NEVERMORE

Enemies of Reality

2003 - Century Media Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
14/08/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Come si può reagire a questa realtà? Così ingiusta e, a volte, così deprimente? Tanto negativa e ovattata che la maggioranza delle persone nemmeno percepisce il pericolo che vive ogni giorno. E allora diventiamo nemici della realtà, nemici del reale, nemici di questo mondo reso ancor più infame dalle persone che lo abitano. I Nevermore sono così, una molotov che esplode quando meno te lo aspetti, un coltello affilato che ti entra in petto, un fulmine che squarcia in due un albero rinsecchito. Il successo derivante dal loro capolavoro emotivo, Dead Heart in a Dead World, non distrasse il gruppo di Seattle. Anzi, la parsimonia esecutiva e la voglia di abbattere le barriere, come era nel loro stile, crebbe in maniera consistente, riuscendo anche a sorprendere coloro i quali si aspettavano una esatta riproposizione del disco pubblicato tre anni prima. Ma per combattere, come dicevano all'inizio, le ingiustizie che questa realtà offre, dobbiamo attrezzarci per bene. Prendere non un'arma da fuoco ma la volontà, indossare l'elmetto delle intelligenze e svegliare coloro che sono dormienti. Il sottofondo musicale ce lo da Enemies Of Reality (Nemici della realtà), settimo sigillo discografico e grande cuccagna per i manager dell Century Media che videro non pochi introiti con questo lavoro. Ma bando al discorso commerciale, giusto ma non coerente con quello puramente musicale, con questo lavoro il gruppo raggiunse il proprio apice espressivo, puntando su un letto sonoro spinoso e arcigno e muovendosi in territori forse mai così estremi. Alcuni accenni ad un rimodellamento dei tasselli ritmici già si era intravisto con il precedente lavoro, alcuni momento davvero esaltarono la componente tecnica di un chitarrista esplosivo come Jeff Loomis. Ma con questo platter, probabilmente, la sperimentazione toccò lidi mai inesplorati. Lo vedremo bene appena inizieremo con la nostra consueta disamina pezzo per pezzo, secondo per secondo. C'è da dire che in dalla loro entrata in studio i Nevermore avevano le idee chiarissime. C'era da migliorare un assetto ritmico già operoso ma stanco in alcune parti. C'era da colmare qualche punto ritmico con nuove idee. Probabilmente l'unica cosa che doveva rimanere tale e quale era la voce squillante e drammaticamente emotiva di Warrel Dane: il cantante nonostante il periodo buio che viveva e che purtroppo lo condannerà ad una triste fine, continuava a crescere e migliorare come pochi cantanti in circolazione. La grandezza di Warrel, come ben si vedrà in Enemies of Reality, sta nel rappresentare al meglio il protagonista dei brani. Spesso uomini soli, in combutta con il mondo, ardenti combattenti, uomini viscerali e probabilmente utopisti. Gli uomini che, insomma, hanno l'obiettivo di voler cambiare il mondo con la parola, con la musica, con la melodia. In questo disco non mancheranno momento "nervosi", tristi e veritieri ma la musica dei Nevermore è proprio condita da questi aspetti: è impossibile ascoltare un loro brano senza che il cervello inizi a pensare o l'anima inizi a bollire, la funzione psicologica della musica, spesso dimenticata dai gruppi di oggi dovrebbe scatenare nei suoi ascoltatori quella passione che faccia da molla alle future azioni. La passione è il motore della band e Enemies of Reality è l'ennesima dimostrazione di questo assunto. Dal punto di vista tecnico i suoni non solo brillanti nella versione originale la batteria, ma anche la chitarra e gli altri strumenti a corda soffrono l'incapacità di una produzione deficitaria. Ma tutto questo per fortuna è stato risolto: nel 2005 Andy Sneap, già a lavoro in Dead Heart in a Dead World si prese carico di rimodernarlo tanto che il suo tocco fu fondamentale per renderlo, dal punto di vista della resa sonora e non, un grande disco.

