ONSLAUGHT

Live Damnation

2009 - Candlelight Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
08/04/2019
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Se c'è un fattore che nella carriera degli Onslaught è sempre stato fondamentale, è la presenza scenica. La band inglese ha sempre saputo farsi rispettare sul palco, tenendo il pubblico stretto in una morsa letale. Capiamo bene da qui la necessità dunque nel nostro peregrinare all'interno della loro discografia, di analizzare anche i dischi live che hanno rilasciato. Il primo della nostra lista è uscito nel 2009, e porta il nome di Live Damnation. L'album è uscito in un interessante formato doppio, che contiene il CD con tutto il concerto che la band ha registrato durante il Damnation fest in Inghilterra, tenutosi nel 2008. La cosa interessante di questo live è forse la scaletta, ciò per cui tanti fan lo comprarono ai tempi. Siamo in piena resurrezione della band nel 2008, un anno cruciale per la storia di questa formazione, tornati in auge da poco dopo anni di silenzio. Nige Rockett, axeman e fondatore della band, decise di rimetterla in piedi dopo una storia finita molto male tantissimi anni prima, quando la loro ex etichetta decise di metterli da parte dopo averli obbligati a cambiare front man per il terzo disco. Tornati in forze Rockett come sappiamo richiamo anche in forze l'amico che aveva dovuto lasciare da parte a malincuore, Sy Keeler, ed è così che la storia ricominciò da capo. Questo live risulta essere davvero interessante a livello di scaletta perché ripercorre in lunga parte la carriera della band, mischiando fra loro pezzi di esordio, evergreen e moltissime tracce nuove prodotte nella seconda parte della storia del gruppo. Se dovessimo infatti dividere la storia della band, avremo tre fasi distinte: la prima, che è sostanzialmente quella delle demo Hardcore collimate poi in PFH all'inizio della loro carriera, la seconda, che inizia col cambio di cantante e si protrae col fantastico The Force, salvo poi arrestarsi dopo il cambio forzato ed il di scioglimento. Abbiamo poi la terza ed ultima fase, che perdura ancora oggi, iniziata con un album meraviglioso e proseguita con uno stile a metà fa ciò che sentiamo nostro nel passato, e qualcosa che la band ha aggiunto nel corso del tempo. Prodotto dalla sempreverde Candlelight Records, storica etichetta degli Opeth ma non solo, il Live si presenta anche con una bellissima copertina. Nei toni del rosso e del nero abbiamo al centro un Angelo di pietra, una scultura che si trova in qualche remoto posto del mondo, anche se potrebbe essere anche la statua di un sepolcro. Nei toni che vengono utilizzati l'angelo risulta ancora più sofferente, causa anche la sua espressione vacua e vuota, che non fa presagire certo niente di buono. Al di sopra dell'angelo abbiamo il logo della band nella sua seconda versione, con caratteri gotici che sembrano sciogliersi nel sangue, e al di sotto della statua il titolo del disco. Cosa ci aspetta all'interno di questo disco? Possiamo aspettarci solo una cosa sola, ovvero la distruzione più totale ed il complessivo dissacramento delle nostre orecchie, provare per credere. 

