NIRVANA

Bleach

1989 - Sub Pop

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
07/03/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

"‘Nirvana’ significa libertà dal dolore, dalla sofferenza del mondo esterno: è quanto di più vicino alla mia definizione di punk-rock”. Queste le parole che Kurt Cobain usò quando dovette spiegare il nome del gruppo che fondò sul finire degli anni 80. Ma cerchiamo di essere più precisi. Siamo a Seattle, 1988. Quando cominciarono a registrare il primo LP i Nirvana non avevano ancora un nome definitivo, avevano solo una manciata di brani pronti da registrare e un batterista (Dale Crover) che sarebbe stato sostituito da lì a poco con Chad Channing. La Sub Pop non era ancora una casa discografica vera e propria e Kurt e compagni non possedevano neanche un soldo. Seicento dollari: tale fu la spesa di registrazione di “Bleach”, pubblicato nel 1989. Nonostante l’esigua spesa per produrlo e il contesto nel quale venne alla luce, questo album diede inizio alla parabola dei Nirvana. Come è stato possibile? Innanzitutto va ricordato che il demiurgo che ha prodotto Bleach è l’abilissimo Jack Endino, inoltre non siamo di fronte a un semplice album, ma davanti all’espressione di una generazione di giovani incazzati col mondo. I Nirvana sono percepiti come simbolo del disagio e dell'apatia nei confronti di una società volta al consumismo, agli eccessi, che ha ormai perso ogni contatto coi valori profondi della vita. E’ il grunge: musica come protesta contro l'establishment politico e culturale del momento. Pertanto decifrare “Bleach” è decifrare un epoca: tirato, grezzo, sgraziato; lontano anni luce dal rock patinato da classifica, qui dentro c’è rabbia, isteria, disapprovazione per ciò che l’America, il mondo, l’infanzia e la vita rappresentavano alla fine degli anni ottanta. Non è la frenesia e la tensione del 1968 e nemmeno la carica distruttiva e anarchica del punk targato Sex Pistols. Questa è la provincia americana, Seattle, città in decadenza, disoccupazione, degrado, noia, ove l’underground cova e sperimenta.



"Bleach" (letteralmente candeggina) è un album dal sound sporco, spigoloso, graffiante, teso, nervoso. Poco a che vedere con i lavori successivi. È anche un disco che ci mostra un Kurt Cobain diverso da quello del successivo Nevermind, un adolescente che è si frustrato dal difficile rapporto con i genitori, ma che è solo un ragazzo di 22 anni ancora lontano da quel vortice di pazzia e droga che lo risucchierà successivamente e da cui non riuscirà più a liberarsi. Le canzoni sembrano riflettere ancora queste difficoltà adolescenziali (e esistenziali) e risultano nel generale ancora acerbe e non sfruttate del tutto, ma non per questo poco efficaci o comunicative. Basta pensare all’intro,“Blew”: le sonorità sono cupe, oscure, e il tono di voce ugualmente segue questa linea, passando da toni più gravi a frangenti quasi urlati. Il "could you stay?” intonato da Kurt sembra una richiesta disperata, che cerca di farsi largo tra i pesanti riff di chitarra, ma ne resta soffocata. A manovella segue “Floyd the Barber”, dove è la batteria in primo piano: grezza ed ostile è essa a condurre l’intero brano mentre Kurt riesce a implementare bene questi 2.20 min del pezzo con la sua voce a tratti stridente, che crea la giusta discrasia nell’orecchie dell’ascoltatore. Inevitabile sentire quel malessere, quella sofferenza di Kurt nelle esigue note di questo brano, ma si tratta di un pezzo che non brilla comunque all’interno di Bleach. Non si può dire uguale della terza track, che diventerà uno dei “the best of" dei Nirvana: sto parlando di "About a girl". Certo il testo è scarno, i versi ripetitivi, la melodia di una semplicità spoglia, la voce manca di dovizia tecnica… Ma allora come ha fatto a diventare così celebre il pezzo? Solo una risposta: l’archetipo delle ballate mid tempo cobainiane, foriero di emotività che riesce a coagulare impeto, frustrazione, sogni di una generazione. Un brano che continuerà ad essere ascoltato anche in futuro per questo. La quarta canzone del disco è “School”: 2 minuti di frenetica aggressività, esplosivi proiettili caricati da riff abrasivi, da una sezione ritmica pulsante e da quella voce indefinibile, sofferta e rabbiosa, quella inimitabile di Kurt, che urla “Non Recess”. Segue un altro pezzo considerato un evergreen targato Cobain e soci: mi riferisco a “Love Buzz”, cover degli Shocking Blue. Curiosità: il bassista dei Nirvana era appassionato di rock psichedelico mentre Kurt detestava il genere, tuttavia decise comunque di assecondare la richiesta dell’amico inserendo in Bleach questo pezzo. Il basso di Novoselic qui intreccia trame semplici e avvolgenti, mentre Kurt si dimostra perfettamente in grado di interpretare il pezzo regalando più che un pizzico di trasgressione, direi proprio una grinta rabbiosa che non apparteneva al pezzo originario. Il sesto brano è Paper Cuts”, che si differenzia dall’intro graffiante e intrinsecamente cupo, l’incedere però è lento, quasi viscido, con un Cobain che si fa sentire in tutta la sua asprezza nel refrain: la voce è talmente corrosiva che letteralmente sembra lacerare il brano in mille pezzi fino alla chiusura. Tra le tracks di questa prima release forse questo è tra i più significativi, perché esprime bene la frustrazione, il disagio ma anche la forza della generazione grunge. Eccoci arrivati davvero alla portata più importante: “Negative Creep”: col suo furioso e plumbeo incedere è stata una delle canzoni più spesso riproposte dai Nirvana nei loro live. Disperata, urlata, con quei versi ripetuti alla noia:"This is out of our range, this is out of our range, this is out of our range, and it’s gown“; a rimarcare la mancanza di fiducia verso il futuro, un futuro già svenduto. Il titolo è tutto un programma, con molteplici traduzioni ne esce una forma di negatività e di autodistruzione senza eguali. L’ottava canzone è “Scoff”, solito intreccio di batteria e basso che formano la maglia perfetta in cui la voce di Kurt si inserisce creando una matrice stridente, cupa, perfettamente in linea con gli altri pezzi. Certo il testo è improvvisato, veloce, insensato, ma ai Nirvana in questo primo album non interessava dimostrare di possedere grandi capacità come songwriter e nemmeno mostrarsi come musicisti capaci e virtuosi. Alla band di Seattle interessava, ricordiamolo ancora una volta, dare una voce all’esistenza frustata di una generazione. Cobain non era soltanto capace di cristallizzare il suo disagio: prova ne è il brano più sottovalutato dell’album, “Swap meet”. Un uso ipnotico e rallentato del feedback come sfocia in tipico refrain infiammabile, con il buon Kurt intento a dipingere la storia di una coppia di perdenti al mercatino della domenica, alienati e ormai desensibilizzati, ma in cui il disperato grido dell’autore di “Smells Like Teen Spirit” forgia uno scenario salvifico grazie alla musica. Alla batteria è Chad Channing che con precisione crea la vibrazione giusta della track seguente: “Mr Moustache”. Il brano è costruito interamente su un unico giro di basso che si ripete in maniera monotona per gli interi 3.24 min. Nemmeno la voce di Kurt riesce a donare il giusto dinamismo e personalità a questa canzone che risulta visceralmente noiosa, non fosse altro che per il rallentamento del ritmo in chiusura che scuote un po’ le coscienze. Un pezzo che si avvicina più al punk-rock che al grunge, un brano che ci fa respirare le provenienze musicali della band e le loro influenze e connessioni con l’ambiente punk. L’undicesima track è “Sifting”, forse una delle meno ascoltate del disco, suo malgrado, perché le sonorità non sono piatte, anzi sono vivaci e graffianti: la batteria scandisce un tempo oscuro, deciso, pieno, il basso implementa  questo incedere plumbeo e Kurt sferza gli acuti nei giusti frangenti. La penultima track è il celebre pezzo “Big Cheese” un altro deciso esempio su cosa vuole comunicare l’album: una critica verso il potere ammaliante del “pezzo grosso” (Big Cheese, per l’appunto) simbolo del mainstream, rimarcando quindi l’indipendenza della band nei confronti dell'establishment culturale di quegli anni. A chiudere il disco è il min 1.43 di “Downer”: ritmo scanzonato, veloce, grintoso, la batteria mantiene su di giri l’intero (breve) pezzo e la voce di Kurt qui più che mai si fa sentire nella sua incisività alternando espressive strofe sussurate ad altre urlate, quasi schizofreniche, sofferte. E in un batter d’occhio ci troviamo ad avere finito l’ascolto di Bleach.



Concludendo, Bleach è un album grintoso, atipico, insolito, una piccola gemma troppo spesso trascurata dagli appassionati dei Nirvana e dagli amanti del genere in senso lato. Sicuramente può risultare un lavoro difficile da assimilare, specie per quelli che prediligono il suono "pulito" e le sonorità del successivo "Nevermind"; è però un album ricco di spunti, in cui le sonorità grezze del grunge già sono in fermento. La musica come insostituibile mezzo di consapevolezza ed espulsione del dolore, questo è in fondo il lascito principale dei Nirvana, e Bleach è il prologo della rivoluzione (musicale e non) che si scatenerà dopo, nel corso degli anni 90.


1) Blew
2) Floyd the Barber 
3) About a Girl 
4) School 
5) Love Buzz 
6) Paper Cuts 
7) Negative Creep
8) Scoff 
9) Swap Meet 
10) Mr. Moustache 
11) Sifting 
12) Big Cheese
13) Downer

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