NODE

Cowards Empire

2016 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MARCO PALMACCI
11/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"Rock & Metal in my Blood" è lieto (e si compiace) di tornare a dedicare alcune delle sue pagine ad una realtà tutta italiana. Quest'oggi accendiamo i fari sulla nostra scena estrema, per parlarvi di una formazione particolare, difficile da catalogarsi; un combo stravagante e selvaggio, che ha saputo con gli anni maturare ed evolvere la propria proposta. Partita come "violenta tout court" ed in seguito sbocciata in tutta serie di situazioni abbastanza sui generis. Tecnica ed estro, un mix "letale" capace di donare vita ai Node, gruppo del quale ci apprestiamo a recensire l'ultimo disco in studio: quel "Cowards Empire", uscito proprio in questo 2016. Prima di giungere a parlare nel dettaglio del prodotto in questione, però, compiamo un balzo all'indietro ed analizziamo la storia di questo complesso, partendo dalle origini. La compagine prende forma nel 1994, su iniziativa dei chitarristi Steve Minelli e Gary D'Eramo. Nel Marzo dello stesso anno ha dunque vita il primo parto dei Node: la demo "Grind Revolution in Mass Evolution", la quale comprende un pugno di brani il cui sound risulta orientato verso un bel mix di Grindcore e Death Metal. Il tutto, condito da una buona dose di tecnica esecutiva. Insomma, tutte le premesse sembravano ottime; stette di fatto che la demo venne di molto apprezzata, sia dai fans che dagli addetti ai lavori. Recensioni lusinghiere ed encomi iniziarono quindi a battezzare il cammino di questa neonata creatura. Un primo, piccolo ma significativo successo. Che venne bissato molto presto, appena un anno dopo. Nel Settembre del '95, infatti, i Node completarono l'assetto della loro line-up: salirono a bordo Klaus Mariani (basso) e John Manti (batteria), come degno supporto alla coppia Minelli / D'Eramo (quest'ultimo anche cantante). Non paghi e decisi a fare sul serio, nel Dicembre dello stesso anno i Nostri donarono una sorella alla precedente "Grind..". "Ask", licenziata dalla "Lucretia Records", mostrò anche un significativo cambio di rotta, improntando le sonorità del complesso su di un genere maggiormente diretto ed accessibile. I Node decisero infatti di spostarsi dagli esordi Death/Grind, donandosi quindi ad un Thrash aggressivo ma ricco di groove; destreggiandosi fra suggestioni rimandanti tanto a bands quali Metallica e Slayer, quanto a gruppi come Pantera o Exhorder. Una volta messo a punto, quindi, un repertorio più o meno vasto, fu tempo di iniziare a farsi conoscere anche e soprattutto in veste live. La loro abilità li portò a tenere tutta una serie di apprezzatissimi concerti.. ed, addirittura, una data a supporto degli immensi Death, all'epoca in tour per promuovere l'altrettanto leggendario "Symbolic". Soddisfazioni su soddisfazioni, insomma; le quali, tuttavia, dovettero seriamente impattare contro i primi problemi e le prime frizioni intestine. Tutta una serie di defezioni minarono infatti l'equilibrio dei Node, proprio mentre il gruppo stava lavorando sul nuovo materiale. Il primo a lasciare fu John Manti, presto sostituito da Oinos (il quale aveva comunque già molta esperienza, avendo militato nei Sadist e nei Thy Nature); il secondo abbandono, invece, fu quello eclatante di Gary. Siamo nel Marzo del 1997, e D'Eramo decide di allontanarsi dalla sua stessa creatura, per via di divergenze prettamente musicali. Subentrò quindi il cantante Daniel Botti, e così la line-up fu ancora una volta completata. Risale al 1998, dunque, l'uscita di "Technical Crime", sempre licenziato dalla "Lucretia Records" e da identificarsi come il primo vero full-length dei Nostri. Un disco nel quale le coordinate sonore della compagine vengono ulteriormente stabilite: quel che possiamo udire è infatti un sapiente ed aggressivo miscuglio di Thrash e Death. Il tutto fermato da un collante tecnico niente male, in grado di garantire soluzioni imprevedibili, pur lasciando l'impianto generale posato su solide fondamenta estreme. Basterebbe anche solo "Hymn 43", cover dei Jethro Tull presente proprio in "Technical..", per farci comprendere appieno l'estrosità dei Node. Giustamente, anche e SOPRATTUTTO (ci teniamo a precisarlo) per il contenuto inedito il loro primo disco venne largamente incensato; a ragione, perché un esordio del genere può tranquillamente risultare, ancora oggi, come un lavoro dinamico e coinvolgente, degno senza dubbio d'essere ascoltato e posseduto. Quando tutto sembrava andare per il meglio, purtroppo la cattiva sorte decise di ricomparire, buttando sulla fiamma dell'entusiasmo una colata d'acqua gelida. Dopo la pubblicazione dell'album, infatti, Onios lasciò la band, la quale rimase sprovvista del drummer. L'inverno 1998/1999 si configurò quindi come uno dei periodi più difficili della storia dei Node. Oltre la defezione di Onios, si registrò poi quella (a dir poco tellurica)di Steve Minelli, poi sostituito da Joe La Viola (già nei Gory Blister). Tenendo fede ai loro impegni, la formazione registrò il demo "Land of Nod", aspettando e lottando per far si che volgessero tempi migliori. I quali sembrarono arrivare nell'Agosto del 2001, quando iniziò ufficialmente la programmazione della registrazione del nuovo disco. La quale avvenne in Svezia, in quel di  Västeras, negli "Underground Studios". Detto fatto, le nubi temporalesche vennero presto diradate e, nel Febbraio del 2002, "Sweatshops" (primo parto della formazione sotto l'ala della "Scarlet Records") poté vedere la luce, per la gioia di fan e critica. Un disco suonato dal redivivo Gary D'Eramo e dal nuovo drummer Mario Giannini, degni compagni degli inossidabili Daniel Botti (voce) e Klaus Mariani (basso). Un disco, "Sweat..", che presenta ulteriori novità a livello sonoro. Se la componente estrema si configura come una personalissima resa di stilemi estremi tipicamente nord-europei (scandinavi, soprattutto), l'elemento di maggiore "novità" sta questa volta in alcuni riferimenti a determinate atmosfere per così dire "Classic", riconoscenti nei riguardi di un certo tipo di Heavy. Senza che questo influisca comunque troppo da "snaturare" l'attitudine estrema dei Node, i quali, benché spaziando molto, mantengono sempre intatta la loro volontà di risultare possenti e veloci. Nonostante il nuovo successo, la girandola di componenti sembrò non fermarsi. Mario fu infatti