ONSLAUGHT

Generation Antichrist

2020 - AFM Records

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
16/03/2022
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Cosa significa suonare thrash metal nel 2020? Può avere ancora un senso suonare questa musica, o meglio, questo sottogenere del metal, che ha fatto storia oramai quarant'anni fa? E soprattutto, cosa può significare per una band in attività dagli anni 80 come gli inglesi Onslaught, realizzare al giorno d'oggi un disco come Generation Antichrist? Da questi quesiti partirà la nostra disamina sull'ultima fatica discografica del gruppo capitanato da Nige Rockett, il quale per la realizzazione di tale full-lenght si è avvalso di una line-up totalmente rivoluzionata. Innanzitutto, partiamo col dire che il 2020 è stato un anno felice (almeno sotto questo aspetto) per le vecchie glorie del thrash. I Testament se ne sono usciti con un disco a dir il vero non esaltante ma comunque valido, gli Evildead sono tornati con una release di inediti dopo 29 anni, gli Heathen si sono ripresentanti sul mercato dopo 10 anni di silenzio. E queste sono solo le band americane, o almeno le più note che hanno composto nuova musica. Ma in Europa non sono stati certo a guardare. Impossibile non citare il nuovo album dei tedeschi Sodom: tellurico, violento e meravigliosamente vecchia scuola; gli stessi Onslaught, dopo aver cambiato la loro formazione per 3/5, hanno deciso di dare alle stampe un succulento concentrato di aggressivo thrash metal che non scontenterà gli amanti del genere. Con ciò, dunque, credo che possiamo rispondere a due delle tre domande poste in precedenza. Si, può avere ancora senso suonare thrash nel 2020. Se le band, specie quelle anziane, hanno ancora voglia di far sentire la loro voce e continuano a credere in quello per cui sono nate, allora un senso di suonare questa musica esiste ancora. E poi, se tali gruppi hanno la capacità di aggiornare il loro sound all'epoca attuale, mantenendo però intatta l'identità, tanto di guadagnato. Fosse il contrario, ossia che il suono e le produzioni dei dischi rimanessero uguali agli standard degli eighties, allora si che sarebbe inutile suonare tale musica. Focalizzandoci più sul disco in questione, possiamo sicuramente dedurre che Nige Rockett non ha perso la voglia di praticare ciò a cui ha dedicato tutta la sua vita. Dopo sette anni di silenzio, il chitarrista ha rinnovato la formazione della band e se n'è uscito con un album potente, agguerrito, anche un po' strafottente se vogliamo. Diciamo che gli Onslaught non sono mai stati una band di spicco in ambito thrash. Un po' per sfortuna, un po' perché sorti in un contesto geografico lontano dalle patrie del thrash metal, ossia USA e Germania. Il loro verbo comunque lo divulgarono tra l'85 e l'86 con la pubblicazione dei primi due storici album: "Power from Hell" e "The Force". Musica velenosa, malvagia, ma non priva, specie nel caso del secondo full-lenght, di una buona tecnica. Poi, il gruppo è caduto un po' nel dimenticatoio per risorgere solo intorno alla metà degli anni 2000 con una manciata di dischi adatti a soddisfare i palati dei thrashers più intransigenti. Dopo l'uscita, nel 2013, di "VI", una nuova pausa durata sette anni è servita al complesso inglese per comporre una nuova release all'altezza. E i risultati, come accennato in precedenza, sono stati, almeno a detta di scrive, pienamente soddisfacenti. "Generation Antichrist" sono 38 minuti di metallo ruggente, che scatenerà l'headbanging degli ascoltatori. Ma perché strafottente? Ho usato volutamente questo termine, anche perché un po' si ricollega al discorso di prima, ossia se ha ancora senso suonare questo stile musicale al giorno d'oggi. La band non guarda in faccia a nessuno nei solchi di questo disco, va avanti convinta per la sua strada, fa capire che malgrado i tempi siano cambiati, e con essi le mode musicali, essa vuol suonare veloce e feroce. L'intento di Rockett e soci è quello di far intuire che il gruppo esiste ancora e, anche se ha cambiato line-up, l'identità è sempre quella. I brani sono tellurici, spaccaossa, suonati a volume altissimo. Ovviamente la produzione è quella dei giorni nostri, quindi il suono è gonfio, pomposo, non certo scarno come 35 anni fa. Ma la voglia è sempre la stessa, quasi una voglia di rivalsa, atta contro chi non ha creduto troppo, in tutti questi anni, nel potenziale di questa band. Per questo sento di usare il termine "strafottente", proprio per sottolineare che, malgrado le avversità e i tempi che cambiano, la formazione inglese è ancora qua a spiattellarci in faccia golose tracce di rabbioso thrash metal. E poi, andrebbero spese due parole per i nuovi innesti, per uno in particolare: il nuovo cantante David Garnett. L'impronta decisiva a "Generation Antichrist" la dà lui, con la sua ugola luciferina. Una voce adattissima alla proposta musicale degli Onslaught, simile per certi versi a quella di "Schmier" dei Destruction. Difatti, il tocco di strafottenza finale, lo aggiunge proprio Garnett, il quale si sente che non ha paura di mettersi alla prova in una band che comunque ha fatto parte di un genere storico come il thrash. E il risultato finale è da applausi. Ma comunque, si sente che la band è coesa, gli ultimi arrivati si sono integrati alla perfezione con le idee di una vecchia volpe come Nige Rockett e il prodotto finale lo testimonia. Adesso, andiamo a vedere nel dettaglio le nove, incendiarie tracce che compongono quest'album. Buona lettura!

