NEVERMORE

This Godless Endeavor

2005 - Century Media Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
18/07/2022
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Per una band come i Nevermore era difficile, se non impossibile, sbagliare un disco, in quanto l'amalgama tecnico tra i membri era così rodato e oliato che poche situazioni avrebbero potuto intaccare questo processo. Lo si vede praticamente in tutti i lavori del gruppo: da quelli iniziali, molto più grezzi e giovanili, come del resto era nello stile dei gruppi anni 90', fino a quelli più maturi e musicalmente eccelsi, vista la loro capacità di entrare nelle percezioni dell'ascoltatore e di lasciargli una forte emozione, a volte negativa ma in larga parte positiva perché stimolava il pensiero. Lo si vede poi anche dai lavori successivi, più tormentati rispetto a quelli di inizio anni 2000 in quanto il cantante e paroliere Warrel Dane stava attraversando momenti complessi e purtroppo nefasti psicologicamente e fisicamente; tuttavia, nonostante le tensioni interne e la ferrea volontà di dare lustro al progetto con in vista nuovi concerti, la band iniziò a lavorare al seguito di Enemies of Reality, il cui impatto negli ambienti alt-metal del tempo furono molto importanti, sebbene non potesse prendersi il trono di miglior disco dei Nevermore per una produzione scandalosa che fu risolta solo grazie alle mani di Andy Sneap. La creatura successiva, "This Godless Endeavor", come vedremo, non metterà sul piatto nuove caratteristiche ma cercherà di confermare quanto di buono visto nel disco precedente. Anzi potremmo azzardare nel dire che un disco come questo si confermò come il giusto antidoto per scacciare quei temibili fantasmi che da sempre circumnavigavano la band e che pezzi del genere, incastonati nelle giuste ritmiche, hanno dato ancor più prestigio alla band. Dietro la consolle si conferma Andy Sneap, e questo lo si può definire come il colpo da maestro, mentre in formazione entrava un altro chitarrista, Steve Smith, ex Vicious Rumors, Dragonlord e Forbidden, arrivato per rafforzare il riffing funesto, la violenza forsennata di Jeff Loomis. L'apporto del neo entrato, come vedremo, donerà al disco quel passo in avanti che mancava negli episodi discografici precedenti. Al contempo rimane inalterato il processo di scrittura delle canzoni, le quali vedono sempre Warrel Dane come unico ideatore, mentre la scrittura delle tessiture musicali è gestita da Jeff Loomis. In questo disco, come detto figlio di un periodo molto complesso dove più membri della band, tra cui come abbiamo detto Dane, volevano riscattarsi a suon di musica e di rabbia, costruendo nuove avvincenti canzoni e dando vita a ritmi da cineteca. Nei brani vedremo anche qualche pizzico di modernità in più: non che questa fosse mancata nei capitoli precedenti, ma in "This Godless Endeavor" si sente a pelle un lavoro molto più complesso, fatto di stop and go, ritmiche veloci, impalcature di basso impressionanti e giochi di batteria da cineteca. Insomma, potremmo definire il disco il meglio dei Nevermore, e questo nonostante stiamo parlando praticamente del periodo più buio trascorso dalla band, inserita in un momento di transizioni che poi, a conti fatti, divenne realmente decisivo per la propria sopravvivenza. Ma non ci allarghiamo troppo e contestualizzando al meglio il disco lo si può senza alcun dubbio definire il marchio di fabbrica sonora del collettivo, che anche con le major si è rivelato testardo nel perseguire la propria via, senza lasciarsi influenzare da alcuni produttori che magari avrebbero voluto imporre un tocco più commerciale per alzare le vendite. Ecco da questo punto di vista i Nevermore non si sono fatti sedurre, ma hanno seguito la loro strada cominciata un quindicennio prima e anche con un membro nuovo hanno imposto la loro musica. come vedremo, questa scelta che noi oggi potremo definire anticonformista si rivelerà l'asso della manica dal punto di vista qualitativo.

