NYKTALGIA

Peisithanatos

2008 - No Colours Records

A CURA DI
ANDREA MION
21/11/2018
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

A quattro anni di distanza dall'omonimo debutto, nel 2008, i Nyktalgia realizzano "Peisithanatos", secondo e ultimo prodotto di questa band depressive black tedesca molto conosciuta nell'underground. Il quasi immediato scioglimento della band, avvenuto nello stesso anno, ci consegna questo disco come una sorta di "testamento" della musica dei ragazzi teutonici, capaci di prendersi quattro anni per un lavoro, una pratica non troppo comune nel mondo del black metal dove fioccano EP, split e collaborazioni a cadenza regolarissima. Quattro anni che si sono fatti sentire in varie forme e sotto diversi aspetti, come avremo modo di vedere in questa recensione. Molte cose sono rimaste le stesse rispetto al precedente lavoro, come la formazione, che risulta invariata. Malfeitor si occupa di chitarra e basso, Winterheart della batteria e dei testi (questi due musicisti sono anche i membri fondatori della band) mentre le vocals sono ancora affidate a Skjeld. A rilasciare il CD, nella primavera del 2008, è ancora l'etichetta di culto "No Colours Records" ed anche il concept lirico del gruppo non cambia, iscrivendo a pieno diritto la band nel filone depressive e suicidal, con testi oscuri e afflitti dal dolore esistenziale, oltreché (come già fatto notare nella recensione del primo album) dotati di un'evidente bellezza stilistica. Il titolo, ancora una volta, ci immerge subito nel contesto. "Peisithanatos" è, infatti, il soprannome del filosofo greco Egesia di Cirene, vissuto nel IV secolo a.C. e traducibile come "Inseguitore della morte". Egesia fu parte della scuola cirenaica, la quale basava il proprio pensiero su di una visione edonista della vita, dove il piacere dovesse essere l'unico obiettivo da perseguire. Se ne distaccò pessimisticamente, dubitando che tale piacere potesse essere, effettivamente, raggiungibile. Per il filosofo greco nulla si staglia al di là del piacere e ogni altro valore umano non è che un mezzo, da noi utilizzato nella ricerca della soddisfazione personale. Tuttavia, soggetti come siamo ad un dominio inesplicabile da parte del caso, tale ricerca appare infruttuosa e fallimentare. In quest'ottica, vivere o morire non fa molta differenza; nelle "Le vite dei filosofi" di Diogene Laerzio, verrà riportata una frase esplicativa del pensiero del filosofo cirenaico: "Per l'insensato vivere può essere vantaggioso, per l'uomo saggio indifferente". Una dottrina che, sicuramente, ben si sposa con le tematiche non solo dell'album ma, in generale, di buona parte del movimento depressive black metal tutto. La macabra copertina, questa volta dotata anche di un certo gusto artistico, mostra la Morte intenta a soppesare con cura un teschio, sullo sfondo di un macabro cimitero. Proprio la morte fa capolino in ogni aspetto di questo lavoro, anche nella sua triste dedica. Questo album, infatti, è stato dedicato a Asmodaios, chitarrista degli Sterbend, un'altra band fondata da Winterheart, e morto nel 2008 in seguito alle ferite riportate dopo una caduta. Se le caratteristiche esterne non paiono cambiate, a variare in una certa misura è, invece, la proposta musicale del gruppo tedesco. Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: quest'album resta puramente depressive suicidal black metal, allo stesso modo del predecessore. La costruzione stessa delle canzoni non risulta, infatti, modificata. Troveremo ancora brani di considerevole durata dove si alternano pochi riff di chitarra a formare l'ossatura di ogni composizione. A cambiare sono più le coordinate stilistiche con una successiva, inevitabile, variazione anche delle emozioni collegate. La chitarra resta la protagonista assoluta di tutte le quattro canzoni, risultando al contempo molto più votata alla melodia, con momenti chitarristicamente più ricercati e anche dotati di maggior tecnica esecutiva. La melodia scaturita da ogni canzone può addirittura lasciare per un attimo spiazzati rispetto al freddo e, per molti aspetti, minimale album d'esordio. Non mancano i rallentamenti classici del genere, sezioni dal carattere palesemente depressivo e anche qualche, isolata, sfuriata con blast beat incontrollabile; in generale, però, si avverte fortemente la sensazione di una maggior ricercatezza compositiva e la volontà di sperimentare tipologie di soluzioni diverse, allontanandosi maggiormente dai canoni stilistici del black metal classico, più forti e presenti nel primo lavoro.  Sempre al riguardo di quest'ultimo punto, la produzione risulta decisamente migliore: ogni strumento suona ben riconoscibile nei frangenti in cui ciò dovrà avvenire. Non parliamo di una produzione bombastica ma, senza dubbio, ci troviamo ben oltre il tipico suono black metal e questa scelta appare ben azzeccata, soprattutto nell'ottica di sottolineare la maggior componente melodica espressa dalla band. Soluzioni diverse che conducono anche ad un diverso coinvolgimento emotivo, di cui parlerò, tuttavia, lungo le canzoni e nella conclusione della recensione. 