costretto a mollare per impegni personali, ma venne prontamente sostituito da Marco Di Salvia, drummer esperto, tecnico e tenace. Si arriva nel 2003, ed i Nostri possono segnare sul loro curriculum una data assai importante. Dopo il supporto ai Death, infatti, i Node arrivano anche a far da spalla agli Anthrax, nella loro calata italiana in quel dell' "Alcatraz". Insomma, la corsa era ripresa alla grande. Una corsa che conobbe il suo acme nel 2004, quando venne alla luce forse l'album più importante della carriera di questi ragazzi. Quello che, più di tutti, preparò il terreno per la loro proposta odierna. Anno domini 2004, "Das Kapital" viene dato alle stampe; registrato sempre in Svezia, negli "Underground Studios", grazie al prezioso apporto di Pelle Saether e Lars Linden. Difficile se non impossibile compendiare in poche parole l'importanza che questo disco ha avuto all'interno della storia del gruppo. Un album potente, tonante.. sorprendente. Una release che fece la gioia di un pubblico il quale, all'unanimità, lo considerò il miglior disco fino a quel momento mai inciso dalla band. La definitiva consacrazione, insomma, una fatica alla quale seguì un bel tour promozionale, ricco di date in compagnia di colleghi sia italiani (Lacuna Coil) che stranieri (Fear Factory), più diversi altri concerti tenuti come headliner. Senza contare poi l'apparizione al "Gryphon Party II" in quel di Zurigo, sempre nel 2004, a supporto degli Agathodaimon. Un anno ricco di soddisfazioni, che si tradusse in un successivo leggermente più impegnativo. Il 2005 fu infatti l'anno della rottura con la "Scarlet Records", un sodalizio che terminò e portò quindi i Node ad entrare comunque in studio, pur senza il supporto di un'etichetta. La location non cambiò: sempre la solita cornice svedese, la quale vide Pelle e goran Finnberg (mastering) aiutare il gruppo nella produzione della loro successiva fatica; "As God Kills", pubblicato in seguito dalla prestigiosa "Massacre Records" nel 2006. Un album, quest'ultimo, decisamente più violento ed indiavolato del precedente. Forse la degna manifestazione del piglio più estremo ed oltranzista dei Node. Anche e soprattutto per il cambio di etichetta, inoltre, la popolarità dei Nostri aumentò considerevolmente sul suolo europeo. Proprio per questo motivo, potettero togliersi una bella soddisfazione, venendo invitati nel Luglio del 2007 alla "Battle of Bands" in Germania. Una soddisfazione che purtroppo non poté essere goduta appieno, visto che, nel 2008, iniziarono a piovere brutte tegole in casa Node. Dopo una militanza ultradecennale e quattro album incisi, invatti, Daniel lasciò vacante il posto dietro il microfono. Un brutto colpo, al quale si rispose con l'inserimento di Beppe Caruso. Non pago, il gruppo decise di prendere con se anche un musicista in più, tramutandosi per la prima volta della sua storia in un quintetto. Andrea Caniato divenne quindi il quinto membro ufficiale della band, la quale tornò ben presto in studio per registrare del nuovo materiale. Tornati sotto l'ala della "Scarlet Records", i Node si barricarono quindi nei "Syncropain Studios" di Pisa, sotto la supervisione di Marco Ribecai. Tuttavia, proprio durante le sessioni di registrazione, Kalus decise improvvisamente di lasciare per questioni personali. Un altro durissimo colpo, al quale non si poté rispondere sì prontamente. Le parti di basso del nuovo disco vennero infatti dapprima incise dallo stesso Ribecai, il quale rimase "nel complesso" sino all'arrivo di Gabriel Pignata. Nel 2010 poté quindi uscire "In the End, Everything is a Gag", disco degno di un ritorno importante, a quattro anni di distanza dal bellissimo "As God..". Un ritorno che portò seco la solita girandola di componenti. Proprio nel Marzo 2010, Beppe e Marco lasciarono i Node, presto sostituiti da Giacomo "Jack" Lavatura e da Pietro Battanta. Anche Gabriel ed Andrea decisero all'unisono di abbandonare la nave, venendo quindi rimpiazzati da Rudy Gonnella Diaza e Davide "Dero" De Robertis. 5/4 dell'odierna formazione sono dunque già stati nominati ed esplicati. L'ultimo tassello, quello che ci conduce sino al 2016, si chiama Cn Sid, vocalist già attivo nei pavesi Conviction ed arrivato nei Node nel 2016. Questo, dunque, l'ultimo elemento di un gruppo frastagliato e fustigato da continui periodi "no".. ma che, nonostante tutto, è stato capace di incidere un gran lavoro come "Cowards Empire", licenziato quest'ultimo dalla "Punishment 18 Records". Salta subito all'occhio un nome, sfogliando il booklet di questo CD: quello di Larsen Premoli, il quale avevamo avuto modo di apprezzare come musicista ai tempi dei Fire Trails (ex gruppo del rocker Pino Scotto), con i quali incise il bellissimo "Third Moon" nel 2005, nel ruolo di tastierista. Un Larsen tutt'oggi attivo in musica, come cantante e sempre tastierista, nei Looking 4 a Name, dediti ad un interessantissimo Progressive poggiante su basi Hard n' Heavy. Premoli, tuttavia, ha saputo negli anni anche crearsi un nome come produttore ed ingegnere del suono. Tant'è vero che proprio lui risulta il produttore di "Cowards Empire", assieme agli stessi Node, mentre le fasi di mixing e mastering sono state suo totale appannaggio. Le registrazioni, invece, hanno coinvolto diversi studi: il "campo base" è da annoverarsi nella figura dei "Rec Lab Studios" di Milano, senza dimenticarsi poi l'apporto dei "Node Studios" di Como e degli "IronApe Studios" di Vigevano, con conseguente coinvolgimento di Andrea Testori, Federico Lino e Filippo Dendena. Un lavoro che si è svolto dal Marzo al Settembre del 2015 e che ha dunque visto la luce lo scorso ventisei aprile. Un prodotto curato al dettaglio, un CD ed un DVD (il quale non mancheremo di recensire, in separata sede) che ha subito riscosso un successo meritatissimo. Particolarissima poi la cover, a cura di Sebastiano Branzoni, la quale raffigura in background una sorta di pagina tratta da un manuale di anatomia; sulla quale si staglia un volto disegnato in rosso, di un uomo bendato. Un volto diviso a metà: da una parte, un viso normale, dall'altra, totalmente marcio e putrescente. In linea con quelle che saranno le tematiche nelle quali ci addentreremo a tempo debito. Fatte le doverose e necessarie premesse), possiamo quindi immergerci, definitivamente, in questo mondo di brutalità ed estro, senza tralasciare nemmeno il più piccolo dei particolari. Let's Play!

