NEVERMORE

Dreaming Neon Black

1999 - Century Media Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
16/12/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

Non risulterà strano mettere la parola Nevermore accanto alla sofferenza. Anzi, proprio quest'ultima è stata il cavallo di battaglia dei quattro di Seattle, che all'alba del nuovo millennio, con soli due testimonianze discografiche, erano riusciti solo parzialmente a compiere i classici step cari a tutte le band. È con il terzo disco infatti che Warrel Dane & Co esaltarono le loro qualità in modo da rendere i precedenti lavori solo un semplice riscaldamento. La band mise su carta la propria volontà di dare sfogo ad una lacerante perdita interiore, pesante come un macigno che capita quando il destino decide di fare dei brutti scherzi. Il classico momento difficile che spinge gli artisti, persone speciali e dotati di una spiccata sensibilità, a maneggiare la loro arte con differenti criteri. Con lo strabiliante "Dreaming Neon Black" (1999), infatti, i Nevermore narrarono con acuta chiarezza ciò che accade quando la nostra amata decide di togliersi la vita. Per motivi oscuri, che purtroppo non riusciremo a risolvere, e da qui nascono i patemi. Una perdita incredibile che dà forma ad un concept altrettanto incredibile in cui ogni brano, tredici in tutto, è una piccola scheggia di un puzzle contraddistinto da immani momenti di bellezza. Questo è un disco che contiene tutti gli ingredienti necessari per rendere una band semplicemente immortale. Un solo lavoro, un solo listone di canzoni che si attorcigliano lungo l'inquietante donna deceduta ben rappresentata in copertina, la quale naviga esanime in un qualcosa che sembrerebbe acqua stagnante. Una melma il cui odore è l'esatto contrario invece del profumo di pessimismo che ondeggia tra le vorticose linee di chitarra e dalla voce di Warrel Dane. Proprio quest'ultimo è, ovviamente, colui che spinge il pedale della band, riuscendo a scrivere, con dovizia di particolari, gli atti concreti di una caduta psicologica. Riuscendo a modellare con la sola voce momenti in cui il dolore diviene una reale entità pronta a divorarci. Warrel era reduce da una complessa situazione, che si aggiungeva ad una visione della vita già di sé per sè drammatica: la band era reduce da un breve Ep, composto da cinque canzoni, che fu in grado di riparare i lievissimi danni incorsi nel primo disco, e da un disco notevole (The Poltics of Ecstasy); che succedettero al debutto omonimo del 1995. In quel periodo la formazione di Seattle non era ancora pronta e scattante nel burrascoso mondo discografico, quindi gli errori, seppur minimi, furono se vogliamo anche abbastanza normali. Legioni di speculatori e santoni del business musicale non sfigurarono quello che era un nucleo di thrash (tecnico) fortemente contaminato da progressive e groove metal. E rimasero sicuramente colpiti dall'eleganza mortifera di in lavoro come "Dreaming Neon Black", la cui valenza extramusicale, fece capire che i Nevermore erano una band diversa dal solito. Proprio il genere di riferimento è un'altra gatta da pelare; certo, abbiamo a che fare ancora con metal ad alto tasso tecnico, ma a volte le tematiche delicate trattate costringono la band di frenare la voglia di sfondare i muri, si dà quindi spazio anche a numerosi momenti di ariosità acustica. È la sofferenza a fare da spirito guida ad ogni composizione proposta, è la rabbia di non sapere i motivi di tante disperate azioni a manovrare ogni strumentista in azione durante i pezzi. Non a caso, molti brani saranno contraddistinti da momenti delicati in cui la donna rappresentata in copertina sembra riprendere vita. Forse sorpresa dai turbinii interiore di Warrel Dane che in questo specifico episodio discografico supera sè stesso dal punto di vista della performance, diventando protagonista di un romanzo, purtroppo, dai colori tragici. 

Ophidian

Suoni sconclusionati e apparentemente disconnessi prendono vita in Ophidian (ofidiana). Una quarantina di secondi di subbuglio urbano o forse di presa di consapevolezza che la nostra amata non c'è più. È voltata in cielo lasciandoci un vuoto incolmabile da nessun altro essere vivente. Tra i suoni frastagliati emergono poche ma semplici parole: "Touch the darkness: she's been waiting for you" (Tocca l'oscurità: lei ti sta aspettando"). E il viaggio nel buio della mente inizia.

