ONSLAUGHT

Live At the Slaughterhouse

2016 - AFM Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
09/07/2019
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Nella seconda metà degli anni duemila ormai gli Onslaught avevano abbondantemente cavalcato la cresta del rinnovato successo, che li aveva portati a tornare sulle scene dopo un lungo periodo di silenzio. Ricorderete forse nelle scorse recensioni di quando abbiamo parlato dello stop che la band aveva dovuto subire dopo il rilascio di In Search alla fine degli anni ottanta, a causa delle scelte sbagliate e molto spesso forzate di una label che non aveva bene in mente cosa farsene di questo gruppo. Tuttavia, reclutato nuovamente Sy Keeler alla voce, allontanato anche esso in maniera non proprio democratica sotto pressioni della medesima label, la band era tornata in auge con uno stile assolutamente in linea con il passato, ma con una acre punta di moderno. I dischi rilasciati da quel momento in poi sarebbero stati oggetto di commenti positivi da parte della critica ma non solo, anche da parte dei fan storici che avevano sempre sperato in un ritorno del gruppo sulle scene. Arriviamo così alla ultima release al momento in cui ci troviamo, ovvero quel concentrato di violenza che risponde al nome di VI. In questo disco la band spremette ogni stilla del suo essere, per mettere insieme una serie di tracce che strabordavano violenza, acredine e soprattutto la medesima voglia di rivalsa che li aveva accompagnati nella prima parte della loro rinascita. Ovviamente dopo una release come questa, serviva forse un enorme band tour per supportare la nuova creatura nata dalle ceneri e dal sangue dei membri. Per questo motivo subito dopo la release di VI la band partì subito alla volta del mondo per promuovere il nuovo ordine d'odio messo in piedi. Fra tutti i concerti che rilasciarono nel corso dei mesi successivi, ve ne fu uno talmente devastante che non potè non finire dentro ad un enorme live, quello che sarà argomento della nostra disamina di oggi, ovvero il Live at the Slaughterhouse. Ovviamente parliamo di un nome di fantasia, dato che questo live set è stato in realtà registrato fra il 19 ed il 20 di luglio 2014 in due dei teatri musicali più conosciuti della patria Inghilterra, ovvero le due O2 arena di Bristol e Londra. Parliamo di piazze enormi, che nel corso degli anni hanno ospitato band di tutti i tipi, fino a concerti memorabili come alcune delle date del final tour dei Black Sabbath e così via. Un concerto, anzi, una serie di concerti che gli astanti ricordano con enorme piacere, senza mai dimenticare di aver visto salire sul palco una delle band più amate ed allo stesso tempo meno conosciute dalla massa nel panorama Thrash Metal. Dalle due date vennero estratte una serie di canzoni tratte dai maggiori successi della band. Il tutto viene racchiuso in un jewelcase di tutto rispetto, sia in edizione CD che vinile, contenente anche un piccolo DVD con interviste alla band e materiale aggiuntivo. Per quanto riguarda la copertina abbiamo la medesima release che abbiamo visto su VI, ovvero i tre enormi teschi che ci guardano minacciosi, ognuno con un elmetto militare sulla testa. Tuttavia rispetto al disco in studio qui tutto questo si tinge di un colore verde acido, quasi mortifero, un enorme bordata di sentimento horror che si staglia verso il pubblico come se volesse afferrarlo per la gola. Al di sotto della enorme figura troviamo la scritta, con caratteri sciolti e sanguinolenti, mentre al di sopra il classico logo della band, che ormai è tornato ad essere con i suoi bei caratteri semi gotici come i primordi del gruppo.  

The Sound Of Violence

Ci apre le danze un brano tratto da uno dei dischi di "ritorno della band", Sounds Of Violence, ed è proprio la title track, The Sound Of Violence (Il Suono della Violenza). Una enorme e poderosa sessione della sei corde si avvicina al nostro orecchio ed in men che non si dica ci ritroviamo dentro ad un enorme vortice, dove Nige Rockett procede a spron battuto senza fermarsi un attimo. Voce radiofonica che viene sparata direttamente nelle nostre orecchie, prima di lasciare spazio al grandissimo cantato di Sy Keeler.  Tutto ciò ben si sposa con la canzone in sé, il cui ritmo principe, pur non brillando per intensità costruttiva, brilla certamente per la possenza con cui si scaglia contro il nostro viso. Il ritornello consta di un giro vorticoso di chitarra e batteria, sormontato dalla voce di Keeler che si staglia su tutta quanta la canzone. Un pezzo che ci fa pogare come disperati, e che certo ci lascia i segni addosso senza alcun problema. Cos'altro poteva introdurci a questa canzone, se non la paura viscerale di una guerra? Le decisioni vengono prese dall'odio, con queste sadiche parole gli Onslaught ci affidano il loro brano, e ce lo sbattono direttamente in faccia senza farci troppi complimenti. Una canzone che racconta in modo diretto ed assolutamente senza remora l'orrore della guerra, dell'odio che ne consegue, e del motivo per cui certi conflitti avvengono nel mondo. Il potere ed il dolore sono le armi peggiori e più grandi che possono essere date in mano ad una persona; la volontà di poter fare del male, e quella di soggiogare senza alcuna pietà esseri simili a lui, fa da sfondo a questo primo pezzo. La musica certamente, col suo carico cacofonico e pieno di oscura energia, aiuta molto a far arrivare il tema della canzone dritto nelle nostre orecchie e nel nostro cervello, senza preoccuparsi molto delle conseguenze. Gli Onslaught sembrano essere davvero rinati con questo disco: ci stanno proponendo un Thrash Metal che strizza volentieri l'occhio alla primissima parte della loro carriera, ci si sente tanto PFH al suo interno, tanto di quel primordiale ritmo che tanti e tanti anni prima li aveva portati alla ribalta sulle scene mondiali. Ci si sente anche tantissima voglia di rivalsa, una voglia smodata di crescere ed andare avanti, di dimostrare che stavolta sono pronti davvero a fare sul serio, e niente e nessuno potrà fermarli. Se vogliamo trovare forse un unico difetto alla canzone, dobbiamo ricercarlo nella sua qualità compositiva: capiamoci subito, non è un pezzo inascoltabile, tutt'altro, ma allo stesso tempo non vi è mai un momento di verve vera e propria, non vi sono scivolate su ottantiani assoli o bridge significativi. Il che però se da una parte fa storcere il naso, dall'altra considerando l'argomento della canzone, la sua forza intrinseca e soprattutto il suo scopo, ossia descrivere in modo rabbioso e furente gli orrori devastanti di una guerra, dobbiamo assolutamente dire che il pezzo fa il suo lavoro. E lo fa nel modo migliore e più semplice possibile, ossia senza fare prigionieri.  Vediamo corpi sgraziati e straziati attorno a noi, con la piena consapevolezza che non ci sarà speranza, per nessuno e per niente a questo mondo. 

