NILE

Black Seeds of Vengeance

2000 - Relapse Records

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
07/09/2011
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

A due anni dallo studio album di debutto "Amongst the Catacombs of Nephren-Ka", i Nile ci regalarono il primo e vero capolavoro, il disco "Black Seeds of Vengeance". E lo fecero con alcuni cambiamenti di line up: lo storico membro Dallas-Toler Wade fece il suo ingresso nella band come cantante - chitarrista, mentre Dereck Roddy, che avrà breve corso nei Nile (lascerà la band subito dopo questa release) fu ingaggiato come batterista al posto di Pete Hammoura, che restò comunque in veste di vocalist. Oltre a queste new entry Karl Sanders si avvalse anche della collaborazione di molti altri artisti, la maggior parti dei quali per eseguire i tanti cori che possiamo trovare in questo cd, oltre che ad alcuni rari strumenti tipici del Medioriente. Stilisticamente la band puntò su un suono meno corposo e massiccio, ma molto più tecnico, anche se già dalla release successiva "In Their Darkened Shrines" la band cercherà di unire entrambe le caratteristiche, con eccellenti responsi. Per quanto riguarda la registrazione nuovamente affidata alla Relapse Records nulla da dire, anche se una batteria un pò più pesante non avrebbe certo sfigurato, ma ciò che conta è che quei piccoli punti neri riscontrabili nel suo predecessore siano ormai solamente un lontano ricordo. Black Seeds of Vengeance si apre con l'intermezzo "Invocation of the Gate of Aat-Ankh-es-en-Amenti", brano che permette di entrare in una lontana dimensione oscura grazie ad una strumentazione che rievoca un desolato panorama nei pressi del Nilo, quasi come fossimo lì ad attraversare chilometri e chilometri di un'infinita distesa di sabbia. Dopo questa breve introduzione si giunge alla title track "Black Seeds of Vengeance", uno dei migliori brani del disco, con ispirati riff ed assolo di chitarra ed i primi potentissimi blast beat di Roddy. Il terzo brano "Defiling the Gates of Ishtar" vede una grande performance dei chitarristi Sanders e Wade mentre lo stesso Sanders ci narra un'appassionante ed antichissima leggenda riguardante la malvagia divinità di Ishtar. Una lunga invocazione agli dei introduce la cadenzatissima apertura di "The Black Flame", brano azzeccatissimo diviso fra velocissime e brutali incursioni ed altre molto più lente. A questo punto si giunge ad un riecheggiante ed evocativo intermezzo intitolato "Libation Unto the Shades Who Lurk in the Shadows of the Temple of Anhur", breve brano perlopiù incentrato su sonorità che ricordano musica tradizionale egizia. Il sesto brano è la devastante "Masturbating the War God", che evidenzia virtuose chitarre ed un'indaffaratissima sezione ritmica, anche se ciò che spicca maggiormente è lo stile vocale, caratterizzato da un growl mai così potente e profondo. Un altro brano intensissimo è il seguente "Multitude of Foes", brano che non si concede un attimo di pausa con Dereck Roddy che sale in cattedra grazie ad una performance sopra le righe. Così, mentre ci siamo già inoltrati nella seconda metà di Black Seeds of Vengeance ci si imbatte al capolavoro "Chapter for Transforming into a Snake", brano che si potrebbe semplicemente sintetizzare come la perfetta simbiosi fra brutalità ed ispirazione, con sei corde da orgasmo puro, senza ombra di dubbio una delle canzoni migliori di sempre nate dalla mente di Sanders. L'apice a livello di evocativià lo si raggiunge in due unti diversi, ed il primo di questi coincide con il nono brano "Nas Akhu Khan she en Asbiu", intitolato in lingua egizia, con sezioni potentissime ed altre più lente, voltate alla glorificazione delle più malvagie divinità della tradizione antica. L'outro di questo brano apre il secondo apice di cui vi parlavo prima, "To Dream of Ur", traccia che si colloca al di fuori del tipico sound brutale dei Nile, assumendo il volto di un'intensa invocazione agli dei egizi, con tanto di accompagnamento con percussioni tribali e sonorità riecheggianti. Gli ultimi 2 brani sono anch'essi all'insegna di un sound tribaleggiante: il primo è la misteriosa ed oscura "The Nameless City of the Accursed", il secondo, che chiude Black Seeds of Vengeance, è "Khetti Satha Shemsu", una sorta di lungo outro costituito da percussioni riecheggianti e da diabolici growl che con l'ausilio del cantante Mohammed el Hebney ripetono all'infinito il titolo del brano. Dopo le prime release convincenti ma un pò incomplete, finalmente Black Seeds of Vengeance si può ritenere l'album della maturazione definitiva per la band di Karl Sanders.


1) Invocation of the Gate of
Aat-Ankh-Es-En-Amenti 
2) Black Seeds of Vengeance 
3) Defiling the Gates of Ishtar 
4) The Black Flame 
5) Libation Unto the Shades Who Lurk in
the Shadows of the Temple of Anhur 
6) Masturbating the War God 
7) Multitude of Foes 
8) Chapter for Transforming into a Snake 
9) Nas Akhu Khan She En Asbiu 
10) To Dream of Ur 
11) The Nameless City of the Accursed 
12) Khetti Satha Shemsu