Beyond Within

Un inno alla disperazione viene subito messo davanti a noi. Un incubo in terra per Warrel Dane che nella prima canzone, Beyond Within (oltre dentro), mette subito in chiaro in che stato sono le sue emozioni. Stravolte dalla morte della sua ex fidanzata tanto da fargli iniziare un nuovo cammino sul senso e il significato dell'esistenza. Un Dane così oscuro e malato da forma logicamente ad una composizione rovente e sofferta. Beyond Within esplode con un pattern di chitarra che si ripete fino allo sfinimento, mentre il pellame già va in fumo per la rabbia con cui Van Williams colpisce il suo set. Dane esordisce con il suo consueto acidume, con una tensione che si tocca con mano in ogni frase di chitarra e basso; elementi che si amalgamano a dovere per comporre una degna colonna sonora alle nottate turbolente di Warrel. Anche qui, come c'era da aspettarselo, si analizza il tema della morte. Una morte che scende su di noi senza alcun preavviso, senza alcun segnale premonitore. Chissà cosa pensava Warrel appena ascoltò la notizia della scomparsa della sua ragazza. Quali tormenti, quali geometrie interiori presero di soprassalto? Sembra inutile ribadire che anche Beyond Within sputa fuori questa rabbia repressa, questa trascinante sensazione di aver perso qualcosa per sempre. Variazioni dei tempi di batteria si inseriscono nel fluire della traccia, che nei primi minuti assume forme e sembianze ben precise. Le urla, quasi atonali, di Warrel Dane escono dal tappeto strumentale e puntellano di una sana malinconia quello che lui chiama ormai "un mondo da osservare apaticamente" (Another suicide shocks the world again, I watch in apathy / Un altro suicidio sconvolge di nuovo il mondo, lo guardo apatico); mentre l'autunno viene considerato come il periodo per eccellenza in cui la decadenza la fa da maestra. Le scariche elettriche, i muri di suono, però non possono mettere da parte l'anima nobile del gruppo che alle soglie del terzo minuto, accoglie suoni e fragranze differenti. Dove il timbro del cantante assume finalmente quel retrogusto teatrale, quel crooning malato e perverso nel narrare la vita e le sue difficoltà. Conclusosi questo breve e dolorante momento, Loomis maneggia al meglio la sua otto corde e disegna un solo magistrale, tra scale e virtuosismi che potrebbero mettere in ombra anche lo shredder più preparato.

Death of Passion

Anche la seconda traccia punta su una preparazione chitarristica degna di nota. Capace da sola di dare il via ad una sezione ritmica d'assalto. Pochi secondi di introduzione e Death of Passion (morte della passione) prende vita. Warrel impugna il timone della traccia senza aspettare il corso delle due chitarre che, dopo poche frasi imbevute di rabbia con quella frase introduttiva "I feel so hollow", iniziano a sgranchirsi. Il muro di suono è al limite della perfezione, sfonda i nostri timpani sempre con il consueto garbo, degno della migliore tecnica. Le note intavolate fanno da contorno a tematiche molto cupe e seriose (dipingi il cielo di color ossidiana), ma mai fin troppo depresse. Con la morte della passione il nostro cantante, oltre che paroliere, dà manforte alla propria precaria psiche, ben scossa dalla morte della donna. Una morta che mette in discussione addirittura la passione, una inutile sciocchezza giovanile che caratterizza la prima fase di vita. Dane scarica quindi la sua spietata visione del mondo e dei sentimenti con linee vocali inquiete e volutamente disordinate, un tripudio di spietatezza che permette al resto del gruppo di premere sempre più forte sull'acceleratore. Giunti alla metà del secondo minuto, ben si nota l'influenza degli svedesi Meshuggah nel modo di suonare di Jeff Loomis, che mette in mostra il proprio talento in tempi velocissimi, scanditi anche da assoli dal sapore neoclassico (qui si capisce anche come il talento dell'ascia di Seattle sia scevra di sterili classificazioni stilistiche). Tanto veloci e fulminei che lo stesso Warrel dà il massimo per stare dietro a linee di chitarra così pregevoli e a scosse di batteria che si comportano come un orologio. C'è un limite all'inquietudine di Dane? Riuscirà un giorno a riprendersi la sua vita o sarà risucchiato per sempre nella morsa della morte? Domande legittime che, a conti fatti, hanno supportato l'animo malinconico durante il corso degli anni. Nemmeno il finale, che di solita cerca almeno di stemperare le tensioni accumulate nei secondi prima, dona un retrogusto positivo. È devastazione, la morte ci parla e ci ricorda che per quanto gli esseri umani possano sentirsi vivi e vegeti, un giorno periranno sotto un cielo buio e minaccioso.