Enemies of Reality

Una mina in pieno volto. Un missile che esplode distruggendo qualunque cosa che incontra. Enemies of reality inizia con la title track in maniera più che spettacolare: la batteria si scatena con i primi fill, un primo strato di chitarra irrompe per poi accogliere l'altro riffing di base che si innesta nelle strutture. L'impatto è violentissimo, i Nevermore hanno imparato ad essere estremi senza dimenticare l'equilibrio. Il nemico della realtà proprio Warrel Dane: armato di volontà cerca di risvegliare le anime dormienti, talmente incapaci di ragionare che non si rendono nemmeno conto di essere vivi ("No one understands what we've been given / We are the useless by-products of soulless meat"; Nessuno capisce cosa ci è stato dato / Siamo gli inutili sottoprodotti della carne senz'anima). La voce, squillante ed energica, del cantante americani trabocca sì di rabbia ma la riesce ad impostare in modo che sia assolutamente digeribile per le orecchie di noi ascoltatori. Ciò che brilla è la chitarra, una otto corde, di Jeff Loomis: parlare della tecnica del biondo axeman è inutile, ci soffermiamo soltanto sulla capacità di districare riff a profusione come una mitragliatrice da combattimento. Il ritornello alleggerisce la struttura del brano, Warrel prende il microfono e continua la sua lotta personale contro l'inettitudine dell'essere umano medio. Enemies of Reality è un pezzo totalmente heavy metal, le increspature progressive che potevano essere descritte in Dead Heart in a Dead World possono considerarsi un mero ricordo. Ma la scelta di rendere più fruibili le composizioni non significa che i Nevermore abbiano voluto non sforzarsi più di tanto: la qualità compositiva, mista alla solita ruggente caparbietà in studio, crea un pacchetto sonoro degno di nota e di ammirazione. Al minuto 3 e 10 Jeff Loomis si riprende la scena disegnando un solo intricatissimo, fatto di un tapping furioso degno del miglior shredder man classico. L'evoluzione del brano termina poi con la conclusione del suddetto solo: Dane diventa più cupo, le chitarre si abbassano di qualche tono, il basso diventa un'arma da combattimento, il cantante urla a non posso trasformando la rabbia che ha in corpo in una litania continua contro la collettività.

Ambivalent

Non cambiamo registro sonoro nella prossima traccia, l'introduzione è velocissima e violentissima. Come una mina che ti esplode mentre cammini in tutta sicurezza, cerchi di evitarla ma è impossibile. È la chitarra di Jeff Loomis a disegnare le giuste ritmiche e, di conseguenza, le giuste dinamiche musicali a cui si aggiungono progressivamente gli altri strumenti. Ambivalent - ambivalente - è da maneggiare con cura e con calma, l'impianto sonoro è reattivo come non mai, mentre la voce di Warrel si sposa con urla fotoniche e un assalto frontale degno del miglior pugile al mondo. Ambivalent rappresenta, come è semplice intuire, la doppia natura dei Nevermore: brutali in alcuni frangenti, flebili in altri. Rozzi e distruttivi in quei pattern che sembrano avere la forza di spazzare via un intero esercito. Delicati e armoniosi quando c'è da premere sul tasto dell'emotività. Lo yin e lo yang della band di Seattle. L'aspetto dominante, come detto, è la più ferrea violenza della strumentazione, che decelera solo nella frazione post ritornello, in cui la violenza prima calda diventa semifredda. E in tutto questo Warrel immette la propria voce sotto un punto di vista più melodico e meno brutale, senza dimenticare una vita di mezzo ovviamente. Ambivalent pesa, come un macigno che rotola e che attende le case da ridurre in macerie, come un'incudine in grado di sfondare il pavimento su cui è posta. Soprattutto nella fase centrale: lì la caratura di Jeff Loomis, con la sua consueta otto corde, rallenta, si abbassa di un tono, per poi tornare a macinare chilometri dal punto di vista ritmico. Come nel suo consueto stile, all'epoca ma anche oggi una sorta di trademark che funge da asticella per migliaia di chitarristi, fa breccia e stritola il cuore di chi lo ascolta. La frase musicale, o meglio un assolo che si materializza alla metà del secondo minuto, è il perfetto esempio di violenza controllata, di passione violenta. Una volta terminato accoglie, senza dimenticare il leitmotiv iniziale, anche la disperazione del nostro cantante. Infine, la pesantezza che abbiamo notate all'inizio del brano torna, probabilmente sotto una veste ancor più teatrale e malinconica ma non per questo incisiva e dinamica.

