NEVERMORE

Nevermore

1995 - Century Media Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
05/12/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Seattle negli anni 90 era una città in cui si respirava un clima strano, forse intaccato da quell'interminabile fumo che fuoriusciva dalle fabbriche di legname; il centro della città era si vivo, ma non poteva reggere il paragone con le altri sfavillanti metropoli statunitensi come Chicago o New York. A Seattle si respirava un' aria diversa, dimessa e insoddisfacente che non poteva non colpire la fascia più giovane della città, la quale in futuro avrebbe poi scritto pagine fondamentali per rendere la capitale dello Stato di Washington come una città attiva e creativa. Ma quei tempi sono lontani, Seattle alla fine degli anni 80 ha un alto tasso di suicidi, non è di certo una città ricca e soddisfacente nonostante lo Space Needle sia una delle attrazioni più note di tutta l'America. Ma Seattle aveva un segreto, i giovani: si proprio loro, partendo dall'underground, avevano capito che la musica era l'unica forma artistica necessaria al fine di esprimersi al meglio. Le paure per il futuro e la pressione genitoriale svaniva quando il feedback di una chitarra inondava con i suoi decibel un palco sobrio o un giro di basso iniziava a bussare alla porta. E allora qui inizia la leggenda: Green River, Mother Love Bone, Mudhoney prima, Alice in Chains, Nirvana, Pearl Jam poi, hanno contribuito ad immettere sulla cartina quella città quasi spettrale che musicalmente era nota ai più solo per la nascita di Jimi Hendrix. Ma, cari lettori, dato che qui trattiamo di heavy metal, i più attenti ricorderanno che tre sono state la band cardine della città: Queensryche, Metal Church e Sanctuary. In particolare questi ultimi non si presentavano come tante heavy metal band del paese, in quanto possedevano un segreto, ossia una delle voci migliori del genere: Warrel Dane. Per capire il livello dei Sanctuary, basti pensare che Dave Mustaine in persona si occupò personalmente della loro promozione, concedendo gli strumenti necessari per dare vita al primo disco, "Refuge Denied. Ma nonostante i buoni propositi, il destino di quella giovane heavy metal band si incrocerà in maniera sensibile con quella scena che all'inizio degli anni 90 imperava nella grigia Seattle, il grunge. La Epic Records, per non lasciarsi sfuggire questo tifone che colpi' il rock americano, richieste al gruppo heavy di cambiare faccia, musicalmente parlando, trasformando la loro proposta in salsa grunge; questo significava semplificare i temi musicali e abbracciare un estetica molto più punk, ma i due perni della band, Warrel Dane e Jim Sheppard (bassista) rifiutarono categoricamente di compiere questo rischioso passo, gettando al fuoco le speranze di un proseguimento artistico dei Sanctuary. Il gruppo, dopo aver dato alla luce il secondo album "Into the Mirror Black", purtroppo cessò le attività ma la base fondante del combo, Dane e Sheppard, non smise di certo di suonare heavy metal; e cosi si chiuse una porta ma, al contempo, si apri' un portone, come si suol dire. Il portone corrisponde al nome dei Nevermore, formazione nata dopo l'incontro degli ex Sancturay con un abilissimo chitarrista, già adocchiato da Mustaine per una probabile entrata nei Megadeth, Jeff Loomis. Questi sconosciuti ragazzi diventeranno una delle ancore salvifiche per il metal degli anni 90, soffocato dalla onnipresenza dell'alternative rock stradaiolo che proprio da Seattle aveva costruito una delle ultime rivoluzioni del rock. Inaspettatamente, i Nevermore iniziano a solidificarsi sempre di più, mettendo in porto alcune promettenti demo che già facevano intravedere le qualità di questo combo, in cui stava iniziando a cementificare uno straordinario potenziale; quest'ultimo venne astutamente odorato dalla sempre presente Century Media, che in breve si assicurò le prestazioni della band, immettendola nel prestigioso roster che la caratterizzava. I Nevermore, formati da Warrel Dane (voce), Jeff Loomis (chitarra), Van Williams (batteria) e Jim Sheppard (basso) diedero inizio cosi alla loro carriera in un 1995 molto ricco per il mondo dell'heavy. L'esordio non poteva intitolarsi semplicemente Nevermore, una dichiarazione d'intenti, un modo per dire "ehi il metal non è affatto morto, ci siamo anche noi". Il disco è articolato in otto pezzi per un totale di 45 minuti di musica in bilico tra thrash e prog, levigata da un guitar-work semplicemente impressionante.

