NEVERMORE

In Memory

1996 - Century Media Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
04/03/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Dopo il successo (meritato) dell'omonimo Nevermore (1995), i quattro di Seattle proseguirono per la loro strada senza troppi problemi, anche se i ragazzi americani non erano inconsapevoli che il destino dell'heavy metal targato anni 90 aveva proprio riposto in loro una fiammella di speranza. Il primo disco in studio certificò un sound unico, ammantato secondo parametri innovativi e al contempo ammiccanti a strutture passate. L'obiettivo della band non era di certo rivoluzionare la storia della musica, ma c'è da dire che un singer dotato come Warrel Dane e un chitarrista stilisticamente perfetto come Jeff Loomis non erano cosa di tutti i giorni; era palese che una band con tali assi della manica poteva permettersi di sognare e far sognare una fan base sempre in crescendo, consapevole di essere protagonista in una saga importante per tutto il mondo dell'heavy. Il 1996, trecentosessantacinque giorni dopo del rilascio del proprio svezzamento discografico, era un anno di ritorni, conferme e novità. Potremo sicuramente immettere i Nevermore in quest'ultimo filone, sebbene come abbiamo accennati più volte, il power/thrash si fondava su temi musicali già confermati dalla storia. Ma dimenticatevi i mosh pit e le birre a fiumi, le donne e il baldanzoso stile di vita spericolato: i Nevermore vivevano un malessere incrostato di nero e ricoperto da una coltre di pessimismo cosmico. Già il primo disco fece intravedere le qualità liriche di Dane, ma è con l'Ep "In Memory" che il nostro paroliere riuscì' a trasformare sottoforma di note una condizione psicofisica lacerata e noncurante di trovare la luce. "In Memory" è fiume di lacrime, maturo musicalmente e ingenuo artisticamente. Attenzione non trattiamo di ingenuità bambinesca, ma di una sensazione di scrivere le proprie emozioni di getto, con poche accortezze geometriche. Ed è proprio qui che questi cinque pezzi colpiscono il segno facendoci capire che di fronte abbiamo degli interpreti spettacolari, capaci di offrire la propria musica ed al contempo far pensare, far riflettere. Un'azione che i giovani scapestrati degli anni 90 avevano poco ben chiaro, ma i Nevermore diventano educatori, dei veri e propri custodi di un sapere che deve essere capito ed assorbito. È arte pura che deve entrare nel cuore e nel cervello, deve centrare l'obiettivo di rimanere per sempre mediante delle proprie tracce; senza di queste la musica è solo un mare di note fine a sé stessa che rimane li', ferma ed immobile come un mobile antico apparentemente inutile e ottimo solo per fare scena. Tornando ai Nevermore, nell'Ep sopracitato reclutarono un secondo chitarrista, Pat O'Brien, futura ascia nei Cannibal Corpse da "Gallery of Suicide" in poi, e confermarono dietro le pelli Van Williams, uno dei protagonisti del primo disco. Qui le componenti violente, infarcite previamente negli otto tasselli di "Nevermore", riescono a svestirsi di un ruolo "politico" e diventano più scuri e densi, accordandosi mediante un cordone emozionale che non smette di luccicare durante le tracce proposte. Un Ep di passaggio, sicuramente, ma qui dentro sono contenuti suoni e sapori degni accompagnarci di un percorso nei pressi di una strada spoglia e autunnale; un viaggio prettamente solitario dove hai a che fare solo con te stesso. Il disco inoltre metterà in pratica un netto rinnovamento delle infrastrutture sonore, che qui si fanno più levigate e ragionate, meno irruenti ma più consapevoli. Da tenere in mente durante l'ascolto è anche, e soprattutto, la capacità critica di Warrel, che da quel tocco macabro/decadente, se vogliamo decisamente arcigno. In effetti potremmo definire il modus operandi lirico molto intaccato da quell'aria opprimente che circondava la Seattle degli anni 90': un conglomerato di anime dannate e assuefatte di mancanza di felicità che potevano esprimersi solo grazie alla musica. il disco è stato prodotto da Neil Kernon, già protagonista nel primo capitolo ma anche con stelle della musica mondiale come David Bowie, Thin Lizzy ed Elton John, ed ha subito una gran riverniciata nel 2006, appena furono aggiunte 5 demo del disco successivo, The Politics of Ecstacy.