Nyktalgia

La prima traccia porta anche il nome della band e, apparentemente, comincia in modo simile a quelle del precedente lavoro. Veniamo subito accolti, infatti, dal main riff della canzone, destinato a tornare spesso lungo tutta la sua durata. Tuttavia, la maggior ricercatezza melodica appare già evidente da questo primo andamento chitarristico. Le note abbandonano in parte l'oscura malinconia che traspariva dalla precedente opener "Misere Nobis" e pongono più l'accento su una componente di tristezza evocativa, dotata anche di una caratteristica quasi "mistica" che può far pensare alla contemplazione di una foresta nel cuore della notte. Come spesso accade nelle composizioni dei tedeschi, il lavoro di basso e batteria accompagna il riff di chitarra senza brillare ma contribuendo all'atmosfera della traccia. Differenze a parte, anche questo primo riff si candida fin da subito a concorrere per il ruolo di migliore del disco e possiede l'indubbia capacità di suscitare nell'ascoltatore ciò per cui è stato pensato. A 0:26 si introduce un'altra sezione che, insieme al riff principale, costituirà l'ossatura del brano. I tempi della traccia si fanno più lenti e ariosi e vengono introdotte le vocals disperate di Skjeld, dotate di un evidente piglio burzumiano. Queste due diverse sezioni si alterneranno, rispettivamente ancora a 0:55 e 1:18 fino a condurre, a 1:44, ad un momento più lento. Un nuovo riff, melodico e davvero accessibile (chiaramente nei limiti del genere), darà infatti il via ad una sezione più cadenzata, intrisa di tristezza e nostalgia. Ciò si evolverà, a 2:15, in un nuovo segmento, dotato di un riff melodico davvero struggente, accompagnato da lenti colpi di batteria e dal ritorno delle vocals. Il coinvolgimento emotivo raggiunge il suo primo apice e le melodie della chitarra sono capaci di sferzare l'aria con la loro irrefrenabile tristezza. A 2:41 i ritmi torneranno a farsi leggermente più veloci, soprattutto per la batteria, preludio ad un nuovo ritorno del riff principale a 3:08 a cui seguirà, nuovamente, la sezione più ariosa e lenta già sentita in precedenza, sempre con il ritorno delle vocals. A 4:53 tutto si fermerà per alcuni secondi, dopo i quali comincerà un nuovo arpeggio melodico, quasi spiazzante nel suo presentarsi solo, senza gli altri strumenti. A 5:26 torneranno anche gli altri strumenti, compresi alcuni lancinanti scream di Skjeld, lanciati sopra un nuovo giro di chitarra circolare e ossessivo, ma sempre molto evocativo e votato alla melodia. Su quest'ultimo si ergeranno di nuovo le vocals a 6:10, mentre a 6:23 la chitarra produrrà un nuovo riff ripetitivo, ancora melodico e ossessivo nel suo incedere regolare, perfettamente sottolineato da precisi colpi di batteria. A 8:22 tornerà la sezione già sentita a 1:44 che, come in precedenza, condurrà al riff più triste, melodico e struggente del brano, accompagnato da nuovi scream di Skjeld. Seguendo sempre lo schema già visto a inizio traccia, a 9:17 i ritmi si faranno più veloci culminando in un ritorno, davvero perfetto, del riff principale che era rimasto lontano per tutta questa lunga sezione centrale. Seguendo il leitmotiv, vi sarà ancora un'alternanza tra questo riff e sezioni più lente e ariose con la presenza delle vocals e, seguendo questo schema, la canzone si avvierà alla conclusione. Il testo racconta il dolore e la sofferenza di un essere che non ha più nulla a cui aggrapparsi per continuare a vivere, eternamente segnato dal dolore del proprio passato che neanche il tempo riesce a guarire: "Hopeless a body starts to fail. Memories fade but scars still remain". (Inutile, un corpo inizia a guastarsi. I ricordi svaniscono ma le cicatrici continuano a rimanere). La notte, con la sua oscurità, acuisce la disperazione e la sofferenza e svela la vita nella sua crudele realtà, pregna di un dolore impossibile da combattere e da quantificare: "A downhearted asylum, devoid of light when all hope is in vain. Dolorous mysteries - fathomless pain" (Un rifugio distrutto, privato di luce quando ogni speranza è svanita. Misteri dolorosi - dolore insondabile). Nella solitudine le nostre amare illusioni vengono rilevate nella loro vera natura e l'unica sensazione è quella di aver fallito, di non esser stati capaci di andare oltre tutto ciò che ci ha, infine, distrutti. Senza più alcuna possibilità di salvezza, ci accingiamo a seguire il nostro destino di morte: "Illuminated bitter visions of illusion. Lost myself - gone too far in self-confusion. I am about to follow my last track. I failed: my spark of hope is black.". (Amare visioni di illusione sono illuminate. Ho perso me stesso - sono andato troppo lontano nella mia confusione. Sto per seguire la mia ultima traccia. Ho fallito: la scintilla della mia speranza è spenta). Incapaci ormai di reagire e privati anche della possibilità di poterlo fare, scivoliamo lentamente nella nostra fine, mentre le nostre ultime speranze si spengono per sempre: "The spark is quenched nor ever more will burn.". (La scintilla si è spenta e non brucerà mai più). 