StagNation

Ad aprire le danze troviamo quindi la open track "StagNation (Stagnazione)". Notiamo subito come vengano immediatamente introdotte diverse particolarità: prima fra tutte, un effetto apportato al sound, capace di renderlo stranamente "vintage", come se quel che stiamo udendo giungesse da una vecchia radio. Il tutto torna ben presto "moderno", e prorompe quindi nella sua densa corposità. L'andatura generale risulta sì aggressiva, ma per nulla infuriata o forsennata. Vaghe eco Doom dominano infatti la scena, rendendo questo incipit assai debitore nei riguardi della cara vecchia "scuola Asphyx". Eco quasi Sabbathiane si fondono magistralmente alla sanguinolenza del Death Metal, e sembrerebbe quasi di udire il celeberrimo riff della storica "Black Sabbath" solo notevolmente appesantito e ben stagliato su di un martellante (ma chirurgicamente controllato) doppio pedale. La coppia d'asce Gary Rudy ce la mette tutta per annichilirci a suon di pesantezza e sound ipnotico, a tratti monolitico e mesmerizzante: d'altro canto, con una sezione ritmica più che degna di questo nome, è anche facile per i chitarristi esaltare questo tratto della musica dei Node. Sui fendenti di bisturi lanciati da Dero Pietro, infatti, tutto il resto della band può esibirsi senza problemi, senza il timore di incappare in sbavature od incertezze. Spicca quindi la voce di Sid, meravigliosamente sul pezzo, a dir poco pregna di grandguignolenza. Un growl grondante sangue, cavernoso ed ispiratissimo, capace di rendere il brano una vera e propria Apocalisse sonora. Una discesa lungo l'incubo più nero e straziante, un brano che viene esaltato nel ritornello anche dalla presenza di ottime tastiere (ad opera della special guest Daniele Orlandi) e cori evocanti alcune soluzioni melodiche particolarmente care a band come Necrophagia. E proprio i solchi di "The Divine Art of Torture" dei succitati "necrofagi" americani sembrano rivivere nella parentesi musicale in cui incappiamo verso il minuto 2:40. Col passare del tempo, però, notiamo quanto delle tastiere dal vago sapore industrial ed a tratti "cibernetico" cambino ancora volto al pezzo, introducendoci un breve ma riuscitissimo assolo. Il quale, dopo poco, lascia di nuovo campo libero alla voce di Sid ed al proseguo della strumentale, la quale non sembra voler abbandonare i tempi sino ad ora caratterizzanti. Nuovo assolo dopo la nuova parentesi cantata, il quale opta per un approccio incredibilmente melodico ed orecchiabile, nonostante il tappeto di ritmica risulti quanto meno estremo e dilaniante. Un connubio di suoni e sensazioni urticanti e pesanti come macigni, proprio come un carro armato che lentamente prosegue sulla sua strada, travolgendo ogni cosa che trova, e che trova la sua massima espressione nel refrain. I cori alla "Omen: il Presagio" rendono incredibilmente bene, calati in questo contesto; così come le tastiere cyber-industrial che si ripalesano proprio verso la fine, per l'annichilimento finale. Un brano che, in sostanza, ci ha mostrato già tre anime dei Node: Death-Doom, tocchi d'Industrial, virate verso un Death più "gore" e tradizionalista.. il tutto unito con rara maestria e capacità / perizia tecnica. Se questo è l'inizio, siamo decisamente a cavallo. Testualmente parlando, siamo dinnanzi ad una ben evidente denuncia dei tempi moderni. La "stagnazione" nella quale viviamo, infatti, altro non è che un enorme pantano nel quale siamo costretti appunto a ristagnare, come fossimo fluidi sporchi e maleodoranti, come fossimo parte di questo marcio acquitrino che ci "ospita". E da cosa è composta, questa palude? Semplicemente, dalla stessa decadenza umana. Il protagonista delle liriche, infatti, è riuscito ad allungare il suo sguardo verso il futuro, basandosi sul presente che vive; inutile dirlo, la visione è quanto di più preoccupante avrebbe potuto scorgere. Siamo vittime di noi stessi e della nostra assurda mentalità. Non siamo né solidali né giusti, né equi né compassionevoli. Tutto ciò che vogliamo è prevaricare, distruggere, affermare il nostro insaziabile ego. Poco importa se queste azioni ci porteranno a commettere crimini. Essere "i più forti" ha un prezzo e noi siamo disposti a pagarlo, rimettendoci anche l'anima. Proprio per questo, il nostro governo sembra essere lo specchio di ciò che noi siamo. Violenti e corrotti, i politicanti sono da noi stranamente odiati. Stranamente.. visto che risultano essere (in maniera certo amplificata) quel che noi siamo nella vita di tutti i giorni! E proprio loro, che dovrebbero fornire il buon esempio, fanno invece di tutto per mostrarci quanto, alla fin fine, l'onestà non paghi mai. Le loro menzogne e le loro corse all'oro divengono così il "sogno umano". Siamo convinti che questo basti, per essere ritenuti delle persone di successo. Rubare, insabbiare, corrompere.. attività che ci sembrano lecite, grazie ai signori che siedono in parlamento. Più soldi si hanno, più la legge diventa evitabile. E' per questo motivo che vogliamo averne sempre di più, lamentandone spesso la carenza. Visioni apocalittiche, le quali tuttavia sembrano sul finale diradarsi grazie ad un incoraggiamento fondamentale. Non è mai troppo tardi, per redimersi. Possiamo vincere questa guerra, se troveremo in noi il coraggio di andare avanti pensando con la nostra testa. Affermare sempre chi siamo, non vergognarcene mai. Solo in questo modo potremo sopravvivere ed uscire da questa palude. Noi stessi, nel bene e nel male. Senza nessun rimpianto, col cuore e la mente sgombri da inutili e devianti lusinghe.

Death Redeems

Il buon trend non viene interrotto di certo con l'arrivo della seconda traccia, "Death Redeems (La morte redime)", la quale parte spedita ed arrabbiata, facendoci dimenticare le suggestioni Doom che pocanzi ci avevano soffocati in un pantano di pesantezza e potenza. Un fare arrembante che prosegue quindi con l'approccio alla prima strofa, sparata letteralmente a mille ed in puro stile Death, alla maniera dei grandi padri del genere. L'America continua ad essere vicina, ma non solo quella più "tradizionalista". Il groove qui sfoderato tende la mano al moderno, e riesce quindi a fondere vecchia scuola e nuove suggestioni in un letale connubio, che farà sicuramente la felicità di chi è sì rimasto agli anni d'oro, ma contemporaneamente ha saputo anche espandere i suoi orizzonti. Il brano si mantiene particolarmente aggressivo in ogni sua frase: strofe e refrain fanno praticamente bello e cattivo tempo, inanellando una serie di successioni letali, ed ogni strumento è praticamente più che distinguibile, intento a perseguire il suo compito. Il basso di Dero è il grande protagonista, frastornando l'ascoltatore e rendendo il sound delle chitarre di Gary Rudy ancor più corposo e greve; anche quando il gioco si fa più duro, Pietro dimostra di essere sempre una garanzia, dietro le pelli, picchiando in maniera più selvaggia ma non lesinando comunque soluzioni ritmiche particolarmente atte a rendere il pezzo "semplice". Anzi, sono proprio i meravigliosi apporti avanzati dalle pelli a donare ancora più groove all'intero ensemble. Dulcis in fundo, la voce di Sid, sempre meravigliosa e capace di esaltare. Minuto 2:25, abbiamo da poco superato la metà del brano ed attraversiamo una parentesi ben più cadenzata di quanto abbiamo giù udito. Degno preludio ad una nuova accelerazione, la quale comporta anche l'esecuzione di uno splendido assolo. Anche questa volta, "stranamente" melodico; un assolo che contemporaneamente cozza con l'asprezza della ritmica ma al contempo riesce a risultare perfettamente a suo agio, recando un tocco di imprevedibilità ad un contesto che, dal canto suo, continua sulla strada brutale e veloce intrapresa lungo tutto il minutaggio, salvo rarissimi momenti di pausa. Un brano tirato e violento, che non manca di stupire e che fa della rocciosità il suo punto di maggior forza. Ritornello assimilabile e martellante, fra l'altro; una vera e propria legnata perpetua che non mancherà di fare la gioia degli affamati di cattiveria e crudeltà sonora. Particolarmente significativo risulta essere il testo di questo pezzo. Delle liriche le quali sembrano costruite attorno ad un vecchio aforisma pronunciato anni or sono da John Lennon: ovvero, "tutti ti amano, quando sei due metri sotto terra". Una massima che, al 99% delle volte, rappresenta il vero. Ce lo spiegano gli stessi Node, dopo tutto. Quante volte, abbiamo compiuto delle buone azioni? (si spera) molte. E quante volte la nostra bontà d'animo è stata riconosciuta? (purtroppo) non molte. Questo perché l'invidia e la sostanziale insensibilità delle persone fanno sì che ad importare per davvero sia "il peccato", e non la buona fede. Possiamo compiere un gesto eroico.. dopo un po' di tempo, tutti si saranno scordati la sua attuazione e le sue conseguenze. Viceversa, basta un mezzo passo falso per essere etichettati per sempre. Possiamo anche passare una vita la servizio del prossimo. Essere generosi, a modo, sempre gentili e positivi. Ci basterà un momento di incertezza perché tutto venga vanificato dalle dita puntate e dalle altrui lapidazioni. Una verità scottante, ma pur sempre una verità. La massa è cieca ed affamata di pettegolezzi. "No News, Good News", come si usa dire in ambito giornalistico. Perché le buone notizie, in fondo, non sono notizie. C'è bisogno dello scabroso, del pretesto da usare, della pecora nera da additare, per sentirsi un po' superiori rispetto alla normalità. E' per questo che subiamo di volta in volta crocifissioni continue. Il nostro curriculum di bontà non conta. A fare la differenza è solo il lato negativo. Un'unica possibilità di scamparla risiede nel trapasso. Ecco perché, e ci ricolleghiamo all'aforisma di Lennon, i Node sostengono che la "morte redima". Proprio perché, quando non ci siamo più, in maniera altrettanto ipocrita ognuno ci considera dei santi. Gente che fino a qualche giorno fa era solita apostrofarci in ogni modo, pronta ad intralciarci, a biasimarci per quel famoso errore.. adesso ci piange disperata. Situazioni paradossali.. evidentemente, l'unico modo per essere amati è morire!