Never Purify

Dai toni più dimessi è invece Never Purify (Mai purificato), un titolo abbastanza chiaro su quello che i Nevermore ci mettono sul piatto. Il brano parte senza inutili preludi o introduzioni caratteristiche. Il muro di chitarre della band vede in Jeff Loomis una linea guida essenziale, come una torcia illumina il percorso della disperazione incarnata nella voce di Warrel Dane. Niente, non esiste niente in questa dimensione terrena che possa purificare le nostre anime. Nulla è costruito per farci vivere bene, o meglio quello che c'è viene deturpato dalla solita arroganza umana che per la band ha un valore essenziale. La potenza di fuoco di Never Purify si abbraccia ad una stesura musicale che non lascia fuori la melodia. Essa è impacchettata, strutturata in un modo del tutto innovativo. Sembra non esserci ma invece c'è, in un turbinio sonoro comandato dalla otto corde di Loomis che mai come ora sta mostrando i propri muscoli. "Another animal in this zoo our creator betrayed / If you don't feel the lesson, you're blind and deaf my son" (Un altro animale in questo zoo il nostro creatore ha tradito). Se non senti la lezione, sei cieco e sordo figlio mi, una frase abbastanza chiara che riassume il punto di vista di Warrel Dane sull'uomo. Un animale ingabbiato in un zoo, che potremo chiamare tranquillamente società. Un animale talmente chiuso in se stesso da non essere in grado di esercitare le proprie funzioni, come ad esempio ascoltare. È sordo l'essere umano, talmente sordo che non si rende nemmeno conto di quanto sia succube del fato del destino. Appena viene narrata questa frase, la scarica violenta del brano ci sconquassa il cranio, ci trapassa il cuore e l'anima. Loomis prende la sua arma in mano e sciorina un assolo degno di nota, che si sposa perfettamente con l'impasto sonoro prima cementificato. Assolo che poi si frantuma come neve al vento appena Warrel riprende in mano il destino del brano, traboccando di violenza e di incapacità nel sopportare quello che è l'essere umano medio. I Nevermore, dunque, non mettono da parte le loro capacità di analisti dell'essere umano e continuano, con il loro personale modo, a impartire lezioni importantissime, in un periodo storico, quello degli anni 2000, ampiamente complicato.

Tomorrow Turned Into Yesterday

Tomorrow Turned Into Yesterday - domani trasformato in oggi - inizia calcando un tasto sonoro differente rispetto a quello gustato nelle prime tre tracce. Rispetto alle altre tracce, basso, chitarra e batteria inaugurano la composizione con toni decisamente pacati. Toni a cui Warrel Dane spalma il suo impasto vocale, creando di fatto una simil ballad. Simil perché a pochi secondi dal chorus, la traccia cambia leggermente volto, assumendo tratti dinamitardi e collocando la solita verve passionale in ogni frammento sonoro. Tomorrow Turned Into Yesterday in realtà nasconde un discorso che la band ha intrapreso in altre tracce, ossia la ripetitività della vita e la non capacità dell'uomo di aggrapparsi in pieno. Corre, è sfuggente ed è inattaccabile. L'uomo, da animale sociale dotato di ragione, è succube di questo giochetto che si manifesta in diverse forme, come ad esempio la convenzione e la ripetitività quotidiana. La prima uccide l'uomo dall'interno, non permettendogli di sperimentare vie alternative ma di stagnare col passare del tempo. La seconda invece preclude all'uomo la possibilità di vivere, di assaggiare nuove esperienze, di gustare la vita nella sua forma più semplice e canonica. Il consiglio di Warrel all'ascoltatore è: "Apri gli occhi". Perché il mondo deve essere si capito nonostante le difficoltà ma anche apprezzato perché vivere veramente è un privilegio di pochi. Insomma, tratti caratteristici della band riprendono tonalità più positive ma non perdono quella lucidità razionale cara agli analisti. Nel frattempo, il brano continua a fluttuare, tra più vocalità espressive e toni strumentali, almeno fino ad una ripresa massiccia del riffing tipici di Jeff Loomis. Ma l'impianto sonoro imposto dalla chitarra invece di minare quella serenità prima imperante, diventa cadenzato e sempre più attraente nei confronti di noi ascoltatori. I Nevermore scelgono dunque una via più semplicistica, da una parte per allargare l'uditorio di riferimento, dall'altra per impostare il loro nucleo tematico in un contesto sonoro non troppo minaccioso e violento. Anche se la minaccia e la violenza comunque trasudano dalla voce del nostro cantante, Warrel Dane che nei secondi finali prepara il giusto terreno per trasformare questa Tomorrow Turned Into Yesterday in un brano positivo per l'impalcatura generale di Enemies of Reality.

