NIGHT DEMON

Darkness Remains

2017 - Steamhammer

A CURA DI
ANDREA CERASI
23/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Il Demone prende vita. Dal buio della notte il Demone sorge e prende forma. Dagli incubi trae linfa vitale e si rafforza continuamente. L'incarnazione del Demone notturno, in questo caso, porta il nome di Night Demon, giovane realtà nata nella tranquilla cittadina di Ventura, in California, dove le dolci acque dell'oceano e le dorate spiagge del luogo, nel maggio 2011, vedono nascere il progetto di tre ragazzi dalle idee chiare e dagli animi che trasudano eterna fedeltà al sacro verbo dell'heavy metal, quello più puro e incontaminato, quello legato alla N.W.O.B.H.M. e al power americano. Gli art-work fumettosi, dalle ossa lustrate a dovere e contornate da uno strano alone malvagio che riporta a tematiche oscure e atmosfere horror, ci informano sulla direzione scelta dal trio: heavy tradizionale che affonda le radici nei mitologici anni '80 e che grida al mondo intero i suoi intenti esoterici, amari, dissacranti, mefistofelici. Ben presto l'assolata California deve fare i conti con questa nuova formazione ed i suoi concerti incendiari, gustosi e divertenti, ricchi di grinta e di potenza sonora. Il contratto è dietro l'angolo e, dopo un ep autoprodotto che riscuote grandi consensi, a farsi avanti è niente poco di meno che la Steamhammer, una delle maggiori etichette discografiche in ambito hard 'n' heavy. Il sogno si avvera, o meglio l'incubo, quello di suonare roboante heavy metal per la gioia di tutti i puristi, di calcare palchi prestigiosi in giro per il mondo e donare al popolo musica di qualità, capace di rievocare tempi lontani e condita da un gusto retrò. Non si inventa nulla, certo, l'originalità viene meno quando si vengono a sapere le principali influenze: UFO, Diamond Head e Iron Maiden o si accostano certi nomi della scena U.S. power degli anni 80 come Riot, Metal Church e Armored Saint, ma i Night Demon se ne fregano alla grande, la loro personalità spicca e il loro credo resta ancorato a un sistema tradizionale e ben collaudato. Insomma, la musica di questi tre indemoniati non propone nulla di rivoluzionario perché non è nelle loro intenzioni, anzi, si rifà pesantemente a un'epoca ormai lontana ma sempre magica e che ancora oggi fa proseliti, a cominciare da una produzione volutamente genuina e dal fascino vintage. Già il debutto "Curse Of The Damned" aveva messo in chiaro le cose, ricevendo attenzioni e critiche positive e oggi, due anni dopo quell'uscita, la proposta non cambia di una virgola; i Night Demon bissano licenziando il solido "Darkness Remains", secondo assalto musicale, dalla breve durata, dalla semplicità di fondo fin troppo accentuata ma dalla potenza inaudita. L'aria che si respira è quella da fumetto horror in stile "Creepshow", perciò divertente e di puro intrattenimento, con riffing muscolosi e ritornelli da capogiro, senza orpelli e complicanze che rendono difficile l'ascolto. Qui si pesta, si scuote la testa e si fa festa a suon di metallo pesante, e allora ci troviamo davanti a una scuola infestata da spettri, in balia di fulmini e saette che sbucano da una nuvola, nera come la pece, che incombe dall'alto. Un ragazzo, zaino in spalla e mani in tasca, sta salendo le scale per entrare nell'istituto, questo posto in secondo piano, poiché, ad attirare lo sguardo vi è l'inquietante statua di uno scheletro incappucciato che innalza una coppa dalla quale fuoriesce un liquido. Dietro, delle lapidi sorgono dal terreno. C'è tutto quello che è riscontrabile nell'immaginario horror: la paura giovanile del ragazzo, la scuola maledetta, la morte rappresentata dalla statua e dal cimitero, il paranormale scaturito dai fulmini in cielo e dalle fiamme che avvolgono la struttura; il tutto stampato su toni cupi, tendenti al grigio e al verde, dove risalta il logo della band e il titolo dell'album in giallo accesso. La luminosità dei caratteri in copertina sarà l'unica caratteristica serena e armoniosa all'interno di un lavoro che ha l'intento di consegnarci dieci brani neri e orrorifici, dove prenderanno vita mostri, racconti del terrore e scabrosi resoconti di quotidianità. Dunque, giunti fin qui siamo pronti ad iniziare questo viaggio tetro e pericoloso. Le tenebre incombono su tutti noi e bisogna far attenzione.