Born

l nostro percorso inizia con la violentissima "Born" (nato), brano apripista perfettamente aderente al clima che poi assegneremo in avanti. Il tutto inizia con le chitarre di Steve Smyth e Jeff Loomis impegnate a disegnare assoli funambolici, incuneati in ritmiche altrettanto complicate. E sebbene il clima sia rovente l'impatto vocale di Warrel Dane è comunque molto leggero: si vede dunque la sua capacità di modulare la sua voce in base al clima su cui poggia. Infatti, appena finita la prima fase del brano, la sua voce cambia velocemente, facendo sì che diventi sempre più rabbiosa. Nel mentre le chitarre non si fermano, anzi diventano sempre più heavy, monolitiche e dannatamente tecniche, talmente tecniche che mai avevamo udito un impianto chitarristico così oculatamente costruito. Insomma, il meglio del progressivo unito al meglio delle ritmiche classiche del thrash con un pizzico di melodia. Quest'ultima però si materializza per poi tornare nel "dimenticatoio" una volta finito il ritornello. Dal punto di vista tematico, questa "Born" lungi da presentarsi come un brano inerente alla nascita, ha a che fare con l'illusione della religione, che secondo i Nevermore, o meglio secondo Warrel Dane, è uno dei mali della nostra esistenza: per lui il nemico più grande dell'uomo è la religione, intesa come credo ostinato e quasi estremista che annebbia le capacità critiche degli esseri umani e non li porta a realizzarsi pienamente dal punto di vista intellettuale. È una sorta di ostacolo insormontabile che non ti permette di ragionare. Per il cantante credere in un Dio, qualunque esso sia, ha delle ripercussioni negative, perché porta il credente in una spirale di negatività e lo spinge a bollare i non credenti come degli oscuri eretici, come se tornassimo nel medioevo in cui appunto la religione divenne il pilastro fondamentale di ogni cosa. Il brano dopo il consueto ritornello soft cambia di nuovo colore nella parte finale, dove l'intricata composizione chitarristica, supportata dall'innegabile talento di Jeff Loomis e del neoarrivato Steve Smyth, si sposa alla perfezione con le linee di basso, permettendoci di testare gli ultimi momenti di questa validissima opener, che riesce a catalizzare l'attenzione di noi ascoltatori.

Final Product

Con la seconda traccia, "Final Product" (prodotto finale) andiamo avanti con le invettive della band. Invettive politiche, critiche alla religione, anticonformismo si uniscono in unico assalto sonoro che questo volto dà molto spazio alla melodia sebbene sia comunque un diamante grezzo. Pronti, via. Warrel, dopo il primo gioco di chitarre e di batteria, parte benissimo con il suo solito impianto vocale, il quale si evolve a dismisura in base ai decibel delle due chitarre: a differenza degli altri lavori qui le due asce, guidate da due potenziali solisti, si fanno sentire con la loro forza, la loro violenza, innestandosi poi con le vocals di Dane. Il prodotto finale, che potrebbe alludere all'aspetto materialista della società imposta dal capitalismo a tinte americane vede il cittadino non come una persona, con una sua spiritualità e una sua dignità, ma un mero prodotto da sfruttare, stritolare per poi gettare quando non serve più. La mentalità dei Nevermore poi non si ferma all'aspetto economico-sociologico, ma diventa più approfondita una volta messa in mezzo la religione, il cavallo di battaglia della band sin dalle origini. Al pari della politica e dell'economia, anche la religione si presta a queste dinamiche, ritenendo gli esseri umani come meri esecutori del loro freddo credo. Questa critica diventa pesante anche dal punto di vista sonoro, che in quattro minuti circa evolve in maniera incisiva, senza mai stancare l'ascoltatore. Le urla, se così possiamo definirle, di Warrel diventano più soft e abbracciano un clean molto particolare, il quale segue mentre Va Williams ci dà dentro tra charleston e rullante. Qui si intravede anche la qualità del lavoro dietro il mixer di Andy Sneap, nei momenti di "transizione sonora", ossia da quando termine il ritornello prima del solo di Smyth e Loomis, la qualità del suono salta immediatamente verso vette invidiabili, e lo shred dei chitarristi permette di aumentare anche la tensione del brano nella sua cavalcata finale, semplicemente spettacolare. Il brano insomma è un altro modo per confermare da una parte l'alchimia creatasi con il nuovo arrivato Smyth, dall'altra ha dimostrato l'enorme talento compositivo della band che, nonostante tutto, rimaneva densissimo.

