NOVEMBRE

Ursa

2016 - Peaceville Records

A CURA DI
PAOLO FERRARI CARRUBBA
10/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Quell'alone gotico che permea la fusione tra death metal e progressive sin dagli albori affascina una grossa fetta di ascoltatori, sia per le atmosfere prettamente cupe, sia per la concreta possibilità per gli artisti di sperimentare in connubi vasti, barocchi, con atmosfere non solo mortifere, ma anche oniriche e fiabesche. Nella scena internazionale è impossibile non riconoscere il valore assoluto di alcuni grandi nomi, precursori come i britannici Paradise Lost o gli svedesi Tiamat, realtà che a loro volta hanno ispirato gli altri svedesi Opeth e Katatonia. Dunque la scena europea sin da inizio anni 90 ha potuto vantare realtà di altissimo livello in quell'ampio ambito che abbraccia gothic, doom e progressive death metal; anche l'Italia ha saputo conquistare il proprio ruolo sulla scena grazie ai catanesi Novembre, creatura multiforme nata dalle menti dei fratelli Carmelo Orlando e Giuseppe Orlando nel 1990, proprio in contemporanea alle realtà sopra citate. I nostri nell'arco della loro carriera hanno sempre sperimentato, intraprendendo una continua crescita ed evoluzione, a tal punto da influenzare a loro volta tutta la scena europea: i migliori album dei Novembre sono debitori dei Tiamat di "Clouds" (1992, "Century Media") e "Wildhoney" (1994, "Century Media") e dei Paradise Lost di "Gothic" (1991, "Peaceville..") e "Draconian Times" (1995, "Music For Nations"), così come i Katatonia di "The Great Cold Distance" (2006 "Peaceville..") e gli Opeth di "Damnation" (2003, "Music For Nations") e "Ghost Reveries" (2004, "Roadrunner Records") sono debitori della loro vena più progressive ed intimista. A riprova del ruolo fondamentale nella scena europea, citiamo la solida collaborazione artistica instaurata sin dagli esordi con lo svedese Dan Swano, musicista e produttore di fama internazionale, autore di produzioni significative di importanti classici del genere come "Brave Murder Day" dei Katatonia (1996, "Avantgarde Music") e "Morningrise" degli Opeth (1996, "Candlelight Records"): Swano, noto anche per esser la mente principale degli Edge Of Sanity, autori di capolavori come "Crimson" (1996, "Black Mark") e "Purgatory Afterglow" (1994, "Black Mark"), ha prodotto infatti tutti i maggiori successi dei nostri. Proprio in tema di atmosfere, le due menti principali del combo sono state in grado di tradurre al meglio le varie influenze, rinnovandosi costantemente, sfornando lavori sempre ispirati e di alto livello; ormai è impossibile non annoverare "Arte Novecento" (1996, "Polyphemus Records"), "Classica" (2000, "Century Media"), "Novembrine Waltz" (2001, "Century Media") e "Materia" (2006, "Peaceville..") tra i grandi classici della corrente gotica/progressive europea. L'ultima tappa evolutiva dei catanesi fino a poco tempo fa risaliva al 2007, ed era rappresentata dal full length "The Blue", lavoro indubbiamente ottimo ma anche controverso in quanto leggermente meno ispirato del precedente, distante da quei picchi di perfezione raggiunti nello strepitoso capolavoro Materia. In seguito alla pubblicazione di "The Blue" il gruppo si prese una lunga pausa. Indiscrezioni ipotizzano divergenze artistiche tra i fratelli Orlando, un lungo e sabbatico periodo di riflessione in cui la creatura Novembre rimase in letargo. Durante questi 12 anni di silenzio stampa, molte cose sono cambiate in casa Novembre, il frontman Carmelo a più battute ha definito la pausa come un periodo di crescita artistica e personale. Anche il chitarrista e collaboratore di lunga data Massimiliano Pagliuso ha svelato di aver sfruttato quest'interruzione delle attività di gruppo per accrescere la propria abilità e conoscenza dello strumento, mentre Giuseppe Orlando è rimasto irreperibile, probabilmente a causa della propria militanza in altri progetti, tra cui citiamo i The Foreshadowing, con i quali il batterista ha registrato il maestoso "Seven Heads Ten Horns" (2016 "Cyclone Empire"), e i deathsters Airlines of Terror, autori del discreto "Terror From The Air" (2015, "Goressimo Records"). Arriviamo così all'anno scorso: negli ultimi mesi del 2015 finalmente i Novembre ruppero il loro letargico silenzio, annunciando l'album che sarebbe uscito il primo Aprile dell'anno successivo. Carmelo Orlando per l'occasione ha assoldato Fabio Fraschini al basso e David Folchitto alla batteria, richiamando alla chitarra l'amico di vecchia data Massimiliano Pagliuso, con la volontà di mettere insieme l'enorme mole di materiale composto durante il periodo di inattività; il cantante ha infatti affermato di non aver mai smesso di comporre, nell'ottica di tradurre la propria crescita personale in un percorso artistico inedito. Proprio questa crescita ha portato Carmelo ad approfondire con interesse viscerale tematiche animaliste e politiche, tematiche sulle quali verteranno i testi di "URSA", argomenti pragmatici e concreti, ma anche liriche caratterizzate da quell'alone criptico che da sempre contraddistingue il songwriting ermetico ed intimista del cantante e chitarrista della band.  A partire dal titolo gli intenti lirici sono limpidi, "URSA" è infatti l'acronimo di "Union Des Republiques Socialistes Animales", ovvero il titolo originale del romanzo capolavoro di Orwell "La Fattoria Degli Animali"; titolo che venne scartato dall'autore per paura di ripercussioni politiche a causa della forte retorica satirica su cui si basa l'opera. "Gli animali da fuori guardavano il maiale e poi l'uomo, poi l'uomo e ancora il maiale: ma era ormai impossibile dire chi era l'uno e chi l'altro". Sono immediatamente chiare la tematiche animaliste e politiche attorno cui ruota il disco in questione, tuttavia il singer ha specificato che "URSA" non è considerabile un concept album proprio per via dell'alone criptico che permea le lyrics, volto a concedere all'ascoltatore molteplici chiavi di lettura ed interpretazione. "URSA" stilisticamente rappresenta l'inizio di un percorso nuovo, ma anche una ripresa di atmosfere care a vecchi capolavori come "Materia" e "Classica", la chiave compositiva in generale si attesta tu toni intimi e riflessivi, ma troviamo spazio anche per soluzioni dalla maggiore immediatezza e groove più diretti. Analizziamo ora l'opera traccia per traccia.