Killing Peace

Facciamo un salto in avanti discograficamente parlando ed arriviamo alla title track di un altro album, Killing Peace (Uccidendo La Pace). Anche qui inizio decisamente in medias res, con subito sei corde e batteria che partono come disperate alla ricerca del male; ritmo che va decisamente più verso lo Speed in questo secondo slot, ed anche il tono di Keeler, che come la tradizione della band ormai ci ha insegnato fin dalla sua comparsa, appare esattamente assieme all'inizio della musica. Ritmi spediti e velocissimi che collimano in un'altra canzone ricolma di odio e sangue, ma stavolta su toni ancor più accesi. La chitarra ricama come una disperata cercando di stare dietro al ritmo generale della canzone, mentre la batteria viene deflorata con cura aspettando il momento giusto per farsi avanti totalmente e saggiare la propria costituzione fisica. Una canzone che, fin dal suo primo secondo con quella iconica frase: "Sputando Sangue In Faccia a Dio", richiama un moshpit sfrenato e sanguinolento appunto, spintonate e denti che saltano, gambe che si accavallano fra loro cercando di uscire dalla mischia, ed un finale Wall Of Death che rischia di spaccarti in due. Sembra che in questo disco di ritorno gli Onslaught abbiano infuso tutta quella cattiveria e latenza che avevano accumulato negli anni del silenzio; ogni singola nota viene suonata con tono malvagio e senza scrupoli, avendo come unico scopo quello di lasciarti schiena e volto ricolmi di lividi. Arriviamo al blocco centrale della canzone ed il ritmo si fa ancora più forsennato, Rockett aumenta il tiro della propria chitarra strappando quasi le corde, mentre Keeler si prodiga in alcuni vocalizzi enormi che vanno a sfociare in toni squillanti che ricordano molto i tempi d'oro della band. Prima che ce ne possiamo accorgere però, di nuovo il pezzo abbassa i propri toni lasciando spazio ad un andamento che sfocia nuovamente nello Sludge e nello Stoner Metal, buio e pieno di polvere. Il Dio Thrash però non viene certo lasciato senza fare niente, ad ogni angolo di canzone ne troviamo un sanguinolento pezzo, pronto a farci la schiena a strisce con la sua frusta a nodi spessi. In tutto questo non ci dimentichiamo assolutamente il testo, parte fondamentale di qualunque canzone; qui si parla nuovamente di odio come abbiamo accennato inizialmente, ma sotto una luce completamente diversa, abbiamo a che fare infatti di guerra, ma non quella combattuta in nome di conquista o di denaro, parliamo delle guerre che hanno come protagonista la religione. Quelle battaglie, che solitamente sono fra le più devastanti che possono colpire una nazione, che hanno come protagonista Dio nella forma in cui nel determinato paese viene adorato. Seguendo le liriche della band, durante le guerre sante si storpiano le ali degli angeli, si macchia la terra di sangue, e fondamentalmente stiamo uccidendo la pace; la pace di poter promulgare il proprio culto religioso senza disturbare gli altri, o quantomeno senza imporlo a persone che non vogliono affiancarsi a noi. E nuovamente sentiamo al basso ventre una sonora frecciata al Cristianesimo, ed alle sue enormi guerre perpetrate contro altre religioni, che fossero orientali o amerinde, per loro era la stessa cosa, dovevano convertirsi e basta. 

Chaos Is King

Questo doppio live è pur sempre il tour di supporto a VI no? Ed ecco che compare in tracklist il primo brano tratto proprio da questo disco,ovvero Chaos Is King (Il Caos è il Re). Aperto da una rocciosa e poderosa rullata di batteria, il pezzo si protrae per i suoi quattro minuti ripetendo ossessivamente un mid time di chitarra e batteria messe assieme, aiutati anche dalle slappate di basso che si fanno sentire nel sottofondo del caos. Il tutto per lasciare libero sfogo alla voce di Keele che ha ormai abbandonato il suo tono squillante ed infernale, appannaggio di uno più cavernoso e sicuramente più spaventoso del precedente. La sua voce gutturale ci accompagna per tutto l'ascolto, mentre Rockett, dietro alle corde della sua chitarra, quasi le strappa dalle sedi per andare avanti nel pezzo e farci assaggiare tutta la loro potenza. Potenza che cresce decisamente col tempo, diventando quasi inaudita in certi frangenti, anzi, divenendo quasi impetuosa e rocciosa man mano che la canzone procede. Canzone che come possiamo intuire dal titolo, non racconta certo di fiori e campi verdi, quanto piuttosto del caos enorme in cui abbiamo gettato le nostre esistenze. Immaginate un mondo finito, immaginate un mondo in cui ormai tutto ciò che pensavamo potesse essere relegato al positivo, sia solamente un lontano ricordo. Una volta immaginato questo, immaginate anche di viverci all'interno di quel mondo, barcamenandovi fra la sopravvivenza ed il caos più totale. Un mondo in cui ormai niente ha più regole, e nessuno vuole ottenerne di nuove, sono tutti troppo impegnati a dividersi il piatto del re, quella sequela di bugie messe in piedi dai burattini della propaganda che non fanno altro che alimentare nuovi sentimenti contrastanti, e renderli oggettivamente ancora più inutili ed ancora più effimeri. Ora che avete immaginato tutto questo, immaginate che quel mondo sia il nostro, perché anche se si nasconde sotto una apparente superficie di normalità, quel che ci troviamo davanti è un mondo ormai allo sbando. Un mondo in cui non c'è più speranza, non c'è più positività, ma c'è solamente il caos. Abbiamo fatto del caos il nostro signore e padrone, gli abbiamo permesso di andare avanti e prendere piede nelle nostre coscienze. Mentre tutto questo viene raccontato con fare quasi demoniaco da parte di Keeler, vediamo che la musica arriva anche ad uno strabordante assolo di Rockett. Assolo che assume quasi i toni di un arabeggiante arazzo mentre viene eseguito. Le sue note si protraggono per diversi secondi mentre Nige continua ad inanellare combo come se non ci fosse un domani. 