My Acid Words

La struttura è simile a "Final Product" ma "My Acid Words" (le mie acide parole) raggiunge vette ancor più elevate. La traccia è metal allo stato puro, è corroborata da spruzzate melodiche e progressiva con una impalcatura sottostante che si muove rapidamente. La tensione di testa con mano, così come è evidente l'emotività scaturita dalle parole di Warrel Dane, parole appunto acide. "Morte e sofferenza intorno a me, nessuna via di fuga quindi perché andare avanti / Quando a nessuno importa, non c'è nessuno, muori dentro prima che te ne vada / Ho cercato di raggiungere il punto più alto della visione e i miei sogni sembrano realizzati / Ma trattenuto davanti a me occhi è una visione che ora giace /Per sempre alla ricerca dello scopo il tempo sta per scadere?": questo il primo "acidissimo" passo della canzone che descrivono appieno ciò che sente Warrel: sofferenza, disillusione, poche vie d'uscita. Un cunicolo oscuro, un tunnel senza fine e una esistenza ormai giunta ai propri titoli di coda. Nemmeno lo scopo che si era prefissati è funzionale al mio percorso, tutto è nero e triste. Insomma, pessimismo allo stato puro che però la composizione cerca di mitigare con aperture melodiche o quantomeno meno burrascose del solito. Il lavoro doppio di chitarra dona al tutto una marcia in più, mentre il clima del resto della strumentazione è molto serrato e al contempo dinamico. Nel mid tempo interviene la voce disperatissima di Warrel che, come un grillo, salta da una nota all'altra senza deludere un minimo. Del resto, la voce del nostro cantante è ormai giunta alla sua maturazione definitiva, sono lontani i tempi in cui arrancava vocalmente: ora con questo lavoro sembra aver toccato probabilmente le sue vette artistiche. Il ritornello soprattutto offre spazi immaginifici molto significativi, Jeff Loomis interviene solidifica, in maniera più che egregia, il suo solito approccio rallentando prima e accelerando poi prima di dare il via all'assolo, che si innerva nei rivoli del suono mentre il collega Smyth accompagna le vocals basse di Warrel. Nel finale la band si scatena a mo di jam con batteria e basso sempre performanti.

Bittersweet Feast

Questa volta non è un riff di chitarra ma un arpeggio sinuoso, quasi leggero e non perfettamente consono al clima di un brano metal. Progressivamente si ode in sottofondo l'entrata in scena di Jeff Loomis e Steve Smyth, che spingono sui pedali dell'acceleratore per trasformare la composizione dal punto di vista organico, senza smarrire l'impronta iniziale. Il brano si intitola "Bittersweet Feast" (banchetto agrodolce) e lo possiamo considerare come una critica alla censura, al conformismo di massa che ha sempre avuto un commento negativo da parte dei Nevermore e in particolare da Warrel Dane. Tuttavia, lungi dall'essere un brano diretto e schietto, nasconde molte metafore e strutture narrative particolari, oltre alle "solite" prese di posizione molto forti contro la società e il modo con cui è governata dal potere dominante. Bisogna entrare nel mood oscuro del cantante per capire appieno ogni goccia di questa canzone che dal punto di vista musicale non si discosta moltissimo dal resto delle canzoni sebbene la voce di Warrel sia in un certo senso molto più aperta e vogliosa di abbracciare tonalità particolari; mentre dall'altra parte si segnala la solita geometrica reattività delle chitarre con il basso e la batteria che vanno molto al sodo senza chissà quali giochi pirotecnici. In poche parole, molta sostanza e poca filosofia sebbene poi il brano in sé per se è da considerarsi una critica alla realtà e al mondo che i Nevermore conoscevano bene. Al minuto tre la componente metallica si fa molto più roboante: quella che prima era una stesura del tutto canonica, sebbene di canonico c'è sempre molto poco nel gruppo, diventa all'improvvisa molto articolata e possente, quasi indemoniata. E anche la voce segue questo filone narrativo/musicale, che in un certo ricorda il groove post-thrash di band come Grip Inc che i Nostri comunque avevano come riferimento nei loro momenti più pesanti e post. musica questa che evolve in maniera talmente improvvisa che l'ascoltatore non sa nemmeno come approcciarsi: qui sta la qualità del gruppo di non offrire musica scontata ma sempre piena di novità, sonore ma anche legate al contesto testuale.