What Tomorrow Knows

Ad accompagnarci in questo primo disco è un forte mid-tempo groovy messo in piedi dalla chitarra di Jeff, che fa da collante per l'incedere batteristico di Williams; What Tomorros Knows (Ciò che conosce il Domani) si apre alle nostre orecchie calcando le premesse che ci siamo fatti nell'introduzione: sezione ritmica solida, una base di basso e batteria già perfettamente performanti e un Warrel Dane che si prepara a dominare il tutto. "Dreams lie smashed again / They've pinned your back to the wall" (I sogni giacciono di nuovo infranti / Ti hanno appuntato le spalle al muro), il domani è solo una illusione di agostiniana memoria; i sogni dal canto loro si disegnano come chimere che difficilmente potranno realizzarsi. Catastrofismo? Nichilismo? No, è semplicemente il modus operandi lirico di un Warrel Dane che mostrava la sua pasta da paroliere dannato e consapevole della propria oscura personalità. La quadratura thrashy della canzone si installa con il proseguo della struttura che vede il ritmo del drumming preciso e astuto nell'intervallarsi con la lead di Loomis ovviamente dominatrice delle partiture, come ben si nota ascoltando bene le prime incursioni solistiche. L'ascia di Jeff infatti innesta riff stoppati e solismi dettagliati che si sposano a meraviglia con la voce diabolica di Warrel Dane; una voce abile sia nelle parti alte sia in quelle basse, dove lo schema della traccia pone in risalto l'operato della chitarra. L'apparato groove thrash termina improvvisamente nei pressi della metà del secondo minuto, appena una chitarra degnamente arpeggiata scolpisce una voce di Dane ora non più scoppiettante ed energica, ma afflitta e distrutta. "No more color to will to fade / To see life clearly, regretful nevermore / Take the time, make the time" (Non c'è più colore a volontà per svanire / Vedere chiaramente la vita, mai più un rimpianto / Prenditi il tempo, prenditi il tempo): l'intento del songwriter è vedere l'esistenza come opportunità per esplorare se stessi e il mondo che ci circonda; la vita non deve essere costellata da rimpianti ma di azioni concrete messe in porto con quella volontà ferrea che solo il tempo matura. Conclusa la pausa che accennavamo prima, la grinta metallica riprende a ruggire grazie ad un Dane che spalma con diligenza le sue qualità. Da qui in poi la sezione strumentale prende il timone, permettendo a "What Tomorrow Knows" di mostrare le abilità tecniche di ogni strumentista; Dane poi riprende il microfono e vomita le sue invettive in un finale che si dimostra colorato da un appeal dannatamente integrante.

C.B.F.

