NEVERMORE

The Obsidian Conspiracy

2010 - Century Media Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
19/07/2022
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Era il 2005 quando Jeff Loomis e Warrel Dane, i creatori dei Nevermore, decisero di troncare temporaneamente i rapporti per avviare dei rispettivi progetti. Un momento che per molti sembrava la fine di un sogno, quello di aver messo in piedi una band particolarissima, sfuggente ai più ed in grado di scrivere una pagina di metal importante. I Nevermore si erano fatti le ossa con dischi pregni di significato, affascinanti e mai banali. Tuttavia la tentazione di tornare in carreggiata dopo aver sfogato il proprio talento con due dischi solistici molto diversi era molto forte ed evidente: per Loomis il suo disco fu essenzialmente un esercizio tecnico, la sua vena strumentale aveva incontrato il parere positivo di colleghi importanti come Pat O'Brien e Ron Jarzombek; mentre Warrel si destreggiò in un progetto che ricordava molto il suo gruppo intitolato Praises To The War Machine. Dunque, tralasciando questi ottimi capitoli nulla era migliore che un ritorno della band, ancora una volta immersi in un periodo complesso ma nonostante tutto l'affetto dei fans richiede necessariamente il ritorno di una band coesa. Il frutto del lavoro prese forma con "The Obsidian Conspiracy" album noto anche per essere l'ultimo parto ufficiale prima della definitiva scomparsa del gruppo in seguito alla morte di Warrel Dane nel 2018. Questo disco dunque sin dagli inizi richiedeva il massimo delle capacità compositive dei nostri, quasi come se sapessero sin dal principio che sarebbe stato l'ultimo sigillo di una carriera travagliata ma importante. In questo episodio la band è supportata da Peter Witchers dei Soilwork che donerà al disco un suono molto moderno, in linea con il lavoro di Warrel con cui il chitarrista svedese aveva collaborato. Era il 31 maggio 2010 e come per magia i fans degli americani tornarono a vedere i loro beniamini alle prese con nuovo materiale sonico, segnato dall'entusiasmo degli stessi componenti dei Nevermore. Questi in vari interventi in merito al lancio del disco non lasciavano a dubbi: era un lavoro in linea con il gruppo, ma con un tocco melodrammatico in più. Lo stesso Jeff Loomis confermò che in "The Obsidian Conspiracy" aveva lasciato spazio più alla voce di Warrel piuttosto che alla sua chitarra. Una dichiarazione che ben ci fa capire il tenore e il livello artistico del lavoro. Scattante, rapido, violento ma al contempo delicato, accogliente e accattivante. Tutti gli ingredienti del gruppo, dal prog metal sopraffino al più rozzamente costruito thrash metal, viaggiano in un unico calderone emozionale e non mancano numerosi riferimenti esperienziali raccolti durante gli ultimi turbolenti anni nei quali si è fatto sempre più riferimento a tematiche spesso poco blasonato ma comunque assai essenziali nel corredo del gruppo. Con questo disco però qualcosa cambia, quantomeno nell'approccio molto più parsimonioso e attento alla forma: era quasi come se fossero consapevoli del fatto che quello non sarebbe stato un disco qualunque ma l'ultimo lavoro di una carriera lunga benché sia stata relativamente breve rispetto ad altre band. Ma a questo ai Nevermore interessava poco o niente, ciò che interessava era mettere sul piatto una serie di brani rappresentanti il loro stile musicale e il loro modus operandi. La coerenza di fatto rimaneva anche qui il punto se non di forza quello rilevante ai fini artistici: i brani nonostante fossero contornati da uno stile ormai solidificato e non difforme dal passato riuscivano a colpire l'ascoltatore mentre nei momenti più distorti o almeno caratterizzati dal più spesso impeto metallico fuoriescono ottimi spunti su cui si basava un trademark sonoro ormai considerato già un classico.