Sentient 6

I Nevermore non si risparmiano e danno anche alla luce power ballad della miglior specie, prendendo molto dal periodo di "In Memory", generalmente ricordato come il disco più passionale del gruppo. "Sentient 6" ricalca un repertorio mai esplorato totalmente dalla band ma comunque ottimale per la voce di Warrel Dane e per le due chitarre, come il rapporto uomo-macchina. Il tutto è poi colorato da sfumature di piano e da dolci melodie le quali invece di contrastare con il clima metallico diventano funzionali al discorso generale. Contraddistinta da questo nome particolare, in realtà riferito ad un nome fittizio dato ad un robot, i Nostri rispolverano il loro amore del futurismo tecnologico designando scenari molto interessanti in cui il robot da docile servitore dell'essere umano diventa il padrone di quest'ultimo. Un ribaltamento dei ruoli che dona anche un colpo di genio narrativo. Al contempo il brano muta d'approccio in pochi minuti: parte dolcemente con le chitarre e il piano a pieno reggimento; dopo vira verso spazi melodici accordandosi ai toni vocali di Warrel Dane; ed infine assume colori perlopiù intrisi di psichedelia e di rimembranze gotiche. Una miscela esplosiva sebbene non sia supportata da chissà quale base chitarristica. Anzi in gran parte di "Sentient 6" spadroneggia la chitarra acustica, il basso dolcissimo e una batteria nemmeno sfiorata, se non in alcuni momenti in cui la traccia compie complessivamente in fasi più veloci. Del resto, il clima costruito dai Nevermore raggiunge il suo apice emotivo nel ritornello, nel quale Warrel Dane compie due picchi vocali prima di tornare a terra con un cantato molto basso. Il robot che prima consideravamo un compagno di vita, quasi come se fosse un amico o un supporto emotivo, diventa invece il nostro nemico, dimostrando la pericolosità della tecnologia che se autogestita diventa incontrollabile; allo stesso tempo, dopo l'assolo centrale e il nuovo ingresso in scena del pianoforte, Warrel continua a disegnare piroette vocali prima piene e scalpitanti, poi arcigne e quasi vampiresche, che donano al brano l'ultima accelerata finale fatta di ritmica convinta e di chitarre abrasive ma non troppo invadenti le quali si appoggiano su una serie di assoli multipli.