Lambs

Inizio turbinante per "Lambs (Agnelli)", che sembrerebbe ricalcare le orme della precedente; groove e velocità, i quali vanno però ad impattare, dopo una manciata di secondi, contro un muro d'eterea melodia. Una melodia serafica e cristallina, sebbene inquietante. Un po' di "zen" in attesa di un nuovo inasprimento, il quale scioglie i cani e fa partire sparati i nostri Rottweiler. I Node sfoderano un bel "pedal to the metal", mettendoci tutti loro stessi. Fra scatti improvvisi e momenti leggermente più cadenzati, il tasso di violenza rimane sempre alle stelle, culminando in un refrain di nuovo dominato da cori imperiali. Il momento più esaltante di tutto il brano, capace di recare enorme magniloquenza ad un contesto che, di fatto, gronda sangue da ogni nota. Di nuovo un incredibile serie di balzi fra la vecchia scuola e la nuova, fra suggestioni "datate" ed altre più "moderne": questi sono i Node e questo è un altro brano che varrà sicuramente la pena ricordare. Dopo il primo refrain abbiamo il recupero di una nuova strofa: notiamo come Sid morda letteralmente ogni parola (..e le nostre giugulari), sforzandosi d'essere più crudele possibile; tant'è che in alcune fasi il brano sembra addirittura sfociare nell'ossessione-compulsione tipica delle composizioni Black Metal scandinave (anche e soprattutto per via di alcuni scream di supporto al growl del cantante). Una suggestione che aleggia nell'aria ma non arriva a "congelare", col suo nichilismo sonoro, un brano che invece rimane sempre caldo, bollente. Assolone in arrivo al minuto 3:12 (la chitarra solista di questo brano è affidata a Gianluca Ferro), che a differenza degli altri non si "strania" troppo dal contesto, mantenendosi anzi ad esso particolarmente legato. Finita l'espressione solista, si può quindi tornare a distruggere tutto. Un'orgia di velocità e potenza, un baccanale brutale e maligno, devastante, annichilente sotto ogni punto di vista. Una conclusione che avviene al massimo del volume e della tirannide, con blast beat tiratissimi e spacca ossa. Panzer division Node! Arrivando al testo, notiamo ormai un trend lirico polemico e caustico, che continua anche in questa occasione. Gli "agnelli" protagonisti del brano sono senza dubbio i bambini.. visto e considerato il fatto che "Lambs" condanna senza mezzi termini lo sfruttamento del lavoro minorile. Un fenomeno, quest'ultimo, tipico dei paesi del terzo mondo. Molti dei prodotti che fanno la gioia dei signorotti "civilizzati", infatti, vengono sovente assemblati mediante lo sfruttamento di anime innocenti, costrette a turni di lavoro massacranti in fabbriche ove ogni momento la loro vita è messa a rischio. Le famiglie povere di molti paesi dell'Asia e dell'Africa, infatti, tendono a generare una prole dalla mole cospicua. In modo tale che i bambini, già in età scolare, possano imbracciare utensili anziché libri. Lavorare per mantenere una famiglia povera, che a stento trova sulla sua tavola qualcosa da mangiare, alle ore dei pasti. Una situazione, nemmeno a dirla, venutasi a creare per colpa del capitalismo selvaggio tutto occidentale. Intere fabbriche, pur di assicurare al mondo "civile" ogni lusso e vezzo, non esitano infatti a sfruttare i più deboli, torturandoli e sottopagandoli. Chiaro che, in quest'ottica, i bambini vengono  visti come delle vittime sacrificali. Un telefono, una borsa firmata.. possono davvero valere la vita di un fanciullo? Il quale è stato strappato dai libri e dai giochi per colpa dell'ingordigia del mondo moderno? La risposta, chiaramente, è NO. Nessuno dovrebbe morire per l'altrui felicità. Il mercato del lavoro dovrebbe infatti fare a meno di questa tratta di moderni schiavi, di questo sistema così barbaro e disgustoso. I bambini devono essere bambini: giocare, divertirsi, studiare, far le loro esperienze.. non certo starsene rinchiusi in un prefabbricato ad assemblare cellulari ultimo modello.

Average Voter

Come in un'escalation di esagerazioni mutaforma, un perpetuo climax celebrante l'assalto più puro e diretto, le zanne di "Average Voter (Elettore medio)non lasciano che la potenza di "Lambs" abbandoni il nostro corpo, per buttarvisi contro come un lupo aggredirebbe un agnello indifeso. Un inizio à la Behemoth ci dà dunque il benvenuto in questa quarta traccia. L'esperienza di Nergal giova senza dubbio ad un contesto che deve risultare ogni volta più brutale; ma benché la strumentale sembri richiamare il gruppo polacco, le voci risultano invece molto differenti dalle classiche adoperate dal satanico terzetto. La velocità e l'impeto "blasfemo" (musicalmente parlando), però, sono quelle. Si recupera a piene mani da un ricco panorama Black con venature Death; sembra quasi di udire, oltre ai già citati Behemoth, anche qualche soluzione à la Zygoatsis (leggasi "Syamese Warmageddon", EP che soprattutto lo scream sembra rievocare nelle mie orecchie). Insomma, Blackened Death Metal per i palati più esigenti, il quale non viene certo accennato con leggerezza o comunque eseguito "tanto per". Notiamo come la perizia tecnica dei Node viaggi praticamente ad altissimi livelli; un gruppo che SA SUONARE e vuole dimostrarlo, pur non arzigogolandosi troppo in soluzioni che forse deturperebbero il loro animo più mordace e di "pancia". Particolarmente gradevoli le escursioni soliste dell'ascia predisposta a tale ruolo, mentre veniamo colpiti, al minuto 3:24, da una parentesi sonora ben più cadenzata e grooveggiante, la quale disperde momentaneamente l'aura maligna di ciò che stiamo udendo. Cadenza che continua lungo il proseguo; il pezzo, in queste fasi finali, è decisamente più calmo e porge il fianco ad una melodia ipnotica e cantilenante, la quale sembra praticamente sovrastare tutto il resto dell'ensemble. Melodia e background che vengono quindi risucchiati da un rumore assordante e stridente, il quale assorbe ogni cosa come un buco nero e decreta la fine di quest'altro (splendido) episodio. Ancora una volta troviamo un testo polemico e decisamente al vetriolo. Ad essere preso di mira, questa volta, è l'elettore medio. Il votante medio, quello che non fa certo della cultura la sua virtù. Il concetto di politica, almeno un secolo fa, richiedeva infatti una certa predisposizione all'attività, alla ricerca. "Libertà è partecipazione", diceva un noto cantautore milanese.. proprio perché da ogni diritto deriva sempre un corrispettivo dovere. E quale dovrebbe essere il dovere di un elettore? Ammesso e stra-ammesso che esprimere una propria preferenza è un diritto inalienabile, sarebbe altresì opportuno dedicarsi con partecipazione e volontà all'andamento della res pubblica. Capirne le dinamiche, studiandone i rappresentanti, scegliendo con cura e perizia i più meritevoli ed adatti a ricoprire ruoli di prestigio. Tutt'altra cosa, invece, sembra accadere. L'elettore medio è privo di stimoli, annoiato, confinato in un limbo di bugie e menzogne. Non gli interessa null'altro che l'essere preso in giro. Dai discorsi di qualche tronfio politicante, magari, intento a sparare menzogne con l'intento di accaparrare voti. Preda di discorsi sensazionalistici, insopportabilmente demagogici e spiccioli, l'elettore medio trascina così le sue gambe all'urna, decidendo di votare chiunque possa garantirgli la "pancia piena". Privo di spirito critico e d'osservazione. Non v'è cultura, dietro questi zombie. Solo tanta, tanta noia e pigrizia. Ed, of course, volontà di far polemica quando la gente da loro stessi eletta risulta incapace di mantenere salde le redini del controllo. Paradossale, una situazione-pantano dalla quale sembra letteralmente impossibile districarsi. Una vera e propria sconfitta per il sistema, il quale si ritrova ancora una volta calpestato dai pigri passi della sorda insofferenza.

