NEVERMORE

Dead Heart in a Dead World

2000 - Century Media

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
10/04/2021
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Come asserito più volte, descrivere una band come i Nevermore è un lavoro che richiede non poca fatica e dedizione. Sin dall'inizio della propria carriera, nel lontano 1995, l'approccio stilistico positivo del gruppo di Seattle ha incontrato numerose evoluzioni, soprattutto dal punto di vista delle idee. Ovvio, i primi Nevermore erano ragazzi giovani e con poca esperienza, ma già dimostravano di avere un impianto intellettuale di altissimo valore. Non secondario a band già acclamate e affermate che magari erano impantanate nei soliti tre o quattro i cliches. No, i Nevermore erano una band da considerare unica e inimitabile ancora oggi è davvero complicato trovare un gruppo metal di questo valore, capace non solo di saper scrivere brani affascinanti e pregni di significato, ma anche di mostrare quell'attitudine tipicamente alta che oggi sembra essere smarrita in un luogo dimenticato da Dio. Warrel Dane, Jeff Loomis, Van Williams e Jim Sheppard avevano mostrato solo una piccolissima percentuale del loro grande talento, già messo comunque in bella vista nei capitoli precedenti come "Dreaming Neon Black" e "The Politics of Ecstasy". Due lavori importantissimi, che necessitarono di un lavoro altrettanto importante come degno successore. I nostri individuarono in Dead Heart in a Dead World il disco prediletto da rimandare ai posteri, quello per cui un gruppo sarà associato a vita. E a distanza di vent'anni tondi tondi è impossibile asserire il contrario: quel disco, dotato di una forza illustrativa incredibile, è ancora oggi un caposaldo del progressive metal, venato da increspature heavy e da impennate di teatralità. Gran parte di queste caratteristiche si devono, ovviamente, ai due pilastri del quartetto di Seattle, Jeff Loomis e Warrel Dane. Il primo era, ed è, un autentico mostro dello strumento, capace di stilare partiture di chitarra impossibili e di ridisegnare il concetto di chitarra tecnica (in questo disco sarà equipaggiato da una potentissima 7 corde). Il secondo, invece, era un assoluto maestro della voce, che con la sola apertura vocale riusciva ad emozionare. Tutto questo preambolo per dire che "Dead Heart in a Dead World" è molto probabilmente il miglior disco della band, questo punto di vista ovviamente non è accolto da tutti. Altri lo ritengono leggermente inferiore a Dreaming Neon Black, soprattutto perché in quest'ultimo aleggia il vero spirito malsano del gruppo. Ma a conti fatti rimane un disco dal valore storico imprescindibile se si vuol intendere a livello globale il metal degli anni 2000. Come già detto in precedenza, i Nevermore fecero un salto commerciale con questo disco (30.000 copie solo negli USA) e le motivazioni sono abbastanza palesi. Sono inseriti brani assolutamente validi, in grado di dare credito sia alle capacità tecniche che liriche. Nella disamina incontreremo il catastrofismo e nichilismo tipico di Warrel Dane accompagnati dalla sempre presente critica sociale. Proprio in questo la band si diversificava rispetto alle altre, riusciva a portare sotto i riflettori tematiche di nicchia dal retrogusto filosofico di grande valore. Spesso si dice che per comprendere un gruppo bisogna vivisezionare la propria musica. Ma con i Nevermore è tutto diverso, per capirli davvero, per entrare nel loro mondo, occorre valutare criticamente i testi. 