Dopo "What Tomorrow Knows", abbiamo ancora in mente il riffage che la band ci ha consegnato: è veramente complicato dimenticarsi le gesta che la band ha destreggiato nel primissimo episodio. Ma in fin dei conti siamo solo all'inizio, e il meglio deve ancora venire. La seconda composizione C.B.F. (Futuro Nero Cromato) viene scalpita con intenzioni prog: chitarra prima, basso e batteria poi, permettono a Loomis di aprire varchi sonori pizzicando le corde con un'attitudine da talento indiscusso; Warrel Dane invece entra nel brano con una tendenza alla coralità ben viva: la voce del nostro infatti rasenta una sorta di equilibrio destinato prima o poi a rompersi. "Swallowed into the nothing again" (Inghiottito di nuovo nel nulla), per capire l'intento narrativo globale del brano basta leggere l'ultima frase della prima strofa; poche parole che però nascondono un mondo. "CBF" parla della inutilità della droga, ma al contempo di quanto quest'ultima possa essere deleteria per chi ne fa uso. È il nulla, ma chi ne usufruisce ne viene inghiottito in una maniera quasi permanente: buio, solo buio totale. Nei pressi del primo minuto Dane finalmente sporca il suo spettro vocale, riuscendo anche ad arrivare verso picchi che lo hanno reso unico; nel mentre il riffing ondulatorio della chitarra sgorga groove da tutti i pori, sembra davvero complicato arrestare cotanta forza. "Killing yourself, killing your will to be" (Uccidendo te stesso, fai fuori anche la tua volontà di essere), la droga è l'abuso di quest'ultima è solo una illusione che annienta, nel silenzio più totale, la tua volontà d'essere. Il batterismo nel frattempo si fa sempre più complesso, seguendo uno schema che potremo definire prog proprio per la sua capacità di abbattere i limiti; l'ascia di Jeff dal canto suo è più violenta che mai, in quanto grazie alle sue plettrate chirurgiche arricchisce "CBF" secondo dopo secondo. L'assolo del biondo chitarrista nei pressi del terzo minuto rende ancora più aggrovigliato questa impalcatura sonora che si genera tra controtempi fulminei e tecnicismi di tutti i tipi. Il primo tecnico è proprio Warrel, in quanto con la sua voce abbraccia ogni minimo umore e sensazione. "Swallow the fire, breathe in the black / Another life is wasted, another death is tasted" (Inghiottisci il fuoco, respira il nero /Un'altra vita è sprecata, un'altra morte è assaggiata). Ecco, il risultato finale non può non essere che la morte, uno step finale che trova chiunque si abbandona alla lussuriosa chiamata della trasgressione; quest'ultima è insita nella parte più oscura dell'animo umano ed è sempre pronta a intaccare chiunque abbia un segno di debolezza. La parte finale di questa "CBF" è un autentico massacro: Warrel è un cane sguinzagliato che non riesce a controllarsi, mentre io resto della combriccola non conosce un cenno di pausa.

The Sanity Assassin

Dalla violenza di "CBF", passiamo ora a tutt'altro registro. Dane con la prossima traccia, The Sanity Assassin (Assassino dell'Equilibrio Mentale), vuole sbatterci nella testa di chi è facilmente soggiogabile; di chi non ha la necessaria forza mentale per contrastare tutti gli "assassini" che ci circondano ogni giorno. Il brano, a differenza dei precedenti, inizia a grattare con una introduzione acustica, perfetta per Warrel; qui il nostro domina la scena, fino al quarantesimo secondo, appena la sezione ritmica si solidifica in men che non si dica. Chitarra, basso e batteria intelaiano le giuste note per dare vita a dei primi sussulti di matrice prog/thrash che possiedono una peculiare incisività nonostante una produzione non perfetta. "See the man with the empty soul / Never had a face or will of his own / So he took another's pride / And he made a mask of faults / Defensive anger and false emotion" (Vedi l'uomo con l'anima vuota / Non ha mai avuto una faccia o una volontà propria / Quindi ha preso l'orgoglio di un altro / E ha fatto una maschera di difetti / Rabbia difensiva ed emozione falsa). Il soggetto prescelto è, come abbiamo affermato all'inizio, non capace di essere se stesso, ed è quindi succube di un altro. La mancanza di una volontà propria è il cuore pulsante di una narrazione come sempre molto pungente e poco appetibile a stanziarsi su lidi positivi; la song nel frattempo prosegue, gettando alle nostre orecchie la medesima catarsi acustica che esplode nel riffing di Loomis, ora abbastanza tenue e non violento come nelle prime due tracce. La voce di Warrel anche è qui è pregna di acidume, ma al contempo si mostra molto tagliente, soprattutto quando afferma quel "Don't be afraid to dream outside the lines": una sentenza che deve essere intepretata come un monito di non dipendere eccessivamente dagli altri, ma di contare sempre sulle proprie capacità. E in questo contesto la chitarra di Jeff Loomis non può non ritagliarsi un gran ruolo di protagonista: nella metà del terzo minuto, Jeff infatti ci regala probabilmente una delle prestazioni migliori di questo esordio; un solo interminabile che si amalgama progressivamente alle vocals di Dane deliranti e, come ben ci ha insegnato, traboccanti di riflessività; le sentenze che Dane spara non devono solo adempire al loro ruolo artistico, ma devono anche aprirci la mente e gli occhi, in quanto il mondo in ci viviamo è popolato da lupi ingordi di hobbesiana memoria. "The Sanity Assassin" cala il sipario con un quantitativo tecnico molto deciso e mai troppo ridondante, anzi si cerca di calare sempre di più i ritmi in modo da creare un gran bello scontro tra tecnica e melodia. Questa traccia è solo un assaggio del talento compositivo di un giovane Warel Dane, desideroso di far vedere la propria pasta.