Australis

"Australis" apre il disco con il cullante suono delle onde del mare, sentore mediterraneo destinato a ripetersi nel corso del lavoro, dunque un canto di cicale, e poi un arpeggio disteso scandito nuovamente dalle onde, Carmelo intona cori lontani e melodici, quindi il pezzo parte con un pattern di batteria volto a scandire il riff melodico accennato negli accordi iniziali. L'impronta melodica è facilmente riconoscibile, il trademark Novembre è chiaro fin da subito, sulla struttura del midtempo il singer propone le sue classiche vocals dai toni sommessi, le strofe ci cullano, è la tipica litania sognante a cui il catanese ci ha abituati sin dagli albori della band, l'attesa è stata premiata, stiamo proprio ascoltando i Novembre, e la sensazione è magnifica, come sempre. Il tema marittimo del campionamento iniziale è rispecchiato dal testo malinconico e onirico: "Taste of salt is in my hair [?] Lights of nightmares finally fade",  "Australis" è la quiete dopo la tempesta, la fine di un incubo, il ritrovato equilibrio di un marinaio spossato da un massiccio rovescio in mare aperto: "Sailor's wound bleeding out past winters, I feel water crystalize in my winter" La luce del sole ristora e consola, l'aurora è un nuovo inizio, l'allegoria di un ritorno alla serenità, una nuova vita. I suoni limpidi e pacati esprimono purezza, eppure anche energia e vitalità, a metà del brano i toni si fanno sostenuti e c'è spazio per una sezione con harsh vocals, seguita dallo squisito assolo di Pagliuso. Proprio soluzioni di questo tipo fanno cenno ai groove diretti citati in precedenza. Nel finale del brano il marinaio contempla la natura, montagne di arte circondano il protagonista, siamo in una dimensione di pace e tranquillità, un sublime idillio in cui è possibile scorgere nuove prospettive, terre incognite, la piacevolezza del rischio di farci trasportare dal vento sulle ali del sogno. Il primo, spettacolare pezzo di URSA è un ottimo biglietto da visita: Australis si chiude con il suono delle onde, archi distanti e note di piano forte, magia. 