Narcosynthesis

Narcosynthesis - narcosintesi - è la prima mina presente in questo incredibile lotto di brani. Un brano gelante, furioso ma anche dogmatico ed impercettibile. È la summa dei Nevermore del nuovo millennio che impongono il loro nuovo stile scevro dalle dosi di melodia annusati nel precedente Dreaming Neon Black. Ma attenzione, questo non significa che il gruppo di Seattle abbia in mente solo la distruzione sonora, la melodia è ancora ben presente e lucida nel manifestarsi. Il brano dal punto di vista lirico è assai criptico, lo stesso titolo, Narchosynthesis, fa riferimento alla narcosintesi, una serie di tecniche che si utilizzano grazie all'uso di sostanze narcotiche. Ora, non bisogna pensare ai Nevermore come promotori dell'uso delle sostanze stupefacenti, il loro messaggio è destinato a coloro che abusano di tali pratiche. È solo autodistruzione, una stupida autodistruzione che piano piano ti consuma, facendoti dimenticare chi sei o cosa vuoi. Se vogliamo ancora andare più affondo, il brano è legato anche ai problemi di dipendenza di Warrel Dane, che negli anni a venire soffrirà sempre di più la scelta di affidarsi al bicchiere (tanto da rinviare tour per le sue condizioni psicofisiche precarie). Accanto a questi messaggi sociali, la band introduce musicalmente Narcosynthesis con una sezione ritmica sfavillante, adeguatamente sorretta dalla chitarra tagliente di Jeff Loomis e dai giochi pirotecnici di Van Williams dietro al set di batteria. Warrel è anch'egli devastante con il suo timbro acidissimo e diretto. Nei primi due minuti la traccia corre spedita come un Boeing, un rallentamento lo troviamo alla fine del secondo minuto, appena Warrel rallenta la scansione delle sue parole avvelenate. Poi torna violento la prima parte del brano, quindi Jeff riprende nella sua attività di sciorinare di riff incredibilmente efficaci, col suo basso Shepherd invece fa quel che può per stare dietro al chitarrista, che è molto di più di un semplice membro, è l'architetto che struttura tutti i pezzi della band. Nelle ultime sue manifestazione, la narcosintesi nevermoriana viene rimpinguata dal solismo viscerale di Jeff Loomis che prima sceglie di darci dentro con assoli ultra-tecnici, poi decide di rallentare qualche millisecondo per consentire a Warrel di rientrare in pompa magna nei versi finali.

We Disintegrate

In We Disintegrate - noi disintegriamo - i Nevermore mettono in pratica le loro doti profetiche, perché giocano sulla creazione di un mondo meccanizzato e privo del contatto umano. Una sorta di futuro, assolutamente tendente al transumanesimo, che implica di essere disintegrato. La band anche in questo episodio punta su una impalcatura fortemente heavy in ogni suo punto, in ogni sua fibra. Sebbene incontreremo più melodia del solito, la chitarra solista di Jeff Loomis si impone subito come dominatrice assoluta: Looomis disegna dei riff al vetriolo, talmente taglienti che rendono We Disintegrate come caratterizzata da un gusto quasi "estremo". Tutto è dovuto anche dalla moderna produzione di Andy Sneap in grado di valorizzare ogni colpo di chitarra e di grancassa. Come detto, We Disintegrate è una traccia distopica e volutamente acida, il cantato di Warrel Dane è schizofrenico e non definito, passa dallo schiamazzo dei primi versi al vellutato del ritornello. Il solito modus operandi mai stabile che ci permette di entrare meglio nell'universo nevermoriano. Anche il basso di Shepherd e la batteria di Williams ci permettono di poter esclamare che We Disintegrate è la traccia più pesante del lotto, ma arrivati al refrain facciamo un passo indietro. In quest'ultimo la voce calda e suadente di Dane ci avvolge immediatamente, come un caldo lenzuolo di inverno. È incredibile la capacità del cantante statunitense di dare spessore alle proprie note vocali senza concedere un apporto emozionale. Altrettanto esaltante è la prova dietro la chitarra principale del già citato Jeff Loomis, che mai come ora sta dimostrando di essere un chitarrista tanto tecnico quanto emozionale. E già questa frase ha un suo peso: quante volte abbiamo sentito le solite frasi "è bravo con la chitarra ma è estremamente freddo". Jeff rompe questo luogo comune, caro a praticamente tutti ai chitarristi tecnici/shredder, con una performance da capogiro. L'apice lirico del testo l tocchiamo nella seguente frase: "I want to change the lines and pacify the divide /(Dissolve into gray as we disintegrate) / Are we ever free, or slaves to technology? (Voglio cambiare le linee e pacificare la divisione / (Dissolviamo in grigio mentre ci disintegriamo) / Siamo mai liberi o schiavi della tecnologia?). davvero siamo convinti di voler scegliere la tecnologia come maestra per il prossimo futuro? O è meglio proseguire questo nostro cammino come essere umani, evitando di essere schiavi di tre i quattro macchine?

