NEVERMORE

The Politics of Ecstasy

1996 - Century Media Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
03/10/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Non c'è veicolo più efficace della cupezza d'animo, la depressione per spingere una penna su di un foglio  bianco. Per rendere pratici sentimenti che si propongono tangibili solo nella parte più buia della nostra mente. Luogo in cui i più disparati pensieri si connettono e si intrecciano a vicenda creando i presupposti per vivere con la consapevolezza che la vita è un labirinto in cui tali si applicano, ma anche un panorama disilluso e animato da inutili conflitti. Non tutti hanno la medesima forza d'animo di affrontarla, è troppo astrusa e aperta a qualunque scenario che ti immobilizza solo al pensiero. Ma l'introversione viene in aiuto indirizzandoci in uno stato catatonico dove l'arte trova la sua esplosione concreta. Arte che in questo caso prende forma della dea Musica, una delle più audaci nel condurre le tensioni umani in forme di meraviglia talmente abbagliante da permetterci di dimenticare il momento difficoltoso in cui sguazziamo. I Nevermore riuscirono in questa impresa, ossia prendere per mano la desolazione e di traslarla a proprio piacere, in un universo tappezzato di sette note grondanti di dolore e di autocommiserazione proprio perché fare i conti con la durezza della realtà non è cosa bella. Sono una band diversa i Nevermore; thrash sulla carta ma completamente anti-thrash nei comportamenti; contrari ad ogni forma di estremismo da rock star e favorevoli al pensiero e l'illuminante forza del lirismo. Con quale opera riuscirono non solo a confermarsi ma a tentare almeno di superare quelle acerbità presente nel primo full lenght (non considerando ovviamente l'Ep precedente In Memory). Il disco, il secondo della band, tenendo escluso ovviamente l'Ep dà cinque tracce In Memory, era The Poltics of Ecstacy. In questo episodio l'abilità strumentale si raffina, in quanto l'esperienza cresce e la visione generale del mondo diventa ancora più spietata (la traccia The Tienammen Men esemplifica quello che sto dicendo). I Nevermore non erano una band piaciona e felice nel sedersi sugli allora della retorica di matrice thrash, erano molto di più. Erano ingegneri della realtà e arguti analisti dell'essere, come pochissime band dell'epoca (anche quelle sulla carta migliori). Ma la base, la tessitura, su cui nasce e si sviluppa "The Poltics of Ecstacy" è la volontà di non conformarsi: anche se fai parte della Century Media, che permette di costruirti un uditorio elevato e non solo composto da giovanissimi alle prime esperienza con la musica dura (come accade complessivamente oggi), hai la possibilità esprimerti così come sei, anche con i tuoi difetti. C'è bisogno di contenuti, e la musica serve proprio per veicolare ai più i giusti comportamenti ed una corretta visione del mondo. Il disco gioca infatti sugli equilibri sociali e su urla anti belliche, su cori allarmanti e su escursioni strumentali pesanti proprio perché immedesimate in un contesto apocalittico. Poi abbiamo una mente lirica come Warrel Dane che è poco avvezza alla semplicità; strofe contorte, versi multistrato e stratificazioni agghiaccianti. Tutto è volutamente reso difficoltoso per attivare quei meccanismi del cervello che sono comunemente spenti a causa di un sistema che ci vuole così. Per questo disco la band fa tesoro della propria crescita personale, aumentando di carisma e di temperamento agonistico per sopravvivere in un ambiente sempre più stantio. Parlavamo di difficoltà, ma questa non si annusa solo testando i territori lirici messi in atto, ma anche (e soprattutto) dalla forte componente strumentale che raccoglieva ed univa diverse esperienze in un unico colpo. Non ci sorprendiamo che la sette corde di Jeff Loomis costruirà trame che sono tutto tranne che adatte al volgo; non salteremo dalla sedia se Van Williams si approccerà alla sua batteria come non mai; e che Warrel Dane, il secondo virtuoso presente nella band, riuscirà ancora a colpirci in petto.