Neckrolog

La seconda traccia, "Neckrolog" (Necrologio) inizia con uno scream di Skjeld stagliato sopra un riff di chitarra lento e dissonante, sottolineato dall'accompagnamento della sezione ritmica. Questa primissima successione di note, che costituisce il main riff della traccia, lascia subito spiazzati. Siamo lontani dalle coordinate stilistiche a cui i Nyktalgia ci avevano abituato nel precedente album e nella prima canzone e in "Nekrolog" non si respira quasi nulla dell'atmosfera di sofferenza e dolore evocata di solito dalla band. A 0:25 inizia una nuova sezione, sempre caratterizzata da una chitarra fortemente dissonante ma con la presenza di una batteria ora più cadenzata e con la comparsa delle vocals. La voce di Skjeld appare più rauca in questa traccia e il suo scream è chiaramente eseguito in maniera meno acuta. A 0:54 si ripresenta il riff principale, violento nel suo essere stridente e quasi fastidioso, mentre la nuova strofa, supportata dalla sezione precedente, dal ritmo più cadenzato, segue a 1:20. La canzone procede con questa alternanza fino ad un improvviso stop di circa un secondo a 1:49 a cui farà seguito un nuovo riff molto veloce, atonale e squisitamente frostbitten, accompagnato dal blast beat. A 2:08 la velocità si abbasserà e il blast beat lascerà posto ad una batteria nuovamente cadenzata, mentre inizia una nuova strofa. Il riff veloce e minimale tornerà fugacemente a 2:24 ma lascerà presto spazio ad una nuova sezione cadenzata, scandita dalla batteria. A 2:59 si ha un poderoso rallentamento, la chitarra perde velocità e procede lentamente sferzando la traccia con note distorte e sempre molto dissonanti, mentre la batteria procede lenta e in una maniera tranquillamente etichettabile come doom. Non a caso, anche l'atmosfera, che finora non era stata ben definibile, si fa lugubre e catacombale, come se fosse la colonna sonora per una visita notturna a qualche castello dimenticato. A 3:27 torna la voce e inizia una specie di crescendo dato dalle stridenti note della chitarra che aumentano in tonalità per condurre al ritorno del main riff della traccia a 4:09. Il brano torna a seguire lo schema iniziale, alternando il riff principale dissonante e malvagio alle sezioni più cadenzate e coincidenti con le strofe. L'alternanza continua imperterrita fino a 5:57 dove, quasi inaspettatamente, inizierà un delicato riff melodico e circolare che porterà le prime visioni di dolore all'interno del brano. Ciò si evolverà poi in una specie di mini solo, molto bello e sempre caratterizzato dalla presenza della melodia, che si ripeterà due volte e porterà alla fine della traccia, accompagnato dalla sezione ritmica. Atipica e quasi straniante, "Nekrolog" è un caso isolato nella produzione dei Nyktalgia. La canzone presenta diversi aspetti positivi come il finale e il gelido riffing posto nella sezione centrale ma non riesce a creare atmosfera in maniera ottimale, portando ad un'inevitabile riduzione della portata emotiva del brano. Il testo, utilizzando una terminologia piuttosto ricercata, sembra essere una lenta elegia per il vuoto della propria vita e la conseguente fine della propria esistenza, che appare come l'unica soluzione alla sofferenza: "Ghostly vortex of my obliteration and the prodigy of self-dissipation" (Vortice spettrale della mia obliterazione e il prodigio della mia auto dissipazione). Le tenebre ci avvolgono nella nostra condizione e penetrano nella nostra vita portandosi dietro le peggiori sensazioni che si possano nascondere nel buio: "Darkness poured forth upon my universe in one unceasing radiation of gloom" (Le tenebre si riversarono sul mio universo in una incessante radiazione di tristezza). Il nostro istinto di sopravvivenza, la nostra volontà di vivere possono momentaneamente ribellarsi ma presto sono destinate a cedere il campo, mentre il dolore da noi provato diventa l'unico elemento per cui ricordare la nostra esistenza stanca e sofferta: "Convulsive spasm of the soul, chronic perpetual distress. The epitome of my Inferno, dwelling dormant and will-less" (Spasmo convulsivo dell'anima, una malattia cronica e perpetua. L'epitome del mio Inferno, dimorando dormiente e senza volontà). Un singolo momento di dolore, infatti, sembra senza fine una volta che ci si finisce dentro e, travagliati dalla continua sofferenza, la capacità di reagire ci abbandona sempre più: "A grievous day lasts a hundred years. Downhearted spirit - perish in azure tears" (Un giorno doloroso dura cento anni. Spirito scoraggiato - perire in lacrime azzurre). La speranza è svanita da tempo come anche la capacità di resistere. Tutto quello che rimane è trascinarsi nell'esistenza, che ora appare interminabile e priva di qualunque futuro, ma ricca solo di un continuo dolore: "When all hope is bleeding out of my soul, deprived of confidence and belief. My life's a ruin in which my future dies. A forlorn maze of sorrow and grief..." (Quando la speranza sanguina fuori dalla mia anima, privato di fiducia e convinzioni. La mia vita è una rovina dove il mio futuro muore. Un disperato labirinto di sofferenza e dolore?). 