Inside Four Walls

La chitarra di Jeff Loomis come tanaglia. Il basso come un proiettile che si insinua sottopelle. Warrel Dane acidissimo nel suo cantato, levigato quando si avvicina al ritornello. La tavolozza dei nevermore assume sembianze interessante anche in Inside Four Walls, "dentro le quattro mura". Un brano appetibile sin dall'inizio, ma non per questo tagliente e penetrante. La stesura strumentale è già abbastanza curata sin dal primo secondo: l'ascia di Loomis è incredibilmente pesante, il chitarrista americano avrà preso spunto da Frederick Thondertdal dei Meshuggah. Ma la potenza heavy metal non ci evita di assaporare melodie vaporose, semplici, gustose nel loro impianto. Inside four Walls è una denuncia politica nemmeno troppo velata, come al solito Warrel non usa giri di parole per descrivere qualunque condizione che lo aggrada. E in questa song viene studiato un caso di una persona sociopatica, non in grado di stare in mezzo alle persone. Nemmeno per un secondo, il solo pensiero al vederlo ammucchiato assieme a degli sconosciuti gli provoca un mal di testa. Abbiamo detto denuncia politica perché Warrel si scaglia contro le persone che in teoria dovrebbero aiutare gli ultimi ma che invece guardano solo ai loro interessi. La frase seguente, da questo punto di vista, è assai adatta per descrivere tutto ciò: "The system falls apart / The pigs still laugh feeding off our broken lives / Can anyone tell me why / Some violent criminals do far less time?" (Il sistema va in pezzi / I maiali ridono ancora nutrendosi delle nostre vite spezzate / Qualcuno può dirmi perché / Alcuni criminali violenti fanno molto meno tempo?). Musicalmente la traccia si propone spedita anche nel corpo centrale, sia nelle vicinanze del ritornello che dopo pochi secondi dalla conclusione di quest'ultimo. Ciò che non può mancare, ovviamente, la prestazione solistica di Jeff Loomis: questa volta le tecniche chitarristiche utilizzate rasentano in un certo senso il gusto degli shredder. Vero è che la qualità di Loomis non era più una qualità all'epoca, e ancora oggi, ma colpisce davvero tanto il modo con cui il musicista disegna l'impalcatura solistica nei pezzi della sua band. IN fin dei conti non possiamo non giudicare positivamente un brano del genere. Tagliente, dinamico e assolutamente magnetico.