The Seven Tongues of God

Partiamo subito all'attacco con la prima "The Seven Tongues of God" (Le sette lingue di Dio). Brano fortemente, ed esplicitamente, contro la religione e ogni sua conseguenza politica e sociale. La band analizza quanto il dogma religioso sia indispensabile per i governanti al fine di mantenere un equilibrio sociale. Indirettamente viene presa come linea guida il filosofo francese Voltaire, che nel 1768 teorizzò l'idea che alla pendice dell'organizzazione politica la religione rivestiva un ruolo fondamentale. Era vitale per controllare le masse docili; ad esempio, senza di essa, i criminali non avrebbero più paura delle pene dell'aldilà. Fondamentalmente, Voltaire era contro la chiesa cattolica, ma riconosceva che la religione portava ordine sociale. Così i Nevermore, nel loro piccolo ovviamente, riprendono questi concetti, mettendo subito in mostra l'inusuale titolo "Le sette lingue di Dio", teso a mettere in mostra la volontà di scagliarsi contro tutti i tipi di religioni. Warrel Dane non perde un millimetro della sua politicità, del suo continuo andare controcorrente attaccando le infrastrutture sociali che ci governano. Il pezzo musicalmente si apre con un forte piglio chitarristico, accompagnato degnamente da astute terzine di batteria e giochi poliedrici di basso. Il drum set diventa più corposo col passare dei minuti appena Van Williams pesta con più decisione la grancassa, mostrandoci metaforicamente le capacità invettive del gruppo. Le sette corde di Jeff Loomis mutano di incisività già nel primo minuto, simboleggiando che i Nevermore non voglio assolutamente demordere con la loro consueta complessità ritmica. La quale accoglie la voce di Warrel poco dopo lo scoccare del primo minuto, cantando la seguente strofa: "Every man will ask the questions, and every man will suffer blame and loss / Every day you die a little understand the change and choose your path without disdain" (Ogni uomo farà le domande e ogni uomo subirà la colpa e la perdita / Ogni giorno muori un po 'capisci il cambiamento e scegli il tuo percorso senza disprezzo). Già i primi versi ci fanno ben capire come la routine giornaliera dell'uomo, ingabbiato in una società sempre di più stantia, ha a che vedere con la religione. Quell'ogni giorno muori un po potrebbe non solo far intendere il solido nichilismo di Dane, ma anche la ferrea volontà di disegnare le promesse teologiche come pura fantasia. Ai lamenti di Warrel, le chitarre di Loomis e di O'Brien, premono come un martello pneumatico in ogni tentativo del singer americano di toccare le stelle. È progressive malato e squisitamente basato sul tribalismo di Williams, che nemmeno nei momenti di apertura melodica sembra demordere. "The Seven Tongues of God" è un brano apripista eccezionale, indimenticabile; siamo solo all'inizio ma i Nevermore spargono qualità con una facilità impressionante.