Let There Be Death

Adesso è il momento di fare un enorme balzo indietro fino al compianto e mai dimenticato The Force, da cui la band estrae Let There Be Death (Sia La Morte); una pennata alternata ci apre letteralmente il cranio in due, i fuochi dell'inferno cominciano a bruciare mentre l'esercito di guerrieri in chiodo e borchie si sta schierando, pronto per la carica che li porterà alla vittoria. Nige ricama sulla propria sei corde con fare da maestro, mentre un rallentamento da il segnale alla batteria per entrare a spron battuto sulla scena, colpendo i piatti e la grancassa con forza inaudita. Un main riff dal sapore old school, schizzato letteralmente dalle tradizioni Speed di inizio anni '80, irrobustiscono il sound generale del pezzo in attesa dell'ingresso vocale e del conseguente nuovo tiro che il brano prenderà di lì a poco. Le schiere di soldati continuano a scalpitare, la fine del mondo è vicina, i cavalieri dell'apocalisse cavalcano nel cielo fra lingue di fuoco e lampi di luce, il tetto dell'universo si sta aprendo, rivelando una folta schiera di demoni e gorgoni pronte a ghermire le proprie prede, mentre l'alternate picking prosegue la sua folle corsa contro il tempo, trasformandosi poi in un assolo degno di questo nome, una vera pioggia di note che investe l'ascoltatore in pieno volto, lasciandolo tumefatto e con gli occhi gonfi per lo sforzo. Come l'affilata lama di una motosega che si poggia sul nostro corpo ed inizia a lacerarlo, il brano di apertura è una incredibile corsa contro il tempo, un feroce attacco guerresco in cui ogni singolo membro sembra avere un unico scopo, fare di noi un sacco nero per cadaveri. Satana è risorto dalla propria tomba, ed è pronto a soggiogare il mondo, assoggettandolo al proprio volere, creando l'ennesimo esercito di non morti, pronti a conquistare tutto ciò che gli capita a tiro. Il brano ha una potenza inaudita e fuori dal comune, il suo sound così polveroso e pieno di buio in ogni sua forma viene sormontato dalla linea vocale, altisonante e ricolma di rabbia; una nube tossica si staglia in cielo, fumi verdastri che ci portano ad un cambio di tempo cronometrico, soprattutto da parte della sei corde. Sul ritornello, cantato con ancor più forza, vediamo letteralmente i cavalieri schierarsi sul cambio di battaglia, mentre la tempesta sonora infuria dietro di loro, la voce abbassa i propri toni calcando la mano sul alcune parole specifiche, particolarmente quelle che compongono il titolo, la sferzata sadica dei cavalieri sta dando i suoi frutti, una enorme palla di fuoco si staglia nel cielo, bruciandone una parte e facendo diventare le nuvole rosse e ricolme di sangue. I destrieri del male non hanno occhi, solo fiamme escono dalle loro bocche, vacui sguardi di odio mentre la terra intorno muore, l'alternanza fra riff e bridge stende il purpureo tappeto per l'atto finale. Corale momento alla metà esatta del brano, quando l'esercito decide momentaneamente di ritirarsi sotto gli ordini di Satana stesso, ma soltanto per conservare le energie residue e prepararsi ad una nuova e devastante carica di morte; torna la sei corde a ricamare sul proprio ligneo manico, salendo e scendendo come i mantelli dei guerrieri, sporchi e laceri dalla battaglia, grondano sangue mentre la terra apre le proprie braccia ai cadaveri, raccogliendone i diafani corpi ormai esamini. Una brusca accelerata pone fine al momento corale e ci riporta nella mischia della battaglia, fendenti d'ascia e clangore di spade accompagnano la nuova carica dei soldati, la morte continua ad avanzare, intorno a noi diventa tutto freddo, il ghiaccio penetra nelle nostre ossa, ma che sia la morte per tutti noi che l'abbiamo cercata, che Satana risorga nuovamente per insegnare al mondo cosa significa soffrire, stilettate dritte al cuore mentre i cambi di tempo si sprecano, conducendoci ad un nuovo ritornello, sofferto e velocissimo, una martellata dritta al cranio che fa saltare via pezzetti di osso, sentiamo la testa diventare più grande mentre sanguina, e di fronte a noi la guerra continua ad infuriare. Un altro assolo di ingenti proporzioni rivela l'ultima carica dell'esercito contro il mondo, scintille sonore e lame affilate si conficcano nella carne dei nemici, e dal suo osseo trono, il signore del male continua ad annunciare la sua voglia di morte e distruzione.

Children Of The Sand

Torniamo al moderno di VI con Children Of the Sand (Figlia della Sabbia). All'intro ben presto si sostituisce un andante cadenzato e che in modo continuo ci accompagna per i primi secondi di pezzo, alternandosi con un mid time della batteria e successivamente con la voce di Keeler. L'andamento della canzone si modifica in men che non si dica, concatenando vari pezzi uno dopo l'altro, in una enorme fusione che risulta essere davvero geniale. In tutto questo Keeler come sempre sugli scudi col suo cantato  gutturale ed infernale, sempre pronto a concederci la sua dose di violenza, sempre con in sottofondo questo andamento molto arabeggiante, che sembra quasi provenire da un passato lontano. A metà circa dei sei minuti di pezzo abbiamo una ulteriore modifica, con un abbassamento dei toni che risulta essere davvero geniale, e che anzi, non fa certo pensare a qualcosa di banale. Ecco infatti che in concomitanza con questa modifica arriva l'assolo, corroborante e pieno di verve, suonato da Rockett in maniera pressoché egregia. Successivamente a questo abbiamo nuovamente un ritorno all'andamento che abbiamo ascoltato in apertura di pezzo. In chiusura sentiamo nuovamente quel sentore desertico che ci fa di nuovo pensare ad un commiato quasi malinconico, con la voce di questa suadente ninfa che ci accompagna fino all'ultimo giro di waltzer mortale. I figli della sabbia altro non sono che i figli del demonio; figli della terra maledetta che in ogni dove pretendono di uscire dalle loro tombe e calcare la terra con fare da conquistatori. Sono stati mandati da un emissario del male, sono stati inviati con un unico scopo, cercare e distruggere. Distruggere cosa? Ovviamente le vite dei presenti al momento in cui i loro corpi putrefatti usciranno dalla sabbia che li ha accolti fino a quel momento; una volta usciti trascineranno le loro diafane membra in giro per la terra, andando sempre più a foraggiare quel desiderio maligno di distruzione. La canzone però è anche una sottile e neanche troppo velata denuncia alle figure dei kamikaze, vi spiego perché; ad un certo punto si parla di auto-detonazione, di personaggi che escono dalla sabbia mandati da Dio in persona. Il collegamento con quei malcapitati che, per desiderio di religione o per convinzione cieca, si fanno saltare in aria in aree affollate al grido del loro squarciante desiderio di rivalsa, viene automatico. Non siamo qui certo per fare moralismi e per parlare di questo argomento, raccontiamo solamente le cose come stanno, quel meccanismo malato per cui abbiamo dei morti viventi o dei condannati a morte che ancora respirano, prima di quell'attimo ferale in cui tireranno la linguetta del loro esplosivo. Ecco perché viene automatico il collegamento coi demoni, anche se qui si parla di Dio, ma un Dio che permette tutto questo, che divinità può essere considerata?