Medicated Nation

Dopo la parentesi melodica di "Sentient 6", brano che è da considerarsi un unicum nell'ensemble complessivo, i Nevemore tornano a picchiare in "Medicated Nation" (nazione medicata). E lo fanno con la solita forza e grinta, usando le loro armi migliori: il sound e la voce di Warrel. Il primo si accende improvvisamente senza nemmeno un preludio, chitarre e basso subita architettano il quadro di base, allo stesso tempo la batteria si innesta con i giusti giri. Dane invece viaggia con un vocalismo contratto ma al contempo molto corposo, in grado poi di toccare vertici stilistici supportati anche da vocalizzi in background e da pulsioni sensoriali che si sentono a pelle. L'impasto sonoro segue il contenuto della composizione, dal punto di vista soprattutto della sofisticatezza con cui entrambi sono messi in piedi. Il linguaggio usato nel brano, dotato di un titolo molto particolare, è abbastanza criptico, vengono usate numerose metafore ma a tratti il messaggio fuoriesce chiaramente. In pratica i songwriters hanno voluto mettere in scena una situazione drammatica, con un malato che supplica di essere curato. Mentre è probabilmente steso sul letto parla con il suo amico ricordandogli di essere stato drammaticamente lento nell'evitare il grande malanno. Gli pone domande, si dimostra anche aggressivo nei suoi confronti (Ti sei ricordato di darmi da mangiare mentre ero a pezzi e sanguinavo?). Fuoriesce dunque una sana violenza dalle sue parole. Una violenza che si sposa soprattutto con la stesura armonica che il brano raggiunge una volta raggiunta la fase solistica, saldamente in mano a Jeff Loomis, chitarrista sempre abile a proiettare il suo talento in sede compositiva senza mai scontrarsi con gli altri strumentisti. La prestazione del chitarrista arriva dopo la seconda ripetizione del ritornello, momento in cui la batteria cambia ritmo e crea il terreno ideale per lo shred di Loomis, accompagnato come nelle altre tracce dal neo-entrato Smyth. Tecnicamente, ai arrivano a toccare vette molto articolate sebbene l'ossatura del pezzo sia semplicistica e in grado di innestarsi nella mente dell'ascoltatore, giocando su scale ben consolidate ma non per questo meritevoli di lodi e di applausi.

The Holocaust of Thought

Più che un brano possiamo definire "The Holocaust Thoughts" (un olocausto di pensieri) un esercizio di stile nel quale si dilettano soprattutto il basso e la chitarra. Ad inaugurare il brano è proprio il basso, che progressivamente permette al resto dell'impalcatura di creare il giusto terreno per l'abilità di Jeff Loomis e peril resto del comparto musicale. Il musicista usa fraseggi regolari e stop and go calibrati, facendo sì che l'ascoltatore possa iniziare a prepararsi mentalmente per la prossima traccia, "The Psalm of Lydia", fungendo quindi da sorta di intro per essa. ?

Sell My Heart to Stones

"Sell My Heart to Stones" (vendi il mio cuore alle pietre) è un'altra gemma musicale che i Nevermore ci regalano in questo disco pieno di sorprese. Per la prima volta la band ci permette di imbatterci in uno scenario d'amore, o meglio in una situazione che fa capire l'affetto tra due persone. Un discorso d'addio contraddistingue il lessico di uno dei due, se ne deve andare, e non sa nemmeno lui il motivo. Nel mentre la struttura del brano inizia a materializzarsi seguendo un percorso perlopiù acustico, inframezzato da un basso pungente e a tratti molto oppressivo, come già sperimentato in abbondanza nei brani e nei dischi precedenti pubblicati dalla band. In lontananza si odono voci lamentose, saranno probabilmente i fantasmi che circondano il protagonista. Le chitarre acustiche invece si materializzano in vicinanza, sin dall'inizio, tratteggiando un umore cupo e dimesso. Ma la voce di Warrel squarcia il velo di incertezza scaturitosi, permettendo l'ingresso anche di una batteria dolcissima e non invadente. Poi arriva il metal, ma a differenza degli altri brani non prende il sopravvento rispetto agli altri linguaggi sonori ma si adatta al contesto acustico e leggeri degli inizi. "Ti sei mai chiesto perché se ne sono andati tutti? / Ti sei mai accorto che nulla cambia, tutto rimane uguale?", si chiede il protagonista. Prima erano assieme ad alti ma ora sono rimasti soli. In balia dei loro incubi e dei loro demoni, che li circondano facendoli vivere il presente nella maniera più negativa possibile. Il chitarrismo pungente torna dopo il ritornello, ma l'aria è molto più pesante: interviene anche Jeff Loomis che sovrappone il suo suono su quello di Steve Smyth, scandendo ora l'amore più sincero dei protagonisti: "mi metterò nelle mani gentili del tuo sguardo di controllo / Lo farò sii il tuo servitore nei tuoi giorni più bui / farò il sacrificio e cambierò solo per te / mi tufferò nell'essenza del tuo blu più puro". Il finale preparato dai nostri non ci da certezza ma ci fa rimanere in bilico nel non sapere il finale di questa storia, una delle tante partorite dalla mente creativa di Warrel Dane, principale penna dei Nevermore.

