NEW DISORDER

Mind Pollution

2019 - Art Gates Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
20/05/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione

Dopo aver dedicato parecchio del mio tempo ad analizzare dischi di death e thrash metal volgo con gran piacere il mio sguardo altrove, prendendo in esame l'ultimo disco di una giovane band italiana dedita ad un interessante alternative metal. Si chiamano New Disorder (Francesco Lattes, voce; Ivano Adamo, basso; Lorenzo Farotti, chitarra; Giovanni Graziano, chitarra; Luca Mancini, batteria), romani e al loro terzo disco, fautori di una proposta destinata a suscitare l'interesse di qualsiasi metalhead "open minded". Ma salvo sparute nicchie il metalhead dimostra di essere spesso e volentieri di larghe vedute (non è inusuale che il metallaro medio possa interessarsi a musica elettronica, classica, darkwave o semplicemente rock, nella sua accezione più ampia) quindi, salvo che non siate fanatici di un genere specifico - a parte il metallo alternativo - il disco dovrebbe suscitare, in voi che leggete e andrete ad ascoltare, una piacevole impressione. Cosa che ha suscitato in me, in effetti, che faccio parte di quei "metallari dalle larghe vedute" appena citati (non manco mai di ascoltare musica a trecentosessanta gradi, nonostante poi recensisca spesso e volentieri metallo estremo). Il disco, "Mind Pollution", registrato e mixato da Antonio Aronne presso The Form Studio 2.0, masterizzato da Kuan Chang Chiu allo Strong Tones Studio (Taiwan) e dato alle stampe in questo 2019 per la Art Gates Records, è di quelli che colpiscono ad impatto sicuro: tanta melodia e una buona dose di energia immerse in un sostrato "alternativo" che non manca di coniugare un background rock con richiami elettronici e industriali. L'album si spinge volutamente verso lidi sonori che, rispetto al passato, appaiono più "granitici" e violenti, enfatizzando il riffing delle due chitarre, accompagnato dalla sezione ritmica che alterna momenti più intensi e martellanti a trame più dilatate soprattutto in corrispondenza dei ritornelli melodici, che si contrappongono a strofe dal cantato aggressivo, che fa spesso uso di scream e growl. Il sound si completa con un uso molto più accentuato, rispetto alle passate produzioni della band, di synth e samples elettronici, che conferiscono un'anima "industrial" a molti brani della tracklist, il tutto condito da diversi breakdown, per mantenere alta la presa anche in ottica live. Riguardo all'elettronica e all'industrial, ho prima sottolineato che avere una visione del metal più ampia è necessaria per alcuni (parlo naturalmente di certi metallari più inclini a un prodotto "true") dato che non sempre parole come "elettronica" o "industriale" sono viste di buon occhio da chi è troppo rigido nella propria scelta. Ma il salto della quaglia è già stato fatto da anni, e non penso che certe contaminazioni possano più sbigottire qualcuno. Quel che credo interessi al metallaro medio come al musicofilo (ma anche all'ascoltatore casuale) è un buon prodotto, cosa che qui possiamo trovare senza problemi. Infatti, tra passaggi pregni di una notevole energia e frangenti suadenti e terribilmente accattivanti, si evince un gusto non comune che lascia pienamente comprendere come i nostri siano effettivamente ispirati e abbiano le idee chiarissime. Non vi sono, tra l'altro, richiami immediati a questa o quella band del genere: di solito pensi al metallo alternativo (genere che comprende gruppi di diversa estrazione e sound) e ti vengono in mente, che so, i Primus, i Korn, i Deftones, i System Of A Down, i Faith No More (questi ultimi due citati tra le influenze della band assieme agli In Flames, ai Killswitch Engage, agli Enter Shikari, agli Alter Bridge e ai Disturbed), ma avendo una conoscenza medio/buona delle band citate qui sopra, sinceramente non mi sento di dire che si percepisca un qualche flavour di qualcuno di questi gruppi. Sicuramente qualche vago richiamo c'è, ma talmente diluito da non lasciare intravedere che nel loro sound c'è l'impronta diretta di qualcuno di questi maestri (o non-genere: come per l'avant-garde metal l'alternative sembra racchiudere tutto e il contrario di tutto). Troppo oscuri i Korn, troppo "particolari" (bizzarri?) Primus e Faith No More per dire di poterli in qualche maniera percepire. Forse i System Of A Down. Forse. E questo risulta essere un punto a favore dei nostri, che dunque, effetivamente, riescono a dare in pasto agli ascoltatori un prodotto dotato di una sua precisa e ben studiata personalità. Ma penso di aver parlato a sufficienza. Preferisco lasciare molte considerazioni alle nostre immancabili conclusioni finali e lasciarvi con la biografia dei nostri - presa direttamente dal loro sito - nel caso fosse subentrata una certa curiosità nel sapere "chi siano questi ragazzi": "I New Disorder nascono a Roma nell'aprile 2009 e propongono da subito brani originali in grado di riassumere i diversi background dei componenti. Tutti i 5 membri provengono, infatti, da significative esperienze musicali, avendo militato in alcune tra le più importanti band della scena rock e metal capitoline. Il risultato è un sound caratterizzato da influenze che vanno dall'alternative rock al metal, al punk, con testi esclusivamente in lingua inglese. Alla fine del 2009, la band termina il primo lavoro in studio, "Hollywood Burns", un EP pubblicato ufficialmente dall'etichetta Wynona Records il 28 febbraio 2010 e che riscuote un buon successo in termini di vendite, soprattutto negli Stati Uniti, nonché ottime recensioni da parte degli addetti ai lavori. Nella prima metà del 2010 la band è impegnata con il primo tour nazionale, mentre nella seconda metà inizia la scrittura di nuovi brani. Dopo aver goduto dell'attenzione dei media nazionali ed esteri, con interviste e passaggi radio-televisivi, i New Disorder, nel mese di giugno 2011, pubblicano, in autoproduzione, l'EP "Total Brain Format", che ottiene ancora ottime recensioni e un buon riscontro commerciale, pur non raggiungendo i principali canali di distribuzione. Dopo una intensa attività live, a cavallo tra il 2011 ed il 2012, la biografia della band si arricchisce di un nuovo album, "Dissociety" (uscito il 4 marzo 2013), sotto etichetta Revalve Records, a cui segue, nel giugno 2013, un tour di 10 date da headliner nell'Europa dell'Est. L'album "Dissociety" è attualmente distribuito in Europa, USA, Canada, Giappone e Oceania, oltre che in tutti i canali digitali. Dopo alcuni cambi di line-up, nel settembre 2013, e un nuovo tour nazionale, (febbraio-maggio 2014), i New Disorder annunciano un nuovo contratto discografico con la Agoge Records per l'uscita del nuovo album, "Straight To The Pain". Il 4 novembre 2014 esce il video ufficiale "Never Too Late To Die",  singolo che anticipa l'album, pubblicato il 23 gennaio in Italia e nelle settimane successive anche in Europa e U.S.A.. A settembre del 2015 esce invece il secondo singolo ufficiale estratto da "Straight To The Pain", il video del brano "A Senseless Tragedy (Bloodstreams)". La release ufficiale dell'album, a marzo del 2015, coincide anche con un ulteriore cambio di formazione che vede la sostituzione di  Alex Trotto con il chitarrista Alessandro Cavalli, con il quale i New Disorder continuano l'intensa attività live che li ha sempre contraddistinti. Ancora una volta nella biografia dei New Disorder c'è un cambio alla chitarra e nel 2015 Fabrizio Proietti lascia il posto a Christian Caruso, il quale a sua volta viene sostituito a giugno 2016 dall'attuale chitarrista Andrea Augeri. La band nel 2015 effettua un mini tour italiano composto da 4 date (Foggia, Pescara, Reggio Emilia e Firenze),  e per l'occasione i New Disorder hanno diviso il palco anche con gli Hopes Die Last, una delle più rappresentative realtà in ambito screamo/rock. Appena entrato in formazione Andrea Augeri, la band partecipa al Formello live 2016 e all'Aprilia Original Music 2016, quest'ultimo vinto dai New Disorder!". Benone, detto questo, e lasciando come già detto qualsiasi altra considerazione in appendice, arriviamo alla nostra track-by-track.