I, Voyager

Quella che ci apprestiamo ad ascoltare è una delle tracce più note di tutto il lotto. Una scarica di adrenalina che fin da subito ci dice tutto quello che ci deve dire: la chitarra di Loomis parte all'impazzata, piazzandosi immediatamente tra gli strati di basso e la voce squillante di Warrel. I the Voyager- l'io viaggiatore-vale da sola il prezzo del biglietto. Il tema scelto è molto introspettivo, come è solito della band, ma a differenza di altri brani, presenta una dimensione più umana, più terreno. Perché? La struttura lirica, infatti, parla sì dell'importanza del viaggio mentale e della capacità dell'Io di scavalcare i confini e i limiti. Ma mette il tutto in una veste carnale e appunto umana. L'uomo possiede le capacità di migliorarsi e di fare del bene ma spesso, accerchiato da demoni e fantasmi, si lascia trasportare dalle energie negative. Con l'uso della ragione può contrastarle e vincere. La traccia è una bomba a mano, non tanto per il groove classico proposto ma per i contrasti cromatici che via via vanno solidificandosi. E noi non ce ne accorgiamo nemmeno perché ci facciamo lasciar trasportare dalla poesia vocale di Warrel Dane, mai così attrattivo e magnetico. I the Voyager alterna, poi momenti aggressivi ad altri più magmatici e ribollenti: non ci dimentichiamo che tra le capacità del combo è quella di dare vita ad una struttura sonora in grado di disfarsi e di formarsi in poco tempo. Debole come il cristallo forte come l'acciaio. La dicotomia dei Nevermore si sposa perfettamente con l'animo inquieto dei propri ascoltatori: da un lato forti di animo perché amanti delle scosse elettriche della chitarra e al contempo alla ricerca della sensibilità di Warrel Dane. Un cantante così, con questa capacità magnetica e canora, non finisce mai di sorprendere anche i fans più accaniti. Le strutture melodico-ritmiche dei Nevermore sono conosciute e prevedibili, ma l'abilità sta nel come vengano posizionate e parametrate nelle varie sezioni. Insomma, I the Voyager merita l'ascolto non tanto per la profondità del pezzo quanto per come è straordinario nella sua capacità di posizionarsi sottopelle e donarci sensazioni meravigliose.

Create the Infinity

Create the Infinity -creare l'infinito- è l'altro tassello di Enemy of Reality. Parte come una dinamite distruggendo tutto quello che trova, e la trama di chitarra non smette di regalare diverse geometrie. Ciò che colpisce è il modo con cui lo strumento del biondo chitarrista ci dà dentro, dando vita a trame tanto intricate quanto emozionante.  E in tutto questo brilla la voce disperata di Warrel Dane. Punge ed accarezza quando vuole, senza tentennare troppo regala quel giusto equilibrio tra violenza e melodia. Create the Infinity per inquadrare basta solo leggere il titolo: creare l'infinito significa per la band avere le capacità sensoriali di interpretare il presente per capire meglio il futuro. Una sorta di presa di posizione che ha come obiettivo creare i presupposti per un futuro roseo. Anche se i Nevermore sono molto pessimisti nel loro percorso lirico, cercano sì di trovare la giusta chiave di volta per costruire la felicità ma al contempo sono preoccupati di quanto l'essere umano sia intellettualmente stolto, incapace di formulare pensieri critici e testardo nel confrontarsi con chi la pensa diversamente. Insomma, c'è una parte positiva e una negativa, ma la band cerca di far capire che gli uomini non siano in grado di fare quello che dovrebbero fare. Dal punto di vista ritmico i tasselli musicali vengono ricollocati nei frammenti sonori prima del ritornello: la chitarra di Loomis disegna le giuste armonie affinché Warrel sia capace di intonare alla perfezione lo stato d'animo che lo pervade. La musica degli americani ancora una volta è molto vissuta, le note che scorrono lungo il pentagramma fanno capire l'impostazione umana che il gruppo ha nei confronti della propria musica. Una musica non vissuta passivamente ma vista in un'ottica passionale e intima. Nel finale la canzone si fà più potente con il groove del chitarrone di Loomis a disegnare traiettorie sonore degne di un film d'azione. E mentre questo fiume di note ci inonda i padiglioni auricolari, capiamo ancor di più quanto l'intraprendenza nevermoriana di questa canzone sia sviluppata per farci giungere ad una consapevolezza di un presente sempre più macchiato, deriso, offuscato dalla volontà di un potere maligno e perfido.