Rise to Power

Il viaggio vero e proprio all'interno di questi 38 infuocati minuti di thrash metal, inizia con una classica quanto robusta intro di due minuti, intitolata "Rise to Power", in italiano "Salita al potere". Un titolo, oserei dire, quasi simbolico, volto ad evidenziare proprio quel potere, o più semplicemente, quell'energia mai svanita in tanti anni di attività della band. Quindi, nel 2020 gli Onslaught si ripresentano così, pronti dunque a risalire al potere dopo 7 anni di silenzio discografico. Il pezzo è introdotto da una radio trasmettente disturbate frequenze, poi improvvisamente la calma apparente è spezzata dagli strumenti fragorosi che iniziano a dettare un lento quanto minaccioso tema che lascia presagire la tempesta di metallo che a breve ci travolgerà. Un gutturale verso del neo-cantante David Garnett introduce la seconda parte di questo breve ma intenso brano, con l'intero andamento che si fa un po' più sostenuto nonché carico di groove. A questo punto, i fan hanno la possibilità, finalmente, di udire il timbro di Garnett, subentrato, come detto in precedenza, allo storico Sy Keeler. Ed ecco che una voce acidissima, malevola e acuta, interpreta con grinta e determinazione il breve testo del pezzo, supportata dalle rocciose chitarre e dalla granitica sezione ritmica: le liriche incitano l'ascoltatore ad alzarsi e ribellarsi, schiacciando coloro che fanno parte dell'elite, coloro che ci sbeffeggiano in quanto facenti parte di un rango sociale superiore al nostro. Una ribellione che dovrà sorgere dal nostro malcontento e che, attraverso una propaganda incessante, sarà destinata a divenire la chiave per la salita al potere.

Strike Fast Strike Hard

Il tempo che il brano precedente sfumi e ci ritroviamo catapultati subito nel violenta "Strike Fast Strike Hard", che tradotto significa "Colpisci veloce, colpisci forte". Un riff velenoso, supportato da una sezione ritmica quadrata e veloce, introduce la canzone. Si percepisce subito una produzione pulita e curata, magari pomposa, ma oggi il thrash suona così. Con l'irruzione di Garnett la canzone esplode in tutta la sua potenza, gli strumenti iniziano a galoppare formando un unico e possente blocco sonoro. Su una base ritmica alquanto travolgente, Garnett ci canta un testo magari un po' pacchiano e mancante di originalità, ma ugualmente coinvolgente. Attraverso le pungenti liriche, gli Onslaught descrivono uno scenario di ribellione, dove il caos e la violenza sono le armi per promuovere la battaglia contro chiunque si metta sulla strada dei nostri. Il pre-ritornello parla chiaro: il protagonista del testo, che è quasi inquadrabile nella figura stessa dell'autore, combatterà ogni giorno per i suoi colori, per i suoi fratelli e contro tutti i bastardi fin quando egli non morirà. Ne segue il ritornello che, in modo quasi anthemico, incita a colpire veloce e duro; gli Onslaught qui sono cacciatori, difensori dell'odio, e non si arrendono mai. Per l'espressione "difensori dell'odio", le chiavi di lettura sono molteplici: come detto, tale espressione può ricondurre ad un significato di ribellione, altrimenti, anche a chi si pone contro il metal e i suoi ideali.
Musicalmente, pre-ritornello e chorus hanno una leggera inflessione melodica, incentrata però per lo più sulle linee vocali, che si fanno leggermente più "orecchiabili". Gli strumenti invece continuano la loro furiosa corsa, con le chitarre che vomitano riff serrati e minacciosi, ma non privi di qualità. Ha inizio la seconda strofa e il ritmo torna a farsi più veloce e rapido che mai. Da notare anche il grande lavoro di doppia cassa del batterista James Perry, il quale contribuisce parecchio a dare al brano, e all'album in generale, tutta la potenza di cui la band aveva bisogno per mettere a punto i brani. Garnett torna con tutta la sua acidità a cantarci la nuova parte del testo, dove i nostri continuano la loro battaglia contro chi non li ha mai compresi. La violenza è interminabile - recitano le liriche - fomentata da un'adrenalina sempre costante. Sarcasticamente, tutto ciò viene identificato come - sport feroce per tutti (Ferocious sport for all) -; caos e fuoco predominano e le colonne, probabilmente dell'ordine e della civiltà, crollano. Seguono nuovamente pre-ritornello e ritornello, poi il pezzo ha un cambio di tempo che, guidato da un ruvido riff di chitarra, introduce ad una sezione più cadenzata. La tensione ora sale, Garnett con tutto il veleno che ha in corpo ci canta, supportato sempre dall'andamento trattenuto di chitarre e sezione ritmica, l'ultimo messaggio di battaglia contenuto nel testo: le opposizioni, le bandiere dei codardi, i leader, le manifestazioni di potere, tutte cose che devono essere abbattute. La vita va vissuta senza rimpianti secondo l'autore del testo, il quale dunque ordina di combattere contro chiunque si ponga sulla strada sua e di chi condivide i suoi stessi ideali. A questo punto tutta la suspense accumulatasi esplode in una nuova cavalcata che da vita ad un assolo di chitarra molto veloce, il quale da al brano la spinta necessaria per avviarsi sui binari della conclusione. Quest'ultima si sviluppa attraverso altri due soli di chitarra, non particolarmente tecnici ma ben impostati sulle coordinate del brano. Sul tappeto di chitarre e doppia cassa, Garnett ci rifila un ultimo pre-chorus con seguente ritornello, poi il brano termina. Gli Onslaught del 2020 dunque appaiono decisamente in forma, nonché affiatati per quanto riguarda i nuovi innesti di line-up. 