Riot

Si inizia egregiamente con "Riot" (Rivolta), brano corredato di un testo di natura sociale, dal retrogusto pessimista e cupo: lo scenario che ci viene offerto è quello di un'umanità ridotta allo stremo, ove le persone lottano per il pane e sono soggiogate da un qualche potere non meglio definito (che comunque potrebbe essere un'allegoria di qualsiasi potere). Il passaggio iniziale che recita "mille anni di storia umana" potrebbe far supporre che ci troviamo lontani nel passato, dato che la "storia umana" inizia con l'invenzione della scrittura, ergo 3500 anni fa, quindi se il passaggio iniziale non è a sua volta "sviante" dovremmo trovarci almeno nel 2500 avanti Cristo. E in effetti non abbiamo alcun passaggio che suggerisca il contrario, niente che ci possa dare degli indizi riguardo a una diversa collocazione temporale (il presente ad esempio). Una di queste persone si lascia andare a pensieri decisamente poco ottimistici, e balugina nella sua mente che forse la condizione di stremo a cui è ridotto e a cui sono ridotte le persone attorno a lui potrebbero essere chiari segnali della fine di ciò che essi erano. E allora, con un ultimo lampo di baldanza, sente di dover incitare le altre persone alla rivolta. Nel mentre questi pensa ad una persona cara, forse perduta per sempre, rammentando di non poter più sentire il suo respiro sulla propria pelle e non riuscendo a capacitarsi del suo distacco. Considerato il periodo storico suggerito ho subito pensato alla rivolta degli ebrei in Egitto, non fosse per delle discrepanze temporali che vorrebbero l'esodo almeno mille e cinquecento anni dopo il periodo suggerito (se qui l'ambientazione è nel 2500 A.C., la fuga ebraica di massa dovrebbe essere all'incirca nel 1000 A.C., sempre stando a una ricostruzione pseudo-storica), quindi tale parallelismo penso non trovi alcun fondamento (per quanto poteva essere affascinante: le persone ridotte alla schiavitù in un passato remoto, la mancanza di prospettive future che porta un personaggio non meglio definito a pensare di incitare la sua gente alla rivolta). Musicalmente parlando abbiamo una prima sezione introduttiva completamene strumentale, basata su suoni algidi e riflessivi, che presto sfociano in un frangente elettronico in cui fa la sua comparsa la voce pacata di Francesco Lattes. A un minuto e un quarto le tessiture placide cesellate sino ad ora lasciano spazio a un riffing granitico, e anche l'impostazione vocale di Lattes cambia momentaneamente in favore di un growl abbastanza efferato (ma solo per un breve frangente). Quasi al minuto e quaranta il brano viene screziato da un riffing stoppato dal flavour groove metal e anche la voce di Lattes si riassesta su clean vocals per condurci gradualmente verso il refrain (verso il minuto e cinquantaquattro), melodico e potente, pregno di grande lirismo e pathos. Quasi a due minuti e un quarto subentra un piccolo frangente estremamente tranquillo, in cui voce e strumenti placano la loro furia a favore di un momento quasi catartico, in cui a dominare è un ricamo quasi ambient. A due minuti e venti inoltrati si riprende con il rifferama groove da accompagnamento alla voce pregna di pathos del singer, sino all'immancabile recupero del refrain. Conseguentemente al ritornello abbiamo una pregevolissima coda strumentale, che si conclude con una parentesi elettronica, e dunque un recupero del main riff groovegiante, stavolta con il supporto di vocals parecchio aggressive. Ai tre minuti e cinquanta, in prossimità del refrain la voce recupera la sua componente clean, e si fa dapprima pacata, quindi pregna di lirismo. Finale impostato sul riutilizzo di un riffing stoppato. Ottimo brano di apertura capace di stamparsi immediatamente nella testa dell'ascoltatore.

