NOTHING SACRED

Deathwish

1985 - Self

A CURA DI
THE MASTER
30/12/2011
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Torniamo ancora una volta dai nostri cuginetti spirituali australiani, di nuovo nel 1985. Nella mia precedente recensione, avevo citato tra gli altri, i Nothing Sacred, band di Melbourne formatasi nel 1983, e che in 3 anni di attività diede alle stampe un EP ed un full-lenght.

Il doverli citare "a tutti i costi" nell'analizzare la scena australiana ha il suo giusto perchè... Dalle loro ceneri infatti, nacquero numerose altre bands, prime su tutte gli Hobb's Angel of Death... E anche gli Hatred, per chi ha un pò di memoria!

Altra recensione, quindi, da audio leggere con una bella Foster's di fianco e, come sempre, non per palati delicati.

"Deathwish" del 1985 è il primo lavoro degli australiani Nothing Sacred, totalmente autoprodotto, e contenente 4 tracce che fanno da intro a quello che sarà il loro primo full-lenght dell'anno successivo.

Thrash direi poco, ma di sicuro un bel Power vecchia maniera, pieno di chitarre e voci da spaccare i cristalli, il giusto mix per farci tornare agli amati anni '80... E per chi si ostina ancora a dire che tutto quel che brilla oggi è oro, l'ennesima, ottima occasione da non farsi scappare!

"Deathwish" pur essendo un'autoproduzione spicca immediatamente per l'ottima fattura della registrazione, mirata ad esaltare sicuramente la voce, ma anche i virtuosismi dei restanti componenti, primo su tutti, il bassista Karl Lean, la cui presenza è un'importante costante per tutta la produzione  in esame.

In quest'album, inspiegabilmente, ho ritrovato anche i profumi di "Only Time Will Tell" dei Villain (R.I.P. Carl), ma credo che il tutto possa ricondursi allo "stile" in voga in quel periodo... E di centinaia di altre produzioni di quella "Golden Age" musicale.

"No Rest" mette subito le cose in chiaro sulla band e sul suo modo di fare, aprendo con un ritmo sostenuto a base di una cavalcata di chitarra, seguita poi da una batteria e da un basso che stendono il giusto "tappeto" ritmico ad una voce di quelle che farebbero resuscitare qualsiasi cerebralmente morto! Chitarre? Nemmeno ve lo sto a dire! Perfette! Dalla sezione ritmica al solo niente da dire!

"Old Man" apre con un gustoso arpeggio tecnico, che, unitamente ad una chitarra ritmica distorta, fa la padrona per quasi  tutta la durata (Un pò eccessiva) della track. Niente a che vedere con "No Rest", qui il ritmo cala e anche tanto, e rispetto all'opener siamo nettamente su un altro pianeta. Non dispiace, ma a mio parere, "vince ma non convince". Il solo è una piccola chicca che introduce alla parte finale della track, dove il tempo risale velocemente. Menzione a parte va fatta per la batteria, il perchè lo potete capire ascoltando la song.

Penultima song è la title-track, si rientra nei giusti parametri, il ritmo diventa quello "loro"! Gran lavoro di basso e di palm muting per le chitarre, con un doppio pedale nel pre-chorus davvero notevole! Nulla da dire anche qui, gustosissimi! Il palm-muting e i giochi di chitarra creano l'effetto desiderato, specie nelle parti più veloci, nei cambi di tempo che si susseguono dalla seconda parte della song.... Dove c'è addirittura il tempo per metterci dentro un arpeggio melodico! Troppo lunga... Un minuto in meno avrebbe giovato alla track!

Chiusura in bellezza con "The Curse", un intro che mi piace descrivere quasi come "arabeggiante", con quel sapore medio-orientale che è proprio di questa track finale. La storia si ripete piacevolmente, gran lavori da parte di tutti, specie del basso che tiene su tutta la ritmica unitamente ad una batteria incessante!

Insomma, altra gemma per gli amanti del genere, di normale ascolto (La prima volta) e meritevole del giusto posto nella nostra raccolta di "pietre preziose". Il disco passa veloce già dal primo ascolto, anche se, come sempre, ne consiglio almeno un paio, per meglio carpire certe sfumature.


1) No Rest
2) Old Man
3) Deathwish
4) The Curse