Peisithanatos

La title track inizia subito con il veloce riff principale in tremolo-picking, accompagnato dal blast beat, tornando molto vicini alle caratteristiche del primo lavoro della band. La chitarra produce una sequenza di note pregne della classica malinconia che solo il black metal è capace di trasmettere e l'atmosfera si riempie immediatamente di sofferenza esistenziale. A 0:25 vi sarà un cambiamento del riffing, che si farà più basso in tonalità, ma sempre accompagnato da un furente blast beat. A 0:50 tornerà di nuovo il riff principale mentre una nuova sezione più ragionata si farà sentire, nuovamente, a 1:14. I Nyktalgia utilizzano pesantemente la tendenza depressive black metal alla ripetizione di determinate sezioni della traccia ma, come avveniva già nell'omonimo esordio, la capacità compositiva dei tedeschi, di solito, consente di non annoiare e così avviene anche questa volta. La prima variazione avviene a 1:40 dove un giro di chitarra molto più lento e ragionato, accompagnato dalla batteria ora più cadenzata, segnerà anche l'ingresso delle vocals. Skjeld realizza in questa traccia una nuova, eccellente, performance vocale, con il suo screaming acuto e disperato che sembra cucito perfettamente sopra la musica. A 2:07 un nuovo riff di chitarra ricco di note, veloce ma molto melodico si staglierà sopra le vocals, sottolineando le nuove soluzioni che la band ha introdotto nell'album, pur mantenendo l'ossatura classica della loro canzone. A 2:35 tornerà il riff principale della traccia che si alternerà a quello più basso già sentito in precedenza, ripetendo lo schema già osservato all'inizio del brano. Le urla di Skjeld a 4:15 segneranno l'inizio di un nuovo rallentamento seguito dalla nuova strofa, per un momento emozionalmente molto coinvolgente e classicamente depressive black. Una nuova sezione con il riffing melodico a 4:43 ci condurrà ad uno scream disperato a 5:10 a cui seguirà qualche secondo dove l'unico suono sarà il riverbero della chitarra. Quasi immediatamente si presenterà un nuovo arpeggio lento, malinconico e quasi isolato vista la poca presenza della sezione ritmica. Quest'ultima tornerà, lenta e precisa, a 5:38, con anche una nuova strofa. Le note della chitarra seguono un climax struggente salendo e scendendo di tonalità in maniera semplice ma efficace, mentre le vocals raggiungono il loro apice nel brano con alcuni momenti oggettivamente impressionanti per il loro coinvolgimento. Anche basso e batteria, pur sempre relegati a ruolo di accompagnamento, riescono in questa fase a risaltare ottimamente, sferzando l'atmosfera che si fa sempre più carica di dolore. Questa sezione sofferta e depressiva si protrarrà per tre minuti, utilizzando continuamente le stesse melodie, capaci però di coinvolgere emotivamente l'ascoltatore. A 8:22 si sentiranno anche colpi più potenti sulla batteria che aumenteranno la sensazione di disperazione del momento mentre gli scream non daranno tregua. A 8:41 ci lasceremo alle spalle questa sofferta sezione, con la fine della strofa e l'introduzione di un nuovo riff di chitarra malinconico e dissonante ma ricco di tristezza su cui si ergerà anche un assolo melodioso a 9:22. Se nella prima traccia la melodia poteva esser sembrata fuori luogo in alcuni punti, in questo frangente è semplicemente