Rest In Pieces

Sounds of Violence torna a bussare alla porta di questo sanguinolento live con  Rest In Pieces (Resta In Pezzi). Una ovvia e macabra storpiatura del più celebre rituale liturgico, il pezzo parte subito in quarta, con una sequenza di batteria e chitarra a cui si fa fatica a stare dietro in molti frangenti, anzi, spesso si ha l'impressione di ascoltare un brano a velocità doppia tanto è veloce. In questo modo arriviamo infatti tosti e veloci al primo ritornello, cantato a squarciagola da Keeler grazie anche all'aiuto di ottimi cori e controcanti, che vengono supportati da azioni altrettanto granitiche della chitarra e della batteria. In questo modo siamo di fronte ad un brano davvero pregevole, forse uno dei migliori di tutto il disco. Senza alcun problema la canzone procede in modo equo e continuo, alzando ed abbassando i toni in men che non si dica, noi facciamo e continuiamo a far fatica a stare dietro a tutte le azioni ed i passaggi vari che la canzone subisce, ma apprezziamo grandemente i cori che vengono proposti, soprattutto in questa chiave quasi demoniaca in cui Keeler e soci li cantano. Una canzone che parla nuovamente di morte e distruzione, ma stavolta parliamo di esperimenti umani, di necrofilia, e di tutte quelle azioni riprovevoli che spesso gli uomini compiono verso altri uomini. Parliamo di "rimanere in pezzi" appunto ossia, di venire sezionato ancora vivo, di un macabro esperimento di cui nostro malgrado ci ritroviamo a far parte. Un enorme chirurgo ancora sporco di sangue dal precedente intervento, si para di fronte al nostro sguardo, non ha occhi, non ha bocca perché coperta dalla mascherina di carta. Riusciamo solo a scorgere quel bagliore infernale nei suoi occhi e nella sua famelica voglia di tagliarci a pezzi. Prende il bisturi, lo avvicina al nostro addome, ed inizia a tagliare. Urliamo come disperati mentre le viscere iniziano ad esplodere macchiando tutto il tavolo operatorio, ma certo non solo le nostre grida a frenare il sadico medico di fronte a noi. Egli continua a tagliare, tagliare e tagliare, finché di noi non rimane assolutamente niente da tagliare. Siamo a pezzi su quel freddo tavolo di ferro ed acciaio. Sentiamo la gelida morsa della morte che lentamente si prende i nostri pezzi e la nostra testa, sentiamo la bocca dello stomaco che si lacera sotto i colpi di quel chirurgico coltellino dalla lama affilata. Una volta completata l'opera, veniamo gettati in una fossa comune, dove non ci rimane che aspettare l'inevitabile decomposizione della nostra carne e dei nostri organi interni. Un brano che mette davvero i brividi di freddo addosso questo. Una canzone che sottolinea in maniera devastante quanto ci sia del sadismo dentro ad ognuno di noi. Quanto soprattutto anche dentro al più apparentemente semplice uomo, possa nascondersi una bestia feroce. 

Destroyer Of Worlds

Il 2007 come abbiamo raccontato fu l'anno del ritorno per la band, grazie alla pubblicazione di Killing Peace. Da questo disco ci ritroviamo Destroyer Of Worlds (Distruttore di Mondi); viene aperto da un mid time di sei corde molto lento e costante, a cui ben presto si aggiunge la batteria e la seconda chitarra, formando un unico turbine di emozioni che si aggiungeranno ulteriormente alla voce di Keeler, che qui mantiene un tono a metà fra i due che abbiamo ascoltato fino a questo momento. L'andamento del pezzo segue quello di una canzone Thrash di stampo classico, saliscendi continui finché un innalzamento dei toni non spezza la canzone in due portando all'ingresso della voce; si parla nuovamente di un personaggio inventato, come è capitato svariate volte nel corso della carriera della band, che si è prodigata più di una volta nel trattare questi argomenti. Il pezzo prende una piega quasi epica, con cori sincronizzati perfettamente fra loro, ed un andamento generale del brano che rasenta la follia; i toni vengono alzati ed abbassati seguendo i dettami di Keeler. Un vocalizzo che ti entra direttamente nell'anima rendendola marcia e sanguinolenta, e che non può non costringerti a cantare e danzare come un forsennato; la sei corde dal suo punto di vista esegue il suo sporco lavoro alla perfezione, inanellando una serie di combo che riescano a mettere d'accordo i vari stili a cui la band si ispira. Parliamo infatti di una enorme commistione di generi diversi, da una parte abbiamo il Thrash, che ovviamente non poteva certo abbandonare i nostri amici inglesi, ma abbiamo anche svirgolate su altri dettami, Sludge, qualche piccola nota Speed qui e là, qualche chiazzata anche che ricorda l'Hardcore degli esordi (un demone che non ha mai abbandonato Rockett, neanche nei momenti più morbidi della carriera firmata dagli Onslaught). Immaginate un mostro, un enorme divoratore di mondi che si aggira per la galassia, immaginate la sua enorme bocca ricolma di denti affilati come rasoi, immaginate di sentire la sua fetida voce ed alito fin dentro l'anima, fino a farla divenire avvizzita come una scarpa vecchia. Immaginate ora che questo demone rappresenti la guerra, quella serie di eventi che portano alla distruzione di un paese, al suo completo annichilimento, alla sua totale devastazione. Si nasce soli e si muore soli diceva qualcuno, qui invece si ripiega su un "se muori tu, muoio anche io, senza alcuna remora". Una canzone che, nonostante venga trattata con la medesima violenza delle altre, porta dentro di sé un filo di profonda malinconia, quella malinconia nera e piena di lacrime amare in cui molti di noi spesso hanno finito per trovarsi. Quel filo di stupida nenia che continua a calzarti la testa come una gabbia piena di acuminate spine, che finisce poi per ferirti e lasciarti profondi segni dentro e fuori. Qui il distruttore di mondi viene personificato non solo con la guerra, ma anche con l'uomo stesso, che alla fine risulta essere il reale creatore di questo immondo mostro che calca la terra con fare da conquistatore, come se sapesse già che la vittoria è nelle sue mani. In questo modo ci troviamo sempre spiazzati dalla sua comparsa, e per rendere il tutto ancora più inquietante, gli Onslaught mettono in piedi una musica che, man mano che ci avviciniamo al climax centrale, dove trova ospitalità anche un enorme assolo di Rockett dal sapore antico e polveroso, la bestia attacca senza pietà. Attacca portandoci via brandelli di carne come se non ci fosse un domani, attacca portandosi dietro le nostre certezze e le nostre sicurezze, ce le strappa via senza troppi complimenti. 