News From Hell

Il secondo brano "News From Hell" (Novità Dall'Inferno) sembra riagganciarsi al testo della precedente song: gli scenari proposti non sono dissimili, ancora ci si trova in un contesto in cui gli uomini sono soggiogati da una forza tiranna e malvagia, che ha irretito le loro menti. Ci si prepara eventualmente a lottare per riprendere possesso della propria libertà. In questo contesto emerge una figura, che funge quasi da coscienza, da "grillo parlante" per una seconda, la quale è quasi accusata di aver preso le parti di quelle forze oscure e menzognere: questi ammonisce che "chi gestisce il potere" lo ha assoggettato al suo volere, gli ha fatto il lavaggio del cervello, e lo esorta a tornare in se, a riprendere coscienza, a unirsi alla lotta contro quegli elementi abominevoli che hanno schiavizzato la loro gente. Una via di uscita per quella seconda persona (quella a cui il personaggio ammonitore si rivolge) esiste, l'importante è distaccarsi dalla follia e dalla mendacia di chi per troppo tempo ha usato in maniera sbagliata il proprio potere. A livello musicale abbiamo un'introduzione pesantemente elettronica gestita su sonorità sintetiche e fredde. Questo per almeno una quindicina di secondi, quindi subentra un potente riff che infiamma il brano con un un vigore davvero mirabile. La batteria accompagna con energia formando con la chitarra un corpus inestricabile, un muro sonoro particolarmente solido. Quasi al quarantesimo secondo entra in scena anche la voce in modalità clean, ma energica e quasi sprezzante, a scortare il fragoroso tappeto sonoro di fondo. Al minuto e quaranta subentra un frangente strumentale giostrato su un freddo guitar work e un lavoro di batteria particolarmente calibrato, frangente breve a onor del vero, che si estingue nell'arco di poco in un passaggio di pacata tranquillità in cui torna in scena la voce soave del singer. Il brano si incanala in breve in un troncone melodico, nel quale il singer si mantiene su coordinate pacate, sfoggiando ancora un'impostazione vocale calda e suadente. Verso i due minuti e trenta ancora un passaggio strumentale, ben più incisivo rispetto al precedente, evocativo e sontuoso nel suo andamento. Dieci secondi dopo torna la voce, dapprima su toni pacati, quindi ancora una volta sprezzante, con alcune alternanze a parti urlate fragorosamente. Verso i tre minuti abbondanti il brano prende velocità grazie ad uno sprint della batteria, e si arriva dunque alla fine con un intarsio elettronico finale identico a quello udito nelle prime battute.

Mind Pollution

Si continua con la title track, "Mind Pollition" (Inquinamento Mentale), che, stando alle dichiarazioni della band affronta il tema della dipendenza, in una maniera molto generale:"Mind Pollution affronta il tema delle dipendenze umane e il senso di oppressione che ne consegue, che si trasforma in paranoia e rifiuto del mondo reale e delle relazioni sociali. Il messaggio principale che il brano intende trasmettere è che gli esseri umani affetti da una qualsiasi forma di dipendenza (in senso lato, non necessariamente da droghe o alcol) possono seguire 2 possibili strade: guarire se stessi e portare beneficio gli altri o semplicemente abbandonarsi ad essa e lentamente distruggere se stessi e chi li circonda".  E in effetti, analizzando i vari passaggi contenuti nel testo molti indizi potrebbero portarci a queste conclusioni. Certo rispetto ai due brani precedenti stavolta abbiamo un apparato lirico meno "immediato" e di più ardua comprensione, ma in certi punti, quando si parla di inquinamento mentale, del fatto che la cosa faccia soffrire il protagonista (metafore della dipendenza da qualcosa) e di tutta l'autoriflessione che ne consegue, capiamo che effettivamente proprio nella tematica della dipendenza si voglia andare a parare. Che non è nient'altro che un offuscamento della ragione, la quale viene obnubilata da pericolosi simulacri che prendono il controllo della nostra mente impedendoci di agire e pensare senza vincoli di sorta. Si pensi alla dipendenza da droghe o alcool, o da un'altra persona, o da feticci veri e propri per i quali si stabilisce una morbosa dipendenza. Passando dunque alla parte musicale, esattamente come nel brano precedente nelle primissime battute abbiamo un'introduzione elettronica, solo che stavolta si fa ancor più marcata e non fosse per il proseguo diremmo di trovarci a che fare con un brano di big beat o electro house. Ma così non è, e direi anche meno male. Non perchè non ami l'elettronica, anzi. Ma da un gruppo metal generalmente mi aspetto il metal (anche contaminato, è chiaro), salvo che questo sia stato solo un "passaggio" nella propria storia musicale (gli Ulver). Certo viene da pensare ai Celtic Frost e a One in Their Pride, ma la genialità di questo gruppo è impossibile da mettere in discussione, e incredibile a dirsi, il brano citato pur non essendo affatto metal, era perfetto per quel contesto (comunque a suo modo possedeva una certa aura oscura). Ma sto divagando. Quanto udiamo al termine di questa particolare introduzione è un riffone groove thrash che spazza via qualsiasi dubbio sul background metal del brano: un riffing potentissimo, tra le cose più destabilizzanti sentite sino ad ora. La voce - in un quasi growl, davvero possente - si inserisce in un tappeto strumentale di rara efficacia, davvero poderoso, con una batteria che pesta come se non ci fosse un domani, e una chitarra che sciorina stilettate al solo scopo di fare male. Verso il quarantesimo secondo, in prossimità del refrain, la voce si fa vellutata, e la potenza sino ad ora espressa si converte in vellutata eleganza: il refrain risulta parecchio melodico, ma in fin dei conti non stucchevole. Poco dopo il brano riprende velocità e potenza, e la voce riacquista quel simil-growl già usato in precedenza. A quasi un minuto e quaranta ancora il refrain, che in breve sfuma in una parte ancora molto violenta. Quasi ai due minuti e venti un passaggio molto morbido, in cui la strumentazione cessa di martellare lasciando spazio a trame - elettroniche -  più evocative, in concomitanza con un recupero dell'impostazione vocale in clean (abbastanza soffusa) del singer. Verso i due minuti e cinquantacinque un nuovo uso del refrain, e una coda ossessiva e violenta giostrata sul riffing groove-thrash. Brano interessante, non il mio preferito, dato che ho sempre sopportato a malapena le soluzioni à la Killswitch Engage (brani potenti + ritornelli morbidi e orecchiabili). Ma non mancherà di appassionare tutti gli amanti di certo modern death e chiaramente del metallo alternativo.