The Termination Proclamation

Come primo assaggio sonoro non potevamo iniziare meglio con "The Termination Proclamation", un assalto tipicamente nevermoriano, memore degli ultimi lavori, quindi ottimamente prodotto ma con una verve molto più aggressiva. Loomis sciorina i riff che ci piacciono senza sorprenderci più di tanto ma alla fine l'effetto che producono è sempre lo stesso: danno vita ad un clima esaltante che poi si pone come cuscinetto per le vocals di Warrel Dane. Lui, la voce, l'emblema della band, riesce come in ogni lavoro a dare il mille per mille, e quando capita una leggera sbavatura riesce comunque a cavarsela intelaiando vocals al fulmicotone. Allo stesso tempo in questa prima traccia si nota l'alchimia creatasi tra Jeff Loomis e Steve Smyth. Quest'ultimo si ritrova a lavorare con lo strumento in una maniera del tutto riferimento rispetto ai Vicious Rumors: da un heavy metal classicissimo si passa ad un progressive metal molto più strutturato, a cui fa da suo guardiano uno come Loomis che sgorga talento da tutti i pori. E nonostante l'inclinazione decisamente melodica questo primo brano riesce a donarci una grande scarica di adrenalina, mentre tematicamente si perlustrano viuzze decadenti, con la morte, tema sempre importante per la band, vista come sempre più vicino a noi esseri vivi e senzienti. L'approccio però non cambia di molto, e durante il ritornello l'anima melodica di Warrel fuoriesce impetuosamente e approfitta del calo di tensione delle due chitarre che ora invece di massacrarci i timpani tentano invece di addolcirsi a suon di battiti. Dietro le pelli Van Williams non esagera con i colpi ma riesce a dosare al meglio le sue frustrate, soprattutto quando si evidenziano intermezzi sonori dove le due chitarre macinano note e ci ricordano che abbiamo a che fare pur sempre di una band techno thrash e quindi in grado di tirare fuori il giusto concentrato sonoro e quando meno te lo aspetti ecco che sobbalzi dalla sedia. In conclusione è un brano orecchiabile ma potente, melodico ma dannatamente caustico.

Your Poison Throne

Come seconda traccia ci troviamo di fronte a "Your Poison Throne" (Il tuo trono di veleno). Una traccia che essenzialmente ricalca il meglio del repertorio classico del gruppo con una spruzzatina di thrash in grado di pestare quanto si deve. L'inizio ricorda molto i recenti Testament: quindi una sferragliata di chitarra a dare la mano al resto del comparto tecnico, immedesimato in un turbinio di riff di qualunque dimensione. Si passa da una verve aggressiva ad una alta decisamente più melodica in pochi istanti: segno che anche nei momenti più classici il gruppo non perde smalto ma anzi riesce ancora a padroneggiare la propria composizione portandola al massimo delle sue potenzialità. Jeff Loomis innesca la traccia che progressivamente accoglie l'inno testamentiano basato sulla ripetizione ossessiva d "Rise". Poi Warrel il cantastorie avvia la fase crooner dove però non mancano i riferimenti thrash metal ormai più che metabolizzati. Le due chitarre riescono ad abbassare i toni e ad accorparsi quasi a configurare un ulteriore vocalizzo, il quale invece di scontrarsi con quella basico di Dane va a creare un substrato decisamente interessante: la litania dei Nevermore concentrandosi sul non senso della vita e ricalcando scrittori come Emil Cioran non smarriscono il loro trademark, allora noto anche a più duri e crudi metaller. Ma a tagliare in due la traccia aprendo di fatto un prima e un dopo ci pensa l'attitudine shred di Loomis: al minuto 2.50 la sua chitarra parla da sola e permette al resto della composizione di trovare un cuscinetto sempre più sostanzioso su cui poggiarsi. E nel frattempo mentre questa melodia cresce qualitativamente, con cori addizionali che vedono protagonista Warrel, "Your Poison Throne" riesce ancora a regalarci momenti decisamente emozionanti. Una traccia poco conosciuta certo, ma non per questo meno brillante di altre presenti sia su questo che su altri lavori del gruppo. E ancora una volta a farla da padrone è stata la verve ultracompatta di una formazione che nonostante i cambi riusciva sempre ad imporsi.