Locked In

Particolarmente interessante l'attacco della traccia numero cinque, "Locked In (Imprigionato)". Pacato e più vicino ad un certo tipo di Alternative che al Death Metal violento e particolare sino ad ora udito. Una semplice parentesi, un divertissement, visto che il pezzo, ben presto, sfocia in soluzioni nuovamente simili a quelle già riscontrate nella prima track. Tuttavia, non si abbonda in velleità Doom: il suono è controllato e cadenzato, ed anche particolarmente melodico, quando decide di porgere il fianco in tal senso. Sembra quasi di trovarsi calati in un contesto vicino (per qualche spunto e verso) al Goteburg Sound. Echi dei Soilwork si fanno infatti vivi qui e là, impreziosendo un brano certamente estremo ma anche "accomodante" nel senso moderno e melodico del termine. Un pezzo sicuramente costruito pensando a quelle che sono state le grandi rivoluzioni apportate dal Death Svedese più sperimentale, lungo tutti i '90 ed i 2000. Modernità che traspare soprattutto nella parentesi che giunge al minuto 2:50. Un'eterea ed avvolgente melodia sovrasta il leggero tintinnio di piatti che udiamo in background, mentre le asce ricompaiono di lì a poco, per lanciarsi in un assolo denso di pathos. Melodeath d'alta scuola: pioggia di note in clean, le quali sfoderano addirittura velleità vagamente powereggianti, accelerando di quando in quando e declamando ogni frase in maniera chiarissima e pulita. Davvero momenti d'altissima scuola, che raggiungono vette incredibili soprattutto quando torna il cantato e si accelera maggiormente. Si potrebbe pensare ad un assalto crudele e spietato come quelli delle tre tracce precedenti; ed invece, la chitarra solista inizia a ricamare un'interessantissima melodia, dal carattere squisitamente catchy ed orecchiabile. Un brano che di colpo cambia faccia e diviene carco di passionalità viscerale. Una cavalcata piacevole, che sa conquistare, la quale ci conduce di fatto alla fine della prima, vera sorpresa di questo "Cowards Empire". Un pezzo che mostra tutto l'eclettismo di cui i Node sono capaci. Un brano dominato dall'estro e dalla pazza creatività, che affonda le sue radici ed i suoi interessi nel moderno per trarne fuori un qualcosa di spaziante ed avvincente. Le tematiche trattate nelle liriche divengono questa volta leggermente più "generali" e meno mirate ad una critica precisa. Quel che viene descritto, infatti, sembra essere un ordinario momento di follia dovuta al peso che l'ambiente circostante spesso esercita su di noi. E' come, infatti, se fossimo costantemente prigionieri di una gabbia, di una stanza imbottita nella quale siamo lasciati soli ad urlare; un po' come Eddie nella celeberrima copertina di "Piece of Mind", per intenderci. Da cosa è dovuto, questo peso? Dalla gente che ci circonda, dall'ambiente nel quale siamo nostro malgrado inseriti. Tutti non fanno altro che giudicarci, condannarci, riprenderci, mortificarci. Qualsiasi cosa diciamo e facciamo, non va mai bene. Niente sembra poter riscattare la nostra figura: siamo condannati ad essere imperfetti sempre e comunque, ad essere additati e per questo ostracizzati. Persino dalle nostre stesse famiglie. Un testo che sembra venir fuori da un disco degli Slipknot, per alcuni versi. Molto esistenzialista, in grado di descrivere la frustrazione che tutti noi abbiamo provato, nei momenti in cui ci sentivamo braccati e imprigionati. Non possiamo fare nulla, non possiamo dire né pensare ciò che realmente vogliamo. Una mezza vita vissuta dietro ansie e paranoie.. una vita nella quale abbiamo dovuto sempre nasconderci. Siamo in gabbia e siamo i nostri stessi carcerieri, al contempo. Ci manca il coraggio di reagire, di spezzare le catene, di liberarci da ogni peso. Una sensazione di costrizione che ci fa venir voglia di urlare.. ma dalla quale non riusciamo proprio a liberarci. 

No Reason

Giro di boa raggiunto con "No Reason (Nessun motivo)", sesta traccia del platter. Rumori temporaleschi ed effetti "horror" in apertura, presto scalzati da una partenza sprint, decisamente "in your face". Blast beat tritaossa, chitarre potenti e violente, le quali ben presto impattano comunque in un decisivo rallentamento, il quale sembra portare in auge un coinvolgente groove, sempre sostenuto, comunque, da una pesantezza musicale non indifferente. Un brano che quindi si spacca sostanzialmente in due: dapprima il massacro e successivamente la cadenza sempre "assassina", come dimostrato dal susseguirsi di strofe e refrain del quale siamo tutti testimoni. Alternanze che giovano senza dubbio all'economia del tutto, rendendo ogni ascolto particolarmente avvincente. Avvincente come questo brano, il quale verso il minuto 2:15 comincia anche ad introdurre voci "radiofoniche" amalgamate al tutto, poste in background. Sempre protagonista la batteria, la quale sfoggia tutta una serie di espedienti ritmici davvero d'ottimo livello; coadiuvata dal basso e dall'instancabile coppia d'asce. Una coppia che riesce a ricamare tutta una serie di scambi decisamente sugli scudi, ben adattandosi ai tempi dettati in fase di ritmica. Nemmeno a dirlo, il tutto continua a risultare un infaticabile ottovolante, pronto ora a salire pian piano ora a lanciarsi a folli velocità in discese a dir poco vertiginose. Un ritornello, ancora una volta, che risulta poi martellante ed asfissiante, capace di instaurarsi nella nostra mente, senza abbandonarla mai. Un brano che magari non risulterà "articolatissimo" come gli altri già vagliati, ma che si lascia comunque ascoltare e che, se non altro, colpisce per espressività e voglia di trasmettere. E' ormai chiaro come il trademark dei Node sia proprio questo: grande eclettismo domato comunque da un sound passionale e viscerale, diretto, profondo, in grado di mollare colpi incredibilmente ben assestati. Si ritorna a critiche mirate contro la società odierna, nel testo di questa "No Reason". Ancora una volta viene preso in esame il comportamento umano, messo in relazione ai bombardamenti mediatici al quale è sottoposto. Quanto, il nostro modo di vivere, è influenzato da un certo tipo di propaganda? Parecchio, secondo i Node. Parecchio, a livelli preoccupanti. Non siamo altro che pezzi di carne vaganti per l'universo, senza meta o scopo alcuno. Siamo costretti asubire passivamente ogni idiozia propagandata, ogni idea inculcataci nella mente con la forza. Ogni bisogno che abbiamo è dettato dalla voglia di consumare. La società, mediante internet e le televisioni, fa sì che la nostra ignoranza dilaghi: ed è così che ci convinciamo del fatto che, per vivere felici, tutto quel che ci occorre è il sottometterci al materialismo più sfegatato. Non potremmo vivere bene, senza il cellulare ultimo modello. Senza il più moderno dei PC, senza tante cianfrusaglie inutili e prive di utilità. Non avere una macchina o vestiti costosi, poi, serve a farci additare come degli "sfigati". Perché, e lo si vede in TV, la gente "giusta" segue la moda e guida auto sportive, di lusso. Siamo talmente assuefatti e proni dinnanzi a determinati ideali che, pur non potendoci permettere determinate cose, arriviamo a spendere pur di salvare l'apparenza. Tanto, alla fin fine, è la televisione che pensa per noi. Tutto quel che leggiamo e sentiamo lo crediamo vero.. quindi, perché porsi delle domande? Delle domande come.. "perché, lo sto facendo?". L'unica risposta da darsi, l'unica ed inquietante, è proprio quella che dà il titolo al brano. "Non c'è nessun perché". Lo facciamo per inerzia, perché ormai siamo abituati a tutto ciò. Come degli automi programmati in serie, come delle macchine ormai prive di volontà propria. 