Welcome To The Night

In "Welcome To The Night" (Benvenuto Alla Notte) la notte si palesa davanti ai nostri occhi, atmosfera infernale, niente stelle in cielo, una nube si distende sulla città. Le chitarre in tensione suonate da Armand John Anthony ci aprono la strada, in lontananza già si intravede un mondo marcio e claustrofobico, popolato da demoni giunti a noi dal regno dei morti. La bella introduzione si prende un terzo del brano, per un'apertura da brividi e di grande atmosfera. Dusty Squires pesta dietro le pelli e allora ci prepariamo ad assistere a una grande e feroce cavalcata metallica. Con l'intervento del vocalist/bassista Jarvis Leatherby siamo al completo e si può proseguire senza interruzioni, seguendo un cammino diretto che punta dritto al sodo. Infatti, pochi secondi e ci ritroviamo catapultati dalla strofa al ritornello, dalla luce all'oscurità: qualcuno sta arrivando dall'alto dei cieli e dalle viscere della terra, è la Notte, incarnazione di desideri segreti e di fascino ancestrale. Impossibile resisterle, poiché la sua forza è imponente e la sua voce seducente. L'uomo è il discepolo, la chiama, la aspetta e sa già di essere in balia della sua magia. Linee melodiche ottimamente impostate per fare subito presa e il pezzo vola letteralmente snodandosi su una riffing principale caustico e dalla voce graffiante di Leatherby. La notte è giunta tra noi umani, bisogna fare attenzione alla sua pericolosità, i demoni dell'inferno fuoriescono dal cuore del mondo e ci invitano ad essere ciò che vogliamo, in modo tale da liberare la nostra vera natura. La notte reca con sé le sue follie, le sue regole, e noi non possiamo fare altro che ubbidire. Il ritmo rallenta bruscamente, per poi riprendere quota secondo dopo secondo, dando inizio al fantastico bridge giostrato su un duello di batteria e chitarra, ma la melodia è sempre lì in primo piano, e allora il vocalist incita tutti noi a sbloccare la bestia che alberga nel nostro animo. Dobbiamo solo trovare la chiave giusta per liberare la nostra vera natura. Si apre una parentesi strumentale davvero efficace, brutale e repentina, Anthony dimostra di saperci fare e ci diletta con un grande assolo, dunque si ripropone l'ottimo refrain. Ora è giunto il momento di assecondare la notte e tutto ciò che comporta, siamo anche noi dei demoni alati, il nostro cuore sbraita, è adirato, pazzo, furibondo, urliamo come lupi la nostra sete di sangue. La notte ci ha plagiati, la notte è nostra signora? e allora che sia benvenuta.