66 Fuckin'6

Quello che arriva adesso invece è tanto un omaggio della band ai furenti anni '80, quanto uno se non il brano più bello dell'intero pattern. Parliamo di 66 Fuckin' 6 (66 Fottuto 6). Inizio in sordina col dolce suono di un carillon, che ben presto lascia spazio ad una poderosa rullata della batteria, a cui a ruota si unisce la cavernosa voce di Keeler che intona il titolo della canzone. L'andamento della canzone non ha alcun problema a prendere il sopravvento, andando a ricordarci stili che sembrano ripresi dal primissimo disco della band, ma ovviamente in chiave decisamente più moderna. Keeler canta le sue liriche come una vera e propria bestia, aggredendo il testo e senza mai lasciare niente al caso. I cori sono cronometricamente azzeccati in ogni occasione, arrivano quando devono arrivare e non risultano assolutamente ridondanti, anzi, donano quel sapore di epico al tutto. Come epico è ovviamente il classico assolo di Rockett, stavolta davvero sugli scudi grazie a movimenti veloci e repentini della chitarra, che si muove come una disperata sul proprio asse, sempre più veloce, prima di lasciare il posto di nuovo all'andante che ci ha aperto il pezzo qualche minuto fa. Il brano va poi velocemente a concludersi in dissolvenza, con la chitarra di Rockett sempre sugli scudi e con Keeler che fino all'ultimo secondo continua a cantare come un disperato. Per chi ha seguito questa discografia fin dagli esordi, ricorderà quali siano stati gli argomenti principe specialmente dei primi due dischi, ed ancor più particolarmente del primo. Addirittura PFH aveva anche una divisione ben precisa, fra le parole Death e Metal, sormontate da un enorme pentacolo. Ad argomenti demoniaci i nostri inglesi non sono nuovi, anzi, ogni volta tirano fuori sfumature diverse, argomenti diversi, rifrazioni anche del medesimo luogo comune, ma visto in chiave completamente nuova. In questo caso invece si abbandonano ad un crescendo urlando a squarciagola che loro suonano la musica del diavolo, e se ne fottono di tutto il resto. Il loro Thrash Metal proviene direttamente dall'inferno, risucchia le anime e risveglia l'anticristo, questo in sostanza canta il testo della canzone. Loro si definiscono l'esercito del male, una orda di demoni e spiriti maligni che ha un solo scopo, cercare colpire e distruggere. La loro carica è impressionante, la loro forza inaudita, in un sol colpo sono in grado di sbriciolare una montagna; con la forza del Diavolo dietro di loro niente diventa impossibile, anzi, ogni volta è una grande scoperta, e loro continueranno per tutta la vita a servire. Questa canzone è uno schiaffo morale in faccia a chi pensa che il Metal sia musica da satanisti, bene, allora perché non ironizzarci sopra e costruirci anche una grandissima canzone che in poco tempo riesce a prenderti direttamente l'anima ed a giocarci come vuole. Per chi ha avuto anche il piacere di sentirla live, questo pezzo prende decisamente una carica ancor più demoniaca e forzuta, grazie all'ottimo lavoro di ogni singolo componente della band, e soprattutto della premiata ditta Keeler/Rockett. In questo modo abbiamo fra le mani un disco che non si compone solamente di parole e musica, abbiamo un messaggio: il messaggio è che nessuno deve preoccuparsi di quel che dice la gente, anzi, più quest'ultima lo dice e più tutto quello che ne consegue è semplicemente l'alimentare questo pensiero, facendolo quasi apposta e ripagandoli con la loro stessa medicina.

In Search Of Sanity

Addirittura arriva una sorpresa inaspettata, e sentiamo Keeler cimentarsi nel disco che ha sancito il suo allontanamento, parliamo di  In Search Of Sanity (In Cerca di Sanità). Viene aperta da un metallico intro di chitarra e batteria, che all'unisono iniziano ad intonare un riff che sembra estratto direttamente dalle tradizioni Heavy classiche. Non che sembra di trovarsi su un altro pianeta, sia chiaro, ma il ritmo è decisamente meno caotico di quanto ascoltato fino ad ora; procediamo a spron battuto verso il primo ritornello, alternando il main riff con la voce di Grimmet. La linea generale è quella classica, e continua ad essere così fino ad un piccolo rialzo nel ritornello; ottimo il chorus di Sy stesso, che ripete a gran voce il titolo dandogli quel tocco di malvagità che basta. Avete mai pensato di capire che cosa passa per la mente di un pazzo o di uno schizofrenico? Cerchiamo di vedere questa prima canzone come un tutt'uno con il precedente e lunghissimo intro. Siamo all'interno della nostra camera di contenimento, immagini spaventose ci passano dinnanzi alla mente, e non troviamo pace. Siamo ormai ufficialmente distaccati dalla realtà, il ritmo del sangue si fa sempre più ingerente e caldo, le vene pulsano sotto le braccia e dentro la testa, il cervello si fa pesante come un macigno. Ed in un lampo ci ritroviamo catapultati in un mondo fittizio, popolato di creature ed immagini non reali, anche se noi crediamo che lo siano; siamo fuori di testa, eppure nonostante la nostra follia cerchiamo la pace. La sanità mentale sembra una chimera da rincorrere fino ad avere il fiato corto, ed iniziamo a non averne praticamente più. I polmoni bruciano sotto il peso della corsa, il cuore si gonfia e quasi esplode nel petto mentre continuiamo come disperati a cercare la via d'uscita da quell'inferno. Eppure, in tutto questo caos, cominciano a venirci in mente varie motivi per cui siamo finiti lì; siamo finiti in quella camera perché abbiamo smesso di combattere. Noi odiamo le bugie e le falsità, ce lo siamo sempre ripetuto fino allo stremo, fino a non avere più voce da poterlo urlare; eppure ci siamo fatti ingannare, e mentre la musica continua la sua lemme e costante corsa, aiutata da un eccellente lavoro di Rockett alla sei corde (le cui dita si muovono sapientemente, anzi, pare quasi che la sua tecnica si sia ulteriormente affinata nel corso del tempo), ci viene dettato il credo in cui ormai dobbiamo sperare. Credo che si rifà alla ricerca non tanto della verità, quanto di quella pace interiore che sembra solo una pentola d'oro irraggiungibile. I ritmi si fanno via via più veloci, quasi come se stessimo seguendo in maniera serpentina la mente del nostro protagonista; le scudisciate della musica, pur rimanendo sempre costanti e morbide, si fanno abbastanza violente, aiutate anche da azzeccatissimi cori. Sembra di ascoltare per certi versi una band completamente nuova, più matura e consapevole, anche se una buona parte di noi continua a rimuginare su ciò che è stato; arriviamo al secondo chorus e l'attenzione viene posta ancor di più sui rapidi scambi fra la chitarra e la batteria, con possenti slap di basso in sottofondo che aprono ad un successivo assolo di Nige. Assolo che sembra gridare al miracolo dentro la mente del nostro uomo (o di noi stessi se preferite); la pace può essere trovata, ma solo attraverso la distruzione più totale. Non abbiamo più alcun filo di speranza, non c'è rimasto niente a proteggerci da noi stessi, soltanto quella camicia di forza che ci opprime braccia e petto. Dobbiamo alzarci e combattere, combattere per dimostrare che non siamo pazzi, anzi, che vediamo il mondo meglio di chiunque altro. Del resto ci hanno rinchiusi perché abbiamo detto la verità, e nel frattempo Rockett sfodera la seconda parte dell'assolo prima del roboante finale. Finale che arriva ripetendo nuovamente il main theme, alzando ed abbassando la velocità costantemente mentre Keeler pronunzia le ultime parole di diniego verso l'anti-umana condizione del protagonista. 