Garden of Gray

Riprendendo il tema del giardino, già caro a Robert Smith dei Cure (uno dei modelli di riferimento di Dane), ora il nostro songwriter tende a costruirci un luogo ideale; un luogo grigio e oscuro, in cui ognuno di noi vive può abbandonare il mondo sensibile in modo da dimenticare i propri problemi. Garden of Gray (Il Giardino del Grigio) inizia subito con una chitarra tenebrosa e vocalizzi appena accennati, nel mentre l'intaglio di batteria si fa sempre più pesante ed accattivante. La voce di Warrel da un sospiro diventa sempre più corposa e densa, fino a ad esplodere con il suo consueto modo di modulare la tensione; nell'incedere della traccia, vocalizzi addizionali si aggiungono al tappeto sonoro già di per se molto complesso. Quest'ultimo progressivamente aumenta di tensione e potenza, fino alla strofa che potremo considerare la chiave di tutta la traccia. "In the graden there is no fear / in the garden of gray we can disappear / in the garden where I can feel / in the graden is so surreal" (Nel giardino non c'è paura / nel giardino del grigio possiamo scomparire / nel giardino dove posso sentire / nel giardino è tutto così surreale): in questo ipotetico giardino tutto scompare, non esiste la paura e nemmeno il dolore, è l'Eden per chiunque voglia dimenticare la realtà in cui vive ed abbandonarsi completamente; qui Warrel mette in mostra tutta la sua fantasia, ma in tutto questo c'è anche una punta di realtà perchè Dane stesso vive tale condizione. Il brano ammicca al progressive ma non manca di soluzione impantanate sul classico mood thrash; questo si sente dalle scale che Loomis sceglie per dare vita alla struttura del pezzo, come sempre rigorosamente accogliente nei confronti della voce particolarissima di Warrel. Al terzo minuto lo strapotere tecnico di Loomis fuoriesce furiosamente con un grande assolo, arricchito da un gusto melodico fuori dalla norma. "Garden of Gray" prosegue con grinta e determinazione, prodigando una gran caratura tecnica, nonostante una produzione non proprio favorevole. E qui si vede la bravura della band che riesce a rendere al cento per cento colorando un sound che già si prospettava unico e difficilmente replicabile.  

Sea of Possibilities

Proseguendo il nostro percorso ci accorgeremo quanto la penna di Warrel sia perfettamente alleata dell'ascia di Loomis; questo ci fa capire la perfetta sintonia creatasi tra i due musicisti desiderosi di dare vita ad un suono unico in un disco da molti considerato ancora fin troppo embrionale. La quinta è Sea of Possibilities (un Mare di Possibilità), mare delle possibilità, esordisce mettendo sul piatto l'enorme valore tecnico del chitarrismo di Loomis: qui la sua chitarra parla schiettamente usando un linguaggio estremamente raffinato giocato su un tapping furioso, in grado di donare quella spinta progressiva necessaria al Nevemore Sound. La traccia parte quindi spedita, addentando un tema molto delicato; un tema che ogni giorno noi viviamo in prima persone, ossia la scelta di una possibilità e l'abbandono di un'altra, un'azione che costella la nostra esistenza. Sbagliare? Certo, sarebbe troppo bello riuscire ad evitare l'errore, ma la realtà dei fatti ci mette sempre a conoscenza della possibilità di commettere sbavature. E Warrel ne ha commessi di sbagli in vita sua, il cantante vuole trasmetterci che nel libero arbitrio trascorre gran parte della nostra vita. "Sea of Possibilities" gioca su una sezione ritmica veramente potente, forse una delle più dinamiche di tutto l'omonimo. L'introduzione ci da' la mano fino alla prima strofa, dove Warrel traduce a parole la straordinaria propensione della chitarra; assieme a lei Williams pesta come si deve dietro le pelli, sfruttando fino all'inverosimile la doppia cassa. Ma qui il thrash è abbastanza limitato: la canzone sfoggia assi della manica in ogni solco, in modo da collocarsi come scattante e indefinibile, un po' come il suono dei quattro di Seattle. La voce di Dane, come ben ci abituati nei precedenti episodi, alterna pulito e screaming in men che non si dica; le vocals sono a tratti volutamente acide, tese a significare quella visione del mondo che caratterizzava Warrel. Il resto dei musicisti svolgono il proprio ruolo ottimamente, anche se la produzione non eccelle in ogni punto. "Sea of Possibilities" è uno spaccato della vita del nostro cantante, ma anche degli altri tre: per arrivare a tali livelli sono stati infatti compiute scelte mirate che hanno comportato scelte di vita non indifferente. La vita non ti regala niente, tutto quello che ottieni è solo grazie alla caparbietà e alla forza di volontà.