Bow Down to the Clowns

Terza traccia del lotto è "Bow Down to the Clowns", che tradotto significa "Inchinarsi ai Clown". Ancora un titolo provocatorio per una canzone che è un'altra sonora legnata. A dar il via alle danze ci pensa un granitico riff, sorretto dal portentoso, seppur non eccessivamente veloce, drumming di James Perry. Garnett, senza troppi complimenti, attacca quasi subito dietro il microfono seguendo delle linee vocali convincenti e frizzanti. La canzone, per la quale è stato girato anche un bel videoclip, si snoda attraverso una struttura lineare, ma è la potenza che la band sfodera a fare la differenza. La strofa corre lungo un semi-up tempo decisamente indovinato, dove le chitarre fanno da assolute padrone. In breve tempo, gli Onslaught sotterrano l'ascoltatore sotto pile di note pesanti come macigni, mettendo quindi in chiaro che l'andazzo definitivo dell'opera sarà questo. Bello il pre-chorus, il quale è caratterizzato da chitarre più taglienti, maggior velocità della sezione ritmica e un Garnett che si cimenta in linee vocali più minacciose. Un ottimo preludio al ritornello vero e proprio, particolarmente fomentante ed impostato sul classico stile thrash: abbiamo sia i cori di tutti i membri del gruppo che ripetono con foga il titolo della canzone, che la voce solista, la quale ruggisce sui restanti versi. Dal punto di vista lirico, come il titolo lascia intendere, troviamo un'agguerrita quanto sarcastica disamina su come la gente comune sia controllata ed influenzata da chi sta al potere. La prima strofa recita appunto che sulla terra, per essere liberi, bisogna obbedire a dei clown, ossia tutta quella gente dai sorrisi finti e che solo apparentemente si preoccupa del benessere collettivo. In realtà, tali persone agiscono solo per il proprio interesse. Nel pre-chorus, Rockett (autore di tutti i testi) esprime l'amara verità su come veniamo manipolati, ossia che vediamo, leggiamo e sentiamo ciò che i potenti vogliono. A questo punto, il ritornello arriva e colpisce con la sua spiccata ironia, identificando come clown chi ci comanda e burattini tutti coloro che seguono i dogmi da imposti. Nige Rockett descrive ciò come il più grande circo mai arrivato in città e, a detta mia, quest'espressione è perfetta in quanto mette a fuoco il vero senso del brano. I clown sono quelli che ci comandano prendendoci in giro, ma noi siamo i burattini, manipolabili in tutto e per tutto. La seconda strofa aumenta ancor di più il suo sarcasmo, difatti adesso tutto quanto diviene un carnevale di freak. I versi dell'autore inscenano quasi un vero e proprio spettacolo, dove troviamo un uomo mascherato che parla, delle giostre ed una magia che, ironicamente, non finisce mai. Arrivati a questo punto, la band giunge ad un passo strumentale mediamente lungo che servirà poi ad incanalare la canzone verso la fine. I ritmi rimangono piuttosto sostenuti mentre le chitarre dapprima vanno a creare un'atmosfera tesa tramite un riff minaccioso, poi le due asce esplodono in un vortice di assoli ben studiati e ben intrecciati tra loro. A tal punto, ritorna protagonista Garnett che, su una base strumentale ora rallentata e carica di tensione, ripete la frase Obey control, divide defeat - Obbedisci al controllo, dividere la sconfitta -. L'ultimissimo passaggio vocale del cantante si caratterizza per l'utilizzo del growl, tecnica che Garnett utilizzerà anche in altri brani del disco. Il pezzo riprende la marcia e regala un'ultima feroce sgroppata prima di concludersi. Qui è da notare l'innesto, sopra la musica, di una voce molto simile a quella che sentiamo proprio al circo, che invita tutti ad entrare nella terra dei liberi e a far parte del nuovo ordine mondiale. Dopo ciò, pre-chorus e ritornello chiudono i giochi. A fungere da outro, in maniera sempre ironica, un motivetto tipico da circo. Dunque, e ci tengo molto a sottolineare questo punto, siamo di fronte ad una canzone irruenta, provocatoria, cattiva ma allo stesso pregna di un nerissimo umorismo. E ciò è riscontrabile, a parer mio, non solo nel testo ma anche nella musica stessa.