Fight With The Beast

Arriviamo ai brani finali con Fight With The Beast (Combattere Con La Bestia), che viene aperta da un altro gorgogliante intro di chitarra, un loop infernale che fa bene intendere l'atmosfera che respireremo per questi sei minuti di pura devastazione. Il giro prosegue e la bestia si risveglia, il marchio infernale che reca sul collo scatena un terremoto di ingenti proporzioni, mentre il ritmo si fa ancor più serrato, e con l'ingresso della voce abbiamo il comparto al gran completo, pronto a malmenarci. Il drago famelico è stato gettato nella mischia, nessuno può fermare la sua sete di sangue, ed il timbro alto che ormai Sy assume in alcuni precisi momenti del brano, ci sembrano l'infuocato respiro della creatura alata che sorvola il campo di battaglia. La sua aguzza bocca ricolma di denti affilati come rasoi affonda nella carne delle sue vittime, mentre blast beat e giri vorticosi di batteria proseguono una sfrenata corsa contro il tempo, stando dietro alle sei corde che nel frattempo si divertono a ricamare ancora ed ancora, trascinandoci in un tornado di anime e sangue. Bridge e chorus si susseguono come impazziti, Keeler alza il tiro man mano che i secondi scorrono, salvo poi bruscamente stopparsi sulla ripetizione del titolo, calcando pesantemente la mano su ogni parola, il combattimento fra noi e la bestia infuria, affondiamo la nostra spada nella sua carne, superiamo le scaglie della sua dura pelle ed entriamo dentro, lo vediamo sanguinare e perdere colpi, ma non energia. La venuta del drago scatena l'Armageddon, biblico momento di sconvolgimento devastante, la terra si gira al contrario, i vulcani eruttano e l'incandescente lava corre lungo i crinali delle montagne, bruciando tutto ciò che incontra sul suo cammino. Croci rovesciate e riti orgiastici in nome del male mentre il loop delle chitarre e della batteria, di matrice più Hardcore rispetto a quanto ascoltato fino a questo momento, la fanno da padrone, lasciando il nostro volto segnato da pesanti colpi di martello. Come in una pressa idraulica il dragone ci schiaccia nella sua feroce morsa, ma noi, indomiti e coraggiosi, continuiamo a combattere senza alcuna remora, senza paura e senza vincoli di alcuna sorta. La terra fuma per la venuta del male, le spaccature nel terreno provocate anche dai pesanti colpi della chitarra di Nige, buttano lingue infuocate e fumo incandescente che brucia i polmoni al solo respiro, al centro della scena noi continuiamo a far infuriare la battaglia. Le ali del demone ormai sono contorte e bruciate dal fuoco, i suoi gialli occhi serpentini ci trapassano l'anima come un ago, ma non è ancora finita; mentre intorno al noi è il caos, la terra continua a tremare, Satana cerca la sua ira, cerca vendetta e riscatto per essere stato gettato da Dio all'inferno. Egli era l'angelo più bello del Paradiso, ma ormai è soltanto il signore del male, ed oscuramente manda i suoi seguaci a calcare l'universo con fare da conquistatori. Il fulgore lucente della nostra spada si lega all'enorme assolo che ci fa sanguinare le orecchie, vere e proprie fontane di dolore ed orgasmo sonoro che Rockett mette in piedi per noi, preceduto da un momento in pennata alternata che costringe le nostre chiome a muoversi come impazzite. Altro cambio tempo, brusca accelerata e la bestia sta per cadere esanime, fendenti che tagliano l'aria, il rumore bianco della lama che si conficca nella carne e noi ci rialziamo ancora in piedi. Su lo scudo, il fuoco ormai non lo scioglierà, l'elsa insanguinata osserva il dragone. I toni si alzano sul finale, roboante e continuo, la bestia sembra sconfitta, ma un ultimo solo di chitarra la fa rialzare, cerca di attaccarci in una corsa che ha il netto sapore dello Speed. Noi siamo pronti a colpire, abbiamo l'energia per un'ultima mossa, e mentre le note aumentano i propri giri, saltiamo e corriamo per colpire l'infernale marchio con la spada. Ma niente serve a placare l'ira del demonio, l'esercito dei suoi angeli decaduti calcherà ancora la terra, il salvatore del mondo non potrà più risorgere, mentre Satana ogni volta continuerà a camminare ancora ed ancora.

Metal Forces

Probabilmente il brano che tutti i presenti a quelle serate aspettavano, Metal Forces (Forze Metal); unica traccia in cui compare la parola che da il titolo all'album stesso da cui è tratto, inizia con un sanguinoso riff che straborda potenza da ogni poro, facendoci sobbalzare dalla sedia. Stavolta assistiamo alla carica dei metalheads, armati del proprio credo e del proprio cuore, la forza del loro animo è devastante, nessuno può fermarli, la loro energia residua non finisce mai, il loro cuore è carico di sentimento, la morte non gli fa paura. E nuovamente la battaglia infuria mentre massicci colpi di batteria si alternano alle due sei corde, che ricamando infernali giri proseguono la corsa imperterrite e senza alcuna remora per l'ascoltatore. La matrice classica qui si fa nettamente più sentire, grazie anche all'ingresso della voce ed alle pesanti linee di basso in lontananza, che donano corpo e gusto. Lo schieramento delle forze armate è pronto, la carica infernale sta per suonare, la sola forza del sacro metallo romperà il cielo, spaccandolo in due come un frutto maturo, ed è su questo che la voce alza decisamente il proprio tiro, mentre il restante comparto strumentale continua ad intonare il mefitico main riff, con forza sempre maggiore, fino a deflagrare completamente nelle nostre orecchie. Lo stilema di base è quello della nostalgia, di quanto patch, jeans e chiodo erano la religione, di quando i ragazzi consumavano nastri magnetici delle cassette e solchi dei vinili; siamo una enorme comunità, una forza d'urto devastante, un'onda che si infrange sugli scogli e scioglie la pietra come acido solforico. Il giro principale si alterna ad altrettanti bridge e cambi tempo, pur rimanendo basilarmente sulla stessa linea, ed è il momento in cui vediamo sotto al palco schierarsi la forza in tutta la sua interezza, le corna si alzano al cielo, il sangue scorre sul terreno, ma non importa, la battaglia è la nostra vita, infuria nel nostro petto e brucia come ardente fiamma d'inferno, nessuno può fermarci. Il pentacolo della copertina si staglia nel cielo mentre Nige Rockett violenta la sua chitarra con una serie di cronometriche ed azzeccate combo una dietro l'altra come una cartucciera carica. La forza prosegue col suo enorme potenziale, ogni ritornello è un'altra collezione di colpi che fanno male, si stampano sulla faccia come pugni ben assestati. Lo schieramento è pronto, siamo ardenti e brucianti di passione, la nostra musica scorre nelle vene come impazzita, e ad ogni alzamento di tono da parte della voce, il nostro petto esplode in una fragorosa carica di trascinante sentimento, siamo agli ordini del sacro metallo, un vincolo indissolubile che come catene di fuoco ci lega mani e piedi, testa e cuore, anima e cervello. Sy Keeler rappresenta il capo branco, il condottiero dell'esercito che, come corno da guerra, utilizza la sua voce per guidare le truppe, e quel "Metal Forces", visceralmente ripetuto con squillante voce, ci fa tremare le vene dei polsi, ribollire il sangue come calderone ardente sul fuoco. Il crepitio dello scontro si staglia nel cielo mentre le forze combattono come un sol uomo, e vari inserimenti classicheggianti si alternano ad altrettanti di matrice Thrash, uno tsunami di suoni, una babele di composizioni che gli Onslaught mettono in piedi solo per noi. Come combattenti di fioretto, il gruppo di metalheads parte alla carica al preciso andamento del tempo, una folle corsa su strade di fuoco, ruggisce il furore della guerra nel nostro petto, spacca in due la nostra cassa toracica mentre un velocissimo riff trapana il nostro cranio come la punta di un bisturi. Pennate alternate e precisi colpi di piatti aprono al mosh pit più sfrenato, su cui si ergono possenti urla di Keeler, un gigantesco assolo fa il suo ingresso sulla scena, è il momento di tirare fuori le lucenti armi dal fodero e fendere letteralmente l'aria con i nostri muscolosi colpi. Il nostro animo si sacrifica per la musica, siamo un tutt'uno, un enorme gigante nerboruto che calca la terra spaccando qualsiasi cosa incontri sul suo cammino, le mani cinte da catene e polsini borchiati, strappi sui pantaloni e bocca insanguinata mentre l'assolo prosegue il suo andante mettendo in piedi un vero e proprio show per il pubblico sottostante. Si ritorna al main theme con fare ancor più aggressivo, la voce alterna cavernosi rituali satanici ad altissimi toni che sanno quasi di Heavy classico, combattiamo contro il dolore, contro la fatica, contro tutto e contro tutti. Paludi tossiche si stagliano di fronte al nostro sguardo, ma il coraggio del nostro animo ce le farà superare, Satana ci osserva dall'alto del suo trono, compiaciuto del nostro operato, un beffardo sorriso sul volto contorto quasi in una smorfia. Grida di potenza ruggiscono nel petto della forza, che schierandosi continua ad attaccare come spartani opliti, su gli scudi e nuova carica, il condottiero nuovamente ci richiama all'ordine. 