Evolution 69

Un intro più lenta e minacciosa appare in Evolution 169, la cui difficoltà di interpretazione ricopre un ruolo predominante. Anche se nelle prime righe capiamo che il brano tratta del sistema dopaminergico nel nostro cervello, un tempo tale sistema era chiamato il "centro del piacere" - da cui la frase "Welcome to the pleasure dome" (Benvenuti nella cupola del piacere). Questo sistema agisce in modo da controllare il nostro comportamento, facendoci quindi correre come "topi in questo esperimento", guidati verso ciò che ci farà piacere. Questo sistema è altamente complesso, ogni singola persona, guidata dai suoi impulsi di piacere animale, si comporta come un tossicodipendente completamente ignaro di quanto sia fanatico delle cose e attraversa la vita come uno schiavo con le catene. Il brano come abbiamo detto poc'anzi inizia con una frase di chitarra che si prolunga nei primi secondi, il basso è meno pulsante del solito ma non per questo contribuisce a costruire l'atmosfera claustrofobica. La voce di Warrel Dane è dinamica ma a differenza delle tracce precedenti non offre la sua versione pulita nel ritornello ma già nella seconda strofa, concludendo di fatto la prima linea di chitarra prima citata. Evolution 69 non è un brano heavy, non è nemmeno un brano più radio friendly del solito: è una via di mezzo capace di supportare un testo, come detto, volutamente reso criptico. Psicologia, sociologia e filosofia sono i tre pilastri che Warrel usufruisce per rendere le sue composizioni dei veri e propri trattati sull'agire umano. La traccia assume connotati più progressive nel cambio di tempo del terzo minuto, dove una plettrata di Loomis indirizza tutto il resto della carovana verso un altro modo di intessere le note. Se vogliamo questo brusco cambio è perfetto, perché ci mette subito in mostra l'assolo di Jeff Loomis, perfettamente coniugato dalla batteria di Van Williams e dalla seconda chitarra. Ma al posto di giungere a lidi ancor più estremi la band sceglie di rimettere in pista il refrain, che non si discosta da dinamiche del tutto leggere, sebbene lo stesso Warrel lo rintocchi con voci addizionali che fanno riferimento al mantenere lucida e attiva la nostra mente. Curioso che i Nevermore anche nei momenti più spensierati rincarano la dose con proiettili pieni di significato.

The River Dragon Has Come

Da un brano meno conosciuto passiamo ad una composizione considerata come una delle migliori di Dead Heart in A Dead World. Il perché è semplice intuirlo, bastano i primi candidi secondi basati su leggerissimi accordi di chitarra. Ma non affrettatevi a tirare conclusioni, in The River Dragon Has Come (Il drago del fiume è arrivato), i Nevermore scelgono comunque la pesantezza come filo conduttore. Soprattutto al decimo secondo del primo minuto, quando la chitarra di Loomis si è scrollata di dosso il ruolo iniziale per dare vita a fraseggi molto più complessi ed intricati, a tratti power metal stle US. Anche i vocalizzi di Warrel si accompagnano a dosi massicce di impennate di ugola e di sforzi delle proprie corde. Ciò che sorprende è la malleabilità di tutto il comparto tecnico e vocale, non passa un minuto senza che l'ascoltatore non rimanga a bocca aperta a contare i minuti di altissimo livello. Il titolo vi ha incuriosito giusto un po'? Spero proprio di sì perché la storia dietro al brano, che in realtà fa riferimento ad una poesia cinese, fa riferimento al crollo delle dighe di Banqiao e Shimantan in Cina nel 1975. Usando molti espedienti poetici e alludendo al drago a sette teste del Libro dell'Apocalisse nella Bibbia, la poesia dipinge un'immagine potente del disastro, e permette al lettore di visualizzare l'ira della natura contro gli uomini sciocchi che tentano di dominarla. La poesia, che condivide il titolo di un libro di Dai Qing che tratta dello stesso argomento, serve da monito contro il completamento della nuova diga delle Tre Gole lungo il fiume Yangtze. Come si evince chiaramente, la simbologia mista alla verità dei fatti non fa altro che aumentare la tensione dietro al brano, che in più fasi accoglie falsetti diabolici e sciabolate di chitarra. Soprattutto in tutti i momenti post ritornello, dove la voce di Warrel Dane aumenta di acidità e di violenza, prima di attenuarsi appena Jeff Loomis ci dà prova di uno sei suoi soli più tecnici, incuneato su un tapping rapidissimo.