Generation Antichrist

È la volta della title-track, Generation Antichrist (Generazione Anticristo) una delle gemme di questo album. Sfiora i sei minuti ed è il brano più lungo del lotto, ma talmente è tanta la potenza che gli inglesi scatenano, che l'ascolto scorre via in un batter d'occhio. Un piccolo appunto sul titolo di questo pezzo, che è di conseguenza il titolo del disco: gli Onslaught sono una band che sin dagli albori, nelle proprie liriche ha sempre fatto riferimento all'occulto. A differenza però di 35 anni fa, dove i nostri si divertivano ad imitare i Venom o gli Slayer nella scrittura dei testi, Rockett riesce a rielaborare la materia, andandola a trattare in un'ottica più seria. Dunque, diciamo che in un certo qual modo, il trademark lirico rimane, ma è visto sotto un'ottica decisamente più matura ed aggiornata.
Una melodica quanto sinistra chitarra introduce il brano, sorretto subito ad un lento incidere di batteria. In sottofondo, si ode una voce che parla, in termini provocatori, a proposito di Gesù Cristo e su chi egli sia veramente. Dunque, dopo quest'intro dal sapore quasi doom, il brano si trasforma in un arrembante thrash metal vecchio stampo. La sezione ritmica è veloce e rocciosa e tengo a sottolineare la grandissima prestazione al basso di Jeff Williams, in formazione dal 2006. Le chitarre sfoderano un riff decisamente massiccio e dallo squisito sapore anni 80, riff su cui Garnett interpreta in maniera impeccabile le linee vocali. Le liriche di Rockett si presentano subito feroci, con l'autore che "schernisce" svariate credenze del cattolico tipico, quali la fede in Cristo, visto come un dio detronizzato, l'indottrinamento - al quale viene contrapposto il peccato - la grazia, il sacrificio e via dicendo. Il cantante, con la sua voce acida, si impegna al massimo al fine di trasmettere il messaggio chiaramente anti-cattolico del testo, che si rivela nei versi successivi, ossia pre-chorus e ritornello. Dal punto di vista strumentale, il primo vede un aumento ancor più evidente della violenza, con le chitarre che si fanno più taglienti mentre Garnett, cimentandosi in un simil-growl, urla i versi "No gods, no masters, no slaves, no captors"- No dei, no maestri, no schiavi, no rapitori. Il ritornello invece si presenta notevolmente rallentato e carico di groove, le chitarre tornano a tessere cupe melodie e un Garnett più grintoso che mai canta che la sua, la nostra, è una generazione anticristo, una generazione autonoma. Molto probabilmente, per "generazione anticristo", i nostri intendono appunto una progenie di gente che non ha bisogno di affidarsi a cristo e ai dogmi della religione. E una volta che tale realtà inizia ad affermarsi, la luce, intesa forse come quella divina, perde tutta la sua potenza e credibilità.
?Successivamente, la canzone riprende il suo impetuoso incidere thrash e vi garantisco che strumentalmente la band fa la gioia di ogni thrasher in quanto la musica proposta è davvero di prima qualità. Ovviamente non ci sono innovazioni, ma l'intero comparto sonoro è talmente potente e grintoso da lasciare estasiati. Le liriche tornano a smontare ogni insegnamento religioso che passa per la mente di Rockett: il segno della croce viene debellato col numero 6-6-6, la resurrezione viene vista come la vita che continua ma all'inferno, la supplica non sono altro che parole che portano al fallimento. E' dunque evidente l'astio che Rockett nutre nei confronti della religione e tanta è la sua voglia di smontarla in tutti i modi attraverso la musica. Dopo una nuova sezione di pre-chorus e ritornello, la canzone rallenta di nuovo dando inizio ad un nuovo passaggio carico di groove. La sezione ritmica diviene molto possente mentre le chitarre, tramite un corposo riff, impostano il tappeto sonoro per i nuovi versi che Garnett va ad interpretare con rinnovata rabbia e personalità. Rockett scrive di capitolazioni su scala globale, di cancellazione di ogni ipocrisia e dello stabilimento di un nuovo ordine mondiale. Quindi, in quella che è l'ottica dell'autore, questo punto del brano sancisce la fine del credo e da il via alla "generazione anticristo". Dopo un ritornello suonato in maniera leggermente diversa, la canzone si avvia verso la conclusione e lo fa nel migliore dei modi tornando a ruggire. L'ultima strofa si ricollega alle precedenti, seppur adesso tutte le menzogne sono venute alla luce: l'evoluzione dell'uomo secondo chiave scientifica è presentata come una verità infranta per i cattolici, i quali, come si sa, credono che sia stato Dio a creare l'uomo. Il credente volta le spalle allo spirito santo ed aderisce anch'egli alla generazione, ridefinendo il suo odio. Alla fine, Rockett smonta passo dopo passo il cattolicesimo, presentando l'uomo del 21°secolo come il portabandiera di questa nuova generazione anticristo, la quale non ha bisogno di alcun dio per stabilire come vivere la propria vita. A seguire un ultimo ritornello, poi il pezzo sfocia nella stessa, tetra melodia che aveva aperto le danze. Una title-track che rispecchia lo spirito dell'intero album, indovinata in tutto e per tutto.

All Seeing Eye

Alla traccia numero cinque, troviamo un'altra canzone di grande impatto nonché un po' più moderna rispetto alle precedenti. "All Seeing Eye", in italiano L'occhio onniveggente, si presenta molto più asciutta negli arrangiamenti e nel songwriting ma non per questo meno incisiva. Un riff semplice quanto efficace apre il brano, poi, una volta che attaccano gli altri strumenti, esso si stabilizza sin da subito su tupa tupa di batteria abbastanza classico e grintoso. Garnett, dietro il microfono, dimostra ancora una volta carattere da vendere. Difatti, il singer inizia subito con un certo piglio a cantare la prima strofa del testo, il quale è incentrato su come la gente sia costantemente spiata attraverso gli apparecchi multimediali. Rockett scrive come la TV scandisca ogni pensiero della gente, dell'utilizzo di una qualche sorta di filtraggio da parte dei cellulari ogni volta che li usiamo per parlare e di come, dunque, siamo sotto perenne osservazione. All'apparenza, tutti questi congegni sono fonte di benessere, ma come dice l'autore, essi ci guardano mentre noi guardiamo loro; ci sono fotocamere ovunque e non c'è alcuna via di fuga dal satellite. Quest'ultimo punto sta a significare che non possiamo liberarci dalla rete tecnologica dalla quale ormai siamo praticamente dipendenti.
Una minima variazione del tema musicale, ed ecco che arriviamo ad un pre-chorus molto energico e ancora guidato dalle sempre indovinate linee vocali di Garnett. E' tutto al centro di una guerra di supremazia - recitano le liriche -; si odono le risate continue dei potenti che sfruttano questi sistemi per governare la società. Il ritornello fa capolino e si presenta piuttosto malleabile all'ascolto, tant'è che si stampa subito in testa. Del resto, da sempre il thrash, per lo meno quello più melodico, è un genere che ricorre a chorus potenti ma "orecchiabili", al fine da garantire un impatto sicuro e diretto all'udito dell'ascoltatore. Rockett, per il ritornello, scrive di una sorta di reazione a tutto questo, una DPI multinazionale ossia un esercito di droni che tenta di neutralizzare l'occhio onniveggente. In maniera intelligente quanto incisiva e su una base ritmica che fino ad ora è rimasta pressoché invariata, viene suonato un breve assolo di chitarra che ci trasporta subito alla seconda strofa. Liricamente, l'autore continua a parlare di liquidazione della libertà civile, che tutto viene classificato in base agli schemi che la società impone, attraverso le canalizzazioni dei flussi. Seguono nuovamente pre-chorus e ritornello, poi, alla soglia dei due minuti, abbiamo un significativo rallentamento. Qui, la band, quasi ironicamente, riesce a ricreare delle sonorità estremamente simili a quelle delle interruzioni dei segnali radio, poi in maniera del tutto inaspettata, gli inglesi attaccano con un furioso up-tempo su cui Rockett e Dorman si lanciano in una battaglia di brevi e urticanti assoli che danno uno spessore significativo all'insieme generale.

