ONSLAUGHT

Let There Be Rock

1987 - Under One Flag

A CURA DI
LORENZO MORTAI
16/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Con la pubblicazione di The Force gli Onslaught di Sy Keeler e Nige Rockett finalmente godevano della popolarità che in parte era mancata sul primo full lenght rilasciato. Se infatti in Power From Hell avevano foraggiato stili che erano andati a genio ai thrashers più incalliti ed agli hardcore kids di mezza Inghilterra e non, con il secondo album, cambiando cantante ed in parte la velocità di scrittura, erano riusciti a penetrare come un affilato stiletto anche nel cuore dei metalheads più classiconi. Il disco in sé per sé, come abbiamo detto nella sua recensione completa (e che vi invitiamo a leggere) è una vera e propria perla, che dopo tanti anni ancora stupisce per sagacia ed idee che vi sono state inserite all'interno. Soprattutto con il secondo LP la band aveva guadagnato un florido contratto con la Under One Flag, storica label che nel corso degli anni ha prodotto e dato vita ad alcuni dei dischi Heavy, Thrash e Speed più apprezzati di sempre. L'etichetta aiutò il gruppo a trovare la strada giusta, ad indirizzarlo verso i lidi che li hanno portati indomiti ed imperterriti fino a noi, linee che ancora oggi prevalgono. A differenza della Children Of Revolution, label molto più piccola e specializzata in Punk ed Hardcore, che non aveva assolutamente fermato le giovanili idee degli Onslaught, la UOF cercò di far capire ai membri che per avere successo, avrebbero dovuto scrivere e suonare un Thrash pulito e senza troppi orpelli, diretto come un pugno nei denti, e pesante come un macigno. Sia chiaro, il primo disco rimane a tutti gli effetti un altro capolavoro, un vero e proprio concentrato di malvagità e cattiveria che ti rimane sulla pelle come un nero marchio; il passaggio che avvenne è simile, per voler fare un parallelismo, a ciò che gli Exodus cambiarono nel proprio sound con l'arrivo di Steve Souza, dopo la pubblicazione di Bonded By Blood. Se confrontiamo il primo disco con un Fabulous Disaster, ci rendiamo subito conto della differenza, da una parte il male assoluto, dall'altra la tecnica sopraffina, e per i nostri albionici fu la medesima cosa. Grazie alla UOF inoltre, gli Onslaught partirono per un lungo tour promozionale al disco, in cui ebbero la prima vera occasione di farsi conoscere al mondiale pubblico; brani come Metal Forces, Thrash 'Till The Death o Fight With The Beast sono ancora oggi presenti in moltissime delle playlisti Thrash che sono degne di chiamarsi tali, anthems che non possono mancare nella collezione e nella mente di alcun appassionato. In mezzo al tour, iniziato poco dopo la pubblicazione del disco nel 1986, la Under decide, come era altamente in voga a quei tempi (basti pensare ai Metallica o ai Megadeth stessi), di rilasciare un po' di materiale promozionale, al fine di ampliare la fetta di mercato, ed al contempo ingolosire i fan più incalliti. Fra tutti spicca senza dubbio l'EP di cui andremo  a parlare nella recensione odierna, contenente solo tre tracce e che va sotto il titolo di Let There Be Rock. No, non avete letto male, se avete pensato ad un caso di omonimia con la notissima canzone degli AC/DC, sappiate che non vi siete sbagliati, si tratta proprio di quella, resa in forma Thrash dal gruppo in persona; oltre a questo trovano spazio sul B side due tracce live, estratte proprio dal tour di promozione a The Force. L'EP venne pubblicato ufficialmente nel 1987 in formato vinile a 12 pollici, con una scarna copertina che vedeva i singoli membri della band ritratti durante un concerto, sormontati dal classico logo Onslaught in caratteri gotici e nei toni del rosso sangue, ed al di sotto delle foto il titolo, con un font pressoché semplice e diretto. Nel corso del tempo l'EP verrà rilasciato in diverse versioni (compreso un picture disc dalla London Records, misconosciuta label inglese che si occupava di tutt'altro che Metal, ed anche un altro picture in edizione limitata dall'altrettanto misconosciuta Free Records, oltre che in CD), e la title track verrà proposta anche in una versione singolo alternativa con una copertina diversa (che potete ammirare nelle immagini allegate a questa recensione). Un piccolo oggetto di culto per soli appassionati, che come quasi tutti i feticci di questo tipo, non aggiunge né tantomeno toglie niente alla discografia della band, ma ci da ad esempio un chiaro quadro di come la band fosse sul palco, della sua attitudine e forza, oltre che della capacità di reinterpretare a modo loro classici del Rock. Detto questo, è il momento di procedere con la consueta analisi track by track; niente verrà tralasciato, ogni singolo blocco verrà affrontato nella sua interezza, e nel solito stile che contraddistingue questa testata, perciò bando agli indugi e tuffiamoci nella truculenta eviscerazione di questo EP.