perfetta richiamando sensazioni ora dolorose ora più vicine ad una soffusa nostalgia. A 10:05 l'assolo finirà e saremo di nuovo accompagnati dall'arpeggio decadente introdotto pochi minuti prima, mentre a 10:44 riprenderà il riff principale del brano a cui si alternerà anche il suo contrasto più greve e lento, seguendo la formula già vista nei primi minuti del brano. A differenza dell'inizio della traccia, però, non vi sarà il blast beat ma un ritmo preciso e regolare e le vocals torneranno sopra il main riff piuttosto che nella sua controparte. L'assenza del blast beat ad accompagnare il riff principale darà la sensazione di essere vicini alla fine, sia della canzone che di un'ipotetica sofferenza esistenziale e, infatti, farà da perfetto finale per il brano. Il testo ci racconta, inizialmente, le idee e le convinzioni di Egesia di Cirene per poi adottarne i principi nella descrizione di un'ingestibile sofferenza personale. Egesia, consapevole della fallacia esistenziale dell'uomo, ha cercato di renderci consapevoli del nostro amaro destino, cercando di esorcizzare dall'essere umano la speranza e l'illusione che ci hanno sempre ingannato, facendoci ritenere di possedere un controllo sulla nostra vita e sulla nostra volontà: "Taught bitter lessons of the inevitable end. Exorcism of all hope and illusion. The absence of will and the voluntary self-abandonment." (Ha insegnato amare lezioni sulla fine inevitabile. Esorcismo di ogni speranza e illusione. L'assenza di una volontà e il volontario abbandono di noi stessi). La nozione fondamentale di tutto il suo pensiero era la necessità di abbandonare la vita, rifiutandosi di esistere in un universo perennemente nelle mani del caso: "The sole experience of his fantasy, demands your escape from this disruptive absurdity" (La sola esperienza della sua fantasia, ti richiede la fuga da questa distruttiva assurdità). L'esistenza è dolore e fallimento ed essa non appare come un dono ma, piuttosto, come un'assurda condanna senza senso che siamo costretti a sopportare: "A shattered existence - nothing more to give. Forced to dwell in this non-essential purgatory" (Un'esistenza frantumata - non ho più nulla da dare. Costretto a vivere in questo purgatorio non essenziale). L'unica soluzione è rappresentata dalla morte che, sebbene inizialmente possa spaventare e atterrire, resta la sola alternativa ad una vita di inutili sofferenze: "Experience the liberating resignation. A veil of horror, fear, and darkening of the soul. The ultimate fall into oblivion and isolation. Death mercifully extinguishes my life so foul" (Sperimenta la liberatoria rassegnazione. Un velo di orrore, paura e oscurità dell'anima. L'ultima caduta nell'oblio e nell'isolamento. La morte, pietosamente, estingue la mia vita così sbagliata). Il testo si conclude con una citazione di "Narciso e Boccadoro" di Hermann Hesse che identifica la morte come la fine di ogni cosa, spogliandola della religiosa speranza di essere solo una meta di passaggio verso una nuova vita: "There is no beyond. The dried-up tree is dead forever. The frozen bird does not come back to life. Nor does a man after he has died." (Non c'è nessun aldilà. L'albero prosciugato è morto per sempre. L'uccello congelato non torna in vita. Né così fa un uomo dopo essere morto).

Pavor Nocturnus

"Pavor Nocturnus" (Terrore notturno) è l'ultima traccia del lotto e ci accoglie subito con un lento riff di chitarra dai toni fortemente depressivi. Si rendono evidenti le ispirazioni del Burzum di "Filosofem" ma anche dei primi lavori degli Shining, mentre una linea di basso bella e riconoscibile contribuisce a dettare subito l'atmosfera, scandita anche da una batteria regolare e che aumenta di velocità solo in alcuni, ripetitivi, punti, sottolineando il tono emotivamente devastato della composizione. A 0:54 inizia la prima strofa, sempre caratterizzata dallo screaming acuto e disperato di Skjeld che anche in questo brano realizza un'altra eccezionale performance vocale. La traccia procede con alcuni riff di chitarra che rallentano ulteriormente la velocità mantenendo sempre ben udibile il basso. A 2:16 inizia un nuovo riff, dalle tonalità più elevate ma sempre lento e ricco di miseria esistenziale, mentre le vocals continuano a farsi sentire quasi senza sosta. I toni torneranno lenti e rarefatti a 3:10 con il basso ancora in forte evidenza e le vocals che concederanno qualche secondo di tregua verso il minuto 3:40. Il loro ritorno, a 4:07, porterà ad una nuova proposizione del main riff della traccia, glaciale nella sua disarmante bellezza e molto evocativo. L'alternanza fra i due riff già sentiti ad inizio traccia proseguirà fino a 4:57 dove alcune note distorte si prenderanno la scena, per condurre ad un nuovo intermezzo carico di dolore a 5:24, dove la disperazione emergerà senza speranza dalla prova di uno Skjeld davvero superlativo, capace di rendere la sua voce la vera protagonista di questo brano. A 6:18 si tornerà su ritmi più lenti e ripetitivi con saltuarie note di chitarra distorte a impreziosire l'andamento sofferto e ripetitivo. A 7:14 su questa nuova sezione si staglieranno, nuovamente, le vocals, mai così presenti su una traccia del gruppo tedesco. A 8:06 un improvviso rallentamento segna l'inizio di un nuovo riff di chitarra che prosegue solo per alcuni secondi prima del ritorno degli altri strumenti e della onnipresente voce. L'atmosfera resta sofferente e depressiva ma si percepisce anche un certo senso di inquietudine, ben giustificabile dal titolo del brano. Tale nuova sezione caratterizzata da questo malinconico ma lugubre riff ci guiderà, accompagnata da un basso nuovamente ben udibile e dall'ultima strofa, fino a 10:02 dove inizierà l'outro del brano, di circa due minuti. Si sentiranno i suoni di un mare scosso dalla tempesta con il forte rumore del vento e qualche nota lontana che sembra venire dagli abissi del tempo. Con questo nuova progressione dai toni quasi dark ambient