Hallowed Ground

Con "Hallowed Ground" (Terreno Consacrato) ci addentriamo in un cimitero, perseguitati dalle nostre paure e dalle creature sbucate dal nulla. L'adrenalina è talmente alta che la sezione ritmica picchia duro e non rallenta un secondo. Non c'è tempo di respirare e di riprendere fiato. Basso e chitarra imperano su questa roboante e macabra storia musicale che parla di un'antica maledizione. Un cimitero dimenticato nel tempo, dal quale, ora, stano per resuscitare i defunti. L'andamento è veloce, diretto e molto melodico, a contrasto di un ritornello dal ritmo sincopato e vagamente epico e supportato da cori, dove Leatherby fa la parte del leone, narrando la leggenda di queste anime perdute che si accingono a tornare in vita, sbucando dalla terra e scostando la lastra di pietra dove c'è inciso il loro nome. Il cimitero è diventato, nei secoli, la loro prigione. Questi spiriti sono stati sepolti in questo lembo di terra e le loro gesta dimenticate negli anni, ma la notte ha riaperto il portale che fa da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e allora tutti gli spiriti sono pronti a tornare. Squires martella tempestando il brano di fendenti che sembrano saette, proprio come quelle che si vedono sull'art-work del disco, mentre Leatherby lo segue col suo basso dalle linee sinuose. I morti stanno per tornare, cerchiamo di fuggire ma è impossibile farlo, tutte le uscite sono bloccate; sono i figli nativi di una nobile razza che cova dolore e sofferenze da migliaia di anni, perseguitata e martoriata ingiustamente. Adesso vogliono la loro vendetta, col favore della notte stessa. I tre musicisti danno il meglio di sé nella bella parentesi strumentale, quando tutti gli strumenti sono in palla, quando decidono di picchiare duramente e di dare sfoggio della propria tecnica. Gusto melodico e buona tecnica a supporto per un pezzo riuscito e ben eseguito. I poveri visitatori del cimitero muoiono tutti, divorati dagli spettri dei resuscitati, tutti uccisi tranne uno, riuscito a fuggire e a raccontare l'accaduto, questa storia d'orrore che ha mietuto le sue vittime. L'uomo sopravvissuto si interroga: è riuscito a salvarsi per pura fortuna oppure le anime degli inferi lo hanno lasciato andare di proposito affinché possa raccontare la maledizione che avvolge la zona? Anche lui è diventato un'anima dannata? Il bridge, di grande impatto melodico, ci riferisce che su quella collina si sentono grida e lamenti di tutti coloro che lì sono caduti.

Maiden Hell

"Maiden Hell" (Fatto All'Inferno) è un titolo/gioco di parole che rende omaggio, come si può intuire, agli Iron Maiden, una delle band che più hanno influito sulla formazione dei Night Demon. Il testo è tutto composto da titoli di brani dei Maiden, per un esperimento citazionista molto gradevole ma dall'effetto melodico un po' anonimo. Il refrain, infatti, resta in ombra e le strofe non incidono a dovere. Ripercorriamo le tappe di tantissimi brani della band di Harris, partendo dal debutto per poi arrivare all'ultimissimo lavoro in studio. Il trio californiano ricorda di quando erano ragazzini e correvano liberi, ai tempi della prostituta Charlotte, quando la donna ha scatenato in loro una natura selvaggia e ha aperto loro un mondo strano e inquieto, popolato da feroci creature e da omicidi (nella via Morgue). Il refrain è goliardico, un inno alla Vergine di Ferro più famosa della musica metal, ma sa molto di osteria dato i cori e l'aspetto gioviale. Seguendo un ritmo tipicamente hard 'n' roll si continua il viaggio attraverso la musica degli eroi della N.W.O.B.H.M., citando quindi gli invasori figli dei dannati, i prigionieri che corrono sulla collina, le truppe d'assalto, gli anni buttati e il misterioso Edward the Great che ha detto loro che il paradiso può aspettare, perché loro sono stati creati all'inferno, nella dimensione opposta. Certo, si tratta pur sempre di un elogio divertente e simpatico, non si ha la pretesa di creare chissà cosa, perciò "Maiden Hell" va preso per quello che è. La paura del buio incombe, nessuna preghiera per i morti, gli uomini sono nati malvagi e fanno solo male, ma c'è ancora un briciolo di speranza, un nuovo mondo si sta parando davanti ai loro occhi, anche se, a ben vedere, le frontiere finali sembrano ancora lontane. L'eternità forse non è cosa per noi umani, ma uniti ce la faremo, perché siamo fratelli di sangue.