Let There Be Rock

1977, Australia, una band, un nome, una garanzia, AC/DC. Nati qualche anno prima, la combo di Angus e Malcolm Young, Bon Scott, Phill Rudd e Mark Evans, letteralmente hanno cambiato (assieme ad altrettante formazioni come i Deep Purple), il concetto di Hard Rock, di fatto, fondandolo. Nel 1977 la band rilascia il terzo disco, e come sempre si tratta di un concentrato ritmico senza precedenti; le dinamiche del Blues e del Rock'n Roll si fondono insieme grazie all'abilità compositiva dei due fratelli Young, diventando un ibrido trascinante e pieno di verve, sorretto magistralmente da Bon alla voce. Da quel terzo, favoloso, album, gli Onslaught come abbiamo ricordato nell'introduzione, decidono di estrarre e fare loro la title track, Let There Be Rock (Sia Fatto Il Rock); il brano originale degli australiani è un concentrato di sagacia Hard Rock con pesanti venature Blues, e tutti quanti ci ricordiamo il celebre videoclip in cui Bon parla dal suo pulpito, arringando la folla con pesanti parole e con la sua verve che lo ha contraddistinto fin dalla sua comparsa sulle scene. Una folle batteria con rullate rocciose e continue fa il suo ingresso sulla scena, mentre al contempo la chitarra di Nige inizia ad intonare il caratteristico riff portante del pezzo, una progressione continua ed inarrestabile, sorretta anche dalla ferrea ritmica di Rob Trotman, e come abbiamo detto dalle furenti pelli di Steve Grice. Sy entra dopo pochissimi secondi, ed è qui che il suo tono vocale, molto acuto e penetrante, gioca un ruolo fondamentale; parlo ai neofiti della musica, e soprattutto degli AC/DC in generale, anche se non credo ve ne siano molti. La voce di Bon Scott aveva la peculiare caratteristica di essere squillante ed aulica, a differenza di quella del grande Brian Johnson, che verte più sul graffiato e sull'aggressivo andante. Bon faceva sue le note, ringhiava e sbavava mentre cantava sul palco, come famelico cane in cerca della propria preda. In questo caso specifico i nostri australiani consacrano l'inno al Rock'n Roll che li ha accompagnati per tutta la vita, quella musica viscerale che ti entra nelle vene e ci rimane come spina acuminata, senza mai togliersi del tutto. Si torna indietro al 1955, quando l'uomo ancora non conosceva il Rock, non l'aveva mai sentito sulla propria pelle, l'uomo bianco aveva la classica e la musica da camera, oltre al Pop, mentre l'uomo nero aveva il Blues. Dalla commistione di questi generi, uomini di tutto il mondo crearono il Rock, scatenando una tempesta senza precedenti; e mentre Keeler gioca su terreno facile, ben interpretando il brano e dandogli nonostante tutto una connotazione estremamente personale, le note velocissime scorrono, contaminandosi con gli stilemi Thrash Metal, e dando vita ad un sound davvero particolare. Alla ripetizione del grandissimo titolo, a fine del primo ritornello, un infernale giro della sei corde da parte di Nige apre in due le nostre orecchie, le partiture conservano i ritmi classici del pezzo scritto nel 1977, ma successivamente l'ordine viene nuovamente sconvolto alzando il livello di distorsione e spaccando il palco in due. Non si tratta né di un omaggio, né di una vera e propria cover, quanto piuttosto di una rielaborazione in chiave personale e non di un pezzo che ha fatto la storia. Si celebra continuamente la musica che tanto amiamo in queste liriche, siamo guerrieri pronti a morire per il Rock, la luce illumina il nostro cammino, così come molti anni fa illuminò quello di altrettanti musicisti contaminati da quegli spartiti come in preda ad una febbre. Il cambiamento era stato fatto, il Rock era stato creato, e mentre Rockett annoda nuovamente le mani sullo strumento, il pentagramma viene percorso col piede costantemente premuto sull'acceleratore, senza mai però discostarsi molto dalle ritmiche base che gli AC/DC avevano messo in piedi ai tempi. Nuovo ritornello, ed un infernale grido di Sy ci porta al secondo bridge, in cui la sei corde vomita addosso a noi ritmiche che diventano quasi Speed nella loro resa, un balletto anthemico e trascinante, prima che si calmi il tutto e riparta da capo come in una spirale concentrica in cui perdersi per l'eternità. L'assolo eseguito originariamente da Angus viene ripreso da Nige trasformandolo in un velocissima collimazione di Hard Rock e Thrash Metal, tecnico, sagace, preciso e cronometrico sotto ogni aspetto, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze. Ormai la storia è stata scritta, e gli Onslaught ne hanno voluto omaggiare una portentosa fetta mettendo in piedi questo show per il pubblico e gli appassionati, e mentre l'assolo raggiunge il suo apice poco prima della dissolvenza finale, viene da chiedersi il perché di questa scelta. Probabilmente l'affascinante mondo di questa musica, o forse giovanili ricordi di cassette e nastri consumati, o forse ancor di più qualche vecchio concerto a cui uno o più membri hanno assistito, ha giocato a favore di questa cover/omaggio. Un brano che sicuramente da il suo meglio dal vivo, quando le braccia si alzano al cielo e cantano a squarciagola perché il testo è conosciuto da tutti, si fomenta e si celebra la musica nel modo migliore, con le corna che guardano le stelle e la voce che si strozza quasi a furia di urlare. 