The Hurting Words

Un intro simil jazz ci allunga la mano per accompagnarci nell'universo nero di Warrel Dane, paroliere che stiamo apprezzando in primis per la sua capacità magnetica di ospitarci nel suo mondo. The Hurting Words (Parole Taglienti) taglia come un coltello attraverso parole al veleno, che mai come ora assumono la medesima valenza di una soluzione di chitarra. Ben si capisce quando il lirismo per i giovani Nevermore è fondamentale al pari delle capacità compositive. L'introduzione a cui accennavamo prima si addentra in un crescendo sinuoso ed elegante, agli inizi ben supportato da un drumming squadrato. Dane ci racconta la sua litania, con improvvisi innalzamenti tonali che disegnano il suono di quattro di Seattle. "Sometimes it's so hard to show the way you feel /Sometimes it seems like the words aren't real" (A volte è così difficile mostrare come ti senti / A volte sembra che le parole non siano reali), qui si incentra il non plus ultra che l'intellettuale Warrel sa offrire, evidenziando quanto sia difficile spiegare a parole come la testa e il cuore funzionino. Tutto questo mentre il cantante, supportato da voci aggiuntive, continua, prosegue la sua missione che sta diventando una seria questione di cuore. Gli stramazzi vocali, le abissali sequenze basse, e l'incedere ritmico atipico, rende le acque dei Nevermore terribilmente instabili, catartiche fino all'inverosimile. A partire dai primi dieci secondo del secondo minuto, Loomis aumenta di intensità, riuscendo ad innalzare il groove mediante accordi serrati; quest'ultimo però cala vertiginosamente appena il fiume di parole di Dane ravviva la propria forza. Il suono acquisisce più spunti ritmici appena il convoglio riesce ad inquadrarsi meglio nella sua missione musicale, l'assolo di Jeff Loomis è incredibilmente capace di prendere il nostro cuore e di strizzarlo a dovere. A Warrel il compito di calpestarlo definitivamente, rendendolo solo un muscolo che solo un tempo poteva essere definitivo vitale. "The Hurting Words", nella sua forma atipica che abbiamo imparato ad apprezzare, è un vero e proprio gioiello di introspezione, cosa che ormai abbiamo iniziato a capire con questi giovani Nevermore assetati di sputare le loro più intime sensazioni. Un gioiello che si conclude con il tono lamentoso di Warrel Dane che impugna sempre di più lo scettro della desolazione, riuscendo a colpire ed a far male, molto male.