Moonrise (Through Mirrors of Death)

Come ben sapete il gruppo riescono a divincolarsi in diverse tematiche, anche assai differenti. Lo vediamo bene nella prossima traccia chiamata "Moonrise (Through Mirrors of Death)". Una traccia esplosiva ma molto meditativa, nella quale ogni strumento riesce a calibrare il proprio suono senza strafare né coprire l'altro. L'incedere è difatti ben udibile perché ogni elemento dona il suo tocco melodico: una cascata di rabbia repressa ci copre i padiglioni auricolari, mentre l'impalcatura di base non vede a cotanta sostanza sonora. E nonostante il tema toccato, che tra poco vedremo, Warrel smette di marchiare a fuoco la sua composizione con un timbro tagliente ed estremamente dinamico. Il suicidio è il tema generale della traccia e per Warrel questo triste evento non nuovo: ricordiamo benissimo le vicissitudini familiari passate dal cantante, quella morte improvvisa della fidanza gli ha non solo spezzato il cuore ma anche aperto una ferita enorme. Talmente enorme che nemmeno gli anni l'hanno saputo coprirla. Il suicidio è una vera ossessione del cantante che l'accompagnerà fino alla fine della sua vita. Il protagonista è proprio lui, in quanto ogni rigo appare come un'azione descrittiva di cosa comporta un tale gesto estremo. "Sveglio nei miei violenti sogni ad occhi aperti / Sono lucido e lacerato / Dormo, sognando negli inferi / Ossessionato e rinato", afferma la traccia nella seconda strofa. Warrel si dimena sul letto, è solo. Sembra ripiombare negli anni bui di "Dreaming Neon Black" che furono proprio contraddistinti da quella infausta morte. Però, nonostante il clima plumbeo creatosi, "Moonrise" riesce ad aprirsi melodicamente. Le chitarre di Loomis e Smyth disegnano assoli coerenti con il clima ma non si fermano in nessun punto. E nel ritornello sboccia il topic moment della traccia: un'apertura melodica degna di nota in cui la voce del cantante sgorga meravigliosamente e in cui parla in poche righe del significato della canzone, con un taglio decisamente ironico. "Benvenuto nel sottosuolo / Benvenuto nella tua tomba / Benvenuto nel tuo bellissimo errore, ripete Warrel con la sua verve riconoscibilissima. La traccia qui spicca il volo con un ritornello incredibilmente riuscito vuoi per la potenza delle chitarre vuoi per la prestazione di Warrel che poi viene corroborata dal suo chitarristico che apre le strade alla ripetizione del refrain prima della fine della traccia.

And the Maiden Spoke

Van Williams con un gioco di pelli si prende la responsabilità di battezza il brano "And the Maiden Spoke" (E la fanciulla parlò), altra sassata made in Nevermore. Molto violenta è infatti l'impalcatura iniziale che subentra al pellame di Williams: la chitarra di Loomis invece di aspettare qualche secondo interviene subito intelaiando una trama degna di uno shredder. Dall'altra parte Warrel modula la voce a proprio piacimento, riuscendo a descrivere al meglio il tema lugubre della traccia, ossia la morte di una ragazzina. Questa, come narra all'inizio la stessa band per mano dello stesso paroliere Warrel Dane, è vissuta nel XVII secolo, ma a causa di una serie di eventi sfortunati; infatti, fu prima catturata e poi violentata a morte, per nessun motivo apparente. Capiamo bene dunque che il brano non è affatto solare ed allegro ed infatti le vocals di Warrel lo dimostrano appieno, ponendosi sempre piuttosto basse e mai alte. A questo aggiungiamo la prestazione della chitarra di Jeff Loomis che si "libera" ad armonie più aperte solo nel ritornello dove il nostro cantante ripete "And the maiden spoke" (e la fanciulla parlò), descrivendoci il triste destino della fanciulla rapita in un funereo giorno autunnale. Il clima pesante del brano non accenna a diminuire col passare dei minuti, e sebbene il ritornello sia costruito, su una sezione ritmica abbastanza melodica, possiamo ritenere il costruito su trame di heavy metal puro. Un modo perfetto per proseguire il nostro cammino