The Psalm of Lydia

Con "The Psalm of Lyidia" (il salmo di Lydia) ci addentriamo nelle atmosfere oscure che tanto piacciono ai Nevermore. Si perché in questo brano hanno probabilmente voluto rendere omaggio ad uno scritto del celebre poeta Edgar Allan Poe. Il riferimento, che ben si capisce nel titolo, si lega al poema "Ligea", una rappresentazione di grandissimo spessore che narra di un amore particolare, inossidabile nella sua oscurità. Il narratore esordisce sforzandosi di ricordare quale sia stato l'esatto momento in cui ha incontrato Ligea, la sua defunta moglie. La descrizione della donna è il fulcro del capolavoro di Poe: alta, graziosa e con occhi profondi come l'oceano. Una rappresentazione particolare perché vede il narratore in prima fila a descrivere la bellezza della moglie quasi dimenticandosi che sia morta. Il brano della band inizia con un crescendo, con una pulsione strumentale molto incisiva. Chitarre e basso disegnano l'ossatura del brano, al quale poi si aggiunge anche il vocalizzo di Warrel Dane che un può riassumere il narratore di Poe, poeta ricordato per il genio ma anche per i suoi tormenti interiori. Il ritmo rasenta il metal classico, poi subentra Jeff Loomis che dimostra le sue qualità di shredding per poi inaugurare una serie di midtempo paurosi: qui si incunea Dane con la sua voce tenebrosa come la penna del famoso poeta americano. Le sue urla rimbalzano ovunque, allo stesso tempo la pesantezza della parte strumentale, il doppio pedale della batteria e il basso gracchiante permettono a "The Psalm of Lydia" di esplodere e di rendersi caratteristica nei momenti discendenti, mentre la voce del cantante cala di velocità. Ciò che colpisce è il modo con cui la chitarra di Smyth e Loomis si intrecciano a metà brano, dimostrando la qualità di entrambe le asce. Terminata l'avvincente guitar battle il brano torna a tastare gli stessi territori iniziali, tra modulazioni vocali e pellame che viaggia alla velocità della luce. L'impianto strumentale torna poi protagonista nel finale, compattando e mostrando una qualità sonora fuori dal comune con la quale fuoriesce un talento espressivo formidabile. Una traccia che si dimostra in grado di donare quel tocco di oscurità in più che non guasta mai.

A Future Uncertain

Giunti quasi alla fine del disco siamo pronti ad immergerci in un altro brano di altissimo livello. Un brano particolare che rispolvera una qualità prima nascosta, ossia la capacità della band di interpretare il presente e prevedere in un certo senso il futuro. In "The Future Uncertain" (futuro incerto) il fulcro del discorso è proprio la sicurezza nel definire incerto il futuro di noi esseri umani, un futuro che è il risultato di un presente lacerato che i nostri descrivono con la massima obiettività possibile. Non mancano, come vedremo, domande intrise di esistenzialismo che probabilmente riflettono lo stato emotivo di Warrel Dane, giunto a questo disco pieno di paure e contraddistinto da una sofferenza immane. Il dolore cozza però con la meraviglia della chitarra acustica iniziale, che inaugura l'impalcatura tipicamente metal con chitarre diventate nel frattempo sempre più pesanti e tecniche. Dane sembra piangere, il suo cantato è chiaramente pieno di dolore ma è anche in un certo senso riflessivo oltre che funzionale al senso del brano. Ciò che si evince chiaramente è l'immensa qualità strumentale, la quale non perde mai la lucidità necessaria e in ogni frammento proposto permette a "The Future Uncertain" di salire di livello. "Perché viviamo in questo modo? / Perché dobbiamo dire cose che sovvertono le menti dei giovani? / Perché il mondo non è ancora nato mentre si formano ancora mari che si infrangono? / La visione del futuro è di sangue", si domanda Warrel nel ritornello. Qui il clima salta dall'essere cupo fino a diventare sempre più aperto e dinamico. La voce si alza e compie acrobazie impensabili per qualunque altro cantante. Nel mentre il groove invece di superare il resto della strumentazione rimane lì in equilibrio e permette a tutti gli interpreti di diventare protagonista nel disegnare le giuste melodie e di scolpire il giusto ritmo. Ma la traccia è un brano metal e come tale riflette la grandezza del doppio pedale e della chitarra solista, onnipresente come del resto in ogni altro brano. Con un solo magistrale, degno di un grande shredder come Loomis, il brano aggiunge ancora qualità.

This Godless Endeavor

"E sulla strada aperta siamo arrivati a un segno

Perché era stato predetto che i deboli avrebbero ereditato

E nulla sarebbe cambiato

Eccoci al bivio, in piedi uno di fronte all'altro

Ancora paura di vedere i nostri occhi

Mi sento indifeso, solo, intrappolato"

Nell'ultima traccia i Nevermore decidono ancora una volta di affondare il coltello, parlando di varie tematiche che però convergono in una sola: l'incertezza. La vita è piena di ostacoli, ogni fase presenta svariate difficoltà. L'incertezza nel non sapere cosa fare è logorante, è talmente pesante da sopportare che spesso ci segna la vita. Nella prima strofa la band cerca dunque subito di sottolineare il suo pensiero in merito all'incertezza della vita. Si è dinanzi ad un bivio, si è soli ed intrappolati, non si hanno le forze per reagire. L'introduzione è melodica e soffice, il cantato angelico di Warrel ci fa subito capire le atmosfere della traccia. L'acustica e il pianoforte si impongono meravigliosamente nei primi sussulti sonori. Il muro di suono classico del gruppo subentra al primo minuto. La voce di Warrel nonostante l'aumento di temperatura non cambia, rimane floreale. Ciò che invece cambia impronta è la chitarra di Jeff Loomis che sale di tono per raggiungere la voce. A metà del secondo minuto la componente progressiva metal fuoriesce impetuosamente, facendoci dimenticare i primi secondi. L'aspetto interessante è notare ancora una volta la semplicità con cui si passa da uno stile ad un altro, sembrano due band diverse che parlano la stessa lingua. Tra assoli magistrali e il dolore del cantante questa "This Godless Endeavor". Allo stesso modo la batteria di Williams si accoda alla grande capacità corale del gruppo di mutare forma in pochi secondo, questo lo si nota anche dal punto di vista tematico in cui vengono aggiunti nuovi spunti di arte pura. L'arte che prende vita e che ha bisogno di un genio sonoro di questi tipo; un genio che sa anche essere aggressivo e piantare un colpo mortale ala schiena. Al minuto 5.30 la composizione ora diventa un tributo al death metal classico, per i vari cambi di tempo rapidi e per la rabbia con cui il tutto è confezionato. insomma, narrare di cotanta bellezza può essere veramente complicato. Così come è complicato descrivere la facilità con cui il tutto cambia, muta d'approccio, anche nei secondi finali che sono un tripudio di vigore strumentale e di perizia vocale.