WTF (Spreading Hate)

"WTF (Spreading Hate)" (WTF - Diffondendo Odio) sembra in qualche maniera ricollegarsi alle liriche dei primi due brani, imperniati in toto sulla sottomissione delle masse tramite menzogne perpetrate da potenti governanti. Anche qui il plot sembra essere lo stesso: i rappresentanti del potere tramite le loro bugie, la loro propaganda, hanno plagiato il popolo. Questi, soverchiato dalla demagogia, paga le conseguenze di un uso del potere sbagliato e dannoso. Il testo, abbastanza attuale, sembra abbeverarsi dal calice di una realtà a noi familiare: quando si dice, testualmente "Ci hanno consegnato tutto ciò che volevamo/Ci hanno preso in cura con sogni e speranze" sembra si faccia riferimento a un qualsiasi governo populista attuale, che offre alla gente cose non indispensabili e false promesse in cambio di una poltrona stabile dove governare senza ritegno. Ma anche qui abbiamo una sottile speranza, data dalle autoriflessioni della "voce narrante" (un protagonista non meglio specificato, chiaramente la classica voce fuori dal coro), che, percependo le nefandezze di questo potere forte dimostra un senno che potrebbe essere il primo futuro segnale di un cambiamento di un popolo ancora intorpidito. E' questo elemento fuori dal coro che, tra l'altro, accenna al fatto che mentre questi "potenti" elargiscono contentini, loro continuano a "pagare i propri debiti" e a uccidersi tra loro senza una ragione precisa. Solo una goccia in un oceano, ma che potrebbe rappresentare il segnale di una qualche futura ribellione. Musicalmente il brano parte molto bene, attraverso ricami soffusi e algidi, che presto lasciano spazio a un guitar work possente di vaga reminiscenza groove metal. Verso il quarantacinquesimo secondo si fa spazio un nuovo frangente soffuso, screziato da accenti elettronici, in cui emerge la voce delicata del singer. A circa un minuto e dieci, in prossimità del refrain si fa spazio un troncone energico, estremamente melodico, in cui la voce esprime un vago pathos ben relazionato con i ricami chitarristici abbastanza catchy. La voce subisce quindi una variazione nell'impostazione esibendo un licantropico growl appena prima di una parte abbastanza heavy, stringata ma efficace. Al minuto e quaranta si ritorna su lidi tranquilli, tratteggiati da una parte strumentale placida e coronati da un supporto vocale tendenzialmente mesto. Poco dopo il refrain, melodico, accattivante, sempre impostato su vocals pregne di lirismo e un chitarrismo accattivante. Verso i due minuti e trenta la grinta esibita nel refrain si stempera in una parte ancora melodica ma molto più soffusa. Ai due minuti e cinquanta, complice il growl del vocalist e un guitar work violento e ossessivo, si può udire addirittura una parte che inizialmente subodora groove-death, e che si incanala presto in territori groove thrash (complice il riffing stoppato e violento), mentre per gradi si fa strada un solo guitar serpeggiante gustosamente melodico. A quasi tre minuti e trenta ancora il refrain. Finale con un recupero dell'intarsio strumentale già udito ad inizio brano.