The Rose

"The Rose" si apre con dei sussurri soavi, e poi l'incedere di un riff che oserei definire prezioso, la maturità compositiva raggiunta dai nostri è disarmante, il brano è costruito attorno a intrecci semplici eppure ottimamente concatenati nell'alternanza di melodia ed impeto. Le strofe come i riff, alternano vocals aggressive e lunghi cori in clean, sull'apertura melodica più ampia del singer, Pagliuso si prodiga in un assolo finissimo, poi riprende l'incedere delle strofe e Orlando ci offre un altro assolo, questo, arricchito dai luminosi fraseggi di basso di Fabio Fraschini. Dopo le sezioni soliste il brano si chiude con un'ultima, sognante strofa accompagnata dallo scorrere di un ruscello. Il testo in questo caso ricalca la tematica animalista, il rovo spinoso che cresce senza rose è l'allegoria della prepotenza dell'uomo che non rispetta la natura e la calpesta. L'animale è visto dall'uomo come figlio di un dio minore, una creatura inferiore e indegna, il cui habitat è degno solo per la costruzione di chiese fatte di rumore: "Became a symbol of violence In primordial noises Churches of noises"; i moderni centri urbani, edificati tramite la distruzione di foreste e lande un tempo incontaminate. L'uomo esce dalla propria dimensione pura e primitive rompendo il patto con la natura, la canzone è un'aspra critica alla modernità e ai mali portati dall'eccesso di urbanizzazione. "I set our forest afire Broke the old promise Tore all the roses",  l'atmosfera rimane sognante ma anche tremendamente malinconica, The Rose è un pezzo dalle liriche profonde ma facilmente parafrasabili, un brano da promuovere su tutta la linea.

Umana

L'opera continua con una delle canzoni più deboli del platter: "Umana" risulta infatti una composizione assolutamente godibile, che tuttavia spicca decisamente meno rispetto alle altre. Il brano in questione è scorrevole e melodico, basato quasi interamente su riff distesi ed intrecci melodici, solamente nella seconda parte ci sarà un accelerazione con harsh vocals, il vero picco di emotività della canzone, alternato da campionamenti tratti da un discorso del filosofo apolide Jiddu Krishnamurt, e chiuso con delle tastiere atmosferiche e distese. Il testo è criptico, si intuisce la ripresa della tematica animalista, ma in questo caso i toni lirici sono più eterei ed astratti, dal discorso di Krishnamurt si denota l'ulteriore critica alle abitudini violente dell'uomo, tema rimarcato nella strofa "I've tried to confide in someone Find shelter from decay [?] But I'm not afraid And I'm not humane". Il testo mette in risalto un sentimento di totale sfiducia nei confronti del rapporto tra l'uomo e gli altri animali. Un brano discreto che meritava di esser sviluppato meglio.

Easter

Fortunatamente torniamo a ottimi livelli con la successiva "Easter", canzone più breve del platter e composizione memore dei fasti qualitativi del capolavoro "Novembrine Waltz". In questo caso il riff portante è un groove diretto, supportato da un drumming estremamente vario, caratterizzato da fraseggi progressive e soluzioni dispari e sincopate. Il brano scorre velocemente, il riff cavalcante in alcune sezioni è scandito da squisite note di pianoforte, sorrette da lunghe note di tastiera che creano un incedere ancora una volta onirico e colmo di atmosfera, sublimato da un refrain melodico e semplice da ricordare. "In a slow demise In a low streaming of scent In a touch of GloriaI see your face". Verso il finale troviamo una variazione sul tema principale, un riff a spirale, forte di un sentore mediterraneo e folkloristico, accompagnato dalla chiusura col pianoforte. Il testo in questo caso è difficile da interpretare, si intuisce un richiamo al metamorfismo panico nell'ottica in cui l'uomo trova conforto nella natura; tuttavia le strofe risultano dal contenuto sia aulico che criptico, ricorre il classico ermetismo della penna di Carmelo Orlando.

URSA

Il prossimo brano preso in analisi corrisponde alla title track; "URSA" si attesta su livelli d'eccellenza compositiva per tutta la durata, il pezzo parte con riff concisi e diretti, supportati da harsh vocals acide di matrice quasi black metal, dopo il primo minuto e mezzo i toni si fanno più distesi e le strofe diventano melodiche, i fraseggi rimandano alla matrice più melodica del death metal svedese, alcuni riff rimarcano chiaramente lo stile dei Dark Tranquillity, tuttavia i Novembre continuano a esprimere la loro enorme personalità senza mai scadere in un citazionismo fine a se stesso. La composizione continua scorrevole e dinamica, il picco emotivo è raggiunto nella seconda metà, sezione in cui Orlando declama a gran voce la prigionia degli animali, costretti in una cattività paragonata dal cantante alle condizioni distopiche dei regimi autoritari degli uomini. Creature in balia dell'uomo, totalmente prive di diritti; l'uomo manipola a proprio piacimento animali indifesi e innocenti per conseguire scopi personali, soffocandone atrocemente l'istinto e la natura profonda: "All these years of snow and sleep perennial. Mirrors of a sin aeternitas In a rainy Reich, mirrors of my losing of your hand" La climax emotiva è struggente, l'atmosfera è densa e commovente; i Novembre nella title track si dimostrano ancora una volta dei veri maestri delle emozioni.