This Sacrament

Un riff introduttivo, tra i più riconoscibili dell'intera parabola dei Nevermore, ci accoglie con la sua matematica violenza. Le corde della chitarra di Jeff Loomis sembrano urlare a squarciagola, non si arrestano di un minimo fino al primo break. Con la consueta e atavica ribellione, anche Warrel Dane spalma contro di noi la solita non voglia di vivere, spruzzata di un sano odio per la razza umana. Anzi, qui la band disegna tematiche del tutto impiantate sulla precarietà della vita e su quanto è addirittura inutile lottare in un mondo che è solo apparenza. In "This Sacrament"- questo sacramento - di nuovo fuoriescono dei Nevermore pungenti e ironici, capaci di colpire nel segno con poche ma semplici parole. Il flusso ora tipicamente thrash si scaglia perpendicolarmente contro la tendenza progressiva presente nelle vene della coppia di chitarre. I break prima dell'ingresso vocale apre la strada ad un vicolo strettissimo, con poca luca per orientarsi. Ma Warrel arriva e diventa un faro che ci guida verso la seria consapevolezza. Vengono citati i Beatles (Lucy in the sky with diamond eyes, long since dark, I wear her disguise of light) per quanto riguarda l'utilizzo delle droghe per raggiungere all'apice dello sfruttamento del nostro cervello. Una citazione probabilmente legata al Timoty Leary, personaggio controverso legato anche a John Lennon, che sbandierava l'utilizzo dell'LSD come funzionale ad una vita migliore. Il brano invece prosegue con una forte impronta melodica, che si sposa a perfezione con l'irruenza quasi cronica che la traccia offre. Dane è all'apice della disperazione, rappresenta colui che, dotato di una forza interiore superiore alla norma, è in grado di capire l'intera truffa che ci circonda. Basta leggere questo stralcio, "There's no control in the world today, and there's still no order to this game we all play called life" (Oggi non c'è controllo nel mondo e non esiste ancora alcun ordine per questo gioco che tutti noi chiamiamo vita): non c'è bisogno di aggiungere altro. Alle soglie del secondo minuto intervengono voci aggiuntive che aumentano l'acidità con cui viene narrata la nostra esistenza. Il punto forte di "This Sacrament", oltre al non scontato lavoro di chitarra e di batteria, è come ogni elemento sembra essere sia stato scritto di getto, senza un lavoro fin troppo cervellotico. Questo sapore di genuinità, del resto, rendeva proprio i Nevermore una band imprevedibile e amante dell'improvvisazione.

Next in Line

Non meno funerea è anche la seguente "Next in Line" (Il prossimo nella linea). Canzone ispiratissima animata dalla solita ed elegante verve di Warrel Dane. Il cantante infatti, a differenza delle due tracce precedenti, irrompe immediatamente sul tessuto della canzone, modulando le proprie corde vocali al fine di creare le giuste atmosfere per la corrosività delle due chitarre. In ordine, prima Jeff Loomis e poi Pat O'Brien, che creano con vari contrappunti l'intelaiatura necessaria per rendere Next in Line la traccia che ben si posiziona all'interno della tracklist. Non a caso, al brano è accompagnato un notevolissimo video musicale in cui tutti i membri della band sembrano spuntare dal nulla, come ombre affamate di chissà che cosa; esseri in bianco nero che metaforicamente rappresentano dei demoni capaci di succhiare l'anima alle persone. La spietatezza della vita viene anche qui mostrata, un crogiolo inutile di sofferenze che portano ad una sola cosa: la morte. Le maschere presenti accanto allo sguardo diabolico di Warrel inneggiano a quanto la società odierna sia fossilizzata sull'individualismo becero di ogni essere umano. La chimera dell'esistenza si sposa a meraviglia con l'introduzione quasi death metal del brano, che progressivamente si ammanta delle giuste melodie e armonie. Dane ancora una volta sorprende per la sua animosità, il suo vibrato esplode e implode in millisecondo rendendo così il lavoro delle due asce impeccabile. Il riffing muta d'aspetto dopo nemmeno un secondo, in quel frangente sia Loomis che O'Brien impugnano i loro strumenti adattandosi agli ululati al limite dell'angelico di Warrel. Le immagini a bianco e nero si susseguono senza sosta, mentre il cantante sputa addosso a noi la sua disperazione: "Life is seen so cold and benign, / I don't want to be saved I'm next in line to die" (La corporazione mi ha usato come se ti avessero fatto il lavaggio del cervello / La vita è vista così fredda e benigna). Lo spirito melodico a cui accennavamo prima aumenta senza peròrinunciare al classico tappeto chitarristico ormai un must della band; in quel susseguirsi di note, Dane alimenta la sua disperazione, il suo nichilismo come il più acceso filosofo esistenzialista del secolo passato. Next in Line brilla di una luce propria, una luce nera e opaca, che non splende anzi, annerisce ogni minimo spazio ancora non scuro. La seconda parte del brano non incontra gli stravolgimenti tipici del progressive, nonostante la presenza di un assolo pauroso, ricco di delay e altri effetti, del sempre ottimo Jeff Loomis.