La cattiveria che ha preso repentinamente piede rimane intatta anche nelle due strofe che seguono, dove un Garnett più feroce che mai canta, quasi in apnea, i versi restanti. Questi dicono che l'occhio d'acciaio, quindi coloro che tutto vedono, scruta ogni mossa della gente; che gli stati cercano di controllare tutto violando senza ritegno la privacy; che il firewall della democrazia, quindi un certo senso la privacy stessa, viene abbattuto; tutto ciò è pianificato in quello che Rockett descrive come "il santuario interno della rete oscura", ove appunto la libertà di ognuno di noi è messa in discussione da un male, e qui cito testualmente le parole dell'autore, nascosto in un buco nero crittografato per sicurezza. A volerla vedere sotto una certa ottica, quest'ultimo passo è quasi di "matrixiana" memoria. La canzone procede verso la conclusione, riprendendo le coordinate iniziali. Chiudono, come da copione, pre-ritorenello e chorus, colorati stavolta da un nuovo, dissonante, assolo di chitarra. Poi cala il sipario. Una canzone riuscita, condita da un bel testo e da una parte finale davvero esaltante.

Addicted to the Smell of Death

La furia del combo inglese non si placa neanche nella traccia successiva, "Addicted to the Smell of Death", ossia Dipendente dall'odore della morte. Anche in questo caso ci troviamo dinanzi ad una sonora legnata thrash, dove i nostri, possibilmente, pestano ancora di più sull'acceleratore. Un corposo riff di chitarra apre le danze; poco dopo la sezione ritmica attacca con un andamento potente e diretto e in men che non si dica, l'ascoltatore è subito sotto una scarica notevole di decibel. Garnett stavolta, nelle strofe, si affida a delle linee vocali più concise, mantenendo intatta la sua attitudine rabbiosa e provocatoria. Il testo, dagli aspetti piuttosto macabri,  può essere visto, a detta di chi scrive, sotto due aspetti: il primo riguarda le gesta di un maniaco omicida, il secondo, quello per me più probabile (difatti tratterò le liriche prettamente sotto questo punto di vista), indica l'aberrante figura delle liriche nel diavolo in persona. Garnett inizia a cantarci di un inferno dove la carne è brucia e le ceneri rappresentano la fine della libertà.
L'avvento del pre-chorus vede il cantante molto più spedito nelle vocals, anche grazie al velocizzarsi delle chitarre. Il testo qui recita che non ci sono né rimpianti, né dispiaceri, né motivi né tanto meno domani, ormai chi è morto già è cenere. Quindi una volta che si giunge all'inferno (nella sarcastica ottica dell'autore), la vita passata non conta più nulla, ciò che è stato è stato, adesso si è solo al cospetto del male. Il ritornello è indovinatissimo: troviamo un groove molto più marcato, il drummer James Perry letteralmente tuona dietro le pelli; cori aggressivi si contrappongono ad un Garnett che al massimo della foga canta il titolo del brano, tutto sopra ad un efficace tappeto di chitarre. Subito dopo, il pezzo riprende la sua corsa ed inizia la seconda strofa. I versi ora assumono contorni ancora più horror: l'ipotetica vittima del testo la troviamo appesa a dei ganci che strappano la pelle e risvegliano le corde dell'estasi. Qui si potrebbe aprire una piccola parentesi: quest'ultimissimo passo può vagamente ricordare un pezzetto della trama di "Hellraiser", il leggendario film di Clive Barker uscito nel 1987. Ma è solo una mia supposizione. Tornando alla canzone, essa subisce ora un rallentamento che introduce ad una sezione dove l'atmosfera si fa sinistra: le chitarre che si fanno più velenose e cariche di tensione mentre la voce di Garnett, il quale impostata a metà tra uno scream e un growl, narra della vittima che ora sta inspirando all'inferno e che colui che è padrone del posto le accecherà gli occhi, le ruberà la faccia, il cuore e l'anima e che garantirà odio eterno nel suo beffardo abbraccio.

Perry cambia nuovamente le carte in tavola e rispedisce il pezzo sui binari dell'alta velocità: è il momento per Rockett e Dorman di scambiarsi assoli brevi e fulminei. Va detto che i due sono più una macchina da riff che da solos, tanto per capirci non abbiamo di fronte Mustaine e Friedman, ma i lori soli, godendo di immediatezza, sanno dare il giusto tocco in più alla composizione dei brani. Ci avviamo verso la fine e i nostri chiudono con un ritornello seguito da un'ultima furibonda sgroppata, poi cala il sipario. Canzone che è una vera botta di adrenalina, semplice ma davvero coinvolgente.