I Am the Dog

La notte è quel momento esatto in cui tutti i pensieri della giornata si riammassano su sè stessi. Come una animale morto che si torce nella speranza di riprendere a vivere. Il buio potenzia il nostro temperamento permettendoci di riagguantare vecchi ricordi. Ricordi che bruciano all'istante, perché sono parte della nostra essenza. Ricordi che si identificazioni in persone precise, che non fanno altri che mancarci. È un mondo crudele questo, e i Nevermore lo sanno tanto da dedicare un intero pezzo al nostro mondo, squallido e ricco di cattiveria. I Am the Dog (io sono il cane) si apre con un gioco di basso che si contorce con l'immediata partecipazione della coppia di chitarre Loomis-Calvert, creando il tessuto principale su cui si giostra tutto l'andazzo. La melodia sembra emergere in qualche punto, ma a farla da padrone è la frenesia strumentale ben accentuata dalla cascata di note dei nostri due chitarristi. I quali si intervallano nei due soli iniziali; nel primo, quello di Tim Calvert, si evidenzia una certa scolarità nello stile e nel modo di interpretare la propria porzione solista; in quello di Loomis la velocità accelera creando i presupposti di un Warrel scatenato. Le vocals non si tinteggiano del classico clima dark che ci si potrebbe aspettare, ma si aprono in vortici di suono che spazzano tutto. Nemmeno l'intraprendenza strumentale, ben accentuata dai breakdown delle asce, permette un alleggerimento della struttura. Siamo noi e la notte, in un faccia a faccia duro dove ci rendiamo conto di essere il nulla assoluto, anzi desideriamo scomparire per sempre per non più soffrire. Lo stesso Dane se ne accorge e in una frase afferma: "Every night the dream is the same /I sit here waiting for the world to end but it never ends (Ogni notte il sogno è lo stesso / Sto qui ad aspettare che il mondo finisca ma non finisce mai). Si ci manca, lei ci manca. Tanto che le nostre lacrime hanno un sapore amaro che sa di sconfitta. Ma una sconfitta che non ci concede la rabbia necessaria per la prossima battaglia, ma ci sfianca fino a consumarci. Nel descrivere la natura umana, e tutte le sue fragilità, i Nevermore sono assolutamente maestri. E questa "I am the Dog" ce lo dimostra appieno.

Dreaming Neon Black

Se proprio vogliamo trovare la traccia che spicca nei confronti delle altre, allora tenetevi forte perché ce l'abbiamo davanti. E non è solo la canzone che impera su Dreaming Neon Black (sognando un neon nero), non a caso è la title track, ma è anche la composizione più disperatamente conosciuta del gruppo. Una sofferenza costante aleggia lungo le note dimesse, sconsolate e sfiduciate dell'incubo che ha vissuto Warrel. Un cammino tortuoso di riconciliazione con l'universo nonostante proprio quest'ultimo sia stato responsabile del suo grande dolore. Un teatro, un triste teatro autobiografico dove il carico emozionale subisce forme vibranti come l'introduzione acustica di Jeff Loomis. Adagiando i polpastrelli sulle corde tese dall'emozione, emerge un tappeto immediatamente caratteristico, la danza macabra di Dane assume sembianze più solide e vivide, fino ad esplodere come un sofisticato petardo. Gli occhi sono lucidi, le mani gelate, la voce invece si spinge oltre quella staccionata che divide in due il cuore. Come detto l'incedere acustico progressivamente diventa più lussureggiante e brillante, Warrel aveva la capacità comunicativa necessaria a rivoltare un brano come un calzino. Nonostante il clima, definito in precedenza sfiduciato, la presenza femminile di Christine Rhoades, cantante nativa di Seattle, rafforza il dolore del nostro protagonista. È adatta nel personificare colei che non c'è più, risucchiata dal male; da quella terribile mano umana che ha deciso di portarla via per sempre da questa dimensione. Il gusto macabro del nostro cantante viene un attimo abbandonato, più che vocalizzi agli inizi percepiamo l'animo da crooner disperato, che alza il gomito per dimenticare il passato. "Sometimes when I'm alone I still feel you / Your breath on my neck, you're still with me" (A volte, quando sono solo, ti sento ancora / il tuo respiro sul mio collo, sei ancora con me", esclama Warrel a voce bassa quasi pauroso nel disturbare la sua amata. Lei manca e nessuno potrà farla ritornare tra di noi, ma appena ci sono le condizioni, Warrel si arrabbia, abbaiando contro il destino che ha giocato un bruttissimo scherzo nei suoi confronti. Le chitarre accolgono la rabbia del cantante e stilano il giusto mood per appesantire la traccia. La otto corde di Loomis vibra, il basso esonda di pattern mentre la batteria picca quel che basta. "Incontrami nell'acqua del sogno", urla Warrel disperato, ma lei non c'è. È in un altro mondo e il nostro protagonista batte i pugni sul muro in segno di vendetta. Nel finale l'emozione la fa da padrone con l'esordio della Roades che si incastona alla presentazione con le ottave fluttuanti di Warrel, che nel finale regala ancora momenti di altissimo livello.