Passenger

Un oscuro e possente muro sonoro si erge sopra di noi appena udiamo le note di "Passenger" (Il passeggero). Il brano è battezzato immediatamente da Warrel Dane che si mette nei panni di un crooner, di un narratore di vite. Appena le chitarre diventano più puntigliose nel seguire le proprie partiture, ecco che il brano diventa più chiaro. Il passeggero non siamo altro che noi, deboli maschere che viaggiano su un treno chiamato vita. Il treno è simbolico, è immerso nel fluire del tempo tipicamente pirandelliano (utilizzato nella celebre novella "La Carriola"), in cui il protagonista riflette sulla propria esistenza. Temi profondi vengono toccati dalla penna di Dane che con una semplicità disarmante dà vita ad un quadro psicologico molto sofisticato. Nel mentre il brano, lento e meno caratterizzato da una verve thrash, si irrigidisce sempre di più, soprattutto quando le impennate vocali di Dane non trovano ostacoli. Come abbiamo detto, quel personaggio ignoto che viaggia sul treno soffre, ma nasconde la sua interiorità nei confronti degli altri; la società ci vuole forti e determinati quindi di conseguenza nascondiamo la nostra identità per non sfigurare il confronto degli altri (He was a quiet man in pain / His tears, I fear, are closing in again / What you lose in years, you again in perspective; Era un uomo tranquillo che soffriva /Le sue lacrime, temo, si stanno chiudendo / Quello che perdi in anni, di nuovo in prospettiva). Maschere, inutili maschere che ondeggiano sul suolo terrestre nel desiderio perenne di ottenere accettazione coi nostri simili. Niente di più sbagliato per i Nevermore che invece sostengono l'importanza della conoscenza di sé stessi e dei propri errori; e di errori il nostro misterioso protagonista viaggiatore ne ha commessi tanti in vita sua (And the passenger pauses to see his mistakes). Per tutti questi motivi la voce del nostro cantante non può non essere dimessa e oppressiva, poco aperta alla melodia ma pronta a prendere con mano l'oscurità. A differenza degli altri brani questa profonda Passenger muta pelle solo con un assolo al fulmicotone di Jeff Loomis, che al quarto minuto mette a segno una prodezza degna del miglior Steve Vai.

The Politics of Ecstasy

Ancora un forte riferimento al pensatore Timothy Leary si scruta leggendo le liriche della title-track, "The Politics of Ecstasy" (La politica dell'estasi), volume pubblicato nella fine degli anni 60'. Dal punto di vista musicale probabilmente abbiamo a che fare con il riffing introduttivo più possente di tutto l'album, la chitarra di Loomis esplode di decibel dopo pochi secondo dall'inizio della traccia, introdotta da alcune voci registrate. Tra un break e un altro, le velenose invettive di Warrel luccicano di violenza, ribellione e voglia di abbattere i conformismi. Molto interessante è la prima riga, in cui vengono presi di mira i politici identificati nella metafora orwelliana del maiale.  "I hate you, the pigs who turn the screws, I hate everything you stand for / I hate the world we've bred, political pigs we've fed, our fathers left us nothing but a dead world" (Ti odio, i maiali che girano le viti, odio tutto ciò che rappresenti / Odio il mondo che abbiamo allevato, i maiali politici che abbiamo nutrito, i nostri padri non ci hanno lasciato altro che un mondo morto), non c'è molto da discutere sul primo verso della song che non può non essere giudicata come una filippica, un pugno in pieno volto alle generazioni del dopoguerra. Le quali hanno affidato la loro vita a persone inette, che hanno a cuore solo l'accumulo e il denaro; il popolo è un ostacolo per i porci politicanti e questo i Nevermore lo sanno bene. Nonostante qualche tentativo di stemperare la tensione strumentale, l'organico statunitense punta ad affondare il coltello contro questa società malata, basata sulla menzogna e sulla corruzione. Su una libertà immaginaria ("Freedom's never free, the politics of ecstasy are these/ Freedom's never free, these are the politics of ecstasy")  in cui le politiche dei demiurghi di turno sguazzano con i loro interessi. Proprio quando viene cantato questo breve ritornello, emerge il primo solo della canzone, strutturato ma non così' complesso come Loomis ci aveva abituati. Warrel, proseguendo con la traccia, continua con le sue invettive, accompagnando le note suonate dal basso di Sheperd che si accoda alla frenesia strumentale di chitarra e batteria: un miscuglio di dissonanze e squilibri armonici che si accorpano poi a scale più complesse. Dane riprende il timone della traccia tra rumore, rabbia, tecnicismi e scariche elettriche, solo dopo il secondo assolo della traccia, il quale interviene alla metà del quinto minuto. Al termine di questo Warrel ritorna più carico di prima tornando a sputare addosso a noi le liriche incontrate nella prima strofa. Come è facile da evincere, la title track è una delle canzoni più progressive e strutturate, dove a macchia di leopardo si sedimentano più influenze musicali.