Empires Fall

Dopo tante galoppate, è il momento di un brano un po' più lento, lungo (cinque minuti abbondanti) ed articolato. "Empires Fall", che tradotto significa Gli imperi cadono, lascia un po' più di respiro al groove e dà la possibilità alla band di esprimersi attraverso un songwriting leggermente più ricercato. La primissima parte della canzone è dedicato al lato strumentale: sin da subito infatti si capisce che qui gli inglesi vogliono dar sfogo alla creatività. Le chitarre, sempre molto dense e pesanti, partono con note stoppate mentre Perry si limita, per il momento, a seguirle tramite rullate secche e precise sui tamburi. Successivamente il pezzo si carica di groove, divenendo piuttosto catchy, ma non perdendo un grammo di grinta; le asce si contrappongono tra riff semplici, sempre stoppati, e fraseggi elementari, poi entra in scena Garnett e la canzone si stabilizza definitivamente. In un quadro d'insieme che all'ascolto appare più "tranquillo", il singer da prova di una ottima versatilità, destreggiandosi bene anche in territori meno esplosivi. Se il brano risulta più "amichevole", non si può dire lo stesso per il testo: ci ritroviamo dinanzi quello che parrebbe essere uno scenario del mondo antico, dove protagonista è la caduta di un impero. Rockett descrive uno scenario di caos totale, con tanto di nubi che fungono da presagio di morte e martelli che si sporcano di sangue. Il suolo è il terreno della violenza più barbara a causa dello scontro tra le fazioni imperiali e i ribelli. I muri intanto crollano, ogni terreno è deturpato e ovviamente la colpa è addossata ai rivoltosi.
Il solito pre-chorus fa la consueta comparsa, portando le chitarre ad un improvviso inasprimento: ora esse suonano un riff più duro sul quale Garnett canta di questa rivoluzione estrema, perpetrata da circa un milione di persone pronte a spazzare via tutto. Il fine ovviamente è quello di far cadere quel regno, quell'impero appunto che per chissà quanti anni li ha schiavizzati. Il ritornello rinvigorisce notevolmente la carica del pezzo: il ritmo rimane pressoché lo stesso mentre basso e chitarre assumono potenza, fungendo da tappeto ai cori e alla voce di Garnett che per l'appunto canta di questo impero (ma il riferimento è esteso al plurale) che cade nel caos, nell'odio della sua stessa gente e nella stessa rinascita di un regno nuovo.

A seguire balziamo subito alla seconda strofa: le città ormai sono in clima al terrore, i rivoltosi si sono liberati e sono pronti a sventolare la bandiera nera dell'odio. Sullo sfondo l'autore narra di cieli infuocati, volti a presagire il massacro che avverrà. Il pre-chorus che segue lo troviamo uguale nella forma musicale ma non in quella lirica: c'è difatti una variazione nei primi due versi, i quali narrano dell'occupazione delle strade da parte dei ribelli, spinti dal sogno anarchico. Giunge poi il modico ritornello.
La canzone a questo punto subisce una variazione nel riff delle chitarre, che adesso si adoperano a creare tensione nonché a far da tappeto sonoro a Garnett che, con fare più energico, canta dell'ormai imminente caos che sta per scatenarsi. Ed ecco infatti che quest'ultimo viene espresso attraverso l'assolo migliore dell'album: decisamente più tecnico e velenoso, il solo fa da perfetta metafora all'atto di violenta rivoluzione descritto da Rockett. Ma non è finita. Subito dopo infatti, una sezione dall'aura ancor più minacciosa permette al singer di cantere della rivoluzione come un atto per le masse rabbiose, un atto che spoglia di tutti i beni e che spazza via ogni cosa. Quindi, tutto sommato, forse nemmeno essa è la soluzione migliore, ma una volta funzionava così. La canzone si avvicina alla fine, ed ecco che a porre fine a questi cinque minuti ci pensano i consueti pre-chorus, suonato in maniera molto più lenta, e ritornello. Sulle battute finali troviamo un Garnett sugli scudi che, in growl, canta la frase "when the death bells rings" - quando le campane della morte suonano -. Ottimo brano che si snoda tra una certa compostezza e pesanti botte di groove. Bella canzone.