The Heart Collector

L'afflato melodico della band viene proposto anche nella successiva The Heart Collector, brano diventato negli anni notissimo ai fans della band. I motivi? Il giusto e sano equilibrio tra melodia e potenza heavy metal, in un connubio unico e incredibilmente efficace. La chitarra di Loomis fa il suo lavoro senza eccedere in tecnicismi fin troppo sterili ed inflazionati, il basso punge all'occorrenza accordandosi anche alle metriche acustiche scelte. Il brano rasenta l'analisi psicologica, territorio ormai caro alla band, che in un modo o nell'altro riesce sempre a riverniciare e proporlo come innovativo. Le parole usate da Warrel Dane, autore di gran parte dei pezzi di Dead Heart in A dead World sono oscure e gotiche, rappresentano appieno il suo mondo interiore, una valle di lacrime che tra non accettazione di se stessi e voglia di rompere le barriere è basilare per la sua arte. The Heart Collector inizia con un fill di batteria abbastanza canonico, prima di dare spazio alla chitarra di Jeff Loomis subito superba e martellante, anche aggressiva in alcuni punti ma mai eccessivamente violenza. Warrel si aggancia alla prima parte della composizione, arricchita nel frattempo dall'ingresso di una chitarra acustica, adottando un tono dimesso e triste, sembra una persona che ha appena ricevuto l'ingiustizia più grande della sua vita. Muove la testa, ha gli occhi tristi e cupi, è inconsapevole di essere entrato in un tunnel senza un'uscita. È un collezionista di cocci di cuore, nella sua esistenza ha incontrato solo delusioni e rifiuti. Il brano esplode poi nel ritornello, dove le vocals di Warrel Dane cantano la voglia di non sentire più dolore (Nevermore to feel the pain), ma solo percepire gioia. In questo mondo non c'è spazio per i sentimenti, e se sono presi in considerazione di viene scherniti e derisi. È giusto mostrarsi quello che si è, non c'è nulla di male a far notare le proprie debolezze, se un essere umani e soffrire fa parte di te. Si intravede che la maturità dei Nevermore ha ormai raggiunto una certa stabilità. Dopo il ritornello viene riproposto la parte iniziale, per accentuare ancor di più il clima tanto riflessivo quanto malsano che la band vuole proporci. Il tutto si chiude con i giochi chitarristici pirotecnici di Jeff Loomis, colui che con il suo talento rende i brani dei Nevermore esperienze indimenticabili.

Engines of Hate

Come approccio alla prossima Engines of Hate scelgono la violenza. Si perché gli strumenti bollono come non mai, le vocals di Warrel Dane sono estremamente acide e taglienti. La giostra ritmica dei Nevermore viene introdotta da un gioco di doppio pedale di Van Williams, allo stesso tempo Jeff Loomis da vita ad una impalcatura dinamica che sembra non possibile perforare, tanto dall'esplosività del quartetto. Engines of Hate è una filippica contro una categoria precisa di persone, quelle facilmente soggiogabili dal sistema. Inconsapevoli della astrusità umana, le persone rimangono schiacciate da un potere, subdolo e malvagio, in grado di agire nell'ombra. La band utilizza un termine tanto preciso quanto maligno: demoni. I demoni ci circondano, sono in grado di modulare la mente ed ingabbiarci quando vogliono. L'antidoto per disintegrarli è l'utilizzo della logica e della ragione, che per i Nevermore hanno un valore fondamentale se si vuol sopravvivere in questo contesto. Tornando alle scelte sonore dei nostri, si intravede una voglia di tornare a picchiare duro dopo l'episodio melodico di The Heart Collector, brano eccezionale ma non definibile metal a tutti gli effetti. Ed Engines of Hate serve a questo, a dimostrare che nel serbatoio della band ci sono ancora tanti assi della manica, alcuni imprevedibili altri più definibili. Dopo l'irruenza del ritornello, che in poche parole cela dietro di sé tutto il peso lirico del brano, i Nevermore tornano a deliziarci le orecchia con una sana e robusta melodia, inaugurata da un assolo di chitarra di Jeff Loomis. Il chitarrista della band disegna una ritmica sensazionale, spostando l'attenzione del pubblico prima indaffarato ad inseguire la velocità di Dane. L'assolo come detto apre un altro capitolo del brano, molto più cupo e disperato, incentrato su una critica serrata all'essere umano medio, troppo fragile mentalmente da rendersi conto di essere carne da macello in un sistema che non risparmia nessuno. Terminato la fase più "morbida" di Engines of Hate, torna a picchiare vocalmente sia l'impianto sonoro che la strumentazione. Forse è proprio qui il talento della band, quello di tenere alta la tensione e l'attenzione fino alla fine, riuscendo ad intrattenere e far pensare i propri ascoltatori.