Emptiness Ubstructered

Questa traccia non suonerà strana alle orecchie dei fans dei Nevermore. Ed il motivo è molto semplice: è una delle tracce che fu scelta come apripista del disco e fu inoltre corredata da un video ufficiale molto pregno di immagini. "Emptiness Ubstructered" parte subito con il vocione disperato di Warrel Dane il quale invece di partire lento, come ha fatto in precedenza, si presenta in tutta la sua essenza; al contempo anche il resto della band, chitarristi e batterista in primis, partono subito all'attacco intessendo note molto orecchiabili nelle quali si sente tutta la coesione artistica del gruppo. Al contempo appare molto criptico il messaggio che Warrel vuole dare di questa traccia: sembrerebbe, come ha dimostrato in altre composizioni, una critica che si poggia sul suo personalissimo presupposto antireligioso. Ma ciò che fa capire è che vi è comunque bisogno di spiritualità in quanto questo mondo è intrinsecamente malvagio e pronto a calpestarti quando vuole. Non una novità, dunque, ma per la prima volta il nostro cantante decide anche di dare credito al suo spirito metafisico interpretando l'esistenza su un piano superiore ("Some things just can't be explained; "Alcune cose non possono essere spiegate"). Tornando all'aspetto musicale la traccia invece di insistere sulla coralità iniziale prosegue il suo percorso su un saliscendi molto emozionante, dove Warrel rimane da solo, al cospetto del vuoto. La sua voce appare perfettamente inserita nel contesto mentre le due chitarre, a parte nel finale, fanno di tutto per non interferire più tanto. Nella scansione del ritornello poi il brano esplode con ritmi assolutamente calzanti: proprio qui, durante l'esplosione melodica, che si intervalla all'implosione emozionale nelle varie strofe, si traccia il significato lirico. "E lo farò dillo ancora una volta /Il mondo è ancora una palla che gira di confusione / Che nessuno capisce": Warrel lo dice chiaramente, io di questo mondo non so niente e questa confusione mi fa capire ancora di più l'inconsistenza su cui si poggia il millenario credo religioso.

The New Marble And The New Soul

Andiamo avanti con le tracce e addentriamoci in "The New Marble And The New Soul", brano contraddistinto da un intro arpeggiante, in cui le chitarre fanno da base ai sospiri di Warrel Dane che scandisce con delicatezza le prime note. Note che decantano da una parte la bellezza del pianeta terra e dall'altra la pericolosità essendo abitato dagli umani. Non è la prima volta che Dane disegna negativamente l'essere umano, ma qui gli ha voluto dare un tocco anche ironico prima di dare avvisi importanti agli ascoltatori trattandoli alla stregua di alieni sbarcati per la prima volta sul nostro pianeta. "Procedi con cautela / Perché il terreno può contorcersi e girare / Scegli i tuoi amici con saggezza / Perché proprio quando pensi di conoscere qualcuno / Potrebbe abbandonarti con disprezzo /Oh, piccola", canta Warrel con diverse modulazioni vocali, arrivando a toccare note corpose e al contempo caratterizzate dai battiti di Williams dietro le pelli con le chitarre accorpate a note di pianoforte. Insomma, la tematica assume tratti delicati nonostante il tema discusso e mentre i sospiri del cantante diventano una seconda voce. Non siamo dinanzi ad un brano classico dei Nevermore con stilemi decisi e roboanti, qui si è cercato di dare sfoggio delle proprie qualità compositive e artistiche. E le chitarre di Jeff Loomis e Steve Smyth hanno assunto una fisionomia decisamente prog e shred per poi esplodere in plettrate elastiche che però non incontrano a voce di Dane ora impegnato in una sorta di rito sciamanico. La traccia è costellata da momenti in cui regna il silenzio e in altri in cui a farla da padrone è l'implosione emozionale.