Religiousuicide

Siamo quasi a fine disco, ed è qui che la band fa esplodere la granata definitiva. "Religiousuicide", un gioco di parole tradicibile Religiosuicidio, è un vero e proprio massacro di tre minuti e mezzo. E, a detta mia, è assolutamente il brano migliore del platter. L'attacco è affidato ad un riffone thrash di rara violenza seguito a ruota dal drumming di Perry. Questi si rende subito protagonista con un tupa tupa forsennato. Ci bastano pochi secondi per assaporare e inquadrare la cattiveria di questa canzone, ma l'inferno vero e proprio lo scatena Garnett quando inizia a cantare. Una volta che la song deflagra definitivamente, il cantante si lancia in una grandissima interpretazione vocale, aggressiva ma al tempo stesso limpida. Attraverso vocals estremamente dinamiche, il singer canta un testo chiaramente anti-religioso. I versi scritti da Rockett sono provocatori, se vogliamo a tratti quasi offensivi nei confronti dei cattolici e della figura di Cristo. Ma del resto, gli Onslaught non sono mai stati amichevoli nei confronti della religione e questo brano è solo l'ultimo di una lunga serie di attacchi verso tale tema. Leggiamo che il paradiso ormai è decaduto e che manderà solo desolazione mentre i credenti sono stati abbandonati da dio. Essi diffondono la cosiddetta malattia attraverso il libro delle bugie, ossia la Bibbia, pregando in ginocchio attraverso le sabbie del tempo. Poi l'autore, nel passo successivo, mette a nudo tutta l'ipocrisia della religione, ossia il vino al re e l'acqua ai poveri: il re in tal caso probabilmente è lo stesso cristo, mentre i poveri sono solo i suoi devoti che si accontentano dell'acqua pur di essere benedetti da lui. Viene anche tirato in ballo l'omicidio in nome di Dio, altro aspetto puramente controverso della religione. Il ritornello è senza dubbio la sezione più provocatoria del testo: Cristo, appeso alla croce, fa un inchino all'anticristo e - qui cito quello che c'è scritto nel testo - religion takes it up the ass, ossia: che la religione se lo prende proprio in quel posto. Musicalmente, il chorus mantiene più o meno lo stesso andamento martellante, rallentando solo nell'ultimissima frazione senza perdere un briciolo di potenza. Subito dopo gli Onslaught ripartono con la mattanza, condita dalla seconda strofa. Come leggiamo ogni simbolo religioso crolla per far posto al male più assoluto. I credenti però, pare ancora non si rendino conto di ciò che sta accadendo, in quanto continuano anche adesso a vedere la luce nei testamenti di odio mentre il paradiso autodistruttivo è ciò che essi incontreranno dopo la morte. Evidentemente, l'autore vuole mettere in luce l'ottusità dei credenti, i quali continuano a credere nella loro causa anche quando tutto sembra essere in discussione. I versi finali sono apocalittici: le chiese che crollano, la fede diventa posseduta e il diavolo entra in campo per comandare sull'umanità. A detta mia, sempre analizzando il testo,  tutto questo scenario apocalittico, può essere visto anche solo come una metafora per descrivere semplicemente tutti gli orrori e le bugie che la religione nel corso dei secoli ha mostrato. E malgrado ciò, i fanatici perseverano nel loro credo senza alcuna remora. Successivamente abbiamo un nuovo ritornello, il quale serve ad introdurre la consueta parte strumentale, guidata da un riff a dir poco devastante e da una sezione ritmica travolgente. Arrivano gli assoli di chitarra, più fulminei e travolgenti che mai, taglienti come lame. Un'autentica esplosione di adrenalina. A seguire, un'ultima strofa eseguita a velocità meno dinamiche, ma comunque di grande impatto. I versi qui descrivono il credente come uno schiavo di un idolo caduto, quindi Cristo, della bibbia, di Dio, della propaganda religiosa, mentre l'ateo viene glorificato. Siamo alle battute finali, e i nostri decidono di chiudere in grande stile con un ultimo ritornello, suonato però in maniera più lenta e con un velo di melodia in più. Si chiude un così una canzone a dir poco devastante, forse uno dei brani thrash più incisivi e tirati degli ultimi anni.

A Perfect Day to Die

Siamo giunti alla fine di questo viaggio intenso e appagante. Rockett e soci hanno sparato tutte le cartucce che avevano a loro disposizione, eppure, ecco che, in maniera secondo me molto genuina, gli inglesi decidono di porre come ultima traccia "A Perfect Day to Die", in italiano Un giorno perfetto per morire. Questo pezzo, altro non è che la ri-registrazione della stessa canzone uscita appena un anno prima di "Generation Antichrist", quando in formazione c'era ancora Sy Keeler dietro il microfono, il cantante storico della band. Visti i cambi di assetto, Rockett ha quindi voluto re-incidere questo brano, al fine di amalgamarlo subito al corso della nuova line-up. Il pezzo è introdotto da un pulsante giro di basso di Jeff Willimas, il quale dà l'input necessario per l'entrata in campo di batteria e chitarre. La canzone si fa subito dinamica, guidata da un riff piuttosto elementare ma efficace e dal vago sapore rock n' roll. Quando Garnett parte a cantare, ci accorgiamo del reale miglioramento che ha subito il pezzo rispetto alla sua versione precedente. Si, perché se dal punto di vista strumentale la foga e la grinta sono sempre le stesse, da quello vocale si percepisce una ventata di freschezza. La voce di Garnett è più cattiva, acida e ovviamente più giovane rispetto a quella del veterano Keeler. E a discapito di ciò, tutto il brano ne guadagna, suona molto più convinto. Il testo parrebbe ispirato a qualche sorta di oscura figura, forse la morte stessa o un serial killer. Ad ogni modo, essa marcia fianco a fianco col diavolo in cerca di una vittima. Ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, dipende chi il protagonista del testo deciderà di prendere. E' come una partita a dadi - scrive Rockett - la probabilità di morte aumenta sempre più. Il ritornello è semplice ma bello compatto, sostenuto da una sezione ritmica granitica. Essendo molto breve, il chorus risulta anche di facile assimilazione. Parte la seconda strofa dove ritroviamo protagonista la nostra oscura figura. L'autore scrive che il nero è la sua religione, che quando c'è lei una luce accecante avvolge il cielo e quando l'oscurità si avvicina essa ha una dipendenza da colmare, ossia perpetrare un altro omicidio. Ecco, da questi ultimi versi potrebbe sembrare a tutti gli effetti che Rockett parli di un serial killer, ma il dubbio su un qualcosa di più astratto rimane. Segue un nuovo ritornello, il quale introduce ad una nuova sezione dove c'è più groove, caratterizzata dalle rullate secche di Perry. Garnett, in un possente growl, canta che la vittima che è stata uccisa, anche se il colpevole è indicato dal vento della morte, dall'ultimo respiro della persona stessa, dalle mani del destino o proprio dal mondo. Ed ecco dunque che si torna a narrare di figure più allegoriche e meno concrete. D'altronde è un dubbio interessante questo, perché permette al lettore/ascoltatore di analizzare le liriche su più fronti e capire se l'autore voglia descrivere semplicemente le gesta di un pazzo omicida e se vuole indicare qualcosa di più profondo. L'assolo è come sempre di buona fattura, posato su una sezione ritmica solida e galoppante. Nel mentre, il pezzo procede verso la fine; un brevissimo quanto minaccioso bridge, fa da tappeto a Garnett che, cantando in filtrato, dice che ciò che è stato ucciso, ora è diventato giuria. Un passo questo che si presta alla più libera delle interpretazioni, è difficile comprenderne il significato certo. Si può pensare che colui che è stato assassinato può in qualche modo ritornare, non si sa se sotto spoglie buone o malvagie. In chiusura, un ultimo ritornello pone fine ai giochi e ad un disco davvero convincente sotto quasi tutti gli aspetti.