Going Down

"Going Down" (Sprofondando), il quinto brano, sembra fare riferimento ad un personaggio avvolto da un'aura misteriosa, soffocato da una sorta di tetra dannazione: questi è lontano dalla sua dimora, partito dal luogo in cui viveva per cercare qualcosa che si percepisce non abbia trovato. E' serio e disilluso, ha la consapevolezza di essere stato dimenticato (un passaggio vede il nostro protagonista riferirsi a se stesso come ad un morto) e l'unica cosa che può fare è tornare a casa, una casa disabitata, senza qualcuno ad accoglierlo, vuota e spettrale. Ed è consapevole che il suo ritorno è solo una tappa forzata: i suoi sogni, i suoi ideali si sono infranti rovinosamente e l'unica cosa possibile è tornare suoi suoi passi, conscio che non vi saranno storie da raccontare e anche ve ne fossero non vi sarà alcun interlocutore a cui rivolgersi. Qui domina il pessimismo puro, l'angoscia regna sovrana e non vi sono spiragli di luce a irrorare le liriche di una pur illusoria speranza. Il brano, musicalmente, è uno dei migliori del lotto: nessuna stranezza elettronica, nessun richiamo a certo modern death. Niente di tutto questo: solo un brano di sanguigno e passionale heavy moderno (con - incredibile a dirsi - un vago flavour power). L'introduzione è affidata a un ottimo ricamo chitarristico puntellato qua e la dalla batteria. In breve siamo catapultati nel brano vero e proprio, gestito su un riffing davvero eccelso, potente e accattivante, con una batteria bella pompata. Verso il quarantesimo secondo subentra la voce - filtrata inizialmente, quasi sibilante - che si assesta subito su un mood ricco di pathos. Verso il minuto il refrain, molto catchy, potente ma melodico, di sicura presa. Davvero eccellente a mio parere. Una nuova parte colma di melodia e al contempo di energia ci porta verso un frangente arricchito da un riffing granitico - ancora memore di certo groove-thrash - che si stempera in una nuova ripetizione del refrain. A quasi due minuti e trenta un bellissimo solo guitar a rendere il brano ancor più accattivante, quindi una parte ricca di melodia in cui a ergersi è ancora l'espressività della voce del singer. Dopo un "Going Down" ripetuto ossessivamente, quasi in maniera mantrica, abbiamo ancora una volta bridge e refrain, che si fondono in un finale veramente accattivante, sigillato da un ultimo intarsio di chitarra. Come già detto in precedenza, questo è senza dubbio uno dei brani migliori del lotto: bello, potente, un piccolo capolavoro che si erige sin da subito come elemento di spicco in un disco comunque parco di brani di buon livello.

Room With A View

La sesta traccia "Room With A View" (Una Stanza Con Vista) sembra ricollegarsi totalmente con il testo di Going Down: questo brano aveva come sinossi la vicenda di un uomo allontanatosi dal luogo in cui viveva per cercare qualcosa, forse se stesso, forse la gloria, il successo. L'uomo rimane deluso nel non riuscire ad arrivare al suo scopo e torna irrimediabilmente sui suoi passi. Nel qui presente brano lo stesso uomo (pensiamo effettivamente che si parli della medesima persona) rimugina mesto sul suo vuoto interiore, sulla solitudine che lo attanaglia. Il silenzio, la vacuità di ciò che lo circonda suscitano in lui un sottile senso di paura, che diviene anche paura nei confronti di se stesso e nei confronti di una qualche risposta a domande di cui non possiamo sapere molto. Ma comunque pensiamo che abbiano a che fare strettamente con la sua figura, magari il suo avvenire o il suo io più profondo, qualcosa che comunque "è meglio non sapere" perchè la conoscenza può essere angosciosa tanto quanto lo sforzo che si fa per arrivare ad essa. E' un vicolo cieco, un serpente che si morde la coda, dato che logorarsi su dei quesiti e arrivare a delle soluzioni sgradevoli sono sempre fonte di malessere: l'unica soluzione è non porsi domande, essere ciechi nei confronti dell'avvenire. Ma questo non sembra essere l'unico argomento delle autoriflessioni del protagonista, dato che a un certo punto cita esplicitamente delle "catene da spezzare" ("Desidero solo di aver salva la vita/ E di spezzare queste catene/ Per arrivare alla verità e fermare il dolore") il che ci fa pensare che anche qui, come nel terzo brano, possa esserci un riferimento a una qualche dipendenza (la dipendenza è una catena illusoria che irretisce la nostra capacità di agire liberamente), oppure le "catene" potrebbero avere collegamenti con i primi due brani ed essere interpretate come menzogne capaci di irretire una mente debole (nei due brani citati le menzogne sono perpetrate da dei potenti, governanti senza scrupoli che le usano come arma per sottomettere la gente, mentre qui le catene potrebbero coincidere con delle menzogne di un amico, una donna, un familiare). Aldilà di tutto questo, comunque, di base si parla di ossessione nei confronti di una vita vuota, spenta, senza aspettative particolari, in cui il buio e il silenzio sembrano regnare sovrani. Meno lugubre la parte musicale, che si sviluppa su toni abbastanza heavy (screziati qua e la da parti groove, come spesso ravvisato) in un contesto generale tutto sommato "arioso", mai soffocante, e anzi decisamente godibile. Evocativa l'introduzione, basata su un energico guitar work suggestivo e di gran presa. Conseguentemente alla parte introduttiva, al riffage iniziale si sostituisce una tessitura strumentale pacata, sulla quale si inserisce presto la voce del singer, dapprima in clean, quindi nel solito efficace growl. Al minuto e quindici abbiamo il refrain, decisamente melodico, che recupera un certo flavour rockeggiante già espresso nelle prime battute. La voce ancora una volta alterna il clean al growling in maniera egregia. Verso il minuto e quaranta viene piazzata una parte strumentale di reminiscenza groove metal, con una chitarra pompatissima a reiterare un riffing basso e roboante. Questa presto si stempera in un nuovo frangente più rilassato, abbellito da un gradevole guitar work relegato in secondo piano. Ancora un'alternanza clean/growl prima di una nuova ripetizione del refrain. Riffone grooveggiante verso i due minuti e cinquanta, che ci porta quindi a un suadente solo guitar. A tre minuti e quaranta ancora una ripetizione del refrain, e successivamente a un recupero del riffone groove il brano arriva alla conclusione.