Killing Peace

Una volta diradate le ombre della introduzione, scrosci di applausi accolgono la band sul palco, mentre le note della prima traccia, Killing Peace (Uccidendo La Pace), risuonano maestose. La canzone inizia decisamente in medias res, con subito sei corde e batteria che partono come disperate alla ricerca del male; ritmo che va decisamente più verso lo Speed in questo secondo slot, ed anche il tono di Keeler, che come la tradizione della band ormai ci ha insegnato fin dalla sua comparsa, appare esattamente assieme all'inizio della musica. Ritmi spediti e velocissimi che collimano in un'altra canzone ricolma di odio e sangue, ma stavolta su toni ancor più accesi. La chitarra ricama come una disperata cercando di stare dietro al ritmo generale della canzone, mentre la batteria viene deflorata con cura aspettando il momento giusto per farsi avanti totalmente e saggiare la propria costituzione fisica. Una canzone che, fin dal suo primo secondo con quella iconica frase: "Sputando Sangue In Faccia a Dio", richiama un moshpit sfrenato e sanguinolento appunto, spintonate e denti che saltano, gambe che si accavallano fra loro cercando di uscire dalla mischia, ed un finale Wall Of Death che rischia di spaccarti in due. Il pubblico al di sotto, e l'ottima produzione di questo live ne sancisce l'atmosfera completa, va letteralmente in visibilio al solo schioccare di queste note. Sembra che gli Onslaught abbiano infuso tutta quella cattiveria e latenza che avevano accumulato negli anni del silenzio; ogni singola nota viene suonata con tono malvagio e senza scrupoli, avendo come unico scopo quello di lasciarti schiena e volto ricolmi di lividi. Arriviamo al blocco centrale della canzone ed il ritmo si fa ancora più forsennato, Rockett aumenta il tiro della propria chitarra strappando quasi le corde, mentre Keeler si prodiga in alcuni vocalizzi enormi che vanno a sfociare in toni squillanti che ricordano molto i tempi d'oro della band. Prima che ce ne possiamo accorgere però, di nuovo il pezzo abbassa i propri toni lasciando spazio ad un andamento che sfocia nuovamente nello Sludge e nello Stoner Metal, buio e pieno di polvere. Il Dio Thrash però non viene certo lasciato senza fare niente, ad ogni angolo di canzone ne troviamo un sanguinolento pezzo, pronto a farci la schiena a strisce con la sua frusta a nodi spessi. In tutto questo non ci dimentichiamo assolutamente il testo, parte fondamentale di qualunque canzone; qui si parla nuovamente di odio come abbiamo accennato inizialmente, ma sotto una luce completamente diversa, abbiamo a che fare infatti di guerra, ma non quella combattuta in nome di conquista o di denaro, parliamo delle guerre che hanno come protagonista la religione. Quelle battaglie, che solitamente sono fra le più devastanti che possono colpire una nazione, che hanno come protagonista Dio nella forma in cui nel determinato paese viene adorato. Seguendo le liriche della band, durante le guerre sante si storpiano le ali degli angeli, si macchia la terra di sangue, e fondamentalmente stiamo uccidendo la pace; la pace di poter promulgare il proprio culto religioso senza disturbare gli altri, o quantomeno senza imporlo a persone che non vogliono affiancarsi a noi. E nuovamente sentiamo al basso ventre una sonora frecciata al Cristianesimo, ed alle sue enormi guerre perpetrate contro altre religioni, che fossero orientali o amerinde, per loro era la stessa cosa, dovevano convertirsi e basta. In questa canzone si respira il diniego verso questi obblighi, verso quegli stilemi che la società quasi ci impone senza spiegarci neanche il perché.

Let There Be Death

 Un balzo all'indietro nel tempo con Let There Be Death (Sia La Morte), una pennata alternata ci apre letteralmente il cranio in due, i fuochi dell'inferno cominciano a bruciare mentre l'esercito di guerrieri in chiodo e borchie si sta schierando, pronto per la carica che li porterà alla vittoria. Nige ricama sulla propria sei corde con fare da maestro, mentre un rallentamento da il segnale alla batteria per entrare a spron battuto sulla scena, colpendo i piatti e la grancassa con forza inaudita.  Un main riff dal sapore old school, schizzato letteralmente dalle tradizioni Speed di inizio anni '80, irrobustiscono il sound generale del pezzo in attesa dell'ingresso vocale e del conseguente nuovo tiro che il brano prenderà di lì a poco. Le schiere di soldati continuano a scalpitare, la fine del mondo è vicina, i cavalieri dell'apocalisse cavalcano nel cielo fra lingue di fuoco e lampi di luce, il tetto dell'universo si sta aprendo, rivelando una folta schiera di demoni e gorgoni pronte a ghermire le proprie prede, mentre l'alternate picking prosegue la sua folle corsa contro il tempo, trasformandosi poi in un assolo degno di questo nome, una vera pioggia di note che investe l'ascoltatore in pieno volto, lasciandolo tumefatto e con gli occhi gonfi per lo sforzo. Come l'affilata lama di una motosega che si poggia sul nostro corpo ed inizia a lacerarlo, il brano di apertura è una incredibile corsa contro il tempo, un feroce attacco guerresco in cui ogni singolo membro sembra avere un unico scopo, fare di noi un sacco nero per cadaveri. Satana è risorto dalla propria tomba, ed è pronto a soggiogare il mondo, assoggettandolo al proprio volere, creando l'ennesimo esercito di non morti, pronti a conquistare tutto ciò che gli capita a tiro. Il brano ha una potenza inaudita e fuori dal comune, il suo sound così polveroso e pieno di buio in ogni sua forma viene sormontato dalla linea vocale, altisonante e ricolma di rabbia; una nube tossica si staglia in cielo, fumi verdastri che ci portano ad un cambio di tempo cronometrico, soprattutto da parte della sei corde Sul ritornello, cantato con ancor più forza, vediamo letteralmente i cavalieri schierarsi sul cambio di battaglia, mentre la tempesta sonora infuria dietro di loro, la voce abbassa i propri toni calcando la mano sul alcune parole specifiche, particolarmente quelle che compongono il titolo, la sferzata sadica dei cavalieri sta dando i suoi frutti, una enorme palla di fuoco si staglia nel cielo, bruciandone una parte e facendo diventare le nuvole rosse e ricolme di sangue. I destrieri del male non hanno occhi, solo fiamme escono dalle loro bocche, vacui sguardi di odio mentre la terra intorno muore, l'alternanza fra riff e bridge stende il purpureo tappeto per l'atto finale. Corale momento alla metà esatta del brano, quando l'esercito decide momentaneamente di ritirarsi sotto gli ordini di Satana stesso, ma soltanto per conservare le energie residue e prepararsi ad una nuova e devastante carica di morte; torna la sei corde a ricamare sul proprio ligneo manico, salendo e scendendo come i mantelli dei guerrieri, sporchi e laceri dalla battaglia, grondano sangue mentre la terra apre le proprie braccia ai cadaveri, raccogliendone i diafani corpi ormai esamini. Una brusca accelerata pone fine al momento corale e ci riporta nella mischia della battaglia, fendenti d'ascia e clangore di spade accompagnano la nuova carica dei soldati, la morte continua ad avanzare, intorno a noi diventa tutto freddo, il ghiaccio penetra nelle nostre ossa, ma che sia la morte per tutti noi che l'abbiamo cercata, che Satana risorga nuovamente per insegnare al mondo cosa significa soffrire, stilettate dritte al cuore mentre i cambi di tempo si sprecano, conducendoci ad un nuovo ritornello, sofferto e velocissimo, una martellata dritta al cranio che fa saltare via pezzetti di osso, sentiamo la testa diventare più grande mentre sanguina, e di fronte a noi la guerra continua ad infuriare. 