Optimism or Pessimist

Interrogandosi come un novello Martin Heidegger sul significato di essere, e il suo inserimento nel contesto temporale, Warrel Dane scatena l'inferno dalla prima composizione di In Memory. "Optimism or Pessimist" - ottimista o pessimista - è una doppia offerta, un doppio binario di scelta, a cui l'ascoltatore deve aderire per comprendere la mossa concettuale dei Nevermore, subito scattanti con qualche dose filosofica che non può che far bene alla struttura generale. Arriviamo al dunque: conviene essere pessimisti, quindi pavidamente catapultati in stati sensoriali poco malleabili e mutabili, o ottimisti, quindi raggianti nelle nostre decisioni e poco tentennanti sul mondo che ci circonda? La scelta dei Nevermore tocca la prima, come c'era da aspettarsi. Pessimisti, quindi. Ed infatti l'introduzione si materializza testando un groove corpulento e intervalli di note delle due chitarre americane, all'inizio possenti e dosate. Dico all'inizio perché si ode nel suono una certa predisposizione a colpire in modo differenti le emozioni dell'ascoltatore. Non a caso al 42esimo secondo del primo minuto, il classico riffing della band subisce un progressivo rallentamento, che diventa realtà pura, coinvolgendo soprattutto la lead e il batterismo d Van Willlams. Si abbandonano le scelte elettriche e si abbracciano partiture dolci e acustiche, eclettiche e sorprendenti nel loro modo di inserirsi in un contesto comunque ad alto tasso di polemicità intellettuale. Il testo infatti è arcignamente polemico nel mettere a confronto due punti di vista completamente differenti; interessante è l'utilizzo di parole, anche apparentemente semplici, come "chaos" (chaos, the rule of the game) o confusion (confusion becomed law). Così come sono interessanti le pesanti invettive che vengono confezionate al mondo moderno con citazioni a scrittori fondamentali come George Orwell, in quel "Pigs" che ricorda vagamente la figura animalesca del potere degli uomini de "La Fattoria degli Animali" ("if you want to change / the world, forget it / the future's not in our hands / if you want to change the world, forget it / the pigs already set in). Il brano prosegue dopo la stasi acustica con un assolo a dir poco magistrale di Loomis, che accoglie di nuovo Dane, che si arrampica come un animale scalatore sulle note delle chitarre.

Matricide

Brulicante di rabbia e piena di nevrosi è la prossima traccia, "Matricide" (matricidio), che punta a rendere la penna di Warrel una vera e propria arma da fuoco. L'istinto naturalistico del cantante esterna le sue più nascoste frecce contro l'uomo, inteso come figura e non come sesso. L'uomo infatti da ospite del Pianeta Terra quale è, non solo devasta la natura per il proprio rendiconto, ma non si rende nemmeno conto che è propria grazie a quest'ultima se ha potuto diventare quello che è. È grazie alla natura se respiriamo e abbiamo potuto costruire il glorioso genere umano, che però pecca di una innata onnipotenza e non capacità di comprendere appieno quello che lo circonda. Lo shuffle "swingato" di Van Williams, molto coeso e corposo nonostante la velocità di esecuzione, è da intendere come un grido assordante, che trabocca scuse alla natura del nostro mondo. Pat O'Brien e Jeff Loomis si inseriscono dopo pochi secondi, con riff densi di groove che fanno da preludio alla già rodata porzione acustica. Un calo di tensione voluto e decifrato secondo standard ora molto cantautorali, diretti dalla potente voce di Warrel, e all'occorrenza, passionale, nello sviscerare quel "Hear our Mother / crying in silent tears / For she can't speak, she only cries / She cries to me" (Senti nostra Madre / piangere lacrime silenziose / Non potendo parlare, piange soltanto, / grida a me). Ecco, il grido torna ad essere l'unico punto di contatto tra la natura, vista come un insieme di corpi, e l'uomo, piccolo tassello di un quadro molto complesso e stratificato. Dane si autocelebra come l'unico uomo a poter parlare con Madre Natura, affermando in una sola strofa quanto le "lacrime silenziose" possano essere invece assordanti. L'aspetto di "Matricide" è proprio questa scorza intellettuale che mette da una parta la canonica furia sonora, ormai aspetto stilizzato del metal, per lasciare spazio a temi che toccano l'anima. I Nevermore quindi travalicano gli schemi, riuscendo a dare vita ad un'esperienza perché no, anche salvifica; in quanto, come si sa, parafrasando di nuovo il grande George Orwell, dire la verità in tempi di menzogne è un "atto rivoluzionario". La tenue parte in cui Loomis ha forgiato note acustiche, termina appena il vocione disperato di Dane aumenta di decibel per difendere gli alberi, il mare e le foreste. Il riffing iniziale riprende corpo, ora con più solidità ritmica; in questo frangente si inserisce a meraviglia il ritornello dove, come c'era aspettarselo, è presente una dolce richiesta di scuse ("Earth Mother is screaming, /we can't live without her / No time left for dreaming here, she knows / Have we forgot our future"); ma anche una presa di posizione contro l'essere umano ("So foolish, men / who say they don't care / They'll be gone anyway"). "Matricide" ha la capacità di rendere la voce di Warrel funzionale al tema trattato, mentre la chitarra di Jeff, abbastanza canonica nel gran parte del brano, si discosta con frasi musicali più complesse nei pressi del minuto 3.30: un vorticoso solo sgancia note funamboliche, incrostate di tapping e di fingerpicking.