Scars

In "Scars" (Cicatrici) si fa riferimento a dei sogni infranti, alla disillusione, ad aspettative non coronate. Il brano è immerso nella più totale disillusione, e il protagonista non può che constatare il fallimento di determinate ambizioni purtroppo abortite. Quello che resta è una vita vuota: il protagonista vorrebbe "partire", andarsene (riferimenti a "Going Down"?) ma sa che la cosa è comunque inutile, che il tempo trascorso non ritornerà mai più. Il pensiero dei suoi fallimenti lo ha portato al pianto e alla disperazione, e tutto quel che può fare è continuare a rimuginare sugli sbagli, su ogni cosa andata storta, nonostante che piangere sul latte versato non aggiusterà gli eventi. Ma lui continua a pensare che il tempo possa mettere in sesto ogni cosa. Non siamo al corrente del perchè il nostro protagonista continui ad auto-flagellarsi, metaforicamente parlando, ma si può supporre che possa avere a che fare con il rapporto fallito con una donna, o il tradimento di una persona cara, o certe ambizioni - assolutamente non specificate - miseramente naufragate. Musicalmente abbiamo una parte introduttiva sicuramente pacata, ma pregna di una malcelata carica ansiogena. La parte elettronica la fa da padrona, e per quanto non ci si assesti, in questa prima parte, in territori imbevuti di palpabile tensione, il ricamo strumentale ha un quid quasi angoscioso, colmo di una "sottile elettricità". La voce si inserisce misteriosa in queste pieghe, ben supportando tale parte musicale e sposandosi con essa dando corpo a un mood brumoso. Un riffing freddo e straniante si insinua nel brano caricandolo di maggiore enfasi. Per gradi la tensione sembra crescere, sino ad esplodere nel refrain, forse più "arioso", o comunque tendenzialmente scevro dalla patina soffocante evinta nelle prime battute. Si ritorna successivamente a tessiture abbastanza tese, rafforzate da un rifferama serrato, potente, nelle quali la voce in clean, pregna di una sottile mestizia, sembra adagiarsi alla perfezione. Verso i due minuti e quindici ancora il refrain, che deflagra in maniera catartica liberando l'energia potenziale del brano. Verso i due minuti si inserisce anche un bellissimo solo guitar, non molto lungo ma capace di donare al brano maggiore ricchezza. Questo si stempera in prossimità del ritorno della voce del singer, che stavolta emerge in maniera abbastanza "spenta" e malinconica, per poi "esplodere" in un mood più melodico in concomitanza con il ritornello.

Get Out

La ottava traccia "Get Out" (Scappo) porta nuovamente in campo un personaggio apparso a più riprese nei precedenti brani (gli ultimi tre, per dire), ammantato da un senso di inesplicabile disillusione e con una visione ormai cinica della vita. Questo, esattamente come percepito in altre occasioni, riflette sul dolore e sull'angoscia che sembrano attanagliarlo, oltre che sulle bugie che hanno reso pessima la sua vita. Ma ora i risvolti sono palesemente positivi e ottimistici, dato che questi decide di prendere appieno le redini del proprio destino e smarcarsi da ogni cosa, ogni elemento che è stato d'intralcio nella sua esistenza. Comprendendo i vari fattori che hanno azzoppato la sua corsa, questi se ne libera, spezza le catene che lo hanno frenato per tutto questo tempo. In primis le bugie di una persona a lui cara, molto probabilmente la donna che lui amava e che si è rivelata una delusione (è abbastanza esplicito il passaggio che recita "Stai lontana da me/ Vivi la tua vita/ Non ho più voglia delle tue bugie/ Ho altro da fare ora" [...] "Adesso vedo tutto ciò che sei/ Hai rubato tutto ciò che volevi/ Speranze, sogni, significati"). Per quanto concerne la parte compositiva, stavolta abbiamo un preambolo affidato ad un carillon, che presto sfuma in un rifferama grintoso, ancora molto melodico ma pregno di una palpabile energia (dal retaggio heavy, non necessariamente classico comunque). In breve si inserisce la voce, stavolta impostata su toni quasi arcigni, bisbigliati, pregni di un implicito retrogusto oscuro, ma destinata a cambiare subito registro, passando a modalità più ariose e soffuse. Ad accompagnare vi è un energico guitar work ben supportato da una batteria saggiamente dosata. Verso il minuto e venti subentra il refrain, decisamente melodico (i nostri, lo avrete capito, sono parecchio inclini a ritornelli potenti ma armoniosi) in cui si palesa un certo epos di fondo. Segue una coda altrettanto incline alla melodia e un seguente troncone che ricalca il trattegio strumentale udito nella parte post-introduttiva. Si ha quindi una nuova parte gestita su un soffuso intarsio strumentale, e il riutilizzo di vocals ovattate, bisbigliate, che nel giro di poco, in concomitanza con l'uso di ritmiche un pizzico più massicce, cambiano registro passando a un mood più deciso. A due minuti e quaranta ancora il refrain, quindi una parte strumentale possente imperniata su un riffing martellante, che defluisce in un ottimo solo guitar. Quindi un ultimo riaffacciarsi delle vocals di Lattes verso la chiusura del brano inserite in un troncone che ricorda la coda melodica del refrain.