Who Decide

Martellante, ipnotica e anche rabbiosa è Who Decided. (Chi decide) Il pezzo parte col freno al mano, con Warrel Dane che a differenza di altri episodi di questo album decide di usare un timbro molto più melodico. Dando dimostrazione di una incredibile malleabilità vocale, la quale si sposa con gli arrangiamenti soft che almeno nei primi secondi si materializzano in questo traccio. Altro tema musicale da trattare è il modo cadenzato con cui gli strumenti si approcciano alla materia armonica, senza intaccare quell'aura maligna che in un modo o in un altro si cela dietro queste note. Non a caso nei frammenti sonori che precedono il ritornello, il brano assume sfumature quasi doom, lente e disperate, adattandosi al tenore vocale di un ispirato Warrel. Ciò che viene trattato con cotanta magnificenza è il tema dell'incertezza, del non sapere il motivo per cui una persona apre gli occhi o commette azioni rispetto ad altre. Insomma, quell'incertezza che noi tutti volente o nolente manifestiamo ma che non sappiamo determinare dal punto di vista logico. Ed è proprio quo che i nostri ci aiutano: non si può' usare la logica, la razionalità per determinare appieno momenti immanenti e del tutto svincolati da qualunque modalità per interpretarli che si professi umani. Nella loro complicanza, nella loro astrusità quei momenti che viviamo fanno parte di noi e non possono essere estirpati. Proprio mentre analizziamo ciò ci viene di dosso un muro ritmico finalmente non melodioso come agli inizi. Jeff Loomis sciorina riff su riff che al posto si svilupparsi in frasi adatte alle urla gocciolanti di dolore di Warrel, si uniscono per creare quella impalcatura necessaria per capire ciò che ci circonda, ciò che ci uccide e ciò che ci permette di respirare. È un mondo che nella mente dei Nevermore non ha possibilità di migliorare, tuttavia l'uomo deve provarci perché solo le sue mani e il suo ingegno per capire ciò che lo circonda. La missione è difficile ma non per questo l'uomo debba esimersi dal provarci. Who Decides nei frammenti finale abbandona quel vestiario più o meno violento e abbraccia frasi musicali delicate e sensibili.

Noumenon

Dal passo lento e magmatico è la successiva traccia Noumenon. Termine greco, caro a filosofi come Immanuel Kant. Ma che in questo contesto riveste quel ruolo caro ai Nevermore, ossia l'essere protagonista in un mondo ingiusto che è la metafora della realtà. Se l'inizio è ragionato, lo è anche il prosieguo del brano. Inizia Jeff Loomis, sganascia riff delicati ma pregni di carica metallica, prosegue la batteria di Williams, che con pochi e decisi tocchi instaura il giusto clima. L'innesco vocale di Warrel Dane è delicato e leggero, sembra quasi fluttuare tra le note sopraffine dell'ascia di Jeff Loomis, senza mai superare quel limite armonico imposto dagli strumenti a corda. La parsimonia esecutiva è brillante ed assume una torsione quasi sperimentale col passare dei minuti, appena i riff di Loomis si fanno più concentrati. Il brano Noumenon descrive il punto di vista di Kant, il quale lo considera come una realtà inconoscibile e indescrivibile che esiste solo nell'occhio della mente. Dunque, la realtà che noi vediamo, tocchiamo, assaporiamo, non è altro che pura illusione. Vengono citati i media, che da bravi strumenti di potere quali sono alterano maliziosamente la realtà al fine che la massa non possa ragionare o instaurare un pensiero logico. E chi si discosta dal frame dominante viene tacciato e deriso. La materia organica che il potere plasma a suo piacimento è alla base stessa della sopravvivenza del potere stesso. In questo episodio il gruppo non sceglie un modo di suonare tipicamente metal, ma si aggancia a ricami arabeschi e a strutture volutamente rese volatili al fine di rendere l'esperienza degli ascoltatori molto appetibile. Nel finale, questa Noumenon, che non possiamo nemmeno definirla come affine alle altre tracce, in quanto cozza con la struttura classica della canzone heavy, ci regala altri momenti molto incisivi. Come, ad esempio, nei secondi finali quando questa traccia viene rimpolpata con nuovi espedienti melodici e lirici, con una domanda che ci rimarrà impressa: "Would you want to know all the secrets in the world, or continue on in plesant ignorance? (Vorresti conoscere tutti i segreti del mondo o continuare con piacevole ignoranza?").