Oceans Of Afternoons

Superata la prima metà dell'opera, troviamo "Oceans Of Afternoons", l'ultimo dei pezzi dei lotto caratterizzati da un'impostazione diretta; i restanti brani saranno infatti concepiti come delle suite elaborate in cui prevarrà l'elemento progressive. La canzone si apre con un fraseggio lento e disteso, il downtempo è scandito dal 4/4 della batteria, con un'impostazione che ricorda i Tiamat dello splendido A Deeper "Kind Of Slumber" (1997, "Century Media"). Le strofe candide presentano il duetto di Carmelo Orlando e della guest vocalist Tatiana Ronchetti, autrice di una performance limpida e sentita. Il pezzo si evolve in un midtempo, una sorta di power ballad gotica dal grande impatto emotivo, probabilmente un classico istantaneo, perfetto per la riproposizione in sede live. La struttura del midtempo diventa lineare e si chiude con un ricercato assolo di sax eseguito da Paolo Sapia, musicista intercettato da Carmelo Orlando, colpito dalla collaborazione con i liguri Plateau Sigma nell'album "The True Shape Of Eskathos" (2014, "Beyond Productions / Masterpiece". Come suggerisce il titolo aulico, siamo di fronte a un'altra canzone dai toni mediterranei, tant'è che a metà del brano sono riproposti campionamenti di onde e gabbiani. Il cielo immenso, il panorama ciano, l'incertezza dell'essere, sensazioni cinematografiche si sposano in una struggente sinestesia poetica che ammalia i sensi, li confonde e crea una fascinazione incredibile. Altissimi momenti di evasione dalla realtà, il sogno prevale, è un trionfo di emozioni. A questo punto entriamo nella parte dell'album prediletta da chi scrive, l'opera è infatti chiusa dai quattro brani migliori in assoluto, sezione favorita dello stesso Carmelo. 

Annoluce

"Annoluce" è un brano malinconico e multiforme, capace di trasmettere sensazioni disparate in un incedere ipnotico, dalle tinte prog, eppure tremendamente catchy. Le melodie hanno la meglio in questa composizione, dalla quale è stato tratto persino un video-clip promozionale, scelta inusuale per il combo. Nel riff d'apertura torna il richiamo ai Tiamat più melodici, ma questa volta il registro ritmico si attesta nell'alternanza di uptempo e midtempo; il fraseggio nella sua veste prog risulta immediato, le strofe sono irresistibili, in generale in Annoluce abbiamo a che fare con quella che probabilmente è la migliore performance vocale di tutto "URSA". Nell'incedere troviamo spazio anche per un riff dalle tinte epiche, attimi di contemplazione che ci guidano verso un refrain splendido, seguito da una sezione solista da incorniciare, affidata in questo caso al guest Anders Nystrom, chitarrista degli amici Katatonia. Il registro del vocalist ora diventa tragico, il picco emotivo è raggiunto nella ripresa del riff epico del ritornello, una conclusione da paura, affidata in ultima battuta a delle distese tastiere atmosferiche che andranno a introdurre il prossimo brano. "I saw the files that they have on me, I saw the chambers of new bright opinions they sewn in your flash", questa volta il testo è di carattere politico, il protagonista delle liriche è un prigioniero politico che riflette sulla propria prigionia, tornano i riferimenti alla retorica Orwelliana, il testo si sposa magnificamente con la performance sentita del singer, un altro pezzo da incorniciare.