Lost

Chi sono io? Warrel Dane inizia così il suo malsano eloquio nella sesta traccia "Lost" (perduto). Tre parole che sono care a milioni di esseri umani, i quali si chiedono il perché dell'esistenza e i motivi per cui si è costretti a soffrire senza un obiettivo concreto da raggiungere. I Nevermore puntano ancora ad infrastrutture liriche molto delicate e per questo soggette alle più disparate considerazioni. L'unica cosa certa è che la band non butta mai la propria penna a caso, anzi ogni minima parola ha il suo peso specifico ben calibrato nell'affondare nelle orecchie dell'ascoltatore. Lost inizia subito con sferzate metalliche ben precise, nonostante i suoni non sono perfetti nel dare merito alle capacità strumentali portate avanti. Jeff Loomis costruisce l'atmosfera apocalittica e a tratti industriale dove Dane è libero di fare e di dire quello che vuole. Un cane sguinzagliato che addenta chiunque con parole al veleno sempre supportate dalla concretezza dei fatti. Siamo solo anime che galleggiano disperate in un universo, non siamo sbattuti sul globo per nostra scelta, ma il fato ha deciso la nostra vita. E svaniremo, bruceremo e le nostre ceneri continueranno a dare colore all'atmosfera. Gli agganci di chitarra della principale di Loomis guida la ritmica dell'ex Cannibal Corpse Pat O'Brien, mentre il basso di Jim Sheperd martella come non ha mai fatto in precedenza. Nemmeno la cadenza melodica smorza l'effettistica degli strumenti che giocano su dinamiche ben precise nonostante alcune sbavature per quanto riguarda il mixaggio. Alle soglie del secondo minuto vari e discreti breakdown fa calare leggermente l'animo incendiario di Warrel. Ma se da una parte assistiamo a leak di chitarra meno oppressivi come nei primi minuti, dall'altro canto notiamo che nei momenti più lenti il pathos aumenta. Ed è questo, come ben sappiamo, il terreno disperato su cui vive il cantante. La violenza del mood della band riprende pochi secondo, quando le corde di Loomis diventano lugubri e matematicamente affascinanti nella scelta dei pattern, che si ripetono come se fossero calcolati al millimetro. Le urla di Warrel in fine corrodono più di quanto abbiano fatto all'inizio: con i Nevermore la disperazione si tocca con mano.

