 in Germania, al fine di ridurre il fenomeno pagano e la stregoneria in generale. Il libro è stato poi tradotto in migliaia di lingue, arrivando a tutti quanti, e rappresenta quello che forse è il tomo che più gronda sangue nella storia dell'uomo. Centinaia di migliaia di donne hanno perso la vita a causa di questo libro, che in buona sostanza istruiva il clero su come individuare, uccidere e torturare tutte le donne di libero pensiero, e per questo ritenute streghe. Le torture erano le più disparate; dalle sevizie corporali al più classico rogo, fino all'annegamento, al congelamento e successivo omicidio, alla lapidazione ed all'essere gettate da una rupe. Se siete stati in un museo della tortura forse ne avete un'idea ancora più precisa, le macchine costruite, grande esempio di ingegneria del dolore, ancora oggi stupiscono per la ferocia con cui la Chiesa si scagliava verso i dissidenti, e li condannava a soffrire come animali al macello. Ecco, questa penultima canzone tratta proprio di questo; si narra dei roghi appiccati sotto i piedi delle presunte streghe, del momento in cui essa viene catturata, e della stupidità umana nel perpetrare tale causa. Non a caso oggi il termine "caccia alle streghe", viene utilizzato per descrivere qualcosa come combattere contro i mulini a vento, qualcosa che non si deve fare, che non porta a nulla. Ed i nostri Onslaught accusano la chiesa stessa di essere in mano al Diavolo; la caccia alle streghe è lo strumento con il quale Satana domina Dio, parafrasando le parole del testo. Nel senso che per punire la religione della sua ingordigia, Satana ha ben pensato di mettere in piedi uno show fatto di sangue e morte, per fargli capire che cosa lui veda tutti i giorni, in quale modo la sua mente malata riesca a penetrare senza problemi negli animi delle persone, corrompendoli dall'interno. La Bibbia rimane per purificare il paese, ma Satana ancora prende il sopravvento, questa la frase emblematica con cui si chiude il brano, ed un monito per tutti noi; il male vincerà sempre, possiamo combatterlo, possiamo scontarci in maniera più o meno violenta, ma perderemo, sempre e comunque, ed il nostro sangue macchierà la terra. Per dare vita a queste parole, la band utilizza un altro intro pieno di granitica energia, dalle tinte buie e fredde, cui presto fa eco un andante ritmico ed aggressivo, a cui ormai siamo abituati. Mahoney entra quasi subito col suo carico di odio, ed inizia la sua personale arringa al pubblico, che sembra non averne ancora abbastanza di questa musica così demoniaca; ad ogni occasione la band nuovamente inspira aria nel pezzo, e ci trascina in un ciclone fatto di riff portanti sempre sul pezzo, una batteria che ci percuote la cassa toracica, ed un basso che pur in disparte, fa il suo sporco lavoro come si deve. Ci si trascina così fino al primo minuto, in cui troviamo il solo di Nige a sbloccare la situazione; tuttavia esso dura veramente poco, e veniamo rigettati subito nella mischia delle parole pronunciate con grande forza, ed in quella sei corde così incisiva che ci trapana il cervello. Un giro che sembra estrapolato dai Mercyful Fate (che in quell'anno avevano già fatto uscire la loro combo Melissa/Don' break the Oath), ci trasporta dentro una sorta di incubo sonoro, una scatola chiusa fatta di note taglienti e visivamente inquietanti, come un sogno ad occhi aperti che ci si para davanti. La band dal canto suo sembra non averne ancora abbastanza, e sforna un ritmo pregno di acida energia nella sezione centrale, cerchi concentrici che si ripetono senza sosta, Mo che dall'alto del suo pulpito sembra non volerci proprio lasciar andare, e canta le sue desertiche liriche con la voce bassa e sempre sul pezzo. Il secondo assolo di Rockett arriva grazie alla batteria che gli permette l'ingresso in scena, in mezzo al caos Nige sputa le sue ultime note ricolme di frizzante potenza metallara e ce le tira dritto addosso, in una vera e propria pioggia sonora. Prolungando ed avvolgendo l'assolo che se ne va in dissolvenza, continuiamo a sentire il ritmo principe del pezzo che ci fa da guida fino al finale; gli ultimi stralci di pezzo vengono cantati con tutta la forza rimasta, e la band inizia a montare il brano con sempre maggior malvagità, fino a che una serie di enormi rullate di Steve non sormonta l'ultima frase pronunciata da Paul, ed il brano può finalmente implodere in tutta la sua forza e dentro la nostra testa, lasciandoci andare in dissolvenza piano piano.