Without Morals

Con "Without Morals" arriviamo a toccare lidi molto più heavy sebbene dal punto di vista vocali si parli di un andirivieni molto ibrido. Le chitarre si fanno subito ruggenti e pronte a disegnare quel leitmotiv che praticamente ci accompagnerà durante l'ascolto, nel quale come al solito noteremo una perizia tecnica molto cangiante e supportata da un impianto strumentale coordinato e mai sopraffatto da qualsivoglia problema di fondo. Il senso del brano è molto chiaro: il titolo senza morale fa riferimento all'identikit che la band ci pone davanti, quasi a porci davanti l'essere umano medio. Essere umano privo appunto di moralità ma anche di qualunque altro sentimento benevolo, che vagheggia nell'oscurità nella speranza di colpire a morte il prossimo. E se da un lato la visione spietata dei Nevermore non cozza con le tematiche che sono solite toccare, dall'altro si evince una torsione chiara all'aldilà. Insomma, i nostri non sono mai stati eccessivamente amanti dell'immateriale e per questo ci appare come un guizzo letterario molto particolare. La band, infatti, nell'affermare che il mondo è essenzialmente popolato da una malvagità perversa ci dice anche di aspettare che ci sia un altro mondo (Senza morale appassiamo /Potremmo anche andarcene / credo nell'altro mondo / Non possiamo correggere i nostri torti). Dal punto di vista sonoro invece non abbiamo di fronte chissà quali colpi di scena: l'andamento sonoro, molto attrattivo ma a tratti statico, è perennemente caratterizzato dal cantato melodico, a volte supportate da sezioni corali, del nostro cantante Warrel. Tutto questo almeno fino a quando emergono distorsioni strumentali che alterano la composizione originaria. Il ritornello alla pari, del resto, si ripete in maniera precisa, eccezion fatta per i minuti centrali e finali nei quali le due chitarre gareggiano con un duello shred dove trionfano assoli al fulmicotone e rapidità esecutiva. Tutto questo fino al finale in cui ritorna la cadenza magmatica iniziale ma allo stesso tempo si evince un impianto melodico ben evidenziato dalla voce di Warrel il quale si mantiene in un equilibrio costante per tutto il brano. "Without Morals" è un brano per così dire minore della discografia degli americani ma comunque merita un ascolto.

The Day You Built The Walls

Molto atmosferico è anche l'introduzione di "The Day You Built The Walls" (il giorno in cui hai costruito i muri). Una canzone dove Warrel impatta con una verve molto cupa, la voce si pone al limite del gutturale, ma in alcuni spazi ritorna melodicamente attiva per poi esplodere durante una serie di break inseriti nei primi frammenti sonori. Frammenti che sono in grado di dispiegarsi e ricompattarsi, per poi formare nuove formule sonore. Il chitarrismo è molto semplice, nei termini delle capacità stilistiche di Loomis e Smyth ovviamente: quindi si da spazio al tapping e plettrate furiose, soprattutto nei momenti in cui l'impianto vocale arriva a livelli molto alti. Quanto al significato non scopriamo chissà che cosa se ripetiamo l'amore per i Nevermore per i temi criptici: sembrerebbe trattare di un tema già toccato varie volte, quello della disillusione, ma in alcuni punti emergono altri spunti che ne alterano il significato. Tutto sommato ail gruppo piace colorare di nero tutto quello che hanno intorno, con le loro parole, a volte cangianti mentre in altre occasioni non risparmiano nessuno ponendosi dinanzi all'ascoltatore una realtà a dir poco tragica. Quella di un mondo ormai in rovina perché depredato dalla razza umana, incapace di gestire il creato che nell'universo nevermoriano deve essere interpretato nella maniera più positivistica possibile. Tornando al brano, colpisce la capacità con cui i break di chitarra ammaliano noi ascoltatore non facendosi scollare dalla natura attrattiva del brano: nonostante la semplicità armonica, e l'inserimento qua e la di porzioni acustiche, "The Day We Bult The Walls" riesce nel semplice compito di ammaliare l'ascoltare anche con intuizioni non necessariamente roboante nella loro costituzione.