Metal Forces (Live)

È arrivato il momento adesso del primo dei due brani live inclusi in questo EP; entrambe le tracce proposte sono state registrate durante il concerto del Luglio 1987 presso il Great Linford Manor, una vecchissima villa nelle campagne inglesi che negli anni è stata convertita ad uso studio di registrazione e piccola sala concerti. Nel corso del tempo vi hanno registrato i loro album e mixato le loro idee artisti come i Thin Lizzy, i Paradise Lost e gli Skunk Anansie. Gli Onslaught si esibirono qui suonando alcuni brani, e Milford Keynes, uno dei gestori, registrò il tutto. Come brano di apertura del micro live, gli Onslaught ovviamente cercano di puntare sulla recente release che li ha fatti diventare famosi, The Force, estraendone quella che forse è una delle canzoni più conosciute dell'intera loro discografia, Metal Forces (Forze Metal); Sy Keeler, fra scrosci di applausi, parte annunciando il brano, e successivamente il classico andante del pezzo, costituito da un ingente giro della sei corde, che come spire di serpente si annoda al nostro collo, stringendolo nella sua letale morsa. Quando batteria e chitarra si placano ulteriormente, ecco che Sy inizia ad arringare la folla con le sue pesanti parole; il brano, come abbiamo già analizzato in sede studio, ci presenta un fronte compatto di metalheads in chiodo e chioma fluente, pronto a tutto per raggiungere il suo obbiettivo. Lesti e perentori arriviamo al blocco centrale, in cui il pezzo fa sfoggio di tutta la sua bruta forza, grazie al titolo che viene cantato da Keeler allungando l'acuto quanto più sia possibile dalla sua florida ed ai tempi ancora giovane ugola. Non dimentichiamoci infatti che, oltre che a livello compositivo, gli Onslaught in The Force fecero un ulteriore passo in avanti anche a livello vocale; se il primissimo frontman della band, il grande Paul Mahoney, aveva i suoi bei limiti (concentrandosi principalmente su toni gutturali e che andavano ad alimentare la parte Hardcore della composizione formata dalla band, particolarmente ricordandosi i primi anni di carriera, in cui tale genere era il loro pane quotidiano), con l'arrivo di Keeler il sound diventò qualcosa di unico nel suo genere. Una commistione esagerata di acuti squillanti e riff infernali, motivo per cui, al di là dei cambi successivi di lineup, Sy venne ampiamente richiamato alla riformazione del gruppo (ed ancora oggi è così), ma ne parleremo nei prossimi articoli. La forza brutale e sanguinaria di questo fronte armato di spranghe e borchie, si fa man mano sempre più aggressivo nei sei minuti che compongono il pezzo, rendendo il cerchio attorno a noi sempre più infuocato e costrittivo. La voce cristallina di Sy accompagna benissimo le scorribande della band, particolarmente qui è da lodare la prova alle pelli di Steve Grice; il suo stile, aggressivo ma mai cacofonico, fa si che ogni singola nota suonata su quella batteria, faccia vibrare il nostro animo ed il nostro cuore in maniera palpitante, senza perderci neanche un frammento del pezzo in questione. L'esercito si rialza in piedi ogni volta che viene colpito, non c'è niente che possiamo fare, è una forza che va oltre la nostra comprensione; in realtà noi metallari incalliti la capiamo benissimo, è la fratellanza, quel sentimento comune che si mette in piedi da solo ogni volta che ci rechiamo ad un concerto. In fondo, quanto è bello e gratificante stare in mezzo alla folla, e magari intonare a squarciagola il nostro brano preferito con un perfetto sconosciuto in piedi accanto a noi, anche lui altrettanto preso e follemente in tiro per ciò che sta accadendo. Silenzio mesto a metà del brano, e successivamente una serie di pennate alternate fanno si che l'andante riprenda la sua bruta corsa verso la fine, aggiungendo nuovamente forza grazie al ritorno del main theme a darci man forte in questa danza macabra e senza prigionieri. La macchina che stiamo guidando viene squarciata in due da un vocalizzo di Sy che ci fa accapponare la pelle, le liriche vengono letteralmente vomitate in faccia al pubblico, e Nige dal canto suo improvvisa l'assolo della canzone, aggiungendoci qualche nota in più qui e là per dare sfoggio della propria abilità come axeman. Finito l'assolo, mentre l'esercito dei metallari sta continuando ad avanzare senza sentire neanche il peso della fatica, arriviamo all'ennesimo ritornello, come in un girone infernale torniamo sempre all'origine del tutto, a quella serie di pennate in alternate picking che ci fanno venire i bordoni sulle braccia e dentro la testa. Il titolo viene nuovamente gridato a spron battuto da Sy, prima del momento corale che andrà poi a collimare sul finale; le chitarre abbassano i propri toni, la batteria invece improvvisa un solo ed una serie di aggressive ritmiche. Un riff dal sapore classico ed altisonante irrompe sulla scena, mutando poi in un secondo assolo che sfocia quasi nel tapping e nel saliscendi continuo sul manico della chitarra. Ormai le forze hanno vinto, non c'è storia, non ci sono prigionieri ma solo vittime, il campo di battaglia viene abbandonato, e mentre Keeler lancia l'ultimo acuto come il condottiero risoluto che è sempre stato, un ringraziamento alla platea che festeggia la band a suon di applausi, e poi il silenzio.

