NILE

At the Gate of Sethu

2012 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
28/10/2012
TEMPO DI LETTURA:
5

Recensione

Con il valido "Those Whom the Gods Detest" i Nile avevano imboccato un percorso ben definito puntando su qualche nuova soluzione stilistica, che mi aveva fatto ben sperare in vista del futuro (anche se non era piaciuta agli appassionati delle sonorità del passato, come è naturale che sia), se solo la band avesse proseguito su coordinate più classiche e conformi alle vecchie produzioni, per intenderci quelle dei capolavori sfornati nei primi anni del nuovo millennio. Purtroppo però, con "At the Gate of Sethu" la band guidata dalla mente di Karl Sanders abbia intrapreso un sentiero che potrebbe portare alla deriva questa autentica istituzione del death metal statunitense. Questo perchè il sound non è minimamente tornato quello di un tempo, anzi, le sonorità “folkloristiche” che caratterizzavano “Black Seeds of Vengeance” o “In Their Darkened Shrines” sembrano ancora più offuscate rispetto a quelle già molto in secondo piano del predecessore. I vecchi album dei Nile erano un mix di brutalità, evocatività ed atmosfera, colmi di brani rapidi, tritaossa, intermezzi tribali e lunghissime, estasianti cavalcate a metà fra la violenza del death metal e sonorità "orientaleggianti", che rendevano il lavoro complessivo equilibrato e dalle vaste sfumature, che spesso e volentieri hanno finito per diventare autentici capolavori (qualcuno ha detto "Annihilation of the Wicked"?). At the Gate of Sethu è invece un album molto più canonico, con brani abbastanza (per non dire troppo) omogenei, il che rende impossibile una netta distinzione fra gli stessi, inficiando una marcata piattezza durante l'ascolto integrale. Magari, presi l'uno dopo l'altro singolarmente potrebbero risultare quasi accettabili, ma posti in successione non ne emerge praticamente nessuno che sia minimamente interessante. Altro neo del disco: la band non pare più equilibrata come un tempo, il tutto sembra girare attorno al vastissimo bagaglio tecnico di George Kollias, che è sì una macchina per precisione ed intensità, ma che non basta certo per realizzare un grande disco. L'impressione è infatti che le idee stiano venendo meno nella mente di Sanders, i riff sono meno incisivi rispetto anche solo a Those Whom the Gods Detest, quando non risultano forzati o addirittura degli scarti dell'album appena citato, dove la sette corde era sì in grado di rievocare sonorità appartenenti a strumentazioni di stampo folk/middle eastern. L'unica soluzione degna di nota, anche se la sua messa in pratica è piuttosto discutibile, riguarda le vocals (da annotare il ritorno di Jon Vesano dietro al microfono in veste di ospite) non costituite solo da gutturali growl bensì da acidi vocalizzi in scream, quando non si tratta di pure clean vocals dall'aspetto etereo. Anche il basso, come è ormai tradizione, pare essere solo un elemento di (s)comparsa, per non dire che è praticamente assente nella linea sonora. Un lungo ed inquietante intro atmosferico ci introduce nella prima stanza della nuova piramide di Karl Sanders e soci, ossìa “Enduring the Eternal Molestation of Flame”. L'intro lascia presto spazio ad un riff graffiante ma decisamente inefficace sul quale si staglia un Kollias subito attivissimo che però non presenta particolari differenze esecutive rispetto ad alcune performance del passato, anzi, sembra ricalcarsi nello stile finendo per risultare meno mostruoso del solito. Il ritmo, imposto già molto elevato sin dalle prime battute si placa verso la metà del brano introducendo una buona parentesi solistica di Sanders, che però anche qui non presenta niente di nuovo che riesca ad attirare l'attenzione, e dandoci la sensazione che questo disco sarà sì suonato magistralmente