Money Machine

Altre eco melodeath nell'inizio della settima traccia, "Money Machine (Macchina da soldi)", la quale ci presenta anche una incursione al mellotron dello stesso Larsen Premoli. Un brano aperto da un riff serratissimo e da una batteria galoppante e scalpitante, un connubio che fa quasi pensare ad i primissimi Amon Amarth, quelli degli esordi. Subito dopo qualche istante, tuttavia, la scena viene rubata e dunque dominata da groove più moderni e particolari. Solo durante il refrain viene ripreso lo stilema più "swedish": un momento in cui gli strumenti sembrano quasi "annaspare"; il sound diviene pesante e freddo, carico di pesantezza. Un espediente che ben riesce a rendere l'idea della varietà che possiamo trovare all'interno di una proposta del genere. Segue dunque una strofa incentrata sempre sui groove particolari e sulle cadenze già udite, a sua volta succeduta da un refrain assai più melodeath che altro. A metà circa, udiamo quindi rombare la batteria, la quale si lancia letteralmente in una folle corsa che accompagnerà più che degnamente un assolo anch'esso di chiara scuola Scandinava. Suggestioni à la Soilwork con un pizzico di In Flames, senza scordarsi più di qualche escursione in campo melodico, debitrice ai Children of Bodom. E sono proprio gli stilemi più nordici ad essere mantenuti lungo il proseguo, un proseguo che fra freddezza ed allucinante pesantezza ci accompagna verso una fine che giunge su tempi mai troppo indiavolati o strepitanti. Basso e batteria mantengono bene una cadenza letteralmente killer, sulla quale la coppia d'asce ricama riff poderosi e mai banali, moderni e sempre freschi, mai "stantii" o troppo derivativi. La fine definitiva arriva quindi dopo una "rescissione" definitiva, come se il pezzo fosse stato troncato di netto. Dura invettiva contro il mondo musicale a 360°, il testo di "Money Machine" va giù pesante e condanna l'intero business, definendolo come una sporca macchina da soldi. Troppe band, infatti, piegate alle esigenze imposte dal dio denaro, sono infatti obbligate a scendere a pesanti ed umilianti compromessi. Snaturando la propria attitudine, finendo a far cose che mai avrebbero voluto; ma che DEBBONO.. pur di guadagnare qualcosa. Un sistema dunque non meritocratico, nel quale si bada più al portafogli che al talento vero e proprio. Gli stessi Node, infatti, non mancano di ricordarci quanto sia dura la vita del musicista.. una vita che tutti pensano votata agli agi e allo svago, ma che invece risulta impegnativa ed a tutti gli effetti lavorativa. La musica costa sia soldi che fatica: una buona strumentazione può richiedere il lavoro di anni, sacrifici che neanche possiamo lontanamente immaginare. Una volta acquistato il tutto, bisognerà naturalmente imparare a padroneggiarlo. Non importa che si canti o si suoni la chitarra / il basso / la batteria: le proprie abilità vanno affiniate. Anni di pratica e di sforzi, anni di duro lavoro, di dedizione, anni di pomeriggi spesi in sala prove, mesi e mesi dedicati al miglioramento della propria tecnica, della propria crescita musicale. Di lì in poi, la gavetta. Date su date, ovunque. In macchina, sempre in viaggio, da casello a casello, migliaia di chilometri macinati. Intere notti al volante.. insomma, lo abbiamo capito, una vita dura ma anche tanto gratificante. Peccato che, per tutto il background di difficoltà che dietro vi si celi, i "signori" dei piani alti non sembrino mostrare nessun rispetto. Ci ritroviamo quindi, quasi sempre, col benservito. Cambierà mai, questa situazione? Si, se solo cominciassimo a difendere, con le unghie e con i denti, l'Arte alla quale abbiamo scelto di consacrarci. Senza paura, tenendola lontana da chi decide di sporcarla sì vilmente. 

The Truck

Una melodia di gusto Power apre l'ottavo brano, "The Truck (Il Camion)". Note frenetiche anch'esse tipiche della scuola più nuova, le quali si infrangono ben presto in una corsa brutale e forsennata. I riff dell'ascia solistica non sembrano voler rinunciare comunque alle proprietà più prettamente melodiche del sound espresso; viceversa, sono i riff di ritmica a risultare pesanti come macigni. Se poi aggiungiamo al tutto la scoppiettante performance del duo ritmico, più la voce sguaiata e grandguignolesca di Sid, allora il gioco è fatto. I suoi continui dialoghi con l'altra voce di questo lavoro, ovvero quella di Gary, risultano davvero uno dei punti di maggior forza dell'intera proposta. Discorsi e scambi infernali, capaci di donare al tutto una componente grottesca e sempre potente. Mai un accenno di clean, mai parentesi "sdolcinate".. per quanto molto spesso (e "The Truck" ne è la prova lampante) i Node vogliano stupire mediante approcci che variano dalla old school al moderno, di quest'ultimo è del tutto assente la componente tipica, ovvero il "break down" sfociante poi in qualche gioco vocale basato su timbriche eccessivamente melense o magari troppo slegate dal contesto dipanato sino a poco prima. Dicevamo, non questo il caso. Ancora una volta possiamo ascoltare molte soluzioni tipiche dell' "ultimo periodo" del Metal estremo, tuttavia il gruppo pesta sempre durissimo, non porgendo mai il fianco a pause o ripensamenti. Il violento ciclone di questo folle camion si abbatte quindi senza porsi problema di farci male. Un brano che si fa largo in maniera maleducata e prepotente, salvo "acquietarsi" unicamente quando la band decide di sfociare le sue velleità più melodiche ed "ariose". Che non disperdono minimamente, mi preme ricordarlo, la bestialità che possiamo percepire in queste note. Particolarmente interessante l'inizio della seconda metà del pezzo, momento in cui la chitarra solista decide di mostrarsi in tutto il suo splendore. Note fresche e limpide, sporcate dall'onnipresenza della ritmica, sembrano quasi dipingere l'immagine di una fresca pioggia estiva intenta ad abbattersi su di una lamiera arrugginita. Velleità Heavy-Power miste a riff monolitici e rocciosi, un momento evocativo quant'altri mai. Tecnica a go-go, esplosione di pathos: cosa desiderare di più? Questo è senza dubbio il momento più entusiasmante di tutta la track, ed in generale uno dei picchi del disco. Momento che viene poi accantonato, sul finale, da una poderosa marcia chitarristica. Un riff marziale e penetrante, secco ed appuntito, che di fatto chiude un altro grande momento. Un testo breve e semplice, quello di "The Truck", che si slega dal continuum lirico sino ad ora assimilato. Non per questo, tuttavia, certi versi sarebbero da sottovalutare. Anzi, la schietta e veemente autocelebrazione che si carpisce entro queste parole, è di sicuro un qualcosa di encomiabile. Abbiamo infatti visto, in sede di intro, come la carriera dei Node sia stata costellata da successi ma anche di momenti duri, assai difficili. E proprio questi ultimi hanno minato, più di una volta, il proseguo dell'avventura dei Nostri. Eppure, sono ancora qui. Hanno realizzato un disco validissimo, incredibilmente bello. Ce l'hanno fatta, nonostante tutto. Nonostante i problemi, le defezioni, nonostante le girandole di componenti. I Node possono urlarlo fieramente: si, ci sono riusciti. Hanno attraversato la tempesta più e più volte, vincendo laddove molti avevano fallito. Per come si erano messe le cose, in un paio di occasione, il gruppo avrebbe anche potuto sciogliersi. Ed invece, no. Invece, eccoli ancora qua. Pronti a mangiare ancora chilometri su chilometri, proprio come un camion sparato su di un rettilineo. Questa è la loro forza: la tenacia. Una tenacia che non si può fermare, proprio come non si potrebbe in qualche modo bloccare un tir lanciato a piena velocità. Se solo ci si provasse, si finirebbe travolti. E questa sarà la sorte della malasorte, mi si passi il gioco di parole. Ogni volta che la sfortuna si frapporrà fra i Node ed il loro cammino, quest'ultima verrà spazzata via. Com'è sempre stato. 