Destroyer Of Worlds

Proseguendo sempre in ordine richiamandoci alla mente la nuova relase, troviamo la gracchiante voce di Destroyer Of Worlds (Distruttore di Mondi); viene aperto da un mid time di sei corde molto lento e costante, a cui ben presto si aggiunge la batteria e la seconda chitarra, formando un unico turbine di emozioni che si aggiungeranno ulteriormente alla voce di Keeler, mantenendo un tono quasi marziale. L'andamento del pezzo segue quello di una canzone Thrash di stampo classico, saliscendi continui finché un innalzamento dei toni non spezza la canzone in due portando all'ingresso della voce; si parla nuovamente di un personaggio inventato, come è capitato svariate volte nel corso della carriera della band, che si è prodigata più di una volta nel trattare questi argomenti. Il pezzo prende una piega quasi epica, con cori sincronizzati perfettamente fra loro, ed un andamento generale del brano che rasenta la follia; i toni vengono alzati ed abbassati seguendo i dettami di Keeler, che qui sfodera probabilmente una delle peformances migliori di tutto il disco. Un vocalizzo che ti entra direttamente nell'anima rendendola marcia e sanguinolenta, e che non può non costringerti a cantare e danzare come un forsennato; la sei corde dal suo punto di vista esegue il suo sporco lavoro alla perfezione, inanellando una serie di combo che riescano a mettere d'accordo i vari stili a cui la band si ispira. Parliamo infatti di una enorme commistione di generi diversi, da una parte abbiamo il Thrash, che ovviamente non poteva certo abbandonare i nostri amici inglesi, ma abbiamo anche svirgolate su altri dettami, Sludge, qualche piccola nota Speed qui e là, qualche chiazzata anche che ricorda l'Hardcore degli esordi (un demone che non ha mai abbandonato Rockett, neanche nei momenti più morbidi della carriera firmata dagli Onslaught). Immaginate un mostro, un enorme divoratore di mondi che si aggira per la galassia, immaginate la sua enorme bocca ricolma di denti affilati come rasoi, immaginate di sentire la sua fetida voce ed alito fin dentro l'anima, fino a farla divenire avvizzita come una scarpa vecchia. Immaginate ora che questo demone rappresenti la guerra, quella serie di eventi che portano alla distruzione di un paese, al suo completo annichilimento, alla sua totale devastazione. Si nasce soli e si muore soli diceva qualcuno, qui invece si ripiega su un "se muori tu, muoio anche io, senza alcuna remora". Una canzone che, nonostante venga trattata con la medesima violenza delle altre, porta dentro di sé un filo di profonda malinconia, quella malinconia nera e piena di lacrime amare in cui molti di noi spesso hanno finito per trovarsi. Quel filo di stupida nenia che continua a calzarti la testa come una gabbia piena di acuminate spine, che finisce poi per ferirti e lasciarti profondi segni dentro e fuori. Qui il distruttore di mondi viene personificato non solo con la guerra, ma anche con l'uomo stesso, che alla fine risulta essere il reale creatore di questo immondo mostro che calca la terra con fare da conquistatore, come se sapesse già che la vittoria è nelle sue mani. In questo modo ci troviamo sempre spiazzati dalla sua comparsa, e per rendere il tutto ancora più inquietante, gli Onslaught mettono in piedi una musica che, man mano che ci avviciniamo al climax centrale, dove trova ospitalità anche un enorme assolo di Rockett dal sapore antico e polveroso, la bestia attacca senza pietà. Attacca portandoci via brandelli di carne come se non ci fosse un domani, attacca portandosi dietro le nostre certezze e le nostre sicurezze, ce le strappa via senza troppi complimenti. 