Power From Hell (Live) / Angels Of Death (Live)

Sy Keeler successivamente si piazza di fronte al microfono ed arringa il piccolo pubblico del Manor annunciando che questo brano è tratto dal loro primo, mitico album, e con voce gutturale ne pronuncia il titolo, Power From Hell. Nello specifico si tratta di un medley fra due degli anthems per eccellenza del disco, Power From Hell ed Angels Of Death (Potere Dall'Inferno/Angeli Della Morte). Piazzati ai due lati "opposti" della scacchiera nella tracklist originale, queste due tracce sono forse alcune delle più apprezzate del primo full lenght, ormai datato 1985, e due di quelle che in ogni scaletta live, ancora oggi, non mancano mai. Una volta annunciata la coppia di brani, una pennata di Nige apre al pezzo, seguita a ruota dalla batteria e dalla chitarra ritmica, senza dimenticarci del basso. Si capiscono bene le differenze col brano col brano precedente, fin dalle primissime battute del pezzo stesso; i ritmi sono decisamente più caotici e ripetitivi, basati principalmente sulla ripetizione ossessiva di un tema di chitarra e batteria, mentre la voce più che cantare, recita, rendendo il tutto ancor più scenografico. Non è neanche un caso che fra le tante tracce che popolano PFH siano state scelte queste due; alla fine trattano degli stessi argomenti, seppur da modi di visione diversi. Ricordiamo infatti che le metriche e le liriche del primo disco firmato Onslaught girano pressappoco intorno allo stesso tema, quello del male, del satanismo e dell'occulto. Nella prima sezione infatti si parla della rinascita di Satana in persona, signore degli inferi e portatore di male assoluto; i suoi sudici piedi calcano  la terra e ne tolgono l'essenza ad ogni passo, è un potere che proviene dal tartaro più profondo della terra stessa, da quell'antro di fuoco e ghiaccio dove Lucifero è stato mandato da Dio in persona, per punirlo di quelli che, secondo il creatore del mondo, erano i suoi peccati. Il brano è anche un omaggio alla band stessa, della quale viene pronunciato il monicker prima del ritornello, incalzante ed eccessivo come la tradizione Hardcore vuole; è interessante anche vedere come Sy Keeler si sia ben adattato a ritmiche vocali che non sono state scritte per la sua voce, né tantomeno per i suoi toni così accesi. Il nostro capellone squillante invece prende le liriche e le fa sue senza alcun problema, e vi posso assicurare che ancora oggi, ogni volta che intona una canzone tratta dal primo disco, sembra che sia stata scritta apposta per lui. Le metriche si fanno ancora più aggressive, ancora più ingenti, un turbine di sangue e morte circonda la nostra testa mentre ascoltiamo le parole del signore del Male risorgere dalle proprie ceneri e portare