Annoluce

Le tastiere conclusive di "Annoluce" si dissolvono e fanno spazio all'arpeggio d'apertura della mastodontica suite semi-strumentale "Agathae", il brano più lungo dell'opera è in realtà una composizione che risale agli esordi della band, una chicca tenuta da parte da Orlando, in attesa del momento adatto alla pubblicazione. Lo scorrere ipnotico di Agathae gronda di sonorità folkloristiche siciliane,  il riff portante si ripete per la prima metà del pezzo, ma le sapienti e leggere variazioni creano una tensione continua, non si riscontrano cali d'attenzione. Dopo una sezione più ritmata, scandita da gravi cori di sottofondo, l'incedere diventa prima sincopato, poi caotico grazie alla doppia cassa di Folchitto, il quale si prodiga in un martellante 2/4. Sul tappeto di doppia cassa viene ripreso il riff portante folkeggiante, poi Orlando intona un lamento in harsh vocals. Il caos si placa per un attimo e il vocalist sussurra liriche incomprensibili, poi delle risate maligne, un crescendo ancora sincopato, uno stacco netto e subito dopo un assolo fulmineo dalle tinte prog che ricorda lo stile chitarristico contorto di Mikael Akerfeldt. Ora le atmosfere tornano distese e il brano si chiude con riff ariosi e affusolati. Probabilmente il brano più sperimentale mai scritto dai Novembre.

Bremen

Giungiamo a questo punto a un altro picco compositivo di "URSA", "Bremen" è un brano articolato, una composizione di non immediata assimilazione, ma che una volta interiorizzata si rivela una delle canzoni più belle mai composte dalla band. Un riff sognante apre il brano in downtempo, in concomitanza di cori distanti, poi il ritmo si fa sostenuto con un riffing di matrice melodic death scandito dal severi colpi di cassa. Orlando sforna una prima strofa in harsh vocals, e come da consuetudine l'impeto è interrotto da strofe melodiche e distese, questa volta gli stacchi sono fortemente progressive e avvertiamo raffinati echi Opethiani. A metà canzone c'è una ripresa del riff portante d'apertura con un'altra sezione concitata in scream, ora il refrain melodico e un disteso assolo di chitarra eseguito dal singer. L'atmosfera si distende ulteriormente e il sound denso viene arricchito da cori più vorticosi che volteggianti. Proprio questi cori dalla natura impetuosa vengono scanditi da un tappeto di doppia cassa, e poi a un tratto il pezzo finisce repentinamente, in modo del tutto inaspettato, una soluzione pregna di nichilismo compositivo ulteriormente riconducibile agli Opeth più ispirati. "Ein, zwai, the leaders order the men to gloriously die. Ein, zwai, the victims fall to the mincer of amnesia One by one, the victims leaving a helmet of nostalgia" in questo caso il testo risulta veramente indecifrabile, indubbiamente affascinante da leggere e rileggere, tuttavia non si comprende la vera natura delle liriche, non è chiaro se esse ricalchino la tematica politica o quella animalista; in ogni caso anche in "Bremen" la performance vocale è di assoluto livello, un altro brano che vale l'acquisto di "URSA" a occhi chiusi.

Fin

La chiusura dell'opera è affidata alla mistica "Fin", la canzone si apre con il cantato di Carmelo scandito da un arpeggio leggero, dopo il primo minuto abbiamo la prima strofa in scream sorretta da un riffing severo ma atmosferico, è grandiosa la capacità dei Novembre di saper continuamente spaziare da impeto a melodia senza mai risultar banali. Dopo una sezione melodica il gruppo sperimenta con toni ariosi, harsh vocals e clean si intrecciano; ora Carmelo si cimenta in tonalità profonde e inedite. Uno stacco di basso e batteria introduce una nuova strofa distesa, l'atmosfera si fa sempre più densa ed emotiva in una climax ascendente interminabile. Raggiunto l'apice il suono sprofonda in note di tastiera angelica, e poi l'ultimo sforzo, il gran finale in cui il gruppo ci regala un ulteriore, inaspettato crescendo maestoso ed arioso dalle tinte melodic death. Il suono si allontana, e infine si dissolve. "Fin" è davvero l'apoteosi, il gran finale di URSA, il coronamento lirico dell'opera, un grandioso inno alla vita volto a sublimare e celebrare l'importanza dell'acqua. L'associazione concettuale tra acqua e vita potrebbe suonare scontata, tuttavia l'enfasi e l'empatia con cui Orlando traduce le proprie emozioni, innalzano il messaggio a un livello superiore; il cantante infatti nella celebrazione dell'elemento, dona una dimensione personale ed intima al sentore mediterraneo, inserendo chiari riferimenti autobiografici che danno alla composizione un'ulteriore vena malinconica e struggente: "1979, you may have forgot, I won't be here too long I got a train to catch.." Gli oceani, l'implacabile corrente; il mare diventa allegoria della caducità degli eventi, un eterno ciclo di azioni ed emozioni destinate ad avvicendarsi nell'incertezza dell'essenza umana: ciclo dopo ciclo la vita prevale invincibile, siamo così fragili nella nostra dimensione mortale, eppure eterni in quanto specie, la vita di un uomo nasconde un'invisibile scintilla divina, noi tutti nel nostro piccolo siamo la pulsazione dell'eternità. E nella materia l'eternità si concretizza nel ciclo dell'acqua, l'uomo perisce, ma l'acqua garantisce alla specie una dimensione temporale sempiterna; un'alchimia di pensieri profondi in cui l'uomo diventa consapevole di se stesso e del ruolo divino dell'elemento acquatico. "You even feel its pulse under the granite surface of the Earth We're walking towards the miracle of life" Pura poesia, nelle viscere della terra risiede la vita in forma liquida, e nelle viscere umane risiede la vita in quanto elisir dell'eternità, noi tutti siamo la personificazione di un miracolo ancestrale, nel petto dell'umanità risuona l'eco perpetuo del trionfo della vita. Perfezione, Fin rappresenta l'ultimo capitolo mozzafiato di un disco che sancisce uno dei ritorni più attesi di questo 2016.