The Sound of Silence

E ora veniamo alla cover che non ti aspetti. Sì perché The Sound Of Silence, brano famosissimo dell'altrettanto famosissimo duo Simon & Garfunkel non ha bisogno di presentazioni. I Nevermore prendono la stesura originale del brano, lo rivoltano come un calzino e gli donano quel tocco metallico che necessita. Il risultato finale è un capolavoro. Non me ne vogliate fans del duo inglese, ma qui la band americana, distanti per anni e genere di riferimento, corona il proprio talento con un rifacimento. La natura di base rimane la stessa: silenzio, tristezza e poeticità delle parole ci donano quel carico emotivo che necessitiamo; ci danno un segnale forte del modus operandi scelto dalla band. I prim versi, ormai considerati parte integrante della letteratura musicale mondiale, sono "Hello darkness, my old friend / I've come to talk with you again / Because a vision softly creeping / Left its seeds while I was sleeping / And the vision that was planted in my brain" (Ciao oscurità mia vecchia amica / Sono venuto a parlare di nuovo con te / Perché una visione che striscia dolcemente / Ha lasciato i suoi semi mentre dormivo / E la visione che è stata piantata nel mio cervello). Il nostro Warrel si mette nei panni del songwriter, Paul Simon, e interpreta una delle canzoni più significative di sempre. Il silenzio è il protagonista assoluto, l'oscurità la nostra unica grande amica. Poi ci siamo noi, soli e condannati. Simon mentre la scriveva era solito stare a comporre la propria musica da solo. E percepiva quanto l'essere umano medio, indaffarato 24 ore al giorno a parlare, parlare e parlare, non si concentra mai a gustarsi il proprio silenzio. A celebrare l'amore per gli ossimori di Paul Simon, la canzone fa proprio il riferimento alla grande massa di uomini che non sono in grado di comunicare nonostante parlino tutto il giorno. Tornando alla nostra cover, la melodia dell'originale viene rimpiazzata dalla funesta rabbia heavy metal, con un doppio pedale ben innestato da Van Williams. Jeff Loomis si concentra a rimodernare le linee di chitarra folk del brano aumentando la potenza dei decibel con legati e tapping violentissimi.

Insignificant

Il brano più nichilista del lotto non può non intitolarsi insignificante, Insignificant. Il titolo, schietto e diretto, è un continuo colpevolizzarsi d'essere assolutamente inutili, vuoti e, per l'appunto, insignificanti. L'intreccio melodico, dolcemente ci accompagna verso le prime riflessioni messe in risalto dal tono decadente di Warrel Dane. La chitarra acustica è semplicemente accogliente, perfetta nell'incanalarci nel mood che la band vuole spiattellare. I Nevermore si lasciano andare con un brano pregno di significato: "Ours is not to question the reasons why / Crippled indecision repeats the path I once denied / Insignificant, am I?" (Il nostro non è mettere in discussione i motivi per cui / L'indecisione paralizzata ripete il percorso che una volta ho negato / Insignificante, vero?). chi siamo noi se non essere insignificanti che camminano in queste fredde lande con l'illusione di contare qualcosa. La realtà ci dice invece che siamo solo esseri destinati all'estinzione, alla pari di altre creature che a differenza nostra non posseggono la ragione, quindi non possono subire certi patemi interiori. Il brano decolla al quarantacinquesimo secondo, appena finisce la prima strofa. Il candore iniziale invece di subire la pressione delle chitarre avanza inarrestabilmente verso i nostri cuori. E lo fa con una emotività che forse può reggere il paragona con Dream Neon Black, in assoluto il platter più emozionante composto dal quartetto. Appena inizia la fase elettrica di Insignificant ci dice che siamo solo puntini, che senza motivo viaggiano nel buio infinito (And then one day you'll realize / Just a speck in the spectrum / Insignificant, am I?). conclusasi questa fase la traccia si riaccende ma solo per poco, perché torna a rimuginare questioni filosofiche, come se fosse Warrel a parlare con il vento con un bicchiere in mano lungo una spiaggia deserta. Gli ululati del cantante fanno da sfondo alla qualità strumentale del quartetto, che si manifesta con un assolo straordinario che a sua volta gioca con i fill di batteria. Giunti quasi alla fine questo viaggio all'interno della nostra conoscenza, torna la chitarra acustica che da tradizione ci spiattella addosso tematiche mai banali, perfettamente inserito nel contesto lirico nevermoriano.