The Tienanmen Man

A simboleggiare quasi la tendenza anticonformista della band ci pensano tracce titoli esplicite. Come "The Tienanmen Man", l'uomo di Piazza Tienanmen, la quale gorgheggia espressività da tutti pori senza mancare di quell'irrefrenabile spirito ribelle che c'è nel Dna dei Nevermore. Ricordate la famosa foto scattate nel giugno dell'89 in cui campeggiava un giovane studente, noto come " Il rivoltoso Sconosciuto" che si mise di fronte al muso di alcuni carri armati cinesi? Bene, potremo definire la band come personificata in quel ragazzo cinese che con un gesto apparentemente semplice sottolinea una tendenza ad abbattere dei limiti. Quali limiti? Quelli del sistema, o meglio, di un sistema musicale che i Nevermore riuscirono a sdoganare come solo i grandi sanno fare. La vena polemica della traccia esordisce con un cumulo di note che ci sovrappongono fino a formare un degno strato sonoro. Le due asce indirizzano il suono accorpandosi a meraviglia con le urla deliranti di Warrel Dane, forse entusiasta di sostenere lo studente considerato un vero combattente e amante della democrazia. Warrel canta di un uomo, che stava lì consapevole del pericolo che stava correndo, ossia quello di contrastare un potere fitto e perennemente superiore. "To confront the powerful tyranny in the square of tiananmen / Ecstatic youth played with fire, freedom wash over them / Democracy their desire, the tiananmen man had a plan", canta Dane disegnando il profilo dell'eroe cinese dell'89. Il brano poi con uno scatto al fulmicotone emerge di fragore e di incidenze accogliendo ora incursioni molto cadenza e melodiche, senza dimenticare la violenza lirica che accompagna il tutto. È straordinario come i Nevermore siano vicini agli ultimi, agli oppressi e offendono con parole al veleno ogni forma di potere, a quello religioso fino a quello politico. Le chitarre non subiscono frenate improvvise, come è lecito quando si parla di heavy/prog metal americano, anzi martellano sfruttando la loro potenza di decibel. Si ascoltano dei lontani riferimenti agli svedesi Meshuggah che avevano forse influenzate le partiture di Loomis. Verso il minuto tre Van Williams si sposta dai canoni batteristici prima utilizzati e accelera per inseguire il duo Loomis/O'Brien, Warrel invece si prende qualche secondo di pausa per ricaricare le batterie. Il solo di Jeff è meraviglioso e volutamente inquieto, forse a rappresentare cosa c'era nella testa del ragazzo cinese di Piazza Tienanmen. Il ritorno di Dane, pochi secondi dopo, scandisce un finale molto oscuro e pessimista, condotto dal basso di Jim Shepherd. ?

Precognition

Dopo "The Tienanmen man", una tenera composizione acustica ci riporta nella tranquillità più assoluta. In "Precognition" - Precognizione - Loomis gioca a fare il jazz man, improvvisando miniature chitarristiche che si incontrano con l'elettrica di Pat O'Brien. Nella sua brevità, un minuto e quaranta secondi, il brano ha comunque senso di esistere. Interessante è la schitarrata finale che ricorda molto lo stile del celebre chitarrista Al Di Meola.


42147

Dal titolo assolutamente insolito è 42147, brano criptico e ricco di spunti esoterici. Warrel esplora un lato forse poco preso in considerazione nelle sue composizioni, prendendo per mano il tema delicato della LSD. In questa traccia si dà spunto al tema del surreale, della psichedelia in grado di aprire a diversi mondi prima inesplorato o addirittura sconosciuti. Insomma, l'utilizzo delle droghe è uno degli stereotipi più abusati quando si pensa alla musica rock, ma qui Dane vuole dare una sua interpretazione storico/sociale. Il numero dovrebbe far riferimento al giorno in cui Albert Hoffman, scienziato svizzero, noto per aver sintetizzato la LSD (dietilamide dell'acido lisergico). I Nevermore tornando indietro nel tempo, in quel laboratorio, per descrivere le sensazioni di quello studioso completamente ignaro di aver creato una sostanza dal grande peso sociale. Il brano comincia con la batteria di Van Williams che tesse le giuste note adattandosi ai contrappunti di chitarra di Jeff Loomis; come delle saette, il duo di chitarre degli americani si incontrano con il temperamento vocale di Dane, in una delle prove più brevi. Subito colpisce la prima strofa, in cui si materializza la scena in cui Hoffmann scopre LDS: "Daydream fluid thoughts washing shores of warm confusion / I'm one with this beautiful disorder" (Sognare ad occhi aperti pensieri fluidi che lavano le coste della calda confusione / Sono uno con questo bellissimo disturbo). È il mondo apparentemente benefico che la droga utilizza a colpire la mente di Hoffmann, quasi compiaciuto nell'aver scoperto ed isolato una sostanza del genere. Intanto le vocals acide si interrompono per il primo tappeto di note promulgato da Loomis, profumato ancora di un gusto sano neoclassico, a tratti inserito in un contesto ambient saggiamente creato in studio. Ma ciò che colpisce è il finale, in cui lo studioso quasi si pente di aver compiuto quel gesto. Ora Warrel accarezza il microfono con vocals al limite del soffice, decantando la disperazione. "What have I created? / The experiment is over" (Cosa ho creato? / L'esperimento è finito), ripete Hoffmann tra sè e sè immaginando cosa quella droga potrebbe fare negli anni a venire.