Decostruction

Ancora una volta è un intro dolcemente malinconico che ci accoglie a braccia aperte. Nonostante siamo ancora scossi dal turbinio di emozioni provato durante l'ascolto della title track, ci rimane ancora una lacrima da versare anche nella prossima Decostruction (Decostruzione). La chitarra di Loomis diventa folkeggiante anche in questo frangente, regalandoci frasi melodiche dall'indubbia eleganza e bellezza, permettendo a Dane di entrare subito in azione. Questa volta l'ugola del cantante ci parla del possibile suicidio che poteva renderlo protagonista. Un suicidio, una mossa azzardata ai più, o meglio, a coloro che non hanno mai provato una emozioni che ti sovrasta il cuore. Certo, da chi magari vive senza chissà quale scossone emozionale, l'opzione del suicidio sembrerà balorda e piuttosto azzardata. Ma in questo contesto invece, ragioniamo a 360 gradi e capiamo quanto la scelta di togliersi la vita accarezzò il volto di Warrel. "The fallen that dreams suicide /Takes the needle, instead of the gun" (Il caduto che sogna il suicidio / Prende l'ago, al posto della pistola), così Warrel fa capire anche a più razionali di aver toccato il fondo. La canzone invece flirta tra la volontà di ripescare l'acustico e l'esuberanza metal. Ciò che prevarrà è un compromesso tra due stili, apparentemente opposti, che nel gruppo di Seattle trovano un punto in comune. La decostruzione di Warrel ha il suo picco alle soglie del minuto due, quando i decibel degli amplificatori toccano il loro culmine. Il songwriter della band prende in pugno la situazione e scatena una serie di invettive, condite da una insolita vena umoristica, apprezzata poche volte nel suo repertorio. Vengono evocate figure bibliche (il serpente) e immagini gore come i vermi che "mangiano i corpi in decomposizione" (Who will eat the decay when the worms have lost their sight?). Nel mentre le chitarre scolpiscono riff decisi e pieni, si accordano con la batteria di Van Williams, che in questo frangente punta più alla sostanza che alla forma. Quel fiume in piena di Warrel raggiunge la catarsi nella ripetizione ossessiva del termine Decostruction. Il mondo in cui credeva, in cui viveva anche la sua fidanzata non c'è più. Quindi urge la distruzione del mondo precedente e la creazione di uno nuovo, in cui pace e serenità devono essere alla portata di tutti.