Metal Forces

Si prosegue sempre con la tradizione antica intonando quello che è forse uno degli inni per eccellenza della band, il pubblico non aspettava altro che Metal Forces (Forze Metal). Inizia con un sanguinoso riff che straborda potenza da ogni poro, facendoci sobbalzare dalla sedia. Stavolta assistiamo alla carica dei metalheads, armati del proprio credo e del proprio cuore, la forza del loro animo è devastante, nessuno può fermarli, la loro energia residua non finisce mai, il loro cuore è carico di sentimento, la morte non gli fa paura. E nuovamente la battaglia infuria mentre massicci colpi di batteria si alternano alle due sei corde, che ricamando infernali giri proseguono la corsa imperterrite e senza alcuna remora per l'ascoltatore. La matrice classica qui si fa nettamente più sentire, grazie anche all'ingresso della voce ed alle pesanti linee di basso in lontananza, che donano corpo e gusto. Lo schieramento delle forze armate è pronto, la carica infernale sta per suonare, la sola forza del sacro metallo romperà il cielo, spaccandolo in due come un frutto maturo, ed è su questo che la voce alza decisamente il proprio tiro, mentre il restante comparto strumentale continua ad intonare il mefitico main riff, con forza sempre maggiore, fino a deflagrare completamente nelle nostre orecchie. Lo stilema di base è quello della nostalgia, di quanto patch, jeans e chiodo erano la religione, di quando i ragazzi consumavano nastri magnetici delle cassette e solchi dei vinili; siamo una enorme comunità, una forza d'urto devastante, un'onda che si infrange sugli scogli e scioglie la pietra come acido solforico. Il giro principale si alterna ad altrettanti bridge e cambi tempo, pur rimanendo basilarmente sulla stessa linea, ed è il momento in cui vediamo sotto al palco schierarsi la forza in tutta la sua interezza, le corna si alzano al cielo, il sangue scorre sul terreno, ma non importa, la battaglia è la nostra vita, infuria nel nostro petto e brucia come ardente fiamma d'inferno, nessuno può fermarci.  Lo schieramento è pronto, siamo ardenti e brucianti di passione, la nostra musica scorre nelle vene come impazzita, e ad ogni alzamento di tono da parte della voce, il nostro petto esplode in una fragorosa carica di trascinante sentimento, siamo agli ordini del sacro metallo, un vincolo indissolubile che come catene di fuoco ci lega mani e piedi, testa e cuore, anima e cervello. Sy Keeler rappresenta il capo branco, il condottiero dell'esercito che, come corno da guerra, utilizza la sua voce per guidare le truppe, e quel "Metal Forces", visceralmente ripetuto con squillante voce, ci fa tremare le vene dei polsi, ribollire il sangue come calderone ardente sul fuoco. Il crepitio dello scontro si staglia nel cielo mentre le forze combattono come un sol uomo, e vari inserimenti classicheggianti si alternano ad altrettanti di matrice Thrash, uno tsunami di suoni, una babele di composizioni che gli Onslaught mettono in piedi solo per noi. Come combattenti di fioretto, il gruppo di metalheads parte alla carica al preciso andamento del tempo, una folle corsa su strade di fuoco, ruggisce il furore della guerra nel nostro petto, spacca in due la nostra cassa toracica mentre un velocissimo riff trapana il nostro cranio come la punta di un bisturi. Pennate alternate e precisi colpi di piatti aprono al mosh pit più sfrenato, su cui si ergono possenti urla di Keeler, un gigantesco assolo fa il suo ingresso sulla scena, è il momento di tirare fuori le lucenti armi dal fodero e fendere letteralmente l'aria con i nostri muscolosi colpi. Il nostro animo si sacrifica per la musica, siamo un tutt'uno, un enorme gigante nerboruto che calca la terra spaccando qualsiasi cosa incontri sul suo cammino, le mani cinte da catene e polsini borchiati, strappi sui pantaloni e bocca insanguinata mentre l'assolo prosegue il suo andante mettendo in piedi un vero e proprio show per il pubblico sottostante. Si ritorna al main theme con fare ancor più aggressivo, la voce alterna cavernosi rituali satanici ad altissimi toni che sanno quasi di Heavy classico, combattiamo contro il dolore, contro la fatica, contro tutto e contro tutti. Paludi tossiche si stagliano di fronte al nostro sguardo, ma il coraggio del nostro animo ce le farà superare, Satana ci osserva dall'alto del suo trono, compiaciuto del nostro operato, un beffardo sorriso sul volto contorto quasi in una smorfia. Grida di potenza ruggiscono nel petto della forza, che schierandosi continua ad attaccare come spartani opliti, su gli scudi e nuova carica, il condottiero nuovamente ci richiama all'ordine.

Seeds Of Hate

Un'altra bellissima e graffiante botta nei denti ce la da Seeds Of Hate ( Semi Dell'Odio). Un inizio davvero classico per questa canzone, con la sei corde come sempre in prima linea, che ben presto sfodera un andante cadenzato e continuo, mentre Keeler fa il suo ingresso trionfale, accolto come sempre da una folla inferocita e pronta a fare man bassa di sangue. Il brano continua a foraggiare gli stilemi classici del Thrash, andando a mescolare alcune dinamiche Speed con altri elementi classici. I cori come sempre danno quel tocco in più, alternandosi alla canzone e legandosi ad alcune strofe a doppio filo, ovviamente insanguinato. Nige dal suo punto di vista ricama come un forsennato, inanellando una serie di combo una dietro l'altra senza mai fermarsi: il ritmo generale in questo momento ricorda forse i Testament ed il loro carico di odio e visceralità, ma anche alcune partiture prese dal Thrash teutonico, senza mai dimenticare mamma Hardcore che aleggia come uno spettro per tutto l'ascolto. I semi, qualcosa che richiama sicuramente la natura, i germi, i batteri, quelle dinamiche naturali che ad occhio nudo mal si vedono, ma che in fondo regolano la vita di tutti noi; qui si parla di un impianto del male, tanto per cambiare. Sembra che dentro la band alberghi un odio, una malignità che non accenna mai ad andarsene del tutto, rimane lì, latente e pronta a saltare fuori ad ogni occasione propizia. In questo caso parliamo di un seme, il seme della follia, che il nostro protagonista ha impiantato nel proprio cervello: se ricordate il celebre film di Carpenter, il seme della follia dilaga ed irrompe sulla scena come un conquistatore, mangiando letteralmente il cervello del malcapitato. Piantando i semi dell'Odio o del Male, si innesca un meccanismo distruttivo nella mente della nostra quieta e tranquilla vittima. Il seme si innesta nel suo cervello, comincia a ramificare le sue spire di malignità, copre ogni zona del suo cervello con la sua fonte, nutrendosi dell'odio che egli stesso prova, cibandosene avidamente. Finché l'odio non finisce, ed è allora che il seme decide di farne innescare ancora, perché ha fame, una fame che non si sazia mai, un appetito che non si riesce mai a lenire del tutto, se non mangiando ancora ed ancora. E così il nostro uomo con il seme nel cervello, si ritrova a vagare come un disperato alla ricerca di sé stesso; si ritrova per campi e pascoli desolati, alla continua visione di qualcosa che non gli torna, ma che esiste. La solitudine lo mangia vivo, strappa brandelli della sua carne come fossero pezzetti di anima, li trangugia e li risputa ancora interi, credendo che siano troppo anche per lui. L'odio è un sentimento che alberga nella mente di tutti noi, odiamo con amore ed amiamo con odio, senza alcun ritegno. Odiamo con tutto noi stessi qualcuno che ci ha fatto del male, odiamo con ogni fibra del nostro corpo qualcuno che si è permesso di invadere la nostra vita, odiamo con ogni cellula di noi qualcuno che fa del male a chi amiamo. Ed è l'odio che muove le nostre vite secondo questa canzone, non l'amore; l'amore viene dopo, successivamente, quanto tutto sembra a posto, ma il sentimento primario è l'odio. Se stiamo ai racconti biblici del resto, è nell'odio che Dio ha cacciato Eva ed Adamo dal Paradiso Terrestre, ed è nell'odio che Caino ed Abele hanno finito la loro storia di fratellanza nel sangue. Una canzone che, se ascoltata nel modo giusto, ti colpisce allo stomaco come un cazzotto ben assestato; una canzone dura, di diniego, piena di male e di quieta solitudine, che ti lascia in bocca un sapore davvero amaro. Abbiamo ricordato nella recensione come questo pezzo fosse incredibile suonato dal vivo, ed il pubblico di quel giorno se lo ricorda molto bene, considerando l'enorme mole di violenza ed acclamazione che gli Onslaught hanno ricevuto intonandola.