come di consuetudine, ma che finirà per essere freddo, plastico e poco coinvolgente. L'outro alla “Sacrifice Unto Sebek” precede “The Fiends Who Come to Steal the Magick of the Deceased”, brano che si apre con un riff abbastanza simile a quello del predecessore, che lascia presto spazio ad un brevissimo inserimento acustico, il quale ci introduce nella prima strofa, caratterizzata da un riff alquanto scialbo e che difetta di grande mancanza di incisività (purtroppo il vero punto debole del disco). Nemmeno il chorus di metà brano risulta all'altezza della situazione, e se i Nile lo hanno inserito per variegare le sonorità, l'esperimento è assolutamente fallito data la sua breve durata ed il tono fuoriluogo con cui viene interpretato. A seguire una serie di riff davvero malriusciti che mutano infine in quello portante, che chiude un brano decisamente insufficiente. Con l'introduzione “The Inevitable Degradation of Flesh” i Nile ci riportano alla mente i tempi d'oro di brani come “Masturbating the War God” o “Chapter for Transforming into a Snake”. A livello compositivo siamo dinanzi ad uno dei picchi (se così si possono definire) di At the Gate of Sethu, ma non certo per l'introduzione di qualche spunto innovativo, semplicemente questa volta Sanders tira fuori dal cilindro un songwriting potente e diretto che riesce finalmente ad attrarre l'attenzione (assolo compreso). A rovinare un po' un brano discreto, la durata e la ripetitività delle chitarre, davvero troppo statiche e monotone per rendere il brano apprezzabile a pieno (in particolare nella seconda parte dello stesso, dove assistiamo in pratica ad uno stucchevole loop). Un bell'arpeggio apre “When My Wrath is Done”, brano discutibile a livello compositivo che è caratterizzato da un ritmo inizialmente molto cadenzato e massiccio. Le chitarre raggiungono un livello bassissimo di ispirazione e sembrano lasciare spazio all'immancabile drumming iracondo di Kollias. Ad un certo punto Sanders imbraccia la chitarra dandoci un'ottima lezione inventandosi un solo quasi orripilante in quanto a contenuti e sostanza, facendoci venire il dubbio che sia la stessa persona che ha composto l'assolo di “Cast Down the Heretic” (da Annihilation of the Wicked, 2005). Con l'intermezzo “Slaves of Xul” possiamo proprio dire di averle viste tutte, il più brutto strumentale che si sia mai sentito all'interno di un disco dei Nile. Sonorità discutibilissime, urla quasi poste a casaccio insieme a percussioni tribali, che riescono a farci rimpiangere l'atmosfera da batticuore di “Spawn of Uamenti” o di “Libation Unto the Shades Who Lurk in the Shadows of the Temple of Anhur”. Si giunge così a quella che potrebbe definirsi la titletrack “The Gods Who Light Up he Sky at the Gate of Sethu”, la quale, dopo un'introduzione nemmeno troppo cestinabile finisce per scadere nel banale (che ormai é una vera consuetudine) per non dire nell'orripilante (anche se non mi vengono in mente aggettivi migliori per definire le vocals del brano). Strumentalmente si avvicina invece ad alcune track del predecessore, probabilmente il motivo per cui sotto quest'aspetto finisce per essere uno dei pochi sopra la sufficienza, anche se di qui a definirlo un buon brano ne passa: l'assolo è di una piattezza che più di così non si può, i riff potrebbero anche risultare taglienti, ma funzionano più come un coltello senza denti e per nulla affilato, finendo così dopo un po' per mancare totalmente di incisività. Della serie “titoli kilometrici” ecco “Natural Liberation of Fear Through the Ritual Deception of Death”, dove finalmente incrociamo un buon pezzo sotto l'aspetto compositivo che però difetta inevitabilmente per quello vocale (diciamo che fosse stato uno strumentale sarebbe stato meglio). L'assolo non é nulla di strabiliante o di