The Fault of the Flesh

Il clima burrascoso che abbiamo assaggiato in precedenza assume forme più estreme e poliritmiche anche in The Fault of the Flesh (La colpa della carne). Brano in cui le influenze degli svedesi Meshuggah si fa sentire in maniera molto forte, ponendo le basi per un guitar working caratterizzato da ritmiche serrate, a tratti realmente cibernetiche. Non solo, l'ammantarsi delle note crea un muro di suono penetrabile solo dalla voce, molto disperata, di Warrel Dane. Se vogliamo definirlo con termini tecnici quello che stiamo ascoltando è un djent ante litteram, quindi un costrutto in cui chitarra e vocals in clean creano i giusti contrasti emotivi e strumentali, cromaticamente adatti per dar vita a grandi concerti dal vivo. Il gusto del suono di The Fault of the Flesh va a braccetto con la mortifera visione esistenziale di Warrel, punta il dito contro l'amore, prende a pugni la vita e tutto ciò che contiene. È un fiume in piena il cantante, e nemmeno gli intermezzi melodici del brano lo tengono sotto controllo. Il tessuto strumentale invece ripesca le classiche struttura mono-nota delle chitarre meshugghiane, aggiungendo uno spirito jazz fatto di improvvisazione ed emotività. La chitarra di Loomis brilla per il suo modo di porsi, diventando un faro luminoso per tutto il talentuoso resto del gruppo. Il basso spinge a sufficienza, la batteria tiene i  tempi discretamente, riuscendo ad allacciarsi all'inquietudine del pacchetto vocale. "L'uomo è un misero parassita", urla Warrel. Un essere piccolo e inutile, in grado solo di distruggere quanto di buono la natura ci ha donato (Man is the parasite, man is the cause / We are destroyers and creators, our precious flaw / We are the architects of fate / We are impure, for we burn all we berate). I riferimenti al collettivo di Umea non finiscono qua, ma c'è da dire che i Nevermore si spingono oltre il reticolato del thrash per dare vita a discese ritmiche sempre cariche di adrenalina, puntellate da un bagaglio tecnico fortemente impressionante. Una qualità che si sposa alla perfezione anche dal punto di vista del songwriting, che ancora una volta pesca a piene mani dall'universo interiore di Warrel Dane.

The Lotus Eaters

Un intro cadenzato si genera nei primi secondi di The Lotus Eaters (I mangiatori di loto). Warrel accarezza la superficie del microfono, l'arpeggio si fa insistente, crescendo in ogni torsione vocale concessa dal nostro. Il clima elettrica cresce, la temperatura delle chitarre arriva ad un equilibrio costante e la batteria di Williams si stabilizza nelle "solite" manovre.  Ed è proprio qui che tocchiamo con mano la prospettiva, squisitamente anti-esistenziale di Dane. Uno scroscio di domande su domande, perplessità di varia natura, tra cui il quesito fondamentale della vita: "Why is this happening to me? (perché sta capitando a me). Certo, la domanda dello sconfitto e del sofferente che nel momento in cui non riesce a trovare un motivo essenziale per andare avanti si scaglia contro il prossimo. Ma qui non è solo un lamento, una denuncia contro l'esistere, è un urlo di invidia nei confronti di chi questi quesiti non se li pone. Avete presente quelle tipologie di persone che arrancano nella vita senza porsi mai una domanda sul perché esiste la vita stessa? Ecco, Warrel ha invidia della loro leggerezza, vorrebbe avere anche lui questa mente libera e non imperniata su queste spinose questioni. Conclusasi la prima strofa, il clima torna come quello dei primi minuti, arpeggi e sezioni elettriche si alternano a dovere sentenziando un'altra classica domanda. Please God why can't you hear us? (Per favore Dio, perché non stai ascoltando?), grida Warrel al culmine della disperazione, tentando la carta del divino quando lui non crede a nessuna forma superiore. Ad un minuto dal termine, l'impalcatura ritmica subisce una leggera scossa, dura un paio di secondo fino a che di nuovo Dane riprende il comando con la sua voce. "Do words fall on deaf ears, are we just too small?" (Le parole cadono nel vuoto, siamo semplicemente troppo piccoli?), ed ha ancora le domande affliggono la tenuta mentale del nostro che non smette di dare freno alla propria voce interiore, gracile ma comunque resistente, come il solo di un perfetto Jeff Loomis, in grado di intarsiare i giusti accordi.

Poison Godmachine

Un universo post moderno si materializza nella nona traccia Poison Godmachine (madrina del veleno). Un bano con un guitar work molto intricato, tra chitarre bollenti e basso pungente. Allo stesso modo la batteria di Van Williams riesce a dare vita a torsioni strumentali che sembrano essere nati per sposarsi con le vocals di Warrel. Un suono quasi cibernetico, industriale, a tratti cinematico. Una catarsi strumentale perfetta in ogni solco, ogni momento sembra essere stato concepito per costituire globalmente un tessuto fibroso semplicemente inscalfibile. Il tema futuristico non si intuisce dal punto di vista delle armonie e delle melodie, ma anche dalle liriche, marcate da un sapore che richiama la distopia di Huxleyana memoria. Un esempio? Nella prima strofa appena viene presa in considerazione il tema della macchina che si ribella all'uomo (I know what it wants now...the void / has swallowed the light and the machine / wants my soul"). Quella che un tempo era una nostra compagna fidata, diventa un congegno letale, in grado di perforare l'anima. Ma questo è solo l'inizio, la depressione esistenziale di Dane si spalma in tutto l'arco dei quattro minuti, tra sferzate chitarristiche e gorgheggi di basso. Warrel completa il tutto con una performace dinamica e apocalittica, una danza macabra che sembra avere le proprie radici nel mondo tribale. La sezione ritmica non subisce numerosi cambi di tempo, la medesima scelta di note si ripercuote in tutti i minuti, eccezion fatta per gli assoli di Jeff Loomis e Tim Clavert, pochi istanti dopo che la voce di Warrel subisce dei cambiamenti tonali. Più precisamente al secondo trentasette del secondo minuto, l'ascia di Loomis si libera nel consueto assolo magistrale, utile a stemperare il clima pesante che si respirava. Poco dopo, attacca la chitarra ritmica di Clavert che riprende la frase di chitarra del compagno. C'è da sottolineare l'ottimo spirito di collaborazione in cui le due chitarre viaggiano, in questo brano non eccedono ma nemmeno fin troppo limitano il loro potenziale ritmico. Warrel nella strofa finale se la prende con i media e il loro decadimento morale, scaglia parole al veleno contro l'uomo, l'unica bestia di questo pianeta che ha distrutto gli equilibri.

All Play Dead

Le chitarre gocciolano di violenza, ma è una rabbia contenuta, compressa. Poche voci al mondo manifestano, anzi manifestavano, il proprio malessere come quella di Warrel Dane. Anche in brani meno rabbiosi ma più cadenzati, come accade nella decima All Play Dead (Tutti si fingono morti). Una litania contro l'umanità che non lascia trasparire nulla di buono, anzi. Qui si sente uno spirito molto più progressive, con assoli strutturati in maniera più improvvisata e non inseriti dopo il chorus o prima dell'ultima strofa. Un modus operandi molto riuscito, soprattutto perché parliamo di un brano deciso a costruire una propria precisa trama. Parliamo di morte, di sofferenza e, soprattutto, dello scorrere inesorabile del tempo. Quest'ultimo prosegue per la propria strada, divorando tutto e tutti, come la classica iconografia di Crono. Nel frattempo, Warrel diventa il saggio che ci avvisa di stare sull'attenti perché la nostra ora è vicina, diventa il pilastro su cui si regge l'intera l'umanità. Come detto, il brano si presenta molto più strutturato, soprattutto nella prima sezione: Tim Clavert fa il suo lavoro questa volta prevalendo su Jeff Loomis; difatti l'assolo che si spalma nei minuti finali, è del neo arrivato alla sei corde. Nel mentre, Dane accentua un proprio stile canoro all'insegna delle sue ottave, arrivando dove pochi altri cantanti arrivano. L'istinto teatrale, accentuato anche dal dolore reale vissuto in prima persona, dona quel quid in più alla traccia, giunta al momento adatto all'interno del lotto. Nel finale un tripudio di chitarre, rallentamenti ad hoc e un temperamento strumentale più marcato, permette al tappeto vocale di distendersi e poi contorcersi. Il titolo del brano, All Play Dead, viene ripetuto più di una volta, supportato anche da voci aggiuntive poste in studio per rafforzare i toni cupi.

Cenotaph

Mancano due tracce per concludere il disco, non pensate che le sorprese siano finite qui. La grandezza di questo lavoro sta nel fatto che ogni traccia ha un suo motivo per essere considerata un piccolo capolavoro. Cenotaph (cenotafio) rispetta questi parametri, artistici e non, con un intro dal sapore jazz ma che si sposta con l'irruenza tipica del metal. Passano pochi secondi e, dopo l'ingresso del resto della strumentazione, si presenta un Warrel Dane più riflessivo del solito. Lo si nota dal timbro vocale, dalla predisposizione canore a recitare un ruolo, quello del sofferente. In Cenotaph aleggiano le medesime emozioni del resto del disco. Cupezza, disperazione e nostalgia ci avvolgono lungo la tessitura strumentale, a volte violenta mentre in altri tratti diventa leggera come una piuma. Colpisce che la persona utilizzata nel brano è al femminile, quindi un chiaro riferimento al leitmotiv del disco, la morte della sua ex fidanzata, il cui corpo non è stato trovato (da qui il titolo del brano)." Awake....... where are you my love?" (Sveglia?? dove sei amore mio?), ripete Warrel facendo a pugni contro il muro. Dove è il suo respiro, dove sono i suoi capelli dorati? Tutto è finito, è solo un misero ricordo che ci attanaglia la nostra stabilità mentale. E quel ricordo nasconde solo una sofferenza innata, mai provata prima. Questi momenti vengono riproposto anche nello spettro strumentale, in cui e chitarre alleggeriscono le loro plettrate per dare spazio all'atmosfera e all'incanto che solo la voce di Dane sapeva dare. Il temperamento batteristico punta ad un bossanova ben sostenuto dal basso gracchiante di Shepherd. La traccia permane in uno stato di tensione anche nel chorus, in cui le chitarre scaricano l'elettricità trattenuti in precedente. Senza però scontrarsi con il sussurrato di Warrel, che tra un pianto e un altro, cerca di ricordare la sua amata. Lo schema iniziale, quindi un'accordatura tipicamente acustica, ci fa di nuovo tornare a toccare le corde dell'anima; mentre il tono vocale di Warrel viene condizionato da schiamazzi esterni che aumentano il tasso di emotività. Il brano non conclude il suo cammino all'insegna di un assolo chitarristico o batteristico, ma mantiene un equilibrio perfetto. I Nevermore riescono ancora una volta a sorprendere noi ascoltatori con la loro omogeneità musicale.

No More Will

A tratteggiare la forza intimista dei Nevermore ci pensa No More Will (Senza più volontà). Un brano che come un grido di battaglia si erge dalla bocca di Warrel contro il destino. La morte è il bersaglio principale di questa invettiva, ma non mancano ancora riflessioni di carattere esistenziale che vanno dalla percezione di noi stessi al significato stesso della vita. La marcia acustica che introduca il brano cozza con il clima che a breve ricoprirà di un grigio scuro ogni angolo. La vita, secondo la prospettiva di Warrel, senza il fuoco dell'amore non è altro che semplice inerzia, un corpo senza l'energia dell'affetto è una carcassa che svolge solo le proprie funzioni vitali. Colpisce la frase "No more hope inside, my life means nothing anyway / Just shades of gray, I slip away again (niente più speranza dentro, la mia vita non significa niente comunque / Solo sfumature di grigio, scivolo di nuovo via) ; perchè si tocca quasi con mano la sofferenza del cantante, talmente assuefatto dalla rabbia da rinnegare la sua stessa vita. Ed un grigiore ci ammanta, nemmeno uno spiraglio di luce è permesso. La chitarra acustica di Loomis lascia spazio alle poliritmie della band, con la batteria in primo piano. Lo sfogo interiore di Warrel si esercita mediante una voce prima calma e tranquillo, prima di diventare un fiume in piena, che sembra non avere limiti. La giusta dose di melodia, concessa dal quadro strumentale, è funzionale anche per la riuscita del ritornello; un chorus ben orchestrato dal gruppo, dinamico ed in grado innestarsi nella nostra mente. La torrenziale prova delle chitarre, che riprendono alcune soluzioni del precedente "The Politics of Ecstasy", aumentano il tasso di groove prima messo da parte. Insomma, gestire il proprio essere non è una missione semplice, lo stesso Warrel non è in grado di farlo. Ma una cosa è certa, qui il sentimento è un veicolo eccezionale, una fiamma ardente che forse nemmeno la crudeltà della morte può spegnere. Al minuto 3:00 ben si ascolta la capacità del gruppo di non perdere dinamicità dopo il ritornello, che classicamente sfodera il meglio dell'arsenale musicale. Jeff Loomis spadroneggia come al solito, puntellando un assolo prezioso ed avvolgente, che cala a picco sulle note disperate cantate da Warrel.

Forever

Come brano finale la band ci regala due minuti di forti emozioni, due minuti fondati sulla malinconia di Warrel. La struttura di Forever (Per sempre) è tanto semplice quanto mortifera, un unico giro di chitarra passeggia nel buio, al pari di un torcia ci permette di vedere meglio il panorama. Li c'è Warrel, solo e sconsolato, sembra piangere. Si, sta piangendo. In mano ha un mazzo di rose, ormai rinsecchite, destinate alla sua ragazza, ormai scomparsa per sempre.