Conclusioni

"URSA" in ultima battuta rappresenta un passo importante nella carriera artistica dei Novembre. La band ha consolidato il proprio status da anni, ma con questo lavoro i nostri riescono a tornare a livelli d'eccellenza assoluta, rimarcando il loro ruolo fondamentale nella scena nostrana ed internazionale. Orlando per la realizzazione del disco in questione ha dovuto scavare negli abissi più reconditi del proprio subconscio, esplorando nuovi lidi per mettere nero su bianco una narrazione apocalittica, raccontando all'ascoltatore l'apocalisse Orwelliana che l'uomo sta commettendo nei confronti della terra e dei suoi figli, nella quasi totale indifferenza della massa, silente e colpevole. Il messaggio lirico d'accusa veicolato tramite gli splendidi testi, in questo caso è colmo di emotività e cognizione di causa, il songwriter è riuscito ad affrontare argomenti concreti ed estremamente delicati con un tono poetico ed astratto, trasmettendo il proprio pensiero nel migliore dei modi. La prova di tutti i musicisti implicati nella realizzazione dell'opera è superlativa, il risultato finale è in grado si soddisfare ampiamente le aspettative del pubblico, e chi scrive è certo che questo lavoro sarà in grado di attrarre anche la simpatia di molti neofiti. "URSA" è un album maiuscolo sotto ogni punto di vista, la produzione, affidata ancora una volta alla mano esperta di Dan Swano, risulta moderna, chiara e potente, volta a valorizzare al meglio l'esecuzione e le vocals particolari di Carmelo. Ultima nota di merito riguarda l'elegante artwork, magistralmente realizzato dal noto illustratore statunitense Travis Smith, il quale è riuscito a creare una veste grafica che visivamente si sposa alla perfezione con il contenuto musicale. Se chi scrive dovesse dare ai lettori un parere puramente accorato, il voto in calce sarebbe un 10, ma la veste tecnica impone di tener conto dell'incertezza ostentata in Humana, dunque possiamo tranquillamente affermare che URSA sia un autentico capolavoro, ma non un album perfetto. Tuttavia anche la perfezione talvolta è noiosa, stanca, per chi scrive l'arte non deve essere necessariamente perfetta, ma deve essere sincera. E qui di sincerità ce n'è a palate, i Novembre sono da sempre esempio di onestà artistica ed intellettuale. "URSA" è un'opera complessa, emozionante e fiabesca, un disco che richiede tanto all'ascoltatore, eppure un lavoro in grado di creare una sinergia mistica, una magia senza precedenti. Fatelo vostro. Possiamo dunque solamente auspicare alla band di continuare su questo nuovo corso, perpetrando la loro magnifica arte passo dopo passo. Ulteriore elemento di novità è inoltre rappresentato dalla nuova formazione, Orlando ha infatti intrapreso un tour nazionale, e prossimamente europeo, assoldando come session men i fratelli Giuseppe Ferilli e Carlo Ferilli, rispettivamente alla chitarra e alla batteria, due giovani e talentuosi ragazzi pugliesi conosciuti da Carmelo grazie al progetto Silvered. I due potrebbero anche diventare componenti stabili della band, chi lo sa..

1) Australis
2) The Rose
3) Umana
4) Easter
5) URSA
6) Oceans Of Afternoons
7) Annoluce
8) Annoluce
9) Bremen
10) Fin