The Learning

"The Learning", a discapito delle altre tracce, inizia con un leggero cumulo di note che mano a mano si addensano su se stesse. Poi c'è Warrel, che si adagia alla tenera sezione acustica perpetrata dalle note di Jeff Loomis. Poi l'esplosione, l'atavica rabbia che contraddistingue il collettivo di Seattle. Una rabbia contenuta, temuta perché sarebbe in grado di smuovere le fondamenta del pensiero unico, del noto ai più. Difatti le linee tematiche che si materializzano attorno alla nona traccia, si agganciano addirittura a temi futuristi; ad universi distopici in cui l'essere umano o è governato dalle macchine o egli stesso è una macchina. Le emozioni scompariranno, le coscienze umane daranno il testimone a chip sottocutanei; la fragilità sarà solo un insignificante ricordo di un'epoca passata in cui l'uomo soffriva come le altre bestie. Le vocals di Warrel Dane lasciano spazio allo spettro strumentale a partire dalla metà del secondo minuto, appena la chitarra di O'Brien sgocciola di rabbia. Un riffing a dir poco penetrante gioca con la tensione, il drumming sembra replicare le future marce dei pochi uomini ribello contro l'ingegnerizzazione del globo terrestre. Jeff Loomis pennelle ritmiche quadrate appositamente create per sposarsi con le fauci di Dane, a dir poco ispirato nel suo ruolo di sacerdote del terrore. "I follow the plan , tripping the hammer again / Searching the waves of memory I establish the weakness / I follow the plan, learning the rhythm of human emotion and thought / If you cannot linguistically differentiate a person from a computer", ripete disperato Warrel impugnando il microfono come se fosse una temile spada. Si sottolinea il fatto che risulta necessario memorizzare e, di conseguenza, imparare i passi umani perché in un ipotetico futuro quei passi saranno dimenticati. Ma non sono, nella visione orwelliana dei Nevermore tre attività, "Download, process, analyze" , saranno considerate la norma per far si che l'uomo futuro possa non perdere la sfida contro i cugini umanoidi. All'interno della traccia si inseriscono voci robotiche allineanti che aumentano il terrore generale. Le chitarre proseguono nel calcare territori pieni di groove, nello stesso tempo in cui i lamenti del nostro cantante raggiungono il loro zenit emotivo. Alla fine del quinto minuto si ripete lo schema iniziale, la marcia robotica delle chitarre trasuda di apocalisse. "The Learning" è un grande quadro post-industriale in cui l'umanità è considerata come materia di studio dei libri di storia; in cui l'essere umano non è che uno schiavo delle sue stesse creature. I soli di entrambi i chitarristi, allo scoccare minuto, evidenziano la solitudine del cittadino globalizzato e non consapevole dei lati oscuri del progresso. Infine Warrel, ora molto più arcigno e spietato, sembra far capire ai pochi essere umani coscienti rimasti che una speranza c'è. Piccola e flebile, ma una speranza c'è.