Stranger In The Room

"Stranger In The Room" (Estraneo Nella Stanza) ha una deliziosa apertura doom, dal ritmo rallentato dove emerge prepotente il basso di Leatherby, incastonato tra una serie di assoli passionali di Anthony che formano un macigno sonoro crudele e imponente. Un blocco di acciaio sul quale scalcia l'ugola sporca di Leatherby che narra di una notte buia e tempestata da venti gelidi, dove si intravede la sagoma di un demone nella foschia di una luce fioca che non riesce a prevalere sul buio. È notte, perché la notte fa sempre da cornice alla musica, come da sfondo al racconto, ambientazione ideale per scatenare l'orrore. L'ombra dei Black Sabbath fa capolino qua e là, non solo nella ricostruzione di un determinato ambiente, ma anche nell'andamento cadenzato degli strumenti. Un incontro nelle tenebre, un misterioso sentimento che ci assale nel silenzio: è la paura che ci paralizza perché sappiamo che sta per accadere qualcosa di tremendo. Parte il ritornello, incantevole nelle linee melodiche e magico nell'essenza: è giunto il tempo di conoscere il misterioso straniero che si è intrufolato nella stanza, nel cuore della notte, apparso come per incantesimo davanti a noi. Sembra un po' rievocare la copertina del primo album dei Night Demon, una minacciosa sagoma nera dagli occhi lucenti. Cambio di tempo e il brano accelera, il basso rimbomba in una piacevole danza che ci accompagna verso una grande parentesi strumentale, anticipata dal un ottimo bridge nel quale emerge uno splendido dialogo tra la batteria di Squires e la chitarra di Anthony. Il diavolo sussurra all'orecchio, ci pietrifica, ma dobbiamo sfidare la paura, perché non abbiamo la sicurezza di cosa stia succedendo. Difficile credere a ciò che non vediamo distintamente, è tutto così confuso e astratto, forse è solo un'ombra proiettata da fuori la finestra; invece no, è proprio un demone, adesso siamo in grado di vederlo, ha gli occhi iniettati di sangue e ci fissa, sta scrutando la nostra anima: è lui la maschera della morte. È un incubo dal quale non ci sarà risveglio.

Life On The Run

"Life On The Run" (Vita da Strada) ha un incipit terremotante, chitarra dal riffing ruggente e basso muscoloso che sorregge l'intera sezione ritmica. La vita picchia duro, la vita dell'uomo cresciuto in strada, con mille pericoli, e che si trova da solo a combattere per sopravvivere. La vita che colpisce con un gancio in pieno volto, bisogna fuggire più veloce a bordo di un'automobile che sfreccia in autostrada, sentiero infinito per il nulla. Misteriosa è la meta, l'importante è scappare, anche se due occhi diabolici appaiono allo specchietto retrovisore, poiché la vita, la maledetta esistenza del mortale non è altro che un demone alato dalle fauci assetate di sangue. L'incarnazione della vita è il demone notturno, una divinità alla quale tutti noi dobbiamo pagare un prezioso tributo. L'accelerazione è improvvisa, così come la macchina in strada, la sezione ritmica velocizza il suo andamento per poi snodarsi su un bellissimo e melodico pre-chorus, pronta a lanciarsi sul roccioso e diretto ritornello che colpisce allo stomaco come il demone alato quando cattura la sua preda. Si riprende a correre, cercando di fuggire all'agguato, gli pneumatici stridono sull'asfalto alzando un polverone tossico che fa intravedere la sagoma del demone allo specchietto, sempre alle calcagna, col fiato sul collo. Dusty Squires romba dietro le pelli come il motore dell'auto, come se mettesse in moto le turbine attraverso una raffica di colpi alla batteria, il cambio di tempo ora è repentino, John Anthony si esibisce in un gustoso assolo che si stende sopra il basso, caricato a molla, di Leatherby, dando sfoggio di grande mestiere. Arriva la coda finale, letale e velenosa, parte a rallentatore accelerando via via; il demone alato riesce ad accalappiare la vittima, interrompendo la sua folle e vana corsa verso chissà dove. Impossibile sfuggire all'incedere del tempo, poiché la vita brucia come una candela. Il tributo da pagare agli Dei infernali è alto, molto alto.