The Beast

"The Beast" (La Belva), nona traccia, ci porta nuovamente in un incipit usato a più riprese: anche qui si parla di un uomo schiavo delle sue angoscie, che tenta in qualche maniera di spezzare certe catene mentali che lo irretiscono, il che ci riporta alle argomentazioni di parecchi brani precedenti. Vari indizi riconducono ad una possibile "paranoia" del protagonista, dato che sembra implicito il fatto che il suo peggior nemico, la causa del suo disagio è proprio se stesso (nelle ultime battute un passaggio recita "Non potete aiutarmi contro il peggior nemico/ La belva che è in me"), anche se cerca giustificazioni da cause esterne, mettendo addirittura in campo nemici invisibili che sembrano annidarsi nell'ombra per ghermirlo ("Non mi potete aiutare/ Ora devo scappare/ Perché mi stanno colpendo alle spalle"). Nonostante ciò questi si illude che le sue minacce siano reali ("Sento che non c'è illusione") anche se, tra un vaneggiamento e l'altro, si rende pienamente conto che è lui il suo stesso nemico, quindi ammette implicitamente che in lui c'è qualcosa "che non funziona". In pratica i deliri di un pazzo, una persona con manie di persecuzione ma con scampoli di follia che gli permettono di avere cognizione delle sue fissazioni. Altra interpretazione - meno plausibile comunque - è che il nostro abbia cognizione di trasformarsi gradualmente in un mostro, di quelli veri e non un semplice psicopatico, e che le persone pronte a ghermirlo siano un manipolo di elementi che vogliono eliminare fisicamente questo mostro. Ma considerando la scarsa propensione per i New Disorder a mettere in campo testi "surreali" o horror, la prima analisi mi sembra decisamente più adeguata. Il suddetto brano si articola su ritmiche visibilmente heavy a discapito di soluzioni elettroniche e sperimentazioni varie, risultando di base meno sperimentale ma assolutamente vincente. L'introduzione è dapprima ovattata, quindi si concretizza in un frangente strumentale possente sostenuto da un riffage energico e da una batteria potente ed equilibrata. La voce - in clean e molto melodica - si inserisce quasi al trentesimo secondo, adagiandosi in un pattern con reminiscenze groove-thrash (il guitar work è particolarmente serrato e la batteria implacabile). La voce si dimostra molto duttile (cosa già vista a più riprese) passando abilmente da un'impostazione clean al growl senza forzature. Il brano prosegue con una certa linearità scortato da ritmiche arrembanti sino ad un approccio più melodico in prossimità del minuto e trenta. Al minuto e cinquanta siamo deliziati da un troncone strumentale evocativo, potente e non scevro da una certa componente melodica, dal flavour vagamente "esotico". Verso i due minuti e venti tale arazzo strumentale cede il passo ad un frangente ben più possente, trainato da un riffing granitico dal flavour thrash, che ci porta a un reinserimento della voce, (inizialmente filtrata) impostata su un mood sprezzante. In prossimità del terzo minuto il brano si rincanala in un troncone melodico e la voce segue a ruota, passando dall'impostazione altera usata sino ad un momento prima, ad una più armoniosa. Finale giostrato su un rifferama ancora di ascendenza groove-thrash.

No Place For Me

Il decimo e ultimo brano "No Place For Me" (Nessun Posto Per Me) verte su tematiche assolutamente simili a quelle di gran parte dei pezzi affrontati sino ad ora: ancora si parla della solitudine di un uomo, della sua opprimente dannazione, della sua condizione in un mondo che sembra ostile. Questi si domanda se una seconda persona esisterebbe senza di lui (la sua donna?) ed esplicita il fatto che vorrebbe essere in un altro luogo nell'universo, dove è la calma e la tranquillità a regnare sovrana. E' solo in un posto diverso da quello in cui si trova, che quest'uomo potrebbe ritrovare se stesso, lontano dalle menzogne del genere umano, lontano dalle ipocrisie di chi lo circonda. E nonostante la visione critica nei confronti di chi lo circonda, chiede ad essi di perdonarlo e di non giudicarlo (giudicarlo da cosa poi è difficile da capire: forse dalla sua visione cinica e distaccata). Ma in realtà questi si rende conto che non c'è nessun posto che possa veramente accoglierlo, che ogni speranza di trovare "il suo rifugio" è vana, considerato che la sua voglia di fuggire lontano nell'universo è solo una fantasia e ovunque andrà, qui nel nostro miserabile pianeta, sarà sempre circondato dall'impocrisia degli altri. Anche qui il testo mostra riflessioni venate di cinismo e pessimismo, in cui tutto ciò che è intorno a noi sembrerebbe imbevuto di ipocrisia e falsità, e nessuna scappatoia è veramente possibile. Il finale ci offre, musicalmente, un'altra perla, a tutti gli effetti una "power ballad" che, incredibile ma vero, può ricordare alla lontana le ballad di certo power finnico (gli Stratovarius nei loro pezzi "morbidi": 4000 Rainy Nights, Years Go By, Celestial Dream per dire), asserzione che sembra blasfema considerando che sto prendendo in esame un gruppo alternative metal, ma effettivamente il sentore c'è. In questa traccia tutto - persino il cantato di Lattes - richiama quel mood, tanto che questo pezzo non avrebbe sfigurato nel songbook degli Stratovarius o dei Sonata Arctica (entrambi non hanno mancato di deliziarci con questo genere di ballate). L'inizio è affidato ad un ricamo mesto di chitarra, sulla quale si adagia la voce soffusa del vocalist. Il proseguo è sempre affidato a chitarra e voce, sino all'inserimento di un riffing più pesante - ma in ottima armonia con il resto - che ci porta ad un refrain molto melodico, bellissimo, ben tratteggiato da un mirabile guitar work e dalla voce di Lattes davvero struggente. Terminato il refrain si riparte su coordinate cesellate, come sopra, da ricami soffici di chitarra e contrappunti di batteria, che riportano il brano in territori mesti e malinconici. A due minuti e un quarto ancora il refrain, che confluisce in un nuovo troncone soffuso, quindi (oltrepassati i tre minuti) si arriva ad un superlativo solo guitar, molto evocativo ed emozionale. Ancora una ripetizione del refrain, che ci porta, con una certa goduria, alla fine di questo brano.