la distruzione sulla terra stessa. Niente può fermarlo, la forza che servirebbe per dargli contro è così grande, che solo un dio potrebbe riuscirci, perché al suo pari; le urla di terrore si sprecano mentre le ritmiche della canzone risultano man mano che andiamo avanti sempre più geniali nella loro semplicità. Momento corale successivo e cambio ritmo che spacca la nostra cassa toracica in due, una pennata semplice e trascinante che, di punto in bianco, ci trasporta alla seconda parte del medley, grazie ad un andante temporale cronometrico e preciso come un orologio. Siamo stavolta in mezzo all'Apocalisse, il momento in cui i cieli si squarceranno ed usciranno i diavoli dalle viscere del mondo, fiamme e lava bollente bruceranno ogni cosa che incontreranno sul loro cammino, e nel plumbeo cielo color del fuoco, quattro cavalieri teschiati con palandrane nere come la notte, guideranno le anime all'inferno. Questa l'immagine che gli Onslaught ci forniscono mentre Angels viene eseguita a tambur battente dentro le nostre orecchie e fin dentro la nostra anima; brano decisamente più tecnico del precedente, l'alternate picking di Nige si trasforma ben presto in una ritmica muscolosa e prepotente, capace di strapparti i capelli dalla testa. Giri concentrici e la voce di Sy sempre in primo piano, prima che un'accelerata paurosa ci trasporti nuovamente alle dinamiche Hardcore che permeavano il primo album. La voce di Keeler si modifica leggermente per intonare nel verso giusto le liriche del testo, e successivamente un veloce assolo squarcia l'ordine del brano e ne aumenta i giri ancora di più. Ormai la fine è vicina, non abbiamo nessuno a cui stringerci, possiamo solo osservare il mondo cadere, cadere per i peccati commessi ed il male che è stato fatto, ce ne siamo resi conto troppo tardi, mentre il chiassoso fragore dei cavalli infernali scalpita nello spazio sopra le nostre teste, gli angeli della morte liturgicamente intonano una nenia truculenta e piena di sangue, al fine di farci ben intendere che cosa stiamo andando a patire. Siamo animali da macello sotto i loro occhi, e quel riff così aggressivo mette ancora più sale sulla nostra coda, ferite aperte che vengono bruciate con le vivide fiamme del male, bruciando come non mai. Le ultime strofe vengono gridate come non mai, le ritmiche deflagrano sul finale senza alcun ritegno, l'intera strumentazione si concede un ultimo momento all'unisono prima di lasciarci andare, e torniamo con le liriche al primo pezzo, la parola "Hell" viene tirata letteralmente per i capelli da Sy, acuti continui e l'ugola che quasi si spacca tanto si sforza, così come un enorme e squillante solo di voce va a chiudere il tutto, sotto una meritata pioggia di battimani. 