Demoniac

Un tuffo immenso nel passato ed una vera orgia di sangue ed acclamazione seguono l'intro del prossimo pezzo, torniamo a The Force con Demoniac (Demoniaco). Riti satanici e parentesi demoniache fanno da padrone per tutta la prima parte, il litico organo prosegue la sua nenia, infilandosi fra le pieghe della nostra mente, conficcandosi in esse come un chiodo arroventato. Il rituale sta per iniziare, buie figure incappucciate si avvicinano al crepitio del focolare al centro della stanza, marchio a forma di stella a cinque punte su ogni loro volto, la fronte contorta in una smorfia di estasi. Benzina viene gettata sul fuoco e la fiamma si alza, mentre la sei corde inizia a ricamare il tema portante del pezzo, dal gusto anche esso classicheggiante e pieno di rimandi alla scuola che fu. Le figure si dispongono in cerchio attorno al fuoco, meste parole in lingue antiche e mai imparate vengono pronunziate con fare da sacerdoti, uno scettro a forma di teschio viene tirato fuori, ed il rituale può prendere forma. Incantesimi oscuri di un passato che sembrava sepolto, ma che non lo è mai stato del tutto, demoni evocati mentre i toni della batteria si abbassano progressivamente, ed un andante che ha stavolta il sapore del Death prima maniera, ci fa da apripista per l'ingresso della voce. Il rito si consuma sulle scale insanguinate della cappella maligna in cui i nostri astanti si stanno riunendo; invocano la morte, essa è la più alta aspirazione del mondo, la più magnifica onorificenza a cui un uomo può aspirare. La tempesta continua ad infuriare, vergini vengono poste sul santuario, un main riff di ingenti e rocciose proporzioni spacca letteralmente il brano in due mentre la candida pelle della vittima viene squarciata con la lucente lama di un coltello. Eviscerata delle proprie interiora, esse vengono bruciate sulla pira del fuoco sacro, dando energia al rituale ed ai suoi discepoli, che si bagnano nel male più assoluto. La pennata alternata ben presto sfocia in un abbassamento brusco dei toni, rimane solo la voce a tono alto per accompagnare l'ascoltatore, finché a metà del pezzo l'orgia satanica inizia a prendere corpo, e le due sei corde tornano nuovamente ad aumentare i giri del proprio motore, Keeler dal suo pulpito insanguinato si barcamena fra alti e bassi, la sua tecnica è impressionante, la voce del rituale si fa sempre più ingente, più carica di odio e di oscurità. Il momento corale nella seconda parte da inizio al rapporto sessuale che porterà al compimento del rito, la sposa precedente è stata sacrificata, ma altre vergini vengono fatte salire sul ventre del sacrificio, la lama non le colpirà, non ancora, prima il seme deve essere sparso. Gli astanti osservano ogni minimo particolare, i cappucci calati sulle loro teste lasciano trasparire solo beffardi sorrisi sopra ai loro canuti menti, i denti bianchi che contrastano col buio del mantello, illuminati dal focolare ed intrisi dai suoni del sacrificio carnale che sta avvenendo. Prende quasi la forma di un brano Doom questa Demoniac nella sua parte conclusiva, salvo per le consuete e marcate stilettate vocali di Keeler, il quale non ha alcuna remora nei nostri confronti, vuole farci soffrire e ci riesce ogni volta che apre bocca, nessun limite, nessun rispetto, solo l'enorme energia del Thrash Metal che ci investe come un muro d'acqua e sangue. Un rombante assolo fa il suo ingresso sulla scena, il rituale è al suo culmine, l'orgasmo oscuro sta per arrivare, l'ennesimo sacrificio mentre la sei corde corre come impazzita andando a foraggiare stilemi che ai nostalgici faranno venire i capelli bianchi. Torna il tema portante sul finale, stavolta suonato con ancora più verve rispetto a prima, il rito prosegue e finisce con la bevuta del sangue colato dai corpi ormai esanimi delle vergini. Le loro candide carni giacciono inermi sull'altare, illuminate dalle scintille del fuoco e dalla nebulosa luna che fa capolino da una delle finestre. Finale in pompa magna per il brano, con un crescendo sempre maggiore, acuti infernali della voce ed un ultimo, velocissimo e tecnico assolo prima che la setta chiuda i battenti per sempre a noi, poveri stolti che abbiamo osato guardare ciò che non dovevamo. 

Burn

La prossima traccia ad infuocare (letteralmente) il pubblico è Burn (Bruciare). Il riff di chitarra viene seguito da un incessante lavoro di batteria, a cui ben presto poi si aggiunge la voce di Keeler. Tono leggermente modificato da quello a cui siamo abituati noi negli anni della giovinezza, il nostro ragazzone ormai barbuto e molto ingrossato tira fuori un vocalizzo che sembra provenire direttamente dall'inferno più nero. Perché di inferno qui si parla; la band compie una sana invettiva contro il cristianesimo e la sua smania di bruciare le persone, soprattutto nei secoli passati. Si parla di odio e redenzione, di anti-cristianità e dei peccati commessi dalle stesse persone che imperterrite ti dicono di rendere omaggio ad un uomo che è morto per noi. Il confine fra blasfemia e cattiveria è molto sottile, ma gli Onslaught qui lo invadono come una orda di barbari, proponendoci una canzone dai toni scuri e polverosi, anche musicalmente. Ottimi i cori e le backing vocals, che ben  si allacciano al cantato di Keeler, così profondo e gutturale, innalzandone ogni singola nota che esce dalla sua bocca. In un contesto così, non poteva che mancare anche un passaggio in medley, un saliscendi veloce e poi lento che piano piano sembra riprendersi tutto ciò che nel corso del tempo ha perso. Una musica che ti entra nell'anima  e la fa divenire nera come la notte. Un enorme assolo, straripante di note, si fa larga strada nella seconda parte di canzone, andando a foraggiare tanto gli stilemi a cui la band ci ha abituato nella prima parte di carriera, ma anche un pizzico di novità, novità che viene data fondamentalmente dall'andamento generale del pezzo.  Rockett è sempre stato fan di determinati argomenti, e non è passato giorno negli anni in cui non abbia tenuto a ribadire il concetto. In questo modo si assicureranno sempre un posto all'inferno, sia quello dei vivi che dei morti. In questa rinascita invece, la band ha ben pensato di sfruttare le ottime capacità vocali di Keeler, che superano di gran lunga quelle di Mahoney, e forse anche di Grimmet, almeno per quel che riguarda il genere suonato dagli Onslaught, e farle proprie in un modo del tutto nuovo. Hanno ben pensato di prendere i riff più pesanti che potessero venirgli in mente, che sfociano quasi nello Sludge in certi frangenti, abbassando pesantemente i toni non solo della sei corde, ma anche della batteria e del basso, e piazzare al centro Keeler chiedendogli di non lanciarsi in acuti squillanti, ma di mantenersi su un tono orchesco cattivo e molto efficace. Il risultato è una canzone che brucia dentro il tuo petto come un fiamma nera e continua, nera come la pece e densa come la notte senza stelle. La redenzione cristiana è tutta una messinscena, questo è il messaggio che la band vuole trasmettere con il suo primo pezzo; per farlo si affida all'anima del Diavolo, qui rappresentato appunto come il "portatore della fiamma", colui che ti giudicherà in un modo o nell'altro, ma che soprattutto saprà farti vedere le cose come quelle che realmente sono, togliendoti il velo della menzogna cristiana e cattolica. In un turbine di emozioni indescrivibili i quasi cinque minuti di pezzo volano nelle nostre orecchie, ripetendo lo stesso schema fino alla fine e lasciandoci esanimi e pieni di sangue.