Dawn Rider

"Dawn Rider" (Cavaliere Nascente) è un mid-tempo costruito su un nobile riff di chitarra, dal sapore epico che potrebbe ricordare i primi singoli degli Armored Saint? in tracce quali "March Of The Saint" o "Can U Deliver", ossia quelle più ancora allo U.S. power metal di metà anni 80. Infatti, i Night Demon ricalcano gli stereotipi del genere regalandoci un buon pezzo in grado di sorprendere l'ascoltatore grazie alle continue accelerazioni in fase di refrain, per una struttura giocata su l'alternanza di strofa e ritornello che potrebbe sembrare fin troppo semplicistica ma che impressiona comunque per via del piglio genuino che possiede. La foschia si è impadronita del mondo, e con esso anche la mente degli umani, questi ultimi accecati da una improvvisa e strana sete di vendetta che brucia come un tuono scagliato sulla terra da un dio crudele e sadico che si diverte a plagiare gli uomini e a muoverli come fossero burattini. La lama della tortura infesta l'animo, lo lacera e lo rende schiavo dell'oscuro cavaliere giunto dagli inferi. Si scatena l'orrore, la caccia all'uomo è appena iniziata. Jarvis Leatherby è un bravo interprete, la sua voce, così robusta e sporca, rievoca immaginari tetri e racconta di macabri avvenimenti, come appunto la spietata apocalisse in atto. A supporto della voce troviamo un passo posseduto, massico e imperioso, che prepara il terreno per la carneficina; gli angeli piangono terrorizzati, il paradiso è stato insanguinato, dabbasso sbucano spiriti malvagi pronti a divorare le deboli carni umane. L'errore dell'uomo è stato nascere, poiché egli è destinato a perire e a incontrare faccia a faccia l'orrore, gli occhi diabolici dei dannati che penetrano l'anima, sconvolgendo tutti i sentimenti, rendendo il mondo un posto poco ospitale, gelido e pericoloso. Non resta che l'odio, l'odio e la guerra, il sangue e la carne martoriata. Desolazione intorno, evocata dalle pulsazioni di basso, come un cuore in agonia che si va spegnando, e una raffica di tuoni sprigionati da Squires attraverso una gloriosa parentesi strumentale che pone termine al brano non proprio memorabile.

Black Widow

"Black Widow" (Vedova Nera) ha un attacco molto classico, dall'animo regale, mentre il suo corpo è piuttosto snello e semplice, come quello di un ragno: due strofe per due ritornelli che si infrangono su una parte finale dominata dalla chitarra di Anthony che sfreccia come una saetta replicando un solo da brividi e che rievoca lo spettro di UFO e Deep Purple, ossia due band che con i loro assoli hanno scritto la storia. Questa volta le strofe colpiscono al cuore più del ritornello, un poco statico, anticipato però da un grande pre-chorus. La vedova nera, in questo caso, è la donna fatale, non un'umana ma più che altro una creatura magica proveniente da un mondo infernale (Ovviamente, come da prassi!). Ha lo sguardo spiritato, che emette una strana luce accecante, che intimorisce grazie alla sua sensualità, ma lei non è venuta per cedere agli istinti carnali, lei è venuta per cibarsi del poveraccio che è finito tra le sue spire. Un morso ed ecco la paralisi, impossibile fuggire da quell'inferno, dalla tela tessuta con tanta cura al fine di procacciarsi carne fresca, uomini ai quali strappare il cuore per divorarlo. La vedova nera non è mai sola, è sagace poiché il buio culla le sue azioni e le sue incursioni notturne alla ricerca di sangue e di amore, quest'ultimo inteso come nutrimento non solo dello spirito ma anche del corpo, quel corpo in grado di stregare chiunque col solo sguardo. La creatura, proprio come il ragno, attende in strada, nell'ombra, pronta a spruzzare veleno nella gola dell'uomo, a immobilizzare la vittima nella sua tela. Bisogna fare attenzione perché sta arrivando di nuovo; insaziabile è la sua fame. La traccia, piuttosto corta, fa della semplicità il suo punto di forza, illuminandoci con una bella serie di duelli strumentali tra i tre protagonisti. La scelta musicale della band è proprio questa qui: concisione, semplicità, melodia a supporto di una base energica. In una parola: heavy metal, anche se poco coraggioso per i tempi moderni.