Conclusioni

Dreamin Neon Black splende di inquietudine e di sinistra spigolosità. Non c'era miglior disco per inaugurare la fase più nota della band dopo i primi due dischi. Dischi notevoli ma non ancora capaci di esprimere al meglio l'anima, complessa e artificiosa, della band. La quale tinteggia di nero anche i momenti che apparentemente più positivi, con una sezione ritmica che non perde violenza nonostante la dipartita di Pat O'Brien, qui degnamente sostituito da Tim Calvert. Infatti, il muro di suono impostato dalla chitarra di Jeff Loomis perfora ogni padiglione auricolare con una eleganza assoluta, tra tapping furiosi e palm muting di chiara derivazione thrash metal. Il chitarrista statunitense proprio in questo episodio discografico diventa la stella del gruppo, rappresentando il meglio della chitarra tecnica nel solco della tradizione heavy americana. Dall'altra parte i brani, nonostante la loro tendenza a rimarcare la radice groove del gruppo, dominano anche dal punto di vista emotivo, costruendo scenari adatti al tenore teatrale di Warrel Dane. Il nostro "attore" si muove come un professionista tra momenti aggressivi, in cui fuoriesce la negatività tipica dei personaggi tragici; mentre in altri frangenti utilizza l'ironia tipica di chi vuole allontanare, solo per un istante, l'olezzo della morte. Dreaming Neon Black, più che un sogno del protagonista, come si potrebbe intuire dalla lettura del titolo, è un incubo, un terrificante incubo. Incuneato dalle conseguenze della morte, che con la sua falce spazza tutto e tutti, a prescindere da sesso, religione e status sociale. Succhia tutti nel suo vortice infinito, e questo i Nevermore lo sanno e lo interpretano bene. Tanto da farne il succo del loro disco più sofferente e vissuto, casualmente definito come il lavoro che dà il via al loro successo discografico. Tra lo spirito metal e il catastrofismo  tipica di chi apre gli occhi e vede il mondo, il combo statunitense regala alla storia della musica un disco costellato da tante piccole perle. Luccicanti nel loro modo di porsi, decadenti nel loro spleen autunnale e spinose nelle loro tematiche filosofico-esistenziali. Insomma, i Nevermore non solo rimarcarono il loro trend pessimista e ricco di nebbia, ma palesarono una voglia di disarmante di mostrarsi al mondo intero al meglio delle loro possibilità. Anche perché il metal aveva bisogno di essere rinnovato con nuovi dischi incisivi, da tutti i punti di vista. Ma qui, lasciando da parte il discorso musicale, tutto è ammantato in una visione estremamente cinica, che nemmeno la band più depressa del pianeta riuscirebbe a sforarne. L'equilibrio tra melodia ed aggressività, la ripetitività ossessiva in alcuni punti dei brani di pattern di chitarra e batteria, introducono i veri Nevermore; quelli più adulti, più vissuti e non spaventati nel dare forma ai propri circuiti interiori. A conferma di questo, Warrel inserisce come trama del disco un suo fatto personale, ossia la morte della fidanzata Patricia Candace Walsh dopo essere entrata in una setta religiosa della Georgia. Da qui probabilmente nascono tutti i tormenti interiori del cantante negli anni a venire, incentrati sulla figura di Dio e sul fatto che se quest'ultimo fosse esistito non sarebbe accaduto niente di negativo ad una persona buona come Patricia. Un tormento talmente interiore che lo stesso Warrel impose a Loomis di interrompere le composizioni di "Dead Heart in a Dead World" (disco successivo a questo) per fare spazio al suo sfogo personale. Accanto alla spietata e traumatica esperienza di Dane, si può rilevare una violenza sonora molto ben ammorbidita rispetto ai primi due dischi; questo è dovuto al fatto che le chitarre di Loomis e Calvert dovevano fare da contorno ad uno scenario tragico mai vissuto prima dalla band. La quale prima dava spazio più a temi politici e sociali e, solo in minima parte, a quelli legati al più nudo e crudo esistenzialismo. 

1) Ophidian
2) Beyond Within
3) Death of Passion
4) I Am the Dog
5) Dreaming Neon Black
6) Decostruction
7) The Fault of the Flesh
8) The Lotus Eaters
9) Poison Godmachine
10) All Play Dead
11) Cenotaph
12) No More Will
13) Forever
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