Power From Hell

Poteva concludere in bellezza un live come questo la traccia per eccellenza della band? Ovviamente no, i nostri albionici decidono di intonare Onslaught (Power From Hell) ( Attacco - Potere Dall'Inferno)E' Nige Rockett con la sua sei corde che inizia ad infiammare gli animi degli ascoltatori con questa musica che sembra provenire dall'antro più polveroso dell'inferno. Il giro continua la sua corsa, andando ad incastrarsi con precisi e dissonanti colpi di batteria, prima sui piatti e poi sulle pelli. La canzone è ormai partita, siamo in ballo ed iniziamo a correre come forsennati mentre veniamo inseguiti dal mostro che è penetrato direttamente nel nostro cervello, mentre i nostri thrashers inglesi iniziano furentemente a martellare la nostra scatola cranica con questo sapiente mix di tecnica e violenza sonora, in una enorme orgia di cadaveri, sangue e morte, fino all'ingresso quasi automatico della voce. Così come l'inferno è il luogo da cui questa band prende il suo potere; nel tartaro più nebuloso, fra fiamme eterne e caverne oscure, questa formazione esce direttamente dalle viscere della terra, e lì rispedisce l'ascoltatore con un sonoro calcio nei denti, al grido del Thrash più grezzo che si possa immaginare. Mentre Keeler  continua la sua arringa di dolore, intonando i versi con fare da demone ricolmo d'odio, dietro gli altri partecipanti danno man forte al vocalizzo, fino al crescendo che arriva giusto in contrapposizione col ritornello, cantato a squarciagola e con l'uso imperterrito del proto growl. Ritornello che consiste nella pronuncia di Onslaught, seguito a ruota dal titolo del disco, il tutto mentre la chitarra inizia leggermente a ricamare assieme alle pelli, prima di un brusco cambio di tempo improntato sulla velocità che ci trasporta al secondo blocco della canzone. Monolitica la seconda parte in cui subiamo una spinta in avanti dalla band, che preme forte sul gas ed inizia a spingere la macchina fiammante lungo la strada, col vento fra i capelli; la batteria sfocia quasi nel trigger in alcuni punti, mantenendo comunque il suo carico di tecnica Speed senza troppi compromessi. Non è un brano certo che brilla per composizione o riff, ma neanche vuole farlo, vuole solo pettinarci i capelli per tutta la sua durata; e ci riesce ancor meglio quando, poco dopo i due minuti, sforna un ritmo cadenzato degno del Thrash americano basic che tutti noi conosciamo, con un enorme loop che si ripete fino a farci perdere dentro di esso, mentre la tempesta continua ad infuriare. Si sente la gioventù che albergava nelle menti dei protagonisti in questo disco, la sola voglia di spaccare il mondo in due con la musica, e soprattutto le reminiscenze sonore che le loro orecchie avevano consumato dallo stereo.  La voce dal canto suo mantiene il proprio stile per tutta la durata, ci malmena ad ogni occasione, lasciando però ampi spazi di ascolto alla sola musica, che in questo primo slot pare essere l'assoluta protagonista. Un Thrash che ti entra nelle ossa, bastardo ed impertinente, con tanta energia da vendere e soprattutto tanta malvagità da sfoderare; lo sentiamo assai bene nella parte che precede l'enorme assolo di Nige. Una nuova serie di riff mitragliati a rotazione fa da apripista per il solo di chitarra; la sei corde di Rockett viene stretta con enorme forza, la distorsione è al massimo ed il solo prolunga la sua durata sparando scintille per diversi secondi; encomiabile è come questa parte solista sia di matrice prettamente Heavy, con un saliscendi continuo sul manico e note che schizzano fuori come impazzite. Finito il solo riprendiamo l'andante sentito per la maggior percentuale del pezzo, il clangore degli strumenti si fa sempre più possente mentre la voce spara le sue ultime cartucce sul ritornello prima del blocco finale. Il pezzo viene interrotto bruscamente dall'arrivo dello stesso vento che aveva aperto lo speech iniziale, poche e soffuse luci si spengono sul cimitero, la tempesta è passata, ma il male continua la sua corsa. La band qui si rivede in Satana, parte della sua legione, e grida al pubblico che questa sera strapperà brandelli delle loro anime per offrirli in sacrificio al signore degli inferi. Per tutti coloro che hanno tentato di fermarli, per coloro che ritenevano questa cosa lontana nel tempo, ormai è tardi: siamo nel ballo della morte, fra scheletri e mostri, e dobbiamo danzare con essi. Una enorme esplosione preannuncia la fine, mentre l'assalto frontale di questa armata delle tenebre prende vita e ci ghermisce come prede succulente. Nessun luogo sarà abbastanza sicuro per nasconderci da questa orda barbarica con lame affilate, nessuna grotta sarà abbastanza buia, perché questi signori non sono bestie scatenate da un paese nemico, bensì creature che provengono dal più spaventoso dei nostri incubi, e noi stasera saremo la loro cena. Come una forchetta taglia il burro, anche il cielo viene squarciato, rivelando non la luce divina, bensì una rossa pioggia di fuoco sulle nostre teste; esse bruciano, si contorcono, uomini intorno a noi che si accartocciano come pergamena, bruciando sotto i colpi del male, è questo, il potere dell'inferno. Una canzone che, forte del suo ritmo ossessivo e pieno di rocciosa aggressività, gioca sul terreno satanico degli argomenti già trattati da migliaia di band, ma dandogli un'impronta tutta sua. Immaginate un gruppetto di Hardcore Kids arrabbiati e pieni di lame che ci vengono incontro, ma invece che inneggiare all'anarchia, inneggiano  a Satana e tutti i suoi diavoli.