Timothy Leary

Timothy Leary, where are you now

The world needs you, we're going down


Iniziamo così la descrizione del settimo pezzo di questo Nevermore. La band mai come ora rende esplicito il proprio messaggio attraverso la rievocazione di uno psicologo statunitense chiamato Timothy Leary, noto per le sue radicali posizioni a favore dell'uso dell'LSD (tra l'altro uno dei principali artefici della conversione "psichedelica" di John Lennon prima che i Beatles incominciassero le registrazioni di Revolver). Quest'ultima era vista come una chiave d'accesso ad dimensione dettata dalle droghe, decisamente differente rispetto a quella reale che noi tocchiamo ogni giorno. Qui i Nevermore tendono riaccendere quella voglia di libertà che aleggiava nel clima della Controcultura degli anni 60, dominata dall'uso delle sostanze stupefacenti. Ma non fraintendiamo: non è che i Nevermore sostenevano l'uso libero di sostanze, ma l'intenzione era quella di sottolineare il valore della libertà e dell'essere se stessi, due condizioni che nel mondo moderno sembrano sempre di più un miraggio. Timothy Leary inizia con quel groove che oramai abbiamo ben inteso: la sezione ritmica scalpita subito prima di accogliere il tetro storytelling di Warrel; pochi secondi dopo la chitarra di Jeff Loomis si fa più catramosa mentre si aggancia ai pattern dinamici di Van Williams. La teatralità di Dane è incredibilmente tenebrosa: qui il singer di Seattle mostra un'espressività fuori dal comune riuscendo a dominare la scena in ogni punto del brano. Dall'altro canto, nonostante le sbavature legate alla registrazione, siamo di fronte ad una marcia funerea che nemmeno i controcanti riescono a rendere piacevole. Brevi sezioni soliste di Loomis non si permettono di infrangere il muro di suono, nessun accordo può fermare la burrascosa attitudine dei quattro di rinfrescare il thrash metal con notevoli spiragli groove e progressive. Al minuto 2:12 proprio questi ultimi cercano di eliminare le catene che li attorcigliano riuscendo ad aumentare il clima della stesura musicale; in quest'ultimo l'ascia di Loomis torna a sparare assoli al fulmicotone perfettamente calibrati con gli improvvisi innalzamenti vocali di Dane. La destrezza tecnica di Jeff si smuove tra diteggiature neoclassiche e shredding furibondo che rendono Timothy Leary un martello pneumatico, un puzzle ritmico con una nerissima eleganza da far invidia alle band più nichiliste del pianeta. Il concentrato strumentale viaggia come non mai, viene narrato con estrema accortezza da un cantante che fin troppe volte aveva sbattuto contro la gabbia della paura e dell'errore. Quest'omaggio dei Nevermore a Leary sottintende metaforicamente una precisa personalità, che sgorga rabbiosamente setacciando il modus operandi dalle liriche. In conclusione questo brano sembra perfetto nel dimostrare ancora una volta che abbiamo di fronte una band già sicura dei propri mezzi espressivi.

Godmoney

Per concludere non potevamo non assistere ad una traccia direttamente incentrata sul tema della religione, e di quanto quest'ultima sia intaccata con il denaro. L'uomo per assicurarsi un posto in Paradiso paga uomini con la tunica che ti assicurano di quanto sia straordinaria la parola di Dio e di quanto quest'ultimo sia benevolo con i peccatori. Warrel Dane, al contrario, cerca di ribaltare tutto ciò affermando schiettamente che la religione è pure fumo, sono solo belle parole ottime solo a sedurre. Ogni invettiva del cantante possiede una strana forza che permette di farci aprire gli occhi in modo da sottolineare l'importanza della propria testa. Il resto della band non può non iniziare questa Godmoney (Dio denaro) con una forte carica groove, incentrata su un alto tasso tecnico sin dalle prime battute. L'apertura distorta di Jeff Loomis permette al basso di incidere come si deve e alla batteria si scandire bene i tempi; Dane invece con gli occhi chiusi scarica la sua aggressiva propensione vocale, a suo modo valorizzata dalla chitarra di Jeff che si fa più complessa con gli innalzamenti improvvisi del range. "Godmoney" è un calcio in faccia, nemmeno le rare parti vocali basse sgonfiano la violenza che viene profusa, anzi, sembra proprio che la band non abbia intenzione di alleggerire la propria proposta. Si avverte qualche calo di tensione di Warrel nel corpo centrale, ma complessivamente questa traccia regala buoni momenti tra prog e thrash. Tutto questo fino al secondo minuto quando l'incredibile chitarra di Loomis si accinge a testare territori sempre più astrusi e tecnici, quasi sorprendenti per un chitarrista ancora non al cento per cento; ma questa forza tecnica è il segreto di questi giovani Nevermore, desiderosi di distaccarsi da quell'oceano di band ferme sugli standard del' US thrash metal. Tornando al senso della traccia possiamo dire che ciò che vuole essere messo su carta è l'errore dell'essere umano di affidarsi al denaro per avere riservato un luogo ideale e immaginifico; in questo discorso si sottolinea più volte l'inutilità del denaro, che nel mondo moderno viene comunemente associato ad un vero e proprio Dio. Nel mentre la sezione ritmica di "Godmoney" spinge sempre di più, accentuando le distese vocals di Warrel assolutamente in palla in questo habitat distorto e poco patinato. Nel finale una seconda performance solistica, prima di un ulteriore irruzione vocale, chiude ottimamente una traccia dalle grandi potenzialità. Non il miglior pezzo di questo esordio, ma "Godmoney" riesce a farci capire l'intraprendenza lirica di una band ancora alle prime armi.