si chiuderà un'altra delle tracce migliori dell'album, lasciandoci tristi e irrequieti come se ci fossimo appena svegliati nel cuore della notte dopo un tremendo incubo. Il testo del brano pare evocare un po' questa sensazione con la differenza che l'invito al sonno assume un valore di riposo eterno, chiudendo gli occhi un'ultima volta per dimenticare tutte le sofferenze della propria esistenza. Ci viene resa l'immagine di un essere triste e devastato, solo in una stanza buia con l'unica compagnia data dalla propria depressione: "This nameless, tedious agony I feel. A depressing darkness tragedy. The walls stare empty and cold" (Questa agonia tediosa e senza nome che sento. Una tragedia oscura e depressa. Le mura restano fredde e vuote). Il dolore rende ormai impossibile il sonno e rallenta il tempo, facendo sembrare ore i nostri vuoti minuti colmi di sofferenza, in cui malediciamo tutto ciò che siamo: "Whispering Curses - Insomnias face. Pain decelerates time" (Maledizioni sussurrate - Viso da insonnia. Il dolore decelera il tempo). La vita è diventata un incubo, una costante attesa di un qualcosa che non arriverà mai, mentre la sola cosa che ci rimane è la contemplazione dell'odio che nutriamo verso la vita e verso noi stessi: "A nightmare of brooding and apprehension. The shroud of self-contemplation" (Un incubo di ripensamenti e apprensione. Il sudario dell'auto-contemplazione). La nostra vita miserabile ci ha cancellato dal tempo, abbiamo vissuto inutilmente e senza uno scopo e malediciamo la nostra esistenza per tutto il dolore che ci ha dato, mentre decidiamo, finalmente, di compiere l'ultimo passo e scivolare nel sonno eterno: "Profound anxiety, miserable me. Forlorn in time and burning alive. Shrill at your life for cursing thee. At last in dark oblivion you dive" (Ansia profonda, sono miserabile. Abbandonato dal tempo, brucio vivo. Urli alla tua vita per averti maledetto. Alla fine, ti immergi nel cupo oblio). Le nostre stanche membra accolgono la fine di ogni cosa, mentre ci apprestiamo a raggiungere il regno della morte, dove niente di tutto ciò che ci ha condannato in vita può tornare a perseguitarci: "Upon the weary eyes and wasted brain. And all sad scenes and thoughts and feelings vanish. In that sweet sleep no power can ever banish. That one best sleep which never wakes again." (Sugli occhi stanchi e il cervello devastato. E tutte le scene tristi e i pensieri e le emozioni svaniscono. In quel dolce sonno nessun potere potrà mai bandirmi. Colui che dorme meglio non si sveglia mai più). Un altro bellissimo testo ricco di dolore e sofferenza che chiude degnamente il secondo e ultimo lavoro dei Nyktalgia. 

Conclusioni

Pur restando sempre ben ancorato ai canoni del depressive suicidal black metal, "Peisithanatos" ci restituisce un'immagine differente del suono dei Nyktalgia. Un'inevitabile maturazione che ha portato la band a compiere qualche decisivo passo in avanti, non rinnegando il passato ma nemmeno distaccandosi totalmente da ciò che fu. Le caratteristiche principali rimangono invariate, tuttavia arrichite da qualche miglioria sapientemente incastonata nell'architettura generale, resa più solida e ricercata, sotto molti aspetti. La melodia è molto più presente rispetto al debutto e ciò permette anche un maggior arricchimento dal punto di vista compositivo, sebbene la classica forma - canzone del DSBM non risulti alterata. I ritmi si sono fatti più lenti ed evocativi, spogliando un po' il suono della band tedesca della velocità molto black metal old school che si era fatta ben apprezzare in diversi punti del precedente lavoro. La scelta risulta senza dubbio apprezzabile, vista nell'ottica di voler suonare diversi ma comunque riconoscibili e si può dire, senza dubbio, che l'intento sia riuscito, almeno in parte. I primi due brani appaiono come quelli più deboli, con una "Nekrolog" che sembra quasi essere frutto di un'altra band e che non riesce a trasmettere l'inquietudine per cui sembra essere stata scritta, mentre "Nyktalgia" soffre forse un po' troppo della nuova deriva melodica della band che a volte sembra quasi inserita a forza, in contesti dove non fosse necessaria. La title-track e "Pavor Nocturnus" risollevano prepotentemente la situazione, consegnandoci due autentiche gemme di sofferenza nera, caratterizzate da un'oculata gestione del riffing, ripetitivo ma mai tedioso, e da una performance vocale davvero meritevole di attenzione. Le vocals di Skjeld, comunque già superlative nel primo lavoro, sono forse l'unico elemento capace di superarsi ancora e di toccare l'apice, soprattutto nell'ultimo brano. Il cambio di stile, per quanto non epocale, ha comunque modificato anche la sfera emotiva che la band tedesca è capace di raggiungere con la propria musica. Se nell'omonimo primo album la maggiore influenza da parte del black metal norvegese più classico conferiva un aspetto molto malinconico e ricco anche di una certa dose di oscura epicità, in questo secondo lavoro i canoni emozionali si spostano più verso i classici territori del depressive black metal, evocando quasi sempre una profonda tristezza e un senso di completo fallimento esistenziale. Seppur simili, le due proposte presentano delle differenze: quindi, il preferire l'uno o l'altro dipende essenzialmente dall'ascoltatore. Soggettività allo stato puro, una discografia che porge il fianco ad un'interpretazione personale, assecondando le varie tendenze di un qualsivoglia fruitore. Per gli amanti delle composizioni più minimali, il primo album rimarrà sicuramente il lavoro migliore; per i fan più orientati verso atmosfere un poco più complesse, ecco che "Peisithanatos" giunge ad appagare ogni desiderio. In generale, si può comunque affermare che un qualsivoglia amante del DSBM troverà in questo "Peisithanatos" un sicuro capolavoro musicale ed emotivo, al pari di chi sia più abituato a masticare sonorità si malinconiche e depressive ma mai esagerate o ridondanti nella loro rappresentazione. Personalmente, ritengo di appartenere più alla seconda categoria, coloro i quali preferiscono lavori più articolati... ma ciò non toglie che, oggettivamente, "Peisithanatos" sia un oscuro gioiello di dolore e miseria e che almeno un ascolto lo valga per chiunque sia appassionato di queste sonorità o delle emozioni che quest'ultime siano capaci di trasmettere. 

1) Nyktalgia
2) Neckrolog
3) Peisithanatos
4) Pavor Nocturnus
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