She Comes In Colors

Come penultima traccia i Nevermore hanno scelto di giocare facile pescando tematiche quali l'allontanamento della realtà con sostanze psicotiche già toccate in "The Politics of Ecstasy". Dunque siamo di fronte ad un brano che si biforca indicando due strade le quali convergono anche musicalmente essendo rappresentate mediante due momenti melodici. Il tema musicale scelto inizia a graffiare le nostre orecchie prima con una struttura molto snella, dove la chitarra di Loomis e la batteria di Williams la fanno da padrone prima dell'irruzione scenografica di Warrel Dane. Il cantato è quasi fragile ed emozionante. Un assolo di chitarra si materializza facendo luce come un faro che indica la strada ad una imbarcazione. "She Comes In Colors" sembrerebbe proprio essere la descrizione di un dialogo avvenuto con una donna in stato di trance (Lei viene da me in onde di shock finché non sono esausto /Accetto i suoi ordini, accetto il suo dolore). Ed ecco i colori psichedelici che disegnano un mondo bellissimo e quasi intoccabile. Finito questo primo atto, se così vogliamo definirlo, la traccia assume tematiche molto più robuste grazie anche al supporto strumentale che si fa decisamente più sentire. Le note corrono e la voce di Dane questa volta appare molto più sicura di se: Loomis sciorina una serie di riff d'assalto nel suo classico modus operandi senza però sovrastare il resto. Il filtro vocale del nostro cantante esplode fino a narrare il ritornello (Fino a domani, segui il sole / Fino a domani, segui il sole / Lei viene a colori) che sembrerebbe essere il momento topico dell'incontro con la protagonista che a suo malgrado si ritrova in corpo sostanze stupefacenti, che non apparivano così estranee a Dane. La struttura del brano non ritorna come nei primi minuti ma continua a macinare terreno metallico, ma tutto d'un tratto, una chitarra acustica cambia di nuovo lo scenario del brano. Warrel torna a cantare dolcemente prima di lasciare spazio ai frammenti melodici del nostro Loomis, in grado di gestire praticamente da solo con la sua abilità tutta la struttura della traccia.

The Obisidian Conspiracy

Per concludere il lotto di pezzi la band ha scelto di innescare una vera e propria bomba con le due chitarre che salgono di ritmi e tra stop and go subentra la rabbia vocale di Warrel. Nel mare funesto delle note il nostro cantante dimostra di sapersi destreggiare e al contempo ha bene in mente il terreno melodico su premere: i Nevermore non pensano minimamente di decelerare le progressione per favorire qualche linea melodico, piuttosto mettono in campo il meglio del loro armamentario. A dimostrazione che "The Obisidian Conspiracy" non è un pezzo che va a rimpinguare il resto delle composizioni, ma anzi è una componente importante dell'impalcatura generale. Tra la rabbia represse, espressa dalla voce di Dane, si evince anche una volontà precisa di cavalcare la velocità delle chitarre, che qui si mostrano al limite dell'heavy metal, toccando un efficacia ritmica degna del death metal. E l'ossatura della batteria mostra il temperamento atto a rompere tutte le barriere di genere in modo da configurare un suono che sia nello stile del Nevermore e al contempo abbia anche un qualcosa di più. Lo si nota soprattutto nei passaggi finali, mentre viene decantato il tema generale della canzone: attorno al sempreverde entusiasmo di Warrel di stracciarsi le corde vocali si evince anche uno strato melodico di facile ascolto, che arricchisce con sfumatura degne di nota questo pezzo molto avvincente. Nel finale invece l'impianto vocale diviene sempre più rabbioso e come accennato poc'anzi viene caratterizzato da una evidente passione che i Nevermore avevano covato in quegli anni, ossia il metal furioso estremo dei colleghi operanti nel genere death. Insomma, questa title track è un modo più che degno per concludere l'epopea della band di Seattle.

Temptation

Per concludere il disco i Nevermore hanno regalato due cover interessanti, una dei Doors e un'altra dei Tea Party. Due composizioni particolare che tuttavia toccano tematiche differente. Perché se da un lato il rifacimento dei Doors parla di un amore perduto, quello dei Tea Party, trio canadese attiva fino al 2005, fa riferimento alla tentazione. Il brano, intitolato appunto "Temptation" parla schiettamente di quando siamo tentati a seguire i nostri istinti selvaggi, che invece di essere tenuti a basa dalla nostra coscienza e dal nostro senso critico, ci dominano in tutto e per tutto. I Nevermore interpretano il brano cercando d'ispirarsi ovviamente agli autori, un trio di musica sperimentale il cui primo disco risale al 1993. Ad iniziare le danze ci pensa l'intro acustico del solito Jeff Loomis che disegna i giusti ritmi per inaugurare una fase elettrica. Questa volta si mette da parte ogni tentativo acustico e si lascia liberare l'istinto animalesco di Warrel: la sua voce è più oscura del solito, rimarca il leader e vocali dei Tea Party. Durante il ritornello, nel quale si ripete semplicemente Temptation, intervengono in background degli archi che si accorpano magistralmente al suono di fondo. Insomma, la band americana ha dimostrato che non ha praticamente limiti, nessun genere musicale può risultare impegnativo da riproporre. Lo vedremo a breve quando ascolteremo la famosissima "The Crystal Ship" rifatta appunto dai Nostri.

The Crystal Ship

"The Crystal Ship" (la nave di cristallo) è una famosissima canzone dei Doors apparsa per la prima voltanel 1967, all'interno dell'album omonimo della band e come b-side del singolo altrettanto famoso "Light my Fire". I Nevermore hanno voluto omaggiare la band di Los Angeles con una cover particolare, nella quale nonostante manchino le tastiere epiche di Ray Manzarek, si fanno sentire le vocals dei Warrel Dane, considerate una sorta di strumento musicale, e pulsioni di chitarra acustica di Jeff Loomis. La canzone narra della fine di un amore ed è ispirata alla storia reale vissuta dallo stesso cantante Jim Morrison che appunto in questo pezzo si sente come un'imbarcazione di cristallo (a simboleggiare probabilmente la fragilità) immersa in una terribile tempesta. Il coautore del brano e amico dello stesso Morrison John Densmore ha dichiarato anni dopo l'uscita del brano di essersi ispirato alle sensazioni di Jim provate mentre stava dicendo addio alla ragazza dell'epoca. Il brano non a caso inanella una serie di momenti drammatici, che vengono reinterpretati magistralmente da Warrel Dane che fa di tutto per cantare quei momenti con il suo consueto stile vocale.

Da notare che nel brano mancano strumenti elettrici, si punta tutto sull'incedere acustico della chitarra di Loomis, quasi a dimostrazione che dopo la fine di un amore perduto ciò che bisogna fare è solamente assaporare il silenzio

