NIRVANA

Nevermind

1991 - Geffen Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
08/03/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Nevermind, seconda release dei Nirvana è decisamente, che ci piaccia o no, una pietra miliare del rock degli ultimi 20 anni. “Se fossi stato furbo avrei messo da parte molte canzoni di Nevermind per poi pubblicarle un po’ per volta, nell’arco di 15 anni. Ma non ne sono stato capace.” Queste le parole con le quali Kurt cercò di rispondere alla frequente domanda “Come è possibile che il secondo album dei Nirvana abbia avuto quel grande successo?” Proviamo a dare noi una risposta, in primis facendo una scrematura tra gli aspetti più prettamente tecnico-commerciali e quelli più prettamente legati al disco. A due anni dall’uscita di Bleach, Cobain e soci abbandonano la la Sub Pop e firmano un contratto con casa discografica Geffen, fiduciosi di poter essere cosi maggiormente distribuiti e godere di una più vasta popolarità. Anche se successivamente Kurt ebbe modo di rinnegare le sonorità dell’album, da lui definite come troppo 'pop' e 'frutto di compromessi con la Geffen', la scelta di firmare con una major label si rivelò azzeccata. Nel frattempo la line-up della band si è modificata, e dopo vari tentativi di rimpiazzare Chad Channing, entra definitivamente come batterista Dave Grohl. Questa fu un’altra scelta che risulterà vincente per il gruppo di Seattle. Restava da decidere infine chi sarebbe stato il demiurgo di Nevermind: Kurt voleva a tutti i costi come produttore Butch Vig. La sua predizione fu esatta quanto provvendenziale: anche se Butch era uno che fino ad allora aveva prodotto solo band di nicchia, riuscì a registrare Nevermind magistralmente, trovandosi anche lui quindi nel 1991 travolto dall’onda del successo targata Nirvana. Ma concentriamoci meglio su questo disco.



"Nevermind": non ci pensare, non importa. In effetti, quando si mette per la prima volta questo disco nello stereo, si ha la sensazione di potersi staccare dalla realtà e dai problemi quotidiani per respirare una ventata di libertà mista a menefreghismo. Il mentore è il carismatico leader Kurt Cobain con il suo particolare vocalism acido/struggente e la sua chitarra in grado di produrre suoni strazianti alternati a cristalline armonie. Siamo di fronte a qualcosa di più di un disco, è il manifesto di un'intera generazione, un album che ha saputo come nessun altro prima e dopo, unire la rabbia e la frustrazione dei giovani del tempo, delusi stanchi ed incazzati con un mondo che stava loro stretto. In questo senso merita nota la significativa foto copertina del disco che ritrae un bambino di quattro mesi (Spencer Elden) fotografato in una piscina mentre insegue un biglietto da un dollaro infilato in un amo da pesca. Fin troppo eloquente il messaggio: viviamo in un’epoca in cui i soldi e il potere ce li abbiamo ascritti nel Dna, una sorta di tendanza al consumismo che è innata, ormai siamo tutti contaminati dalla società del benessere. La musica di questo full lenght segue quindi questo grido disperato dei Nirvana: è una micidiale mistura di indicibile angoscia, inquietudine, frustrazione e dolore che scaturisce nota dopo nota, avviluppando l’ascoltatore in antitetiche atmosfere a volte pacate, quasi eteree, ed altre rabbiose e pregne di devastazione interiore. La prima track è 'Smells like teen spirit', l'anthem che ogni gruppo della storia vorrebbe scrivere: struttura semplice ma feedback devastante come un uragano, quattro accordi vomitati in uno sfogo turbolento che le rullate di Grohl sorreggono in modo perfetto. In ritornello orecchiabilissimo, la chitarra di Kurt si fa furiosa e la sua voce a tratti stridula dipinge, sullo sfondo di un testo criptico che sfuma nel non-sense, il disagio adolescenziale come nessuna altro seppe fare. Questa canzone è l'inno del nuovo nascente movimento di protesta e di rivincita, il cavallo di battaglia non solo di Nevermind ma di generazioni di giovani, pietra miliare della storia del rock fino ai giorni nostri. Se si rimane sconvolti dal ciclone "Smells Like Teen Spirit", dopo pochissimi istanti di tregua inizia un altro capolavoro: "In Bloom". Le prime parole, mormorate su un giro di basso laconico e depresso, sono la rappresentazione migliore del disagio di Cobain ("Sell the kids for food/ weather changes moods/ Spring is here again/ reproductive glands"). E poi l'assolo acidissimo, e il ritornello, con quell'urlo che introduce una melodia semplice, memorizzabile e quasi epica. Il dolore non è solo rabbia. A ricordarcelo è "Come As You Are", malinconica depressione con un giro di basso che è già leggenda, semplice e geniale. La mania di Cobain di accordare gli strumenti mezzo tono sotto la scala normale trova qui una valida spiegazione: sembra niente, ma il pezzo ricrea una atmosfera alienata, distante, che sembra sfumare quasi nell’oblìo. A manovella inizia “Breed”, pezzo adrenalinico dove il vero protagonista è Grohl: ritmo scatenato e schiacciasassi che la orienta di piu’ al hardcore che al rock. Giusto intramezzo prima di lanciarci nell’ascolto di "Lithium", uno dei pezzi portanti del disco (il singolo ha venduto quasi 10 milioni di copie!). E’ una track dal delirio schizoide e con un ritornello di facile presa, piccolo gioiello sospeso tra un alito malinconico e uno più incisivo ed arrabbiato. Il testo anche qui criptico sembra essere un vero attacco alla religione in senso lato: Kurt lamenta l’impossibilità di avvicinarsi spiritualmente a Dio, un Dio che vorrebbe ma che insieme ripudia. Una canzone che davvero dall’inizio alla fine è un vortice di emozioni. La sesta canzone è “Polly”, canzone che narra una vicenda che aveva colpito molto Cobain: a Tacoma nel giugno del 1987 una ragazza di 14 anni tornando da un concerto punk venne rapita da un uomo che l’appese a testa in giù, la violentò e la torturò. Si capisce quindi perché la composizione di questa track sia affidata al duetto voce-chiatarra semplice, ma efficace. Le sonorità sono più armoniose, quasi cantautorali, e si notano qui le influenze dei grandi crooner statunitensi nella formazione musicale di Kurt. La settima track è intitolata “Territorial Pissings” e pare il pezzo in cui le sonorità punk miscelate al Dna dei Nirvana tornano più prepotentemente a galla, regalando un pezzo dal ritmo sostenuto, brioso, pieno di vita e movimento. A seguire due canzoni che si possono descrivere insieme per ritmo ed incedere gradevole: sto parlando di “Drain You” e “Lounge Act”. Esse sono l’esempio di come questo disco trascenda le note semplici di cui è composto, candidandosi da subito a essere il wall  di un’intera generazione di giovani. Si arriva a “Stay Away”: 3 minuti intensi trascinati da una batteria esplosiva che mantiene il ritmo sostenuto e una voce urlata alternata a cori di background che introducono il ritornello. La perfetta canzone da live, altro non fosse che non fu mai eseguita (inspiegabilmente) durante i concerti dei Nirvana. La penultima track è “On A Plain”, ottimo pezzo ma forse uno dei meno ascoltati di Nevermind. Fin dalle prime note si sentono giri di chitarra e basso semplici che creano la giusta trama la vocalità di Kurt che senza fatica trova spazio. Lo scorrere di questo pezzo è spensierato, niente a che vedere con la rabbia frustrata o il dolore di altre track, qui il sound è allegro ma pulite rispetto ai precedenti pezzi, ma il pezzo si chiude con dei lamenti che preludono all'ultima traccia, immensa. Mi riferisco a “Something In The Way” soffusa ballad che racconta il periodo in cui Kurt visse sotto i ponti, dopo essere scappato di casa. L’intero pezzo è impregnato di un’atmosfera malinconica, con una patina di sofferenza e disagio resa bene dalle poche note di chitarra acustica e violoncello appena percettibile. La voce di Kurt è minimale, sussurrata, sconfortante e dipinge l’anima di uno che ha davvero patito la solitudine e l’incomprensione. Canzone che sarà resa immortale nel successivo “Mtv Unplugged In New York” del 1994. Ad essere onesti non è l’ultima traccia, perché dopo 10 minuti ecco la ghost-track "Endless, Nameless", mai titolo più appropriato: una registrazione di chitarre dilaniate e annientate in studio, con distorsioni tremende. Finito l’album.



Cosa dire, sui Nirvana è stata detta qualsiasi cosa: incapaci di suonare, sopravvalutati, colpevoli di avere offuscato il rock, e via dicendo. Certo è innegabile che rispetto al precedente disco Bleach, in Nevermind viene abbandonato il sound più grezzo e sporco per dar voce a un rock con riflessi più pop, più puliti, se si vuole più commerciali. E certo, la formula non era eccezionalmente innovativa o originale, dato che era una sorta di commistione fra quello che facevano i Pixies e le dissonanze di stampo Sonic Youth. Ma io penso che per dire se un disco sia stato o meno una pietra miliare nella musica si debba considerare se continua ad essere ascoltato nel tempo, bisogna analizzare se il disco sia riuscito ad entrare nell’olimpo dei classici senza età perché foriero di valori universali, come la rabbia, la protesta, la libertà; bisogna considerare se le nuove generazioni colgono il messaggio che Kurt voleva farci arrivare. E quei messaggi, quei significati emergono puntuali dopo ogni ascolto. A 21 anni dalla sua pubblicazione continua ad essere molto venduto ed ascoltato, la missione Nirvana è riuscita. E poco importa se poi con gli anni il nome e l'immagine di Kurt Cobain siano stati santificati e commercializzati. Lo stesso Cobain scrisse in “Smells like teen spirits”: “Our little group has always been and always will until the end”  ( “Il nostro piccolo gruppo c'è sempre stato e ci sarà sempre, fino alla fine” ). Quindi col cuore dico a tutti i refrattari: Nevermind.


1) Smell Like Teen Spirits
2) In Bloom
3) Come As You Are
4) Breed
5) Lithium
6) Polly
7) Territorial Pissings
8) Drain You
9) Lounge Act
10) Stay Away
11) On A Plain
12) Something In The Way

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