nuovo, ma almeno rievoca nella mente le belle parentesi solistiche di Sanders del passato, anche se in questo modo finisce per dare la sensazione del già sentito. In ogni caso meglio accontentarsi vista la qualità espressa fino a questo punto, e prepararci ai cento secondi dell'intermezzo strumentale “Ethno-Musicological Cannibalism” ed alle sue sonorità tribali che ci riportano alla mente desolati e desertici paesaggi mediorientali che poco ci azzeccano con il resto del disco, anche se dopotutto un po' di atmosfera dopo tanta piattezza sonora non fa male. L'intro di “Tribunal of the Dead” risuona tremendamente oscuro, ci fa accapponare la pelle, e dopo pochi secondi lascia partire il pezzo, che procede in maniera lenta ma inesorabile, con qua e là cambi di tempo che lasciano però freddo l'ascoltatore senza colpirlo perché poco cattivi. Non si impongono con la loro pesantezza (colpa di una produzione “non da Nile” ma da band semisconosciuta e scarsamente dotata dal punto di vista compositivo). La seconda parte del brano é più brusca, brutale e veloce, ma tutt'altro che annichilente, e solo dopo la bellezza di sei minuti lascerà le nostre orecchie, praticamente intatte. Il decimo brano “Supreme Humanism of Megalomania” resta secondo il mio punto di vista uno dei pezzi meno disastrosi dell'album, tralasciando il consueto discutibile songwriting (blast beat a manetta e rullate a go-go non salvano nemmeno l'operato di Kollias, troppo piatto e monotono nel corso di At the Gate of Sethu), ci troviamo a cospetto di qualche riff accettabile ed un assolo di chitarra decente rispetto a quelli proposti da Sanders in precedenza. Il capitolo conclusivo “The Chaining of the Iniquitous” si apre con un atmosferico intro in salsa folk, per poi mutare in un brano lento e goffo che si trascina per sette lunghi minuti che ogni volta sembrano non passare mai (in passato avevo invece adorato pezzi come “User-Maat-Re” o “Unas Slayer of the Gods”, i quali sono addirittura più estesi come minutaggio). I Nile cercano di costruire un brano colmo di effetti e di sonorità finendo per fallire nuovamente in quanto ad incisività e qualità dei contenuti, che per una band di questo calibro é davvero grave.Dovendo tirare le somme devo dire che fra questo e Those Whom the Gods Detest corre quindi un abisso che però tende verso il lato sbagliato. Vista la mancanza di idee e di spunti di brillantezza mi viene un forte sospetto che At the Gate of Sethu sia nato per motivazioni commerciali, poiché nonostante ripetuti ascolti ancora non mi é chiaro il messaggio musicale che i Nile vogliono trasmettere attraverso il disco, a differenza di come avveniva in passato, dove la loro musica coinvolgeva sin dal primo ascolto, ti rapiva e ti trasportava nell'antica civiltà egizia e te ne rivelava gli aspetti sotto una connotazione brutale, malsana e violenta. L'unico posto in cui mi traghetta questo é invece un anonimo scaffale di un negozio, dove, per mia fortuna, non mi sono precipitato appena vi ha fatto la sua comparsa, preferendo di fidarmi di Sanders e compagni acquistandolo a scatola chiusa, dato che non ne sarebbe assolutamente valsa la pena (anche se mi duole dirlo poiché é una band a cui mi sento fortemente legato). Se tanti indizi fanno una prova, é quindi giunta l'ora che i faraoni abdichino prima che commettano ulteriori passi falsi. 


1) Enduring the Eternal Molestation
of Flame
2) The Fiends Who Come to Steal the
Magick of the Deceased 
3) The Inevitable Degradation of Flesh 
4) When My Wrath Is Done
5) Slaves of Xul 
6) The Gods Who Light Up the Sky
at the Gate of Sethu 
7) Natural Liberation of Fear Through
the Ritual Deception of Death 
8) Ethno-Musicological Cannibalisms 
9) Tribunal of the Dead
10) Supreme Humanism of Megalomania 
11) The Chaining of the Iniquitous