Conclusioni

Arriviamo così al termine di un disco che, nel caso non lo aveste percepito nell'arco di tutta la nostra analisi, risulta totalmente appagante: un lavoro ottimo, ben strutturato, coinvolgente, dotato di testi interessanti, con molte più luci che ombre. Un platter, questo, consigliabile ad un ampia fascia di ascoltatori: dal musicomane in cerca di materiale interessante all'ascoltatore casuale, dal fanatico di metallo alternativo a quello avvezzo ad altri generi ma privo di paraocchi. Non ultimi, naturalmente, ai fan della band che rimarranno sicuramente molto soddisfatti da questo parto discografico. E non potrebbe essere altrimenti, dato che questo Mind Pollution riesce ad essere molto accattivante, con dieci tracce tutte generalmente riuscite, in cui non vi è la minima presenza di fillers. Certo, alcune potevano essere gestite meglio (precedentemente ho parlato di luci ed ombre, e non a caso), magari non sempre certi inserimenti elettronici erano necessari. Non che questi abbiano un ruolo preponderante, ma fossero stati usati con ulteriore parsimonia il disco - a mio modesto parere - non ne avrebbe risentito assolutamente. Ma sono inezie, che comunque vanno sottolineate dato che il mio ruolo in questa sede è quello di evidenziare sia i lati negativi che quelli positivi. E quelli positivi, penso si sia compreso, prevalgono nettamente. Infatti, cosa molto importante, non è da tutti forgiare un disco dotato di una sua precisa personalità in un panorama saturo dove molti si accontentano di citare/scimmiottare. Non che i nostri inventino qualcosa, sia ben chiaro: qualche vaga influenza di questa o quella band si può eventualmente percepire. Certe volte la cosa sembra voluta (la struttura di certi brani - strofa potente, bridge/ritornello melodico - richiamano modalità "modern death/deathcore" già sentite altrove) altre volte sembra casuale (la somiglianza dell'ultimo brano alle power ballad finniche), ma il tutto è ben amalgamato, e sembra funzionare a dovere, lasciando perdere chi o cosa abbia influenzato i nostri (ma ci interessa veramente? Necessario avere a disposizione certi dati per determinare la riuscita di un disco? O basta che ci colpisca?). Tra l'altro - cosa molto importante - è palese una gran bella ispirazione, e per rendersene conto basta ascoltare le varie tracce. Quando questa latita il risultato è quasi sempre posticcio, anche se si parla dell'opera di navigati mestieranti (ce ne sono di "maestri" che, avendo ormai perso questa fondamentale componente, continuano ad andare avanti per inerzia, e si sente. I fanatici di questa o quella band parleranno sempre di "capolavori", ma solo per una perdonabile cecità di fondo, mentre qui di "posticcio" non c'è assolutamente nulla. Certo, è logico, vi deve piacere il genere, o vi deve piacere in generale la buona musica - e a me la buona musica piace, sono sempre molto curioso - perchè solo così potrete farvi un idea "pura" del disco, senza pregiudizi, senza ostacoli. Qui c'è davvero tutto per soddisfare i palati più raffinati: oltre a dei brani ben suonati e ben cantati, dotati di una "certa personalità" e di una sicura ispirazione, abbiamo anche una parte testuale ottima, che verte quasi completamente entro tre/quattro temi: la "dipendenza" nella sua accezione più ampia, il plagio delle menti deboli, la voglia di riscatto di personaggi ammantati da una sottile dannazione, il male di vivere tra solitudine e ipocrisia. Insomma, non abbiamo un'arlecchinata di dieci tematiche diverse, non si salta di palo in frasca citando tutto lo scibile di questo mondo. Ai nostri non interessa organizzare una raccolta di brani con dieci testi che parlando di dieci cose differenti, al contrario sembrano parecchio focalizzati su argomentazioni ben precise e serie, che trattano incontrovertibilmente della condizione umana. E a me la cosa piace parecchio. Non solo per la rigida impostazione tematica, ma proprio per la tematica in sé. Parlare della condizione dell'uomo, della sua alienazione e della sua costrizione entro rigide gabbie imposte dalla società - e dai potenti che la governano - significa trattare temi apparentemente senza tempo (infatti il primo brano sembrerebbe quasi ambientato in un altra epoca) eppure, oggi più che mai, di stretta attualità. E mentre il populismo e la demagogia fanno parte del DNA dei potenti di ogni epoca, l'alienazione ha subito un'impennata proprio in questo nostro periodo storico, grazie, tra l'altro, a ritmi di vita più frenetici e una propensione collettiva verso i rapporti "virtuali" - siamo ormai nell'epoca del web - più che "fisici": basta quindi collegarsi a un dispositivo multimediale per scambiare idee con "amici" senza dove neanche più uscire di casa. Quindi sono sempre abbastanza contento quando, in un disco metal come in un disco di qualsiasi genere, vengono toccate certe tematiche non anacronistiche e anzi in linea con il mondo in cui viviamo. Bravi dunque i New Disorder per aver dato alle stampe un disco sinceramente bello, ispirato e intelligente. Non un capolavoro, ma non credo che ai nostri possa interessare: in fondo siamo ancora al quarto full length, e per sfornare il "capolavoro" c'è ancora tempo. Il disco è un "buon lavoro" (un termine che non ha la stessa pretenziosità del termine "capolavoro") forgiato da una band sicura dei propri mezzi e che non mancherà di deliziarci ancora, e in misura maggiore, nel prossimo futuro.

1) Introduzione
2) Riot
3) News From Hell
4) Mind Pollution
5) WTF (Spreading Hate)
6) Going Down
7) Room With A View
8) Scars
9) Get Out
10) The Beast
11) No Place For Me
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