Conclusioni

Se dicessimo che questo disco sia una mina belle e buona, pronta ad esplodere in men che non si dica provocando caos? Enemies of Reality è un disco completo, alla cui base si intravede un processo di miglioramento abbastanza evidente. Dalle qualità tecniche di Jeff Loomis, migliorato a livello di velocità di esecuzione, fino a quelle vocali di Warrel Dane, che nonostante non fosse al meglio ha sfoderato una prova che addirittura poteva essere migliorata. Immaginate di essere dinanzi un quadro bello e stimolante da vedere, il cui autore ne aveva fatti altri ancor più belli e artisticamente perfetti. È questa la sensazione che ci ritroviamo ascoltando e riascoltando questo lavoro, ti rimane in testa, rimane lì in un angolo pronto a divorarti ogni qualvolta vuoi provare quelle emozioni, ma non raggiunge quella perfezione toccata con mano con Dead Heart in a Dead World e Dreaming Neon Black. E questa non è una pecca assolutamente, anzi sta a significare quanto i Nevermore siano (stati) una band di altissimo livello tanto da regalare momenti incredibili nei dischi meno conosciuti. Perché questo Enemies of Reality, a differenza dei lavori precedenti, è un disco che ha conosciuto meno fama, non per alcune fase di stanca ma proprio perché era il successore di un disco additato da molti come simbolo degli anni 2000. Dunque, tornando al lavoro che abbiamo vivisezionato, ci pare semplice intuire che a livello tecnico-qualitativo non sembrano esserci pecche. I momenti aggressivi, sebbene cozzino con la variante progressiva proposta nei lavori precedenti, si prende il palcoscenico in mano: le linee di chitarra, eseguite con certosina preparazione dal genio di Jeff Loomis, si autoalimentano secondo dopo secondo, diventando sempre più monumentali e quadrati. Persino nelle fasi evocate in precedenza, quelle più di stanca in cui il pezzo sceglie la strada del clichè facile, la chitarra del chitarrista americano riesce a differenziarsi dal volgo. E mentre questo accade, si aggancia magicamente la voce di Warrel che magicamente, o meglio, drammaticamente, si sposa con l'humus sonoro costruendo il solito edificio emozionale, in cui noi abbocchiamo sempre come dei ragazzini che vedono un aereo volare. Tutto questo per dire che per una band trovare una quadra dal punto di vista sonoro se non tutto è gran parte del lavoro. I Nevermore del 2004 potevano semplicemente adagiarsi sugli allori sfornando lavori in serie tutti impostati sulle medesime dinamiche, ritmiche e sensoriali. Ed invece un disco come Enemies of Reality ha rappresentato quanto il collettivo di Seattle fosse impegnate nel dare sfogo alla propria anima da reietti della società di massa, uomini non gregari in grado di interpretare la realtà in maniera diversa dal solito. Anime da ribelli, da persone che non si accontentano del compitino, ma che cercano, sfruttando le proprie competenze, di rendere la propria musica sempre più vincente ed organica. Enemies, come detto, non fu un disco perfetto. La produzione assolutamente non all'avanguardia lo rese complesso da assimilare e a tratti spompato. Ci volle la mano esperta, da musicista e tecnico del suono, di Andy Sneap per migliorare quelle impalcature sonore che sembravano irrecuperabili. La mano di Sneap ha reso giustizia alle intenzioni primitive del gruppo, ossia un disco potente, elegante ed in grado di dare manforte al prestigio internazionale raggiunto dalla band statunitense.

1) Enemies of Reality
2) Ambivalent
3) Never Purify
4) Tomorrow Turned Into Yesterday
5) I, Voyager
6) Create the Infinity
7) Who Decide
8) Noumenon
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