On Your Own

"On Your Own" (Per Conto Proprio) non è solo un consiglio dato all'ascoltatore ma è un brano che, nel suo messaggio, cerca di dare una vera e propria lezione di vita, dove l'imperativo è combattere. Esatto, combattere contro tutto e tutti, fare di testa propria, non contare su nessun altro, perché i tempi duri ci accompagnano dalla culla alla fossa, minacciando costantemente i nostri sogni, mettendoci quotidianamente alla prova. E allora non resta che combattere per sopravvivere alla giungla del mondo, questa gabbia mezza arrugginita che dispensa odio e problemi. il messaggio è diretto ed evidente, mentre la melodia resta sottotono, come se facesse da sfondo e non fosse troppo invadente, a dire la verità un po' appannata, tanto che il refrain non spicca come in altre occasioni, anche perché è proprio la struttura ritmica ad essere incerta e molto derivativa e il tutto sempre abbastanza forzato, tant'è che i nostri ci mettono una pezza grazie alla potenza (quella non manca mai!), all'energia scaturita dagli strumenti e anche per la buona performance vocale di Leatherby, fine interprete di questi resoconti di vita, una quotidianità difficile, dai tratti horror, dove la violenza è sempre presente e le sfide sono tante. Tutto è concentrato in pochi minuti, il pezzo scorre liscio, senza intoppi e in maniera lineare, tranne quando, nel break centrale, si ha una brusca interruzione, una breve parentesi eterea dove le chitarre si spengono e restano solo i sottili colpi di batteria e la caparbietà delle linee di basso a cullare l'ascoltaore, per poi ricominciare conducendo direttamente alla concitata fase finale, dove il ritornello si avvale di cori che rafforzano il tutto, spiccando in maniera più decisa. Il prezzo del destino è questo, non ci sono sconti di pena, perciò bisogna arrangiarsi e, a conti fatti, è meglio saperlo in anticipo: la vita non perdona, bisogna fare tutto da soli, senza nessun altro di mezzo. Combattere per sopravvivere, accettare le sfide che il mondo propone, affrontarle a testa alta, da soli e con le proprie forze.

Flight Of The Manticore

"Flight On The Manticore" (Il Volo Della Manticora) è un tributo strumentale alla creatura mitologica che, secondo la leggenda, è una specie di chimera dotata di una testa umana, il corpo di un leone e la coda di uno scorpione, in grado si scagliare spine velenose verso la preda per renderla inerme. Ma la creatura leggendaria è dotata persino di ali, simili a quelle di un insetto, e può spiccare il volo con facilità, nonostante l'enorme corporatura, e sfrecciare nel cielo muovendosi leggiadra come una libellula. L'animale, dalla natura demoniaca e soggetto di parecchi film, canzoni rock e giochi di ruolo a tema fantasy, viene tributato attraverso una cavalcata d'acciaio, una vera colata di metallo incandescente dove ritmiche sostenute vengono a collidere con una spiccata natura melodica evidenziata dalla chitarra di Anthony prima, poi, a partire da metà brano, anche dal basso di Leatherby, e infine dalla batteria di Squires che si cimenta in una serie di vorticose rullate al cardiopalma. La sensazione è proprio quella di un animale in volo, che sbatte le ali con foga creando vortici di polvere e alzando nuvoloni capaci di soffocare l'ascoltatore. La creatura vola incontro a cieli di tempesta e a paesaggi apocalittici, portando con sé desolazione e terrore. Lo stacco centrale è ottimo, dove l'irruenza si smorza in un tempo sospeso di grande effetto che si delinea secondo dopo secondo e che poi semplicemente riprende la sua irascibile corsa, innalzando un muro di suono solido e monolitico che fa scuotere la testa in un furioso headbanging. Qui emerge la buona tecnica a disposizione dei nostri, ma anche la bella alchimia instaurata tra i musicisti, i quali amalgamano con sapienza  le loro basi e le loro influenze: heavy metal classico, stacchetto hard rock, assoli che tempestano costantemente questo brano poggiato su un riffing roccioso e su un basso sempre protagonista, vero fulcro della sezione ritmica, capace di donare eleganza ma anche un certo sapore epico alla musica proposta dal trio californiano.