Believe in Nothing

Corredato da un video abbastanza noto, Believe in Nothing (Credere in niente) è la classica ciliegina sulla torta. Un brano in cui melodia e groove creano un centrifugato emozionale, dove la voce di Warrel Dane viene valorizzata come mai era successo (si, era già stata valorizzata prima ma qui tutto prosegue in un circuito sonoro semplicemente perfetto). La danza di questa canzone inizia con una chitarra classica, che si sposa progressivamente con le gesta di Jeff Loomis, il basso invece viene leggermente nascosto per lasciar spazio al drumming secco e potente di Williams. Se è considerata come uno dei perni espressivi di tutto Dead Heart in a Dead World ci sarà motivo? Ebbene, anche qui i Nevermore analizzano con il loro stile: un mondo vuoto, uomini senza cuore e anima, e un futuro tinto di nero tristezza. Basta guardarsi attorno, dice Warrel, per rendersi conto di questo mondo talmente vuoto e poco soddisfacente che trovare un senso è una missione ardua. Questo i Nevermore lo sanno e ce lo sbattono con la loro consueta verve. Il brano prosegue con la scansione del ritornello che certifica ancora una volta la brillantezza di questo pezzo, talmente vibrante e pregno di significato che i Nevermore avrebbero potuto metterlo ad inizio raccolta. Ancora una volta fa da contorno eccezionale la chitarra di Loomis che a intervalli regolari si prostra con un'eleganza quasi commovente. Nel mentre Warrel getta meraviglia con un tessuto vocale disperato ed espressivo. "Believe in Nothing" al posto di scorrere tranquilla, come è lecito aspettarsi da un brano della band americana, ma continua in maniera emotivamente progressiva, in modo che anche quel briciolo di leggerezza sia trasformato in un assalto frontale. La grande capacità dei Nevermore di unire sacro e profano, bianco e nero, sta proprio qui e poche band al mondo, soprattutto al giorno d'oggi, posso permettersi di fare lo stesso. "Believe in Nothing" si conclude con un'altra fase di chitarra questa volta più aggressiva, in cui Loomis disegna le giuste traiettorie per rendere immortale questa composizione. Una delle più conosciute e apprezzate dell'intera saga della band si Seattle.