Still The Same

Apertura al fulmicotone per "Still The Same (Sempre uguale)", un brano che richiama in causa momenti stile Amon  Amarth ma che in seguito viene sormontato da una sinistra e caustica melodia. Momento di "break" in cui quest'ultima è protagonista.. ed, in seguito, il tutto sembra indirizzarsi verso i lidi già esplorati da Alexi Lahio e company. L'eco dei Children Of Bodom, infatti, è fortemente presente; il tutto sembra poi misto a qualche parentesi alternative degna degli Slipknot più arrabbiati.. e se ci aggiungiamo un refrain che sembra a tratti quasi chiamare in causa i Down di Anselmo, possiamo tranquillamente alzare le mani e dichiarare i Node come uno dei gruppi più "assurdi" (nel senso buono!!) che "Rock & Metal in my Blood" abbia mai ospitato sulle sue pagine. Tante esperienze tenute assieme da un'anima brutale. Arriva subito il momento dell'assolo (minuto 1:59, anche in questo brano abbiamo una special guest all'ascia solista: nientemeno che Tommy Massara degli Extrema), tuttavia quest'ultimo non sembra volersi dilungare troppo. E' infatti lesto il momento, per una nuova strofa à la Bodom Night, di fare la sua comparsa. Nuovo momento stile Slipknot nel pre-refrain, ed ecco che il ritornello può tornare a schizzare fango sludge praticamente ogni dove. Minuto 3:16, la chitarra solista ricama un riff "metallico", nel senso di resa sonora. Percussioni ed effettistica industrial fanno la loro comparsa (suoni "cibernetici" molto Prodigy) anche se, in sostanza, il tutto serve a spianare la vita ad un nuovo momento solista. Il quale si basa su ritmiche stoppate e sempre molto debitrici alla lezione dell'Alternative post 2000. Ritornello "sludge" dietro l'angolo, ed il brano può dunque finire con un'ultima cavalcata di batteria. Davvero una parentesi a dir poco superba. Nota particolare: come percussionista, all'interno di questo brano, è stato accreditato il nome di Onios, già vecchio batterista della band. Ancora una volta un testo più semplice e snello, collegato a doppio filo con il successivo. Visto che, in entrambi, si tratterà (ma in maniera differente) il tema delle bugie. In questo caso, le vittime di quest'archilochea invettiva sono i pallisti di professione. Anzi, più che con i semplici bugiardi, i Node sembrano prendersela proprio con i cosiddetti "mitomani". Ovvero, con coloro che le sparano incredibilmente grosse, arrivando addirittura a credere loro stessi a ciò che stanno dicendo. Tanta è la loro volontà di apparire, di stare al centro dell'attenzione, di atteggiarsi, che inventano storie assurde; senza il minimo rispetto dell'intelligenza (o presunta tale) del loro auditorio. Questi soggetti vivono quindi in un mondo di fandonie, di stupidaggini costruite a regola d'arte. Entro le quali si sentono al sicuro, proprio come dei re nelle loro fortezze. Personaggi in grado di muovere montagne coi loro discorsi.. ma incapaci di vivere, incapaci di fare qualsiasi cosa, nella realtà. Questa è la loro vita e questa sarà per sempre. Moriranno sommersi dalle loro stesse stronzate, incapaci di essere sinceri. Sarà sempre così, sempre così. Un eterno dualismo fra realtà ed ipocrisia, fra menzogne e verità. Niente equilibri, niente di niente.. solo la dignità calpestata. La loro stessa dignità, alla quale hanno rinunciato il giorno in cui hanno cominciato a preferire delle sordide bugie anziché una verità non proprio splendida.. ma in grado, per lo meno, di rendere liberi e coscienti di se stessi e del mondo che ci circonda. 

Liar.Com

Penultimo pezzo del lotto, "Liar.com (Bugiardo.com)gode di un'apertura a dir poco Brutal Death. I maestri Cannibal Corpse fanno più volte capolino, ed udendo la martellante e serratissima doppia cassa, c'è veramente da domandarsi se Corpsegrinder sia qui nelle vicinanze. Tuttavia, non parliamo di un "Brutal" canonico o comunque classico. Al solito, il Death qui espresso dai Node risulta di difficile catalogazione. Sicuramente gli stilemi adoperati derivano dalla cara vecchia scuola.. eppure, il piglio modernista con il quale ogni nuota viene suonata (ed ogni beat emesso) propende a farci pensare ad un qualcosa di nuovo, di non scontato. Derivante, ma non "derivativo", sostanzialmente. Un brano aggressivo, che collega fra di loro strofe e refrain in un'amalgama di distruzione totale. Brutalità, sangue, devastazione, pugni nello stomaco: l'unico modo per descrivere un brano del genere (forse il più aggressivo e tirato della tracklist) è forse quello di affidarsi a queste perifrasi. Le quali, abbandonando momentaneamente un discorso più tecnico e "scientifico", risultano più che adatte al rendere a voi ascoltatori l'idea di ciò che il vostro affezionatissimo sta ascoltando. Potenza bestiale spigionata senza pudore alcuno, un assalto sferrato con la precisa volontà di farci del male. Il quale, poi, si conclude anche in maniera inusuale e singolare. Rumori di disturbi sulle frequenze, infatti, terminano il pezzo; il quale si infrange in un'orgia di confusione e di rumori tipici dello "scarso segnale". Un po' come quando le nostre vecchie tv, ai tempi delle semplici antenne e ben prima del "digitale terrestre", incappavano nell'interruzione delle programmazioni, mostrandoci la cosiddetta "sabbia grigia" ed emettendo suoni simili a sfregamenti. Come dicevamo, il testo di questa track è direttamente collegato a quello della prima. Il quale, trattante del tema delle bugie e dei bugiardi, si differenzia dalle liriche di "Liar.." per il semplice fatto che, queste ultime, sono precisamente indirizzate contro i cosiddetti "leoni da tastiera". Una specie comparsa da poco su questa terra, la quale alimenta con la propria idiozia delle balle cosmiche, atte a screditare questa o quella situazione. Il guerriero dei tasti, semplicemente, non ha spirito critico. Si sofferma unicamente su ciò che ritiene sia giusto, secondo una sua discutibilissima morale. Non pago, inizia ad imporre con veemenza e rabbia il suo pensiero, spacciandolo per verità assoluta, senza nemmeno aver verificato, senza nemmeno aver provato a confrontarsi con una campana differente. Per lui, tutto ciò che egli dice è vangelo: ed eccolo quindi inondare il web con le sue stupidaggini, inquinando forum, siti, social network, sperando che qualcuno lo consideri alla stregua di un guru, di un profeta. Inutile dire che, la maggior parte delle volte, questi personaggi finiscono meritatamente in ridicolo, presi in giro da chiunque. Sta di fatto, tuttavia, che spessissimo le loro idee riescono a far proselitismo. Ecco dunque una catena di menzogne invadere chi di queste menzogne è vittima. Voci infondate, pettegolezzi privi di fondamenta che possono rovinare anche una vita. Non in pochi, infatti, si sono tolti la vita per colpa di certe esagerazioni. Il compito di ogni persona "buona", dunque, è quello di isolare ed escludere gli utenti di "bugiardo.com" dalla vita di internet, relegandoli nell'ombra delle fogne in cui dovrebbero vivere. Siamo quindi giunti alla fine di questo viaggio.

The Plot Survives

L'ultima canzone, la strumentale "The Plot Survives (La trama sopravvive)", ha quindi il compito di chiudere le danze. E lo fa, decisamente, in grande stile, presentandoci anche tre special guest (Lisy Stefanoni al flauto ed alla voce, Luca Di Fato al violino, Andrea Caniato alla chitarra solista). Quasi otto minuti di brano, lungo i quali è impossibile annoiarsi. Si inizia con una melodia incredibilmente ricamata da un combo inusuale: chitarra acustica e flauto traverso cercano infatti di instaurare (riuscendovi!) un'atmosfera vagamente orientaleggiante, svolgendo al meglio i propri compiti. Tuttavia, il duo viene presto spazzato via da un monolitico e distorto riff di chitarra elettrica. Il quale, pesantissimo e dall'andatura Doom, decide nuovamente di optare per qualche stilema vagamente melodeath. Tendenza in seguito confermata dalla chitarra solista, che non lesina melodie particolarmente tese, andando ad arricchire notevolmente il lavoro dell'ascia portante. Il clima è oppressivo, ma grazie agli slanci melodici, ogni tanto, il sole sembra sbucare fuori dai banchi di nubi plumbee e nerissime, carche di piogge che di lì a poco si abbatteranno. Un'alternanza fra disperazione e speranza, potremmo quasi dire. Un passaggio del testimone, sapientemente studiato e notevolmente interessante, che ci accompagna quindi verso il minuto 3:22. Momento in cui fa la sua comparsa.. un violino! Esattamente. Un violino dal gusto splendidamente nipponico, che re instaura (assieme all'aiuto di una suadente elettrica) il clima di inizio brano. Sembra quasi di trovarsi all'ombra di un ciliegio, almeno finché non fa poi il suo ritorno la compagine elettrica. Sormontata da un urlo in clean incredibilmente poderoso, sentito, di petto. Denso di pathos e sentimento, un alfieriano forte sentire che si propaga per una buona durata. Le chitarre, dal canto loro, cedono il fianco all'emozionalità e decidono di abbandonare le loro velleità Death, per concedersi ad un qualcosa di maggiormente Hard n' Heavy. Nemmeno il tempo di assimilare tutto questo che groove di stampo modernista e sempre di scuola Down fanno la loro trionfale comparsa. Eccellente in questo caso lo scambio di solista e ritmica. Mentre l'ultima decide di non discostarsi mai troppo dal selciato "Anselmiano", la prima osa senza dubbio di più, andando ad improvvisare lungo giochi melodici di pregevolissima e graditissima fattura. Anche questo blocco giunge poi al termine: è il momento di riprendere stilemi più canonicamente melodeath, di mescolare pesantezza e gelide note cariche di malinconia. Giunge mesto il finale, il quale si dissolve quindi in maniera assai composta, come un fuoco che pian piano si esaurisce, lasciando solo la fuliggine del falò, alla sua base. Cosa poter dire, se non.. congratulazioni vivissime?   

Conclusioni

Giunti quindi alla fine di questo gran bel lavoro, possiamo notare come la carne al fuoco sia incredibilmente molta. "Cowards Empire", difatti, non è solo un disco. E' un'autentica summa di più esperienze, il prodotto finale (certo, in attesa di un seguito!) di una storia ormai ultraventennale. Il nome dei Node, che giustamente era saltato agli onori della cronaca grazie a "Das Kapital", è oggi e più che mai ancora vivo e pulsante. Un nome che ha saputo ricamarsi uno spazio importantissimo all'interno della nostra scena: uno spazio più che meritato, conquistato grazie a tutti quegli accorgimenti e quelle sfumature che possiamo udire entro i solchi di "Cowards..". Procediamo con gradi. Di che tipo di musica stiamo parlando? Di Death Metal, certamente. Eppure, non solo. Cioè: la base è senza dubbio estrema.. ma come tanti satelliti rotanti e descriventi orbite precise, diverse e variegate suggestioni sfiorano di continuo il nucleo della proposta originale. Siamo dinnanzi ad una band possente e "cattiva", questo possiamo dirlo. Veloce, rabbiosa, furiosa. Eppure, l'apporto tecnico indotto da ogni singolo componente, riesce a rendere il tutto ben diverso da ciò che potremmo ascoltare in altri dischi, del medesimo genere. E' un album, questo, che ha una trama scandita da un meraviglioso entrelacement di sottotrame, le quali vanno quindi a diramare un labirinto che però non intimorisce. Un labirinto che si lascia esplorare, capire e comprendere. Certo, non si tratta di un ascolto semplice. Per capire al meglio questa band, questo prodotto, occorrono svariati tentativi d'approccio. Eppure, il tutto non risulta mai "pesante", o "noioso". Anzi. Come degli speleologi vengono percossi dal brivido dell'avventura, man mano che le profondità aumentano, esattamente noi ascoltatori veniamo spinti sempre più ad aguzzare l'udito, per scoprire cosa verrà dopo. Cosa ci sarà, quali suggestioni potremmo scorgere, in una proposta così inclassificabile. Minimo comun denominatore, lo ripetiamo, la cattiveria: che ci si voglia beare anche e solo di questo lato, va benissimo. Del resto, i Node volevano picchiare duro, e ci sono certamente riusciti. Sta di fatto che, oltre questo aspetto, si cela molto. E sta a voi scoprirlo, immergendovi a capofitto in questo pazzo mondo. Come dei novelli Randolph Carter alla ricerca dello sperduto Kadath"Cowards Empire", in fin dei conti, non fa altro che confermare quel che i Node sono stati, in tutto l'arco della loro carriera. Dagli inizi sino ad oggi. Degli attentissimi ascoltatori e dei tosti sperimentatori. Una band che è cresciuta assieme al suo genere, che ha sempre tenuto d'occhio le dinamiche e le trasformazioni che hanno portato, negli anni, generi come il Death o il Thrash a sfornare realtà simili a band del calibro di Fear Factory e simili. Ben sappiamo come la musica sia in continuo mutamento, e che ci permetta molto spesso di fermarci a determinate stazioni, o di proseguire con essa. A noi la scelta, insomma. Quella del gruppo è stata chiarissima, sin dalla seconda demo: continuare a provare nuove soluzioni, a tentare di modificarle; cercare di mettersi in gioco, di cambiare, di stupire. In parole povere: soddisfare la propria fame di cambiamento, saziare il proprio estro. Perché l'artista, al 90% delle volte, vuole poter esprimere ciò che ha dentro in mille modi differenti. C'è chi riesce bene in un campo, c'è chi riesce bene in più campi. E' il caso dei Nostri, quest'ultimo. Visto che i Node potrebbero tranquillamente donarsi ad almeno tre generi differenti e sfornare tre grandi dischi. Hanno scelto di fondere il tutto in una proposta, questo "Cowards Empire" che suona in virtù di ciò sempre imprevedibile e mai monocorde o monocolore. E' un disco che dovrebbe, a parer mio, invitarci ad ascoltare MEGLIO i loro dischi precedenti, in ordine rigorosamente cronologico. A studiarli, a capirli. Avendo ben presenti tutte le dinamiche che li hanno portati sin dove sono giunti. Un bel ripasso generale, del resto, non farebbe male. Certamente bisogna accogliere un disco del genere con il dovuto entusiasmo.. ma sarebbe, altresì, un dovere morale sforzarsi di comprendere i Node ancora più in profondità. Perché, ed il vostro affezionatissimo ve lo ripete, "Cowards Empire" è il tassello ultimo di un mosaico che potrebbe ancora espandersi. Un mosaico incredibilmente ricco di sfumature, alle quali si deve fornire una giusta dignità artistica. Ecco perché, e lo ammetto orgogliosamente, il mio giudizio finale è anche supportato da un attento studio della loro carriera pregressa. Il passato incide sul presente, la Storia è maestra di vita.. ed i Nostri, inutile dirlo, hanno imparato molto bene la loro stessa lezione.

1) StagNation
2) Death Redeems
3) Lambs
4) Average Voter
5) Locked In
6) No Reason
7) Money Machine
8) The Truck
9) Still The Same
10) Liar.Com
11) The Plot Survives