Darkness Remains

"Darkness Remains" (Rimane L'Oscurità) chiude il lavoro nel migliore dei modi e in una maniera inedita, proiettandoci in un'atmosfera tetra, gelida, peccaminosa, ma allo stesso tempo sognante e leggiadra, cullati dalla voce lontana e in sottofondo del vocalist che, sfidando il delicato e nostalgico arpeggio di chitarra, ci trascina con sé in territori divorati dall'oscurità. la scelta di chiudere l'opera così sembra quella vincente, quella giusta, tando che il brano si discosta dall'andamento generale dell'album risultando un unicum in questo percorso. Qui esce davvero l'anima horror dei Night Demon, i quali riescono a ricreare suggestive e tenebrose ambientazioni che trasmettono inquietudine e paura, lasciando una certa soddisfazione. Il momento è catartico: è notte fonda, il buio impera, ci dobbiamo chiudere in casa e sbarrare porte e finestre. Fuori, qualcosa ulula alla luna, sembra che pianga, e gli quegli ululati sono sofferti, tanto sofferti che non sembrano appartenere ad un semplice lupo ma piuttosto a qualche mostro sbucato dal nulla. Lì fuori c'è qualcosa, forse un demonio dai denti aguzzi che sta salutando il buio che incombe. Il passo doom, cadenzato, mette i brividi sulla pelle e mostra l'anima nera del brano; intanto il vocalist continua a sussurrare nonostante la scarica di adrenalina trasmessa dalla chitarra che entra in scena insieme alla batteria di Squires. L'atmosfera è ancora quieta, pacata, c'è ancora tempo per la foga, quella sarà sprigionata soltanto col brillante assolo di Anthony dopo la metà della composizione, e allora continuiamo ad essere cullati dalle dolci note che ci fanno assaporare questo attimo di orrore, quando le tenebre giungono a bussare alla nostra porta. Il passo cadenzato raffigura il buio che si espande, che giunge lentamente verso di noi, inghiottendo tutto e bussando alla porta che abbiamo appena sbarrato. Si sentono dei colpi sul legno, aumentano di intensità, la batteria evidenzia questa immagine e così una serie di assoli di Anthony ci desta dal torpore claustrofibico accumulato. Ormai non c'è più speranza, siamo intrappolati come topi, inutile nascondersi, e allora cadiamo in ginocchio e preghiamo un Dio al quale non crediamo. La morte è vicina, la mente è ormai ridotta a un cimitero vuoto, fuori dal tempo e dallo spazio. Cerchiamo di resistere ma nulla si può contro il destino: siamo morti e ora il nostro spirito vaga libero in questa landa desolata. Ci guardiamo intorno ma non c'è nessuno. Rimane il nero che tutto circonda e tutto assorbe. Finale affidato alla soavità delle tastiere, che lentamente emergono e si espandono nell'aria come il buio, come una nuvola nera, intossicandoci l'anima e fagocitando i nostri sogni.