Conclusioni

Un EP che, come abbiamo detto in apertura, non aggiunge né tantomeno toglie niente alla discografia degli Onslaught; eppure, nonostante sia a tutti gli effetti un feticcio di prim'ordine, adatto particolarmente ai collezionisti come chi vi sta scrivendo, Let There Be Rock ha un suo perché di esistere. In primis per la presenza della meravigliosa cover degli AC/DC, che ci da un chiaro esempio di ciò che la band è in grado di fare quando affronta un brano non suo, ed in seconda battuta, ma non certo per importanza, la testimonianza live. Gli Onslaught non ha mai rilasciato un live album vero e proprio, togliendo la testimonianza del 2007 che va sotto il nome di Polish Assault, quindi l'unico modo per riuscire a capire ciò che questi ragazzoni albionici sanno fare sul palco, tolto ovviamente assistere ad un concerto, è quello di comprare tali EP o singoli promozionali. Questo inoltre sarà anche l'ultimo disco registrato da Sy Keeler prima del suo allontanamento forzato dalla band, a favore di un pilastro del Metal classico come Steve Grimmet (fondatore e portabandiera dei grandissimi Grim Reaper). Con Steve gli Onslaught pubblicheranno nel 1989 il terzo album, In Search Of Sanity, ma ne riparleremo. Una ulteriore prova dunque di quanto sia necessario comprare questo EP, averlo ed in parte anche consumarlo perché no; vi ritroverete fra le mani roba già sentita, ma in primo luogo avrete una prova di cover davvero fuori misura, perché i nostri non si sono limitati a prendere il classico pezzo e reinterpretarlo a modo loro semplicemente aumentando le distorsioni e mettendoci qualche assolo in più, tutt'altro; hanno preso uno dei classici per eccellenza dell'Hard Rock mondiale, un brano che qualunque rocker che si rispetti conosce ed ama alla follia, e ne hanno dato una loro interpretazione strettamente personale, affidandosi tanto al talento che li ha sempre contraddistinti, quanto alla natura innata del loro frontman, anche se qui come abbiamo detto era un rapporto agli sgoccioli. Sul B Side invece vi ritroverete i brani live, una gargantuesca testimonianza di ciò che gli Onslaught sono quando salgono in cima ad un palco e vi guardano negli occhi; qualche tempo fa mi è capitato di sentirgli dare dei bolliti, che non hanno più la verve che avevano un tempo, personalmente nono sono d'accordo. Premetto che chi vi scrive è di parte in maniera quasi assoluta, apprezzando praticamente tutta la loro discografia per motivazioni differenti, ma bolliti non sono, affatto, sanno ancora come fare ad aprirvi il cranio in due, e se vi capitasse mai di poter assistere ad un loro concerto, fatelo senza esitazioni. Detto questo e tornando all'EP argomento di oggi, compratelo sia se siete incalliti fan della band, sia se volete semplicemente una grandissima testimonianza di quanto un gruppo che alla fine bene o male è sempre stato relegato ad una realtà molto più underground di quanto non volesse, è riuscito a mettere in piedi solo e soltanto per noi. 

1) Let There Be Rock
2) Metal Forces (Live)
3) Power From Hell (Live) / Angels Of Death (Live)
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