Conclusioni

Siamo giunti alla fine della nostra digressione sul mondo del live firmato Onslaught, cosa C'è ancora da dire in merito? Beh, Live Damnation risponde pienamente alle aspettative di quei fans che volevano qualcosa di enorme, mostruoso e violento fino al midollo. Il pubblico presente in quel 2008 al Damnation festival ha visto salire sul palco una band che forse dopo tanti anni ancora non fa i numeri dei fratelli più blasonati, ma sicuramente sa far parlare di sé. Non fra intendiamoci, altre bands che hanno calcato i palchi di mezzo mondo si meritano appieno i titoli di cui sono stati insigniti, purtroppo agli Onslaught non è toccata la medesima sorte. Sono stati fermati dal music business, dalle politiche sporche ed arriviste di qualche major che voleva a tutti i costi spremere ogni singola stilla di quel gruppo che fu, fino al punto di obbligarlo a cambiare cantante. Nulla ha mai tolto a Grimmet la gloria che si è meritato sul disco e sui live in cui è presente, ma la sua voce non è mai stata adatta a questo genere, ne è una prova il fatto che sul full length che lo vede protagonista, le musiche cambiano radicalmente. Riprendere Keeler lo abbiamo detto innumerevoli volte, è stata la scelta più sensata, ed anche in questo live si sente la differenza. Una band rinata sotto ogni punto di vista, che non si vergogna a voler prendere a schiaffi brutali il pubblico sottostante, cercando di strappargli la pelle di dosso. Gli Onslaught confezionato un grande show per il loro pubblico, uno show come abbiamo detto in apertura confezionato a regola d'arte anche a parità di scaletta. Un perfetto mix fra passato e presente che si incontra su quel palco, con brani provenienti dal passato più polveroso della band, e tracce nuove o poco conosciute che sono suonate alla massima velocità possibile. Plauso enorme anche alla produzione della Candlelight, che ha eseguito un ottimo lavoro di post produzione su un campo non facile come quello dei live, dove spesso le registrazioni sono carenti. Interessante anche la parte DVD, in cui troviamo una sorta di making of del disco, intervista alla band ed alcuni video proprio di quella esibizione così demoniaca. Il voto è ampiamente giustificato dalla presenza non solo scenica e di carisma della band, ma anche dall'ottima esecuzione di questi stessi brani, che suonano esattamente come su disco salvo alcune variazioni comprensibili. Acquistare e consumate questo live anche voi se siete amanti dell'oscuro, della polvere sulle ossa e del buio, se volete entrare nella tana dei demoni questi albionici vi guideranno, è solo questione di fiducia.  

1) Killing Peace
2) Let There Be Death
3) Destroyer Of Worlds
4) Metal Forces
5) Seeds Of Hate
6) Demoniac
7) Burn
8) Power From Hell
correlati