Conclusioni

Dunque, a conti fatti possiamo dire senza dubbio che "Generation Antichrist" si rivela una delle migliori uscite in ambito thrash del 2020. Innanzitutto va sottolineata la sintonia della line-up nuova, collaudata veramente bene, come se i membri suonassero insieme da sempre. Ricordiamo inoltre che la coesione tra i componenti di una band è la prima cosa che deve esserci. Rockett è riuscito perfettamente ad inoculare il DNA Onslaught nei nuovi musicisti, facendo così che il nuovo disco suonasse nel perfetto stile della band britannica, col sound ovviamente adeguato ai giorni nostri. Secondo me, "Generation Antichrist" è una palese dimostrazione che, a distanza di così tanti anni, si può ancora realizzare dell'ottimo thrash metal, pur senza inventarsi chissà che cosa (del resto non tutte le band si chiamano Voivod o Vektor). In quest'album c'è aggressività, strafottenza e soprattutto passione. Quest'ultima è palpabile, si percepisce in maniera limpida che la band crede pienamente in quello che fa, malgrado il riassetto della line-up e lo scorrere inesorabile del tempo. In più, mi vien da dire, "Generation Antichrist" dimostra che l'Europa, al giorno d'oggi, può tranquillamente competere con le ultime uscite degli storici gruppi thrash americani. Per carità, anche gli Onslaught sono un gruppo che imperversa sulle scene da più di 35 anni, però a differenza dei lori colleghi d'oltreoceano, hanno sfornato un album per nulla tedioso o privo di sostanza. Per i miei gusti, non posso dire lo stesso riguardo alcune band statunitensi, come Slayer o Testament (in particolare l'ultimo lavoro), che, diciamo, hanno prodotto musica fatta un po' col pilota automatico. Paradossalmente, la sfortuna degli Onslaught è quella di essere rimasta sempre relegata in secondo piano (se non terzo) nel vastissimo panorama thrash e purtroppo, anche lavori di pregia fattura come "Generation Antichrist", finiscono per soccombere al solito "Testament" di turno, solamente per una questione di fama e non tanto per la qualità della musica in se. Alla fine comunque, la storia degli Onslaught è importante; Nige Rockett, credo possa essere pienamente soddisfatto dell'operato della sua band, nel passato e nel presente.
A livello individuale, le prestazioni sono tutte ottime: Garnett si rivela un cantante azzeccatissimo per il sound del gruppo, la sua voce è acida, cattiva quando serve e soprattutto grintosa. Del resto si nota subito che il singer ha carattere e personalità da vendere e "Generation Antichrist" è un ottimo biglietto da visita. Garnett usa bene anche il growl, anche se devo dire che a me non garba tantissimo questa moda che ha preso piede negli ultimi anni di usare vocals growl nei dischi thrash, ma è solo un mio gusto personale. Wayne Dorman e Nige Rockett sono una coppia d'asce formidabile. Le loro chitarre su questo full-lenght ruggiscono letteralmente, una vera e propria furia. Poi si, i riff non saranno il massimo dell'originalità, ma sono talmente potenti e diretti che si può tranquillamente chiudere un occhio. La sezione ritmica è demolitrice: James Perry è un batterista di grande temperamento, abilmente passa da sgroppate violentissime a precisi e granitici mid-tempo. Jeff Williams supporta benissimo le chitarre: il suo basso, messo anche parecchio in risalto dalla produzione, ha un suono pieno, metallico e decisamente moderno. La stessa produzione è di grande spessore. I suoni sono pulitissimi, l'insieme è molto compatto e gli strumenti si sentono tutti. Io storgo sempre un po' il naso quando nei dischi thrash odierni sento queste produzioni così pompate, però qui ne giovano la foga e l'adrenalina che la band riesce a scaturire.
A livello lirico siamo dinanzi a tematiche più serie e "adulte". Però, malgrado l'età, Rockett non ha assolutamente perso il gusto per argomenti apocalittici e orrorifici. D'altronde gli Onslaught hanno fatto di tali temi sempre un punto centrale dei loro testi, quindi è giusto che la tradizione venga mantenuta, magari rielaborando qualcosina.
È dunque una soddisfazione che una vecchia gloria del thrash europeo, dopo tanti anni di attività, riesca a tenere il passo coi tempi e sfornare una perla di album come questo. Un grande lavoro, il buon Nige Rockett ha indovinato tutte le mosse. Chapeau!

1) Rise to Power
2) Strike Fast Strike Hard
3) Bow Down to the Clowns
4) Generation Antichrist
5) All Seeing Eye
6) Addicted to the Smell of Death
7) Empires Fall
8) Religiousuicide
9) A Perfect Day to Die
correlati