Conclusioni

Il collettivo di Seattle giunto alla soglia degli anni '10 del 2000 e ad una maturità eccelsa, fa i conti con queste composizioni condite da una rinnovata capacità intrinseca di colpire l'ascoltatore. Attenzione, qui la band compie un salto nello scrivere e non nel suonare. Perché il suonare metal è una prerogativa quasi essenziale in qualunque esercizio artistico degno di definirsi metal, cosa che sia Jeff Loomis che Steve Smyth, hanno fatto e tutt'ora fanno oggi con il massimo della competenza professionale e con lo scopo di riuscire a penetrare i cuori dei fans, che mai si aspetterebbero un passo falso da una band unica e speciale come i Nevermore. Allo stesso modo, come abbiamo detto, rimane inossidabile il lavoro di scrittura, che al pari di quello strettamente strumentale, rimane l'ossatura delle idee, anzi del maelstrom di idee, che caratterizza il gruppo. Ciò, dunque, non sorprende perché le capacità di Warrel Dane di dipingere scenari drammatici ma per questo riflessivi non è una banalità, del resto in ambito metal quanti si potevano permettere una penna del genere in grado di rompere i legami con i soliti cliché del genere inaugurando un filone, che passati tanti anni, oggi pochi riescono a riesumare? "This Godless Endeavor "gode dunque di queste caratteristiche, di coordinate sonore ora finalmente considerate una struttura a sé stante, e in grado di differenziare i Nevermore tra migliaia di altre formazioni che nonostante proponessero il genere ossia un metal progressive contaminato di groove e di thrash metal, non andavano mai a fondo dal punto di vista sensoriale come i nostri. I pezzi di questo disco, che ricordiamo gode di sfumature cromatiche uniche, grazie all'apporto di Andy Sneap, parlano effettivamente da soli, basta ascoltarli al massimo del volume per apprezzare le loro caratteristiche e per capire il messaggio che i quattro hanno voluto darci. Accanto all'esperienza nella sua totalità, bisogna far cenno anche al modo con cui i brani venivano tirati fuori. Non solo prestazioni solistiche di chitarra ma anche percussioni dinamiche e cantato abrasivo, ma non dal punto di vista meramente uditivo ma anche secondo un modus operandi legato al tema. In poche parole, la voce di Warrel in questo episodio discografico riesce a diventare arcigna anche quando canta di tematiche più "spensierate", e contemporaneamente riesce a diventare dura anche quando è più melodica. Una doppia faccia che rende tutto il lavoro stilisticamente multi sfaccettato: I Nostri condensavano il vecchio e il nuovo, il già sentito con idee innovative e non avevano paura poi di mostrare anche una certa intimità che nel metal era comunque merce rara. Poche band avevano il candore di mostrarsi per quel che erano, ossia uomini pensanti e raziocinanti, in grado di valutare la loro vita senza l'ossessività del parere altrui. Se si dovesse elencare alcuni difetti potremmo dire che in alcune parti il disco pecca di originalità, ma quand'anche questa si fosse mostrata comunque veniva "mascherata" da una capacità tecnica sublime. Tecnica che viene condensata ottimamente anche dal nuovo ingresso ritmico di Steve Smyth che dall'alto della sua esperienza ha condizionato anche la prestazione di Loomis. Del resto, lo stesso biondo chitarrista non era così abituato ad essere affiancato da un collega di tale livello e dal punto di vista sonoro lo si nota ampiamente durante l'ascolto del lavoro: i due combinano alla perfezione e donano a tutto "This Godless Endeavor" quel tocco ritmico in più che caratterizza ogni pezzo. Il disco, come ben si sa, sarà l'ultimo parto della band prima di un lungo periodo di pausa, nel quale Warrel Dane e Jeff Loomis si occuperanno delle loro carriere solistiche (Dane con "Praises to the War Machine" e Loomis con "Zero Order Phase") prima di dare l'ultimo saluto con "The Obsidian Conspiracy".

parole chiave: disco, accordi

L'ingresso di Steve Smyth, ex Testament, ravviva un sound già di per sé granitico e vincente, offrendo all'ascoltatore ancora più qualità, mentre l'estetismo, e le tematiche scelte, rimangono quello che contraddistinguevano il gruppo da sempre. "This Godless Endeavor", che sarà ricordato come l'ultimo disco prima del finale "The Obsidian Conspiracy", ci regala mirabili momenti di puro heavy metal.

1) Born
2) Final Product
3) My Acid Words
4) Bittersweet Feast
5) Sentient 6
6) Medicated Nation
7) The Holocaust of Thought
8) Sell My Heart to Stones
9) The Psalm of Lydia
10) A Future Uncertain
11) This Godless Endeavor
correlati