In Memory

Passiamo ora alla traccia clou di In Memory. La title-track assembla ritmiche già assaggiate in "Matricide" in maniera molto più costante ed estesa. L'approccio ribassato e totalmente acustico, i lamenti alieni di Warrel, la stasi simil-ambient, rinforzano i connotati di un brano destinato a rimanere negli annali della musica heavy metal. Van Williams, agli inizi, non accenna nemmeno ad una carezza delle pelli, tutta la cappa di disperazione si tocca con mano. Tutta la capacità di comprimere le emozioni in leggeri assalti acustici, fanno si' che "In Memory" si distanzi da tutto ciò che era stato il primo tassello della band. È musica oltre che sgancia passione e colori, ma anche rimorso e frustrazione di non vivere più quei ricordi tumulati dal tempo. Williams approccia alla batteria "silenziosamente", crogiolandosi in tocchi oculati e grondanti di charleston; la coppia O'Brien/Loomis permette il crearsi di un velo di sofferenza, resa ancor più peculiare dalle stratificazioni tonali, dagli acuti di un ispiratissimo Dane. La voce qui è un mezzo sofisticato di indagine psicologica, è una lente d'ingrandimento di un passato che brulica di giornate soleggiate e di sorrisi sinceri. Ma ora tutto quello è perduto, sei cresciuto. Sei un uomo che vede la vita come un continuum di problemi e di tartassamenti emotivi; non c'è più spazio alla luce, è tempo di ombra. Nella mente, come afferma Warrel in "But no one can take away / what I've already learned" (Ma nessuno può portarmi via / ciò che ho già imparato), c'è tutta una infrastruttura di insegnamenti che rimarranno nel tuo IO per sempre e che nessuno ti porterà via. La traccia evolve a partire dal quarantesimo secondo del primo minuto, appena la tendenza progressive si instaura nelle vene della chitarra di Loomis: viene evocato un giro d'accordi estremamente tenebroso, dove ogni nota sparata è un proiettile silenzioso che si ammanta di un vestito denso, fatto di microparticelle di emotività. La tendenza del brano, ora pesante e più accorta alle ritmiche, disegna parabole se vogliamo ancora più amare; ancora più estese e dilatate nel raccontare l'uomo moderno che vive in un mondo lontano da quello reale ("Hold out your hand and /see through the years / You're just a foolish mortal man / Maybe I've known too long just / how abstract we all live / And I've seen how futile anger" - Tendi la tua mano e / guarda attraverso gli anni / Sei solo uno sciocco uomo mortale / Forse si da troppo tempo / quanto tutti noi viviamo in modo astratto / E ho visto quanto l'inutile rabbia). È straordinaria la lucidità di Warrel che riesce ad anticipare il mondo moderno caratterizzato da celle digitali in cui ognuno costruisce la propria immagine, in barba a dare importanza alla personalità (in fondo l'aspetto che veramente conta). Il brano nel frattempo riprende la potenza del sound tipico nevermoriano, con un gran bell'assolo che investe questa title track; poco prima Dane si era reso di nuovo protagonista con la seguente linea: "And nowhere left to wander / The memories will be there for you / To give you peace of mind (E nessun posto per vagare / ricordi saranno là per te / Per darti la pace dell'anima). È palese che i ricordi sono "un'arma" da mettere in campo ogni qualvolta si voglia combattere col passato; hanno la grande capacità di rasserenare l'anima dai tanti tumulti esterni. 