Conclusioni

Come abbiamo accennato nell'ultima riga dell'introduzione, il potente guitar work di questo disco sfoggia classe da tutti i pori, sebbene la registrazione non sia proprio perfetta, in quanto ogni strumento non è stato opportunamente calibrato in sede di missaggio. Ma questo aspetto, seppur determinante nella resa sonora, lo possiamo sorvolare in quanto questi brani erano il risultato finale dei primi anni della band, evidentemente ancora non perfettamente affiatata. Jeff Loomis fa quello che vuole con lo strumento in mano, abbattendo i limiti imposti dai suoni generali impregnati di thrash metal che richiamano ovviamente i classici del genere; Warrel Dane si approccia vocalmente abbracciando sia le vecchie componenti residuali dei Sanctuary, ma accoglie nel suo bagaglio vocale anche un range a tratti violento e discretamente inserito nel contesto strumentale che come detto, non bada a spese quando c'è da premere sull'acceleratore. I Nevermore quindi si tendono suonare uno stile che ha spopolato in tutto il mondo dagli USA, ma è anche vero che i quattro di Seattle non volevano certamente proporre stilemi triti e ritriti in un momento poi non eccezionale dal punto di vista commerciale; quindi i Nostri vogliono guardare avanti innestando ulteriori sequenze ritmiche in modo da risultare freschi e staccati dal puro e semplice thrash metal. Ed infatti, a partire dalla corposa consistenza tecnica degli assoli e dei momenti pre-chorus, i Nevermore si destreggiano a dovere riuscendo ad immergersi anche in partiture progressive metal o più speed, a tratti abbastanza complesse mentre in altre occasioni si cerca di giungere senza indugi al ritornello scanzonato direttamente prelevato dalla tradizione heavy. Un altro punto a favore che valorizza ancora di più questo omonimo è la capacità del songwriting di Warrel Dane che colora il tutto con un grigio denso degno del cielo plumbeo di Seattle; qui il vocalist è ancora acerbo, ma le intuizioni liriche e la sua capacità di dare vita a queste ultime, colpiscono l'ascoltatore che dinanzi si trova una voce già personale di una metal band che ha ben prefissato il suo obiettivo stilistico. I Nevermore, dopo la pubblicazione di questo esordio non densamente pubblicizzato all'epoca, iniziarono la loro scalata americana, aprendo per una delle band di punta del metal americano e mondiale: i Death di Symbolic, disco del 95 ; i quattro iniziano cosi a girare il paese facendosi conoscere per il proprio innegabile talento, mettendo progressivamente la base per il loro inconfondibile sound che darà una grande mano alla musica heavy metal in quegli anni Novanta cosi' burrascosi e tendenzialmente alternativi. Il disco, in conclusione, potremo definirlo come un'opera prima piena di indizi e di lodevoli intuizioni, in primis per quanto riguarda il suono che i Nevermore affileranno a dovere nelle successive uscite discografiche. È innegabile affermare che una maggiore cura dei dettagli in sede di produzione, avrebbe dato una gran mano a rendere ancora più appetibili brani già di per se molto validi.

1) What Tomorrow Knows
2) C.B.F.
3) The Sanity Assassin
4) Garden of Gray
5) Sea of Possibilities
6) The Hurting Words
7) Timothy Leary
8) Godmoney