Onslaught (Power From Hell)

E' il momento ora della dannazione, del brano forse più rappresentativo della band, ovvero Onslaught (Power From Hell) ( Attacco - Potere Dall'Inferno); non appena le parole del demone appena giunto se ne vanno, un roccioso riff di chitarra, dal sapore estremo e molto oscuro, fa il suo ingresso sulla scena. E' Nige Rockett con la sua sei corde che inizia ad infiammare gli animi degli ascoltatori con questa musica che sembra provenire dall'antro più polveroso dell'inferno. La canzone è ormai partita, siamo in ballo ed iniziamo a correre come forsennati mentre veniamo inseguiti dal mostro che è penetrato direttamente nel nostro cervello, mentre i nostri thrashers inglesi iniziano furentemente a martellare la nostra scatola cranica con questo sapiente mix di tecnica e violenza sonora, in una enorme orgia di cadaveri, sangue e morte, fino all'ingresso quasi automatico della voce.  L'inferno è il luogo da cui questa band prende il suo potere; nel tartaro più nebuloso, fra fiamme eterne e caverne oscure, questa formazione esce direttamente dalle viscere della terra, e lì rispedisce l'ascoltatore con un sonoro calcio nei denti, al grido del Thrash più grezzo che si possa immaginare. Il ritornello consiste nella pronuncia di Onslaught, seguito a ruota dal titolo del disco, il tutto mentre la chitarra inizia leggermente a ricamare assieme alle pelli, prima di un brusco cambio di tempo improntato sulla velocità che ci trasporta al secondo blocco della canzone. Monolitica la seconda parte in cui subiamo una spinta in avanti dalla band, che preme forte sul gas ed inizia a spingere la macchina fiammante lungo la strada, col vento fra i capelli; la batteria sfocia quasi nel trigger in alcuni punti, mantenendo comunque il suo carico di tecnica Speed senza troppi compromessi. Non è un brano certo che brilla per composizione o riff, ma neanche vuole farlo, vuole solo pettinarci i capelli per tutta la sua durata; e ci riesce ancor meglio quando, poco dopo i due minuti, sforna un ritmo cadenzato degno del Thrash americano basic che tutti noi conosciamo, con un enorme loop che si ripete fino a farci perdere dentro di esso, mentre la tempesta continua ad infuriare. Si sente la gioventù che albergava nelle menti dei protagonisti in questo disco, la sola voglia di spaccare il mondo in due con la musica, e soprattutto le reminiscenze sonore che le loro orecchie avevano consumato dallo stereo. Si sentono si i Venom, ma anche tutta quella parte di metallo britannico più oscuro, con anche dei piccoli rimandi al Proto Doom, se non altro per l'argomento trattato. Il brano continua a trascinare le sue canute membra con il ritmo veloce di cui sopra, finché verso i tre minuti si cambia ancora registro: dopo una serie interminabile di riff incastrati l'un con l'altro, abbiamo il cambio di tempo verso un lido ancora più marcio e Speed, direttamente dalle tradizioni del genere. La voce dal canto suo mantiene il proprio stile per tutta la durata, ci malmena ad ogni occasione, lasciando però ampi spazi di ascolto alla sola musica, che in questo primo slot pare essere l'assoluta protagonista. Un Thrash che ti entra nelle ossa, bastardo ed impertinente, con tanta energia da vendere e soprattutto tanta malvagità da sfoderare; lo sentiamo assai bene nella parte che precede l'enorme assolo di Nige. Una nuova serie di riff mitragliati a rotazione fa da apripista per il solo di chitarra; la sei corde di Rockett viene stretta con enorme forza, la distorsione è al massimo ed il solo prolunga la sua durata sparando scintille per diversi secondi; encomiabile è come questa parte solista sia di matrice prettamente Heavy, con un saliscendi continuo sul manico e note che schizzano fuori come impazzite. Finito il solo riprendiamo l'andante sentito per la maggior percentuale del pezzo, il clangore degli strumenti si fa sempre più possente mentre la voce spara le sue ultime cartucce sul ritornello prima del blocco finale. Blocco che viene segnalato da un preciso cambio della batteria, poche rullate di piatti e si riparte nella velocità smodata, con anche il frontman che alza leggermente il tono andando meno sul gutturale e più sul cattivo senza ritegno. La band si rivede in Satana, parte della sua legione, e grida al pubblico che questa sera strapperà brandelli delle loro anime per offrirli in sacrificio al signore degli inferi. Per tutti coloro che hanno tentato di fermarli, per coloro che ritenevano questa cosa lontana nel tempo, ormai è tardi: siamo nel ballo della morte, fra scheletri e mostri, e dobbiamo danzare con essi. Una enorme esplosione preannuncia la fine, mentre l'assalto frontale di questa armata delle tenebre prende vita e ci ghermisce come prede succulente. Nessun luogo sarà abbastanza sicuro per nasconderci da questa orda barbarica con lame affilate, nessuna grotta sarà abbastanza buia, perché questi signori non sono bestie scatenate da un paese nemico, bensì creature che provengono dal più spaventoso dei nostri incubi, e noi stasera saremo la loro cena. 