Silent Hedges/Double Dare

Se nelle precedenti tracce abbiamo testato un sapore a dir poco dissacratorio della penna di Warrel, nella successiva e penultima (doppia) canzone, cover in medley di due composizioni dei Bauhaus, "Silent Hedges/Double Dare", abbiamo difronte un monolite sonoro ricco di sfumature e ritmato dalla compressa rabbia del cantante. L'introduzione si affida ad un retrogusto acustico (il medesimo utilizzato nell'originale da Daniel Ash) in cui poche e precise note, cadenzate dalla dolcezza di Jeff Loomis, si ergono a dirigere la strada di tutta la sezione ritmica. Nel mentre, delle tinteggiature progressive si ammantano fedelmente nelle corde di tutti gli strumenti e soprattutto nel pellame di Van Williams, che mai come ora muta il proprio approccio batteristico passando da ritmiche tipiche (4/4), ad altre più composte e per forza di cose, complesse. Ma come sempre la direzione artistica che si sceglie va a parare sul nichilismo e sulla perdita di fiducia in se' stessi; sulla incapacità di comprendere appieno ciò che ci circonda, fino a toccare il punto basso dell'inferno; un inferno ovviamente interiore che si trasmuta nel più punto più lontano dalla luce (identificata in questo caso nello zenit della felicità). Qui infatti si raggiunge quell'equilibrio, quella stasi mistica così' centrale da mettere in secondo piano l'aspetto strumentale. Proprio quest'ultimo cambia dopo la suddetta intro acustica, appena la disperazione vocale di Warrel Dane, più composta da un crooning cantautoriale (preso in prestito in questo caso da Peter Murphy), investe in soluzione più inclini alla sua indole ribelle. Dal 44esimo secondo "Silent Hedges" da quei colpi marziali di rullante di Williams, raggiunge i tipici connotati heavy/prog: in questo anche la distorsione delle chitarre raggiunge il proprio picco, fino alla canonica "dilatazione di note" (tipicamente heavy). Le armi del duo O'Brien/Loomis ancora una volta tinteggiano furiose ritmiche, che permettono al brano di cambiare metrica e di vestirsi di un abito ricco di fibre metallica. Proprio qui inizia la seconda traccia analizzata dalla band del ricco repertorio dei Bauhaus, "Double Dare" (contenuta in "In The Flat Field"). La tenuta filiforme di Warrel si fa ancora più disperata e catatonica, sembra proprio che quel "going to hell again" (andando ancora all'inferno), sia indirizzato a chi ci vuole del male, a chi ci vuole sofferenti e striscianti come piccoli ed insulsi serpenti. La progressione degli strumenti si fa più affilante col passare dei minuti, dove l'impalcatura dei Nevermore finalmente raggiunge il corretto status "classico", sebbene abbiamo di fronte innumerevoli scambi ritmici e forme di melodie incrostate di una inumana sofferenza. Una versione metallizzata dell'originale veramente ottima, in quanto permane il medesimo cruente punto di vista dell'esistenza.

The Sorrowed Man

Il prossimo testo è forse uno dei più sognanti e, al contempo, meno veritieri di questo breve episodio discografico. L'uomo nella sua corposità emozionale viene messo sotto una luce differente, più reale e autentica, con una dose necessaria di mancanza di contatto con la realtà. E già perchè "The Sorrowed Man" (L'uomo addolorato) viaggia su binari molto utopici, dove viene architettato un mondo "lennoniano" in cui "l'universo brilla e i sorrisi traboccano". Non esiste la sofferenza. Non esiste quello spirito di rassegnazione in grado di condurre la mente in sentieri oscuri. C'è solo la luce, e se mai dovesse presentarsi una rappresentazione del dolore, quello non investirebbe in maniera totale chi lo circonda ma sarebbe bollata come un caso unico.  L'attacco di questa quinta e ultima traccia non prende in prestito le densissime torsioni acustiche (come in alcune tracce precedenti), ma si utilizza un lungo assolo introduttivo, sfilacciato e spalmato. Il batterismo di Van Williams è praticamente assente, si è scelto di seguire non una pulsione delle pelli ma del cuore; Warrel attacca malinconicamente, come da sua consuetudine, rendendo oscure persino le componenti melodiche dei primi secondi: la tonalità bassa non sovrasta la sezione ritmica, ma si adagia su se' stessa, come una farfalla si posa su un fine ramoscello. Come detto, i toni lamentosi indirizzano il protagonista della traccia, l'uomo addolorato, a pretendere solo di sognare, aprendo le porte della percezione ("Where the doors of perception open wide", chiara citazione di William Blake), ma non riuscendo ad applicare queste aspirazioni, soffre in un angolo al buio, come l'ultimo dei dimenticati. Durante il percorso della canzone sono presenti leggeri controcanti che fortificano la disperazione di Warrel; tali componenti però non smontano affatto l'aura da sogno della traccia, improntata su questo mondo immaginifico e parallelo al nostro. Parliamo però di un sogno facilmente spezzabile; di un sogno fin troppo soggiogato da fattori come la realtà, che nella sua crudezza rende vano anche l'azione simbolica del sognare ad occhi aperti. Ma la bellezza della traccia non conosce ostacoli: abbiamo infatti di fronte la prestazione perfetta di Warrel Dane, astuto modulatore del proprio talento al servizio dell'emozione. Così come il fido compagno Jeff Loomis che riprende il discorso del solo iniziale rendendolo però molto più oscuro e sinistro; un fiume di note che colpiscono l'ascoltatore, protagonista in un universo parallelo ricco di colori ed emozioni.