Conclusioni

Dunque, chiudiamo questo colorato e pauroso fumetto horror, dalle tavole grondanti passione e dalle didascalie fedeli a un concetto vecchio ma sempre attuale, ancora oggi vivo e vegeto e in grado di sorprendere l'ascoltatore. Questo è il metal orgoglioso di essere heavy, basato su un modello che a molti potrà sembrare anacronistico ma che invece punta dritto al cuore, avendo una direzione precisa: acciaio, ugola feroce, sezione ritmica che pesta alla grande, songwriting affilato (ma che potrebbe migliorare) che rievoca le nostre paure infantili attraverso atmosfere e testi di natura horror. I Night Demon suonano sinceri e innamorati della propria arte, con l'obiettivo preciso di impressionare il pubblico, di condurlo per mano nel proprio mondo oscuro, costruito su cavalcate metalliche, melodie orecchiabili che si memorizzano all'istante e su una potenza fresca che li rende invincibili sia in studio che dal vivo. Terminato l'ascolto di "Darkness Remains" resta un dolciastro sapore sul palato, come se fossimo stati catapultati violentemente in una dimensione parallela, in un mondo popolato da strane creature che si sono cibate delle nostre paure, si sono alimentate costantemente e sono cresciute a dismisura per poi divorarci l'anima. Mentre abbiamo vissuto l'incubo sonoro, ci siamo emozionati grazie alle sensazioni che la musica del trio americano ha provocato: siamo scappati dai mostri sempre in agguato, ci siamo lasciati trasportare dai dieci brani presenti sul dischetto e ci siamo rifugiati in vecchie case abbandonate, ovviamente infestate da demoni e da spiriti ribelli. Per una quarantina di minuti siamo tornati ragazzini, con il terrore dell'ignoto e l'insicurezza del futuro, a quando dovevamo scontrarci con la paura della morte e con l'ansia del rimprovero, poiché la malvagità era sempre in agguato, pronta a colpirci. Certo, la semplicità (musicale e lirica) non sempre ripaga, soprattutto nel 2017, ma l'album di questi ragazzi californiani riporta in vita memorie quasi sepolte dal tempo, potrebbe richiamare opere adolescenziali quali "Creepshow" ma anche la collana "Goosebumps" (da noi "Piccoli Brividi") dello scrittore R.L. Stine, per un vortice di emozioni che si accavallano e si mescolano l'una con l'altra, distribuite in una tempesta horror che mette ancora i brividi e che ancora ci scuote la mente. Le tematiche trattate dall'opera appena uscita dei Night Demon sono queste, a testimonianza di come una determinata cultura anni 80 abbia influito sul loro percorso artistico e sulla loro formazione. Dunque non ci sono sperimentazioni di sorta o passaggi innovativi, i nostri tre ragazzi si concentrano a ripercorrere sentieri già tracciati, ma lo fanno con talento, discreta ispirazione e grinta, donandoci una manciata di buone canzoni, come le dirompenti "Welcome To The Night", "Life On The Run" o "Black Widow" e le più cupe e malvagie "Stranger In The Room", "On Your Own" o la title-track, molto vicine all'hard rock. In "Darkness Remains" non ci sono riempitivi, tutto fila liscio e colpisce al primo ascolto, inoltre il minutaggio contenuto è un punto a favore per l'assimilazione. La preparazione di Squires, Anthony e Leatherby (quest'ultimo, tra l'altro, in forza ai rinati Cirith Ungol, eroi dell'epic metal, riuniti da poco) è indubbia e il loro intento è palese: continuare la tradizione dell'heavy metal classico, entusiasmando migliaia di appassionati sparsi per il mondo e ancora legati agli anni 80, proiettandoli magari in una di quelle dimensioni oscure che rappresentano un connubio quasi indissolubile con l'hard 'n' heavy, musica che si avvale di sfumature horror, spesso di ambientazioni infernali, di sentimenti cupi, a tratti nichilisti, di notti insonni, di incubi ad occhi aperti e di demoni venuti da chissà dove. Per chi ama determinati elementi, "Darkness Remains" è un buon disco e i Night Demon sono un'ottima band. La notte è la cornice perfetta per questo viaggio fatto di musica e di storie macabre.

1) Welcome To The Night
2) Hallowed Ground
3) Maiden Hell
4) Stranger In The Room
5) Life On The Run
6) Dawn Rider
7) Black Widow
8) On Your Own
9) Flight Of The Manticore
10) Darkness Remains