Conclusioni

Questo non è il miglior capitolo dei Nevermore e la storia sarà concorde con questo punto di vista (tant'è che oggi, a distanza di undici anni, rimaniamo convinti di questo assunto). Sarà che i malumori all'interno della band erano ormai chiari e che Warrel Dane aveva una testa letteralmente da un'altra parte. Ma c'è da fare una considerazione che al giorno d'oggi appare quantomeno di facile comprensione: se nel 2010 questo disco poteva considerarsi un plus di una carriera fino a quel momento sopra la media, soprattutto se comparata con altri gruppi molto più altalenanti dei nostri, oggi questo rimane un capitolo più che degno non solo per chiudere un'intera epopea ma anche per dimostrare che anche con poca ispirazione è possibile partorire album dal grande impatto. Perché alla fin fine questo "The Obsidian Conspiracy", con tutti i suoi difetti perlopiù inerenti alla ripetizione di alcune soluzioni, lo è: i brani, infatti, scivolano via bene e possono ritenersi più che sufficienti vista la situazione non proprio rosea venutasi a creare tra i membri stessi. Infatti, non ci dimentichiamo che i due componenti più importanti, il cantante Warrel Dane e il chitarrista Jeff Loomis erano reduci da due dischi solisti che avevano proprio messo su carta la voglia di vivere nuova esperienza al di fuori del nome Nevermore che stava avendo le sembianze di un'incudine di difficile sostentamento. E il peso del moniker, che tra l'altro esordì a livello di live due anni prima, ormai era divenuto poco sostenibile anche per due musicisti di lungo corso come il cantante e il chitarrista: il primo era decisamente non più organico alla band, e il lirismo dei brani se lo si legge nella maniera più schietta possibile ce lo conferma; il secondo invece sembra aver svolto un lavoro più dozzinale o comunque meno brillante di un tempo. È curioso inoltre notare come Loomis sia passato dallo sciorinare riff a profusione nel suo disco d'esordio (pubblicato in concomitanza con Warrel), a fare un compito del tutto standard nel disco con la sua band. Attenzione, il suo lavoro con l'ascia rimane di altissimo livello, alcuni chitarristi pagherebbero oro per avere il suo talento, tuttavia, ciò che manca al suo lavoro in "The Obsidian Conspiracy" è proprio la volontà di abbattere i confini del chitarrismo standard e dare vita a momenti di incredibili emozioni. Non che nel disco non ve ne fossero, basti ascoltare brani come "And The Maiden Spoke" nel quale emerge la sua tendenza a "sporcare" le composizioni con la giusta cattiveria dando vita al suono che noi tutti conosciamo. Tuttavia, sicuramente con più impegno e volontà di fare avrebbe sicuramente dato vita ad impalcature sonore più convincenti e cerebrali; insomma, ciò che noi vogliamo da Loomis è una sintesi tra plettrate furiose e un timing perfetto. Va anche lodata, in conclusione, anche la prestazione del sempre valido Van Williams, il quale a differenza dei due membri più noti ha aumentato, e di parecchio, la propria tendenza a dare vita a strutture ritmiche chiare e precise. Colpi da manuale caratterizzano i brani più riusciti dell'intero lotto, e si può dire che grazie a lui il disco ha raggiunto standard quantomeno avvicinabili a quelli toccati con il disco precedente. Insomma, con questo album si chiude la celebre epopea della band di Seattle che, come tutti sappiamo, non avrà la possibilità di riprendere il filo con la morte di Warrel Dane. Tuttavia, siamo ben certi che un disco come questo rimane il modo migliore per salutare una band in salute in grado di scrivere la storia di diversi sottogeneri della musica che amiamo.

Parole chiave: disco, album

Con "The Obsidian Conspiracy" i Nevermore salutano definitivamente le scene. Il disco, sebbene non sia tecnicamente il migliore, appare ancora oggi come il lascito perfetto di una delle band più influenti degli ultimi 25 anni.

1) The Termination Proclamation
2) Your Poison Throne
3) Moonrise (Through Mirrors of Death)
4) And the Maiden Spoke
5) Emptiness Ubstructered
6) The New Marble And The New Soul
7) Without Morals
8) The Day You Built The Walls
9) She Comes In Colors
10) The Obisidian Conspiracy
11) Temptation
12) The Crystal Ship
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