Mighty Empress

A questo però, prima di lasciarci andare del tutto, gli Onslaught dedicano anche Mighty Empress (Imperatrice Potente); si tratta di un altro speech, come era accaduto in apertura di disco, solo che stavolta invece di sentire parole di morte pronunciate da una voce maschile, sentiamo un coro operistico che sormonta una base classica, archi, fiati ed ottoni che montano ed invadono la scena. Appena parte, i più la riconosceranno sicuramente, ci rendiamo conto che è una estrapolazione della sezione centrale di O Fortuna, tratta da Carmina Burana. Cosa sia la Carmina ve lo spiego subito: si tratta di un corpus di opere medioevali, tramandato per secoli e secoli, composto circa fra il XI  e l'XII secolo, racchiusi in un preziosissimo manufatto miniato che è giunto intatto fino a noi. Esso proviene (denominato in latino Codex Latinus Monacensis 4660) dal monastero tedesco di Benediktbeuern, in Bavaria. L'intero corpus delle opere si prodiga per supportare alcune teorie, andando da argomenti amorosi ai conviviali, fino all'analisi dei comportamenti umani e delle fattezze nefaste di alcuni episodi. In mezzo a questi troviamo O Fortuna, una enorme suite in cui si cerca di spiegare come la sorte possa diventare avversa in ogni momento (fortuna in latino si traduce letteralmente come "sorte), e che essa comandi tutta la nostra vita. Il canto gregoriano, che verrà poi musicato da Orff fra il 1935 ed il 1936, vedrà O Fortuna come apertura e chiusura del disco. E' un ritmo che abbiamo sentito tutti almeno una volta nella vita, ed è anche uno dei canti più celebri del disco. Molti registi l'hanno utilizzata nei film (si pensi ad Excalibur del 1981), e molti artisti, soprattutto Pop, ne hanno musicato una loro versione. Gli Onslaught, per dare fede alla loro genialità, hanno deciso di inserirla come chiusura del loro disco, forse per sottolineare che tutte le tematiche svolte nell'album hanno un filo conduttore, la sorte. Il male, il Diavolo, gli eserciti di demoni, sono tutti elementi della sfortuna, che può cambiare il corso della storia, e delle nostre vite; quando meno ce lo aspettiamo essa può arrivare e rigiocare le carte in tavola, facendoci passare attimi infernali, e come dice il canto gregoriano stesso: "La sorte immane e vuota, tu ruota che giri, funesto stato, futile benessere, sempre dissolubile, oscura e velata e su di me chi più si appoggerà; ora che per un gioco il dorso nudo porto per la tua cattiveria?".

Conclusioni

Siamo in chiusura di questa enorme recensione, cos'altro dire di Power From Hell? E' un disco che mette d'accordo un po' tutti, sia i thrashers più incalliti come chi vi sta scrivendo, sia gli appassionati di musica estrema. E' un disco che, come tanti altri dei Possessed o dei Dissection, fungerà da anticipatore per i tempi futuri, in cui generi come il Death o il Grind prenderanno piede, le basi sono tutte qui. Gli Onslaught, per essere giovani ed alle prime armi, hanno confezionato un prodotto encomiabile, che ancora oggi stupisce se viene ascoltato. Io stesso, che ho dovuto risentirlo per poterlo recensire, lo annovero fra i miei dischi preferiti in assoluto. Vero è, anzi verissimo, che è con il disco successivo che i nostri britannici si assesteranno fra i migliori, ma la partenza del loro sound è tutta qui. Quella parte del Thrash più oscura e ricolma di odio che è tanto cara a noi, in PFH ha trovato e trovò pane per i suoi denti. Un enorme omaggio alle band che agli inizi degli anni '80 si erano immolate per la causa della musica estrema, e ne avevano gettato i semi che sarebbero poi germogliati di lì a qualche anno di distanza. E' un disco che va preso ed ascoltato tutto d'un fiato, barcamenandosi fra tematiche prettamente sataniche e maligne, fra demoni e santi, fra battaglie e spade che cozzano fra loro, in una gigantesca orgia di sangue. Menzione d'onore al grande Steve Wooley e la sua copertina, divenuta storica col tempo. Complice una registrazione essenziale, senza fronzoli e con molti dei suoni coperti fra loro, questo primo disco degli Onslaught è una serie di calci anfibiati nei denti, di quelli che fanno davvero male. Come abbiamo detto durante la recensione, provate  a pensare a cosa devono aver sentito i ragazzi del 1985 quando questo enorme demone con l'ascia gli si presentò davanti, sormontato da un enorme pentacolo, simboli satanici e tutte quelle scritte e versetti maligni presenti nella Sleeve interna. Una volta messo il disco sul piatto poi, vennero investiti da un baccanale di suoni senza precedenti; Nige e la sua sei corde così tagliente, rasoiate potenti e ricolme di rocciosa energia che non si sprecano neanche un secondo dell'ascolto, dall'inizio alla fine è come un enorme viaggio nel male più assoluto, e nella consapevolezza di quanto esso alberghi dentro di noi. Menzione d'onore numero due poi a Steve ed il suo drum kit; un uomo capace di cambiare e dettare il ritmo più o meno come gli pare, senza preoccuparsi delle conseguenze, ma risultando un'altra delle armi vincenti della musica firmata da questa band. Jase Stallard si è anche occupato di alcune delle sezioni ritmiche, ed infatti in The Force verrà promosso proprio a chitarrista ritmico, prendendo al basso niente meno che il cantante di questo disco, Paul "Mo" Mahoney, e facendo entrare al microfono il grandissimo Sy Keeler, con cui la band troverà la dimensione che ancora oggi viene usata. Una formula comunque vincente quella del primo album, e che da nessun fan che si rispetti può e deve essere dimenticata; Power From Hell rappresenta uno degli apici Thrash per eccellenza, pur non brillando per tecnica, certamente brilla per cattiveria, gusto, tematiche e malvagità generale, tutti elementi che costringono, almeno una volta nella vita, ad un repentino e dissacrante ascolto.

1) Damnation
2) Onslaught (Power From Hell)
3) Thermonuclear Devastation
4) Skullcrusher I
5) Lords Of Evil
6) Death Metal
7) Angels Of Death
8) The Devil's Legion
9) Steel Meets Steel
10) Skullcrusher II
11) Witch Hunt
12) Mighty Empress
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