Conclusioni

"La politica dell'estasi", titolo già di per sé molto particolare perché legato al guru del culto delle droghe Timothy Francis Leary , è un episodio importantissimo della discografia dei Nevermore. Non solo perché è un connubio di ispirazione e di capacità artistiche, ma soprattutto perché mette in mostra ciò che la band poteva concedere in quello specifico contesto storico. La mania di tappezzare le proprie creature sonore di una nera depressione e negatività è pari e, forse, addirittura superiore ai primi due capitoli. Non è certo col successo che si scacciano via quei fantasmi, anzi la responsabilità di parlare ad un pubblico più ampio mette la band americana difronte ad un bivio: sforzare al massimo il proprio armamentario, musicale e non, per far riflettere le masse di ascoltatori sempre molto cariche di aspettative nei confronti del gruppo. Parlare di tematiche non proprio consoni ad ascoltatori metal era simbolo di una certa voglia di sganciarsi dalla scena, sebbene musicalmente parlando tutti gli ingredienti messi in atto raffigurano l'esatto opposto. Del resto, siamo pure in un periodo delicato per il mondo della musica pesante, intaccato dalla nuova tendenza gotica e dalla volontà degli artisti stessi di immedesimarsi nei principali alleati delle tenebre. E un amico di quest'ultime è sicuramente il cantante Warrel Dane, la cui forza lirica, passione per l'oscuro e l'amore per il macabro permettono a tutti di compiere il famoso salto di qualità, che la band vive serenamente nonostante le pressioni dell'etichetta discografica in cui erano protagonisti. Non nel senso di svendersi e di diventare mainstream, questo i Nevermore non lo faranno mai. La dignità dei quattro dei Seattle è straordinariamente genuina e puntellata da quelle caratteristiche care a poche metal band. Il disco quindi è un manifesto del pensiero filosofico del quartetto: ecletticamente autodistruttivo, ma al contempo dannatamente affascinante date le melodie proposte, incuneati e modellate in dune di rabbia e in vortici progressivi in cui le polveri della sofferenza si sedimentano sul terreno. Non parliamo solo di pezzi suonati e cantati bene, ma di un quadro in cui è impossibile definire un'unica linea musicale che trascina le altre. È evidente la radice thrashy, ma dall'altra parte è fortissimo il raggiungimento di complessità sonoro degne del progressive o technical metal che forse nei primi due dischi erano meno esplicitate. Sarà che forse Jeff Loomis abbia centuplicato le sue capacità? Molto probabile, il chitarrista di Seattle dà ancora sfoggio di una preparazione che ha dell'impressionante, a dimostrazione il talento da solo non basta: lo studio e la didattica contano molto a questi livelli, che definire mostruosi è un eufemismo (qualunque chitarrista concorderà). Dall'altra parte Van Williams rompe i limiti di una non perfetta calibratura del pellame del set, divertendosi tra poliritmie e frenesia che ricordano, perché no, anche un maestro di tali dinamiche come Thomas Haake dei Meshuggah. Degli interventi che hanno quasi dello straordinario se comparato con altri colleghi, in effetti  si contano sulle dita d'una mano batteristi in grado di tenere certe tempistiche e dilatazioni strumentali. Il costrutto dei pezzi è il motivo per cui in tanti si esaltarono durante l'ascolto di The Politics of Ecstasy, nel capitolo precedente era ancora fin troppo viva l'inesperienza dei membri. Passato solo un misero anno, i nostri riuscirono nell'impresa di impreziosire ancora di più le loro composizioni, dando sfoggio a particolari capacità di stesura dei propri arrangiamenti. Se a distanza di oltre vent'anni attribuiamo a questo disco una discreta importanza nel ricco sottobosco groove/prog, è anche merito della produzione/mixaggio di Neil Kernon, produttore di tantissimi dischi di successo che coi Nevermore riuscì ad affermarsi anche in un ambito molto distante dal mondo mainstream.

1) The Seven Tongues of God
2) This Sacrament
3) Next in Line
4) Passenger
5) The Politics of Ecstasy
6) Lost
7) The Tienanmen Man
8) Precognition
9) 42147
10) The Learning
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