Thermonuclear Devastation

Il finale di questa orgia di sangue non poteva essere che affidata a lei,  Thermonuclear Devastation (Devastazione Termonucleare); piccolo brano dalla enorme potenza ed al contempo dalla scarsa durata (poco meno di due minuti), necessari e sufficienti però a scatenare una vera apocalisse nelle nostre orecchie. Al portante riff iniziale ben presto si aggiunge la batteria, che con alcuni colpi forti e risoluti inizia a martellare i propri tom e piatti poco prima che l'intera suite prenda il via. Nige strappa letteralmente le corde del suo strumento e le lancia in faccia al pubblico che sotto al palco sta ormai dando vita ad una mortale danza di distruzione. I colpi alle pelli si fanno via via più veloci e ritmici, finché con una piccola rullata generale non si entra nel vivo del pezzo. Il blocco centrale consiste semplicemente nel giro di ascia che abbiamo sentito prima, all'inizio del brano, ma ripetuto ossessivamente ed in maniera più veloce, cui fanno eco le pelli, il basso là dietro che picchia sulle sue corde con grande forza, e la rauca voce di Mo che pochi secondo dopo l'inizio della fine fa il suo ingresso, stavolta usando un cantato gutturale e ricolmo di cinica rabbia. Considerando l'argomento principe del pezzo, ovvero un inverno nucleare, non poteva che essere un pezzo dannatamente esplosivo, e la sua breve durata rimanda i ricordi agli esordi della band, quando ancora componevano solo e soltanto Hardcore, in quelle enormi demo da 12/15 pezzi, ripiene della loro giovanile voglia di protestare. Una volta partito il pezzo, esso altri non è che una corsa forsennata e piena di energia contro il tempo; sentiamo la batteria continuare a martellarci la testa per tutta la durata, mentre la sei corde compulsivamente ricama sul proprio manico una serie interminabile di ritmi oscuri e Speed, inframezzandoli con alcuni meravigliosi assoli che hanno il sapore della terra più scura. Oltre che un omaggio all'Hardcore, questa suite vuole essere anche un rimando a tutte quelle realtà più misconosciute del panorama Speed Metal di inizio anni '80, un devastante calcio in bocca a chi pensava che questa band non sapesse comporre o scrivere, eccovelo servito, ora piangete. Pochi stralci di liriche ci raccontano, mentre il brano sfuma su un vento gelido e nucleare, le enormi devastazioni di una detonazione atomica; pensate che il disco è del 1985, piena Guerra Fredda, Ronald Reagan che vessava il mondo con la sua politica ammazza-comunisti, i Russi che dal canto loro soggiogavano l'altra metà del mondo, e nel mezzo tanti e tanti ragazzi come gli Onslaught stessi che osservavano questa follia. L'argomento nucleare, si sa ormai, al Thrash Metal è davvero caro, ed in questa suite in particolare, si parla di ciò che accadrebbe se la bomba scoppiasse davvero. Case diroccate dove un tempo c'era la vita, morte apparente e reale dentro le nostre teste, la puzza dei cadaveri bruciati e ridotti in cenere, e quel penetrante odore di morte che ti entra fin dentro le narici, facendoti vomitare. Questa è la conseguenza di una esplosione termonucleare, un danno enorme per ambiente e persone, ed un episodio che, oltre alle uniche due volte che si è presentato, non deve mai più ripetersi. Ora è il momento che i nostri british metallers dimostrino anche che non sanno soltanto trapanare casse toraciche a furia di vomitare riff e ritmi serrati, ma sanno anche comporre come si deve.

Conclusioni

Abbiamo appena finito di analizzare uno dei live migliori rilasciati dal gruppo durante la sua lunga carriera ormai trentennale, ma cosa ci rimane da dire di questo Live at the Slaughterhouse? Prima di tutto fare un enorme plauso ai mixeristi ed ai tecnici del suono che hanno lavorato alla post produzione di questo live, riuscendo a carpirne ogni singola stilla ed ogni nota che venne suonata dalla band in quelle due infuocate serate. Parliamo di un live che certamente non passerà alla storia come moltissimi altri sia in ambito Thrash che in altri sotto generi e generi del Metal, ma vi posso assicurare che una volta poggiati gli orecchi a questa meraviglia non riuscirete più a farne a meno. Ogni singola canzone è un inno al male, alla voglia di rialzarsi dopo una brutta caduta, alla voglia soprattutto di gridare al mondo che si, noi ci siamo e sappiamo quello che stiamo facendo e come vogliamo farlo. Il live è una testimonianza assolutamente diretta per una band, lontano dagli studi e dai microfoni di una registrazione, in quel momento sono solamente loro ed il pubblico festante che sta al di sotto del palco, e che grida ogni singola canzone perché ne conosce a memoria ogni passaggio. In questo caso abbiamo anche una ottima testimonianza dell'intera carriera della band, dato che si abbiamo moltissimi brani nuovi, ma ne abbiamo anche alcuni tratti dai grandi classici del gruppo, perfino dal primissimo disco che ormai è diventato una pietra miliare del Metal. Non C'è altro modo di definire questo live se non come uno dei testamenti biologici della band, uno di quei momenti intimi che un gruppo ha voluto condividere col suo pubblico, quello che non l'ha mai abbandonato, che C'è sempre stato e che ha sempre creduto in lui. Siamo in un momento storico in cui spesso le band dimenticano quella che è la loro forza ed il loro motore principale, ovvero il pubblico ed i fan, quelle persone senza le quali loro non sarebbero niente. Gli Onslaught questo lo hanno capito benissimo, e questo live ne è una prova lampante. Parliamo di un concerto in cui ogni singolo elemento di corredo, ogni canzone che viene suonata, ogni urlo di Keeler al microfono oppure ogni incitamento di Nige dietro alla sua sei corde, fa venire quasi le lacrime agli occhi. Principalmente se pensiamo a quello che la band ha dovuto passare nel corso del tempo, alle ingiustizie che ha dovuto subire ed a quel silenzio di più di dieci anni che ancora brucia ogni volta che salgono sul palco. Plauso anche a Keeler stesso per essersi cimentato in canzoni tratte da In Search of Sanity, che erano state scritte per una voce molto più alta e squillante della sua. SY però ha saputo dal canto suo prendere di petto anche questa situazione, donando a quei brani un gusto particolare, che prima non si riusciva a percepire in maniera molto incisiva. In conclusione possiamo dire con certezza che questo live non incontrerà il favore di tutti quanti, ma allo stesso tempo sarà ricordato dai fan come uno dei momenti più alti della loro carriera, e che siamo sicuri non potrà altro che generare nuovo materiale che, secondo le ultime dichiarazioni, dovrebbe a breve confluire nel nuovo disco.  

1) The Sound Of Violence
2) Killing Peace
3) Chaos Is King
4) Let There Be Death
5) Children Of The Sand
6) Rest In Pieces
7) Destroyer Of Worlds
8) 66 Fuckin'6
9) In Search Of Sanity
10) Fight With The Beast
11) Metal Forces
12) Onslaught (Power From Hell)
13) Thermonuclear Devastation
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