Conclusioni

La qualità che Warrel Dane, Jim Sheppard, Van Williams e Jeff Loomis raggiunsero con questi cinque brani, tenendo ovviamente escluse le bonus-track, perlopiù demo del successivo disco aggiunte successivamente nella ristampa, è a dir poco elevata. Il tunnel esistenziale in cui la band di Seattle vuole immetterci non è da vedere come un grande ed insormontabile ostacolo (volutamente reso difficoltoso), ma come un avviso ad aprire gli occhi e a usare la testa per affrontare al meglio le difficoltà che si incontrano in ogni momento dell'esistenza. Lo spleen amaro e decadente del "goticissimo" (passatemi il termine) Dane, faceva si' che la composizione musicale risultasse un tetro lamento, con un sottofondo melodrammatico e lancinante fatto di sospiri acustici e pulsioni elettriche mirate. Il costante e coerente schema musicale, già considerato un trademark dei Nevermore, qui diventa una chimera divoratrice che mette in pericolo lo stesso songwriter, creatore di infinite sensazioni umorali, agghiaccianti nella loro più cruda verità. Il ragionamento che fila liscio tra i solchi di "In Memory" è da definirsi, oltre che teatralmente umorale, anche estremamente intellettuale, da tutti i punti di vista: da quello strettamente lirico, in cui la vena dissacratoria di Warrel Dane fuoriesce impetuosamente, che da quello di stile e arrangiamenti, molto più coesi e pregni rispetto al primo Nevermore. Del resto, solo un misero anno era passato da quel disco che li immise in un roster estremamente prestigioso (la Century Media Records  di allora vantava, come nei giorni nostri, una nomea incredibile che la rendeva la regina delle etichette metal), che fu anche fondamentale per testare gli americani della East Coast, in molti festival di prestigio internazionale, come ad esempio il Summer Metal Meeting (Berlino, Germania) con formazioni del calibro di Tiamat, Savatage, The Gathering, Rage e Iced Earth. Esperienze che crearono i giusti presupposti per una costante crescita, anche a tratti sorprendente, che rendeva veramente difficile non apprezzare un act del genere. La fan base dei Nevermore era, infatti, molto accogliente nell'abbracciare sia le nuove leve metalliche, che i più rodati ascoltatori. I primi soprattutto si trovarono molto con le liriche della band, come menzionato nell'introduzione, da buoni figli della Generazione X, che stavano abbandonando tutte le flebili promesse di speranza che i decenni passati avevano contribuito a creare (la musica come sempre rappresenta magistralmente il periodo in cui è collocata). I rigurgiti del grunge di Seattle se non si odono musicalmente, si presentano invece vivi e vegeti nelle articolazioni liriche che differenziano la band dai tanti tentativi power-prog/thrash nati nella fine degli anni 90'. Spesso lo stesso "In Memory", nonostante la prova innegabilmente efficace del gruppo, ha assunto sempre il ruolo di "lavoro di transizione"; persino dai fans stessi che magari preferiscono prendere a pugni le loro orecchie con i chitarroni dei successivi lavori. Ed invece questo Ep merita e non poco di essere spedito in un'ipotetica classifica della saga nevermoriana, in una delle posizioni elevate ovviamente; perché queste sono cinque piccole perle che emanano dolore e rassegnazione, ma anche verità e una flebile speranza di un mondo migliore (come sempre ancora solo teoria, dato che quello che rappresenta Warrel con i suoi testi è definibile come pura utopia). Cinque pezzi non potranno essere considerati sufficienti numericamente, ma le emozioni che tirano in ballo bastano e avanzano per dar vita ad una vera esperienza mistica; dove gli stessi sensi rimangono tumefatti dal candore ipnotico e disfattista (la cover dei re gotici Bauhaus non è messa a caso) di Warrel Dane e della lead oserei dire perfetta di Jeff Loomis, oltre che del chitarrismo di scuole estrema di O'Brian, che troverà una successiva consacrazione con le stelle del metal estremo Cannibal Corpse.

1) Optimism or Pessimist
2) Matricide
3) In Memory
4) Silent Hedges/Double Dare
5) The Sorrowed Man
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