Dead Heart in a Dead World

Chiudiamo il nostro resoconto con la title track, traccia sensuale e melodrammatica. Qui è Warrel Dane protagonista assoluto sin dall'inizio, appena un intreccio di chitarra, reso particolare dall'uso di una certa effettistica, si sposa con le corde vocali del cantante statunitense. Questo ovviamente prima all'incunearsi della chitarra di Jeff Loomis che ora fa leva su un legato usato in maniera velocissima e difficilmente. Lo strumento sgorga per qualità tecniche degne di uno shredder. Warrel invece canta ora in maniera più evocativa, utilizzando picchi vocali frammentati dalla cascata di note del chitarrista. Dal punto di vista tematico, come detto, abbiamo a che fare con una traccia molto decadente. La prima strofa ci dice tutto quello che deve dire: "To see the last survivor fall / To see their bastard sons against the wall / To see the emptiness as we decay / I see the world is dead, I am betrayed" (Per vedere l'ultimo sopravvissuto cadere / Per vedere i loro figli bastardi contro il muro / Per vedere il vuoto mentre decadiamo / Vedo che il mondo è morto, sono tradito). C'è altro da aggiungere? Spiega in maniera chiara anche il senso del brano, titolo dell'album. Tutto ciò che ci circonda è una landa desolata, in cui i cuori non battono come un tempo ma sono spenti e vuoti. Inseriti in un contesto, uno scenario futuristico, forse non troppo lontano, dove tutt decade e si spegne. C' da dire che come narratori i Nevermore sono i primi della classe, lo dimostrano le loro qualità anche sensoriali: chiunque ascolti un loro brano o legga un loro testo pensa sempre ad un unico e solo contesto, che solo in apparenza è distante dal mondo che viviamo. Perché oggi, nella società capitalista in cui siamo inseriti, questo vuoto e questa disarmonia la percepiamo in maniera evidente. verso la conclusione la title- track prosegue a correre nei suoi rettilinei melodrammatici, disegnando numerosi vortici sensoriali e immaginifici. In particolare, nel finale, la sezione ritmica sceglie una via strumentale molto interessante, atta a concludere al meglio un disco indimenticabile per chiunque consideri musica non solo una serie di note ma emozione pura.

Conclusioni

Se la maggior parte dei metalhead conosce i Nevermore è grazie a questo disco. Alla base vi è una visione musicale ben chiara, così come è ben chiaro il fatto che a distanza di vent'anni rimane un caposaldo del prog metal a tinte power (americano). E questo è merito di uno sforzo musicale ben mirato, attento nel focalizzare il pubblico da colpire e perspicace nelle scelte sonore. "Dead Head in A Dead World" ha la capacità di affondare il coltello senza far male, di far riflettere perché socialmente elastico., di far rendere conto agli ascoltatori, anche a i fan meno accaniti, le qualità del quartetto. I brani ci confermano tutto questo aspetto: la notorietà internazionale non ha distratto i Nevermore che da musicisti esemplari, conoscono bene la fatica per raggiungere l'apice, compongono undici brani dall'innegabile fascino. Non solo puntellati dal solido tecnicismo che ormai sappiamo bene, ma anche da punte di gothic che hanno concesso il tocco macabro che occorreva. Questa serie di espedienti, analizzati dalla band durante e dopo il successo di Dreaming Neon Black, hanno formato poi lo scheletro dei brani, tecnici ma non per questo freddi e meccanici, perché alla base hanno la poliedricità e il gusto come arma segreta. Cangiante, riflessivo e brillante, Dead Heart in a Dead World è tutto quello che un fan della musica dura si aspetterebbe e che un supporter della power ballad vorrebbe. E sì, perché per la prima volta nella loro carriera la band spinge anche da un punto di vista melodico, sfornando brani che potremmo definire hit (ovviamente da non confondersi con i brani cosiddetti mainstream, destinati ad una massa poco distinta di ascoltatori). Ma a differenza di una ovvia montatura di testa da parte del quartetto, lo spirito integro degli inizi non solo rimane inerme ma raggiunge una solidità ancor più forte. I Nevermore erano consci di essere già abili nel maneggiare il loro materiale sonoro, tanto che già nei dischi precedenti, sebbene fondati su una base più underground, era possibile percepire qualunque flavour melodico. La differenza la fa la consapevolezza e la volontà di migliorare tassello dopo tassello, nota dopo nota: la band costruisce episodi melodici come The River Dragon Has Come" e le eleganti power ballad "The Heart Collector" e "Believe In Nothing", che si aprono diligentemente verso un pubblico ampio e diversificato, ma non dimenticano la roccia fondante della fan base del gruppo. Lo dimostrano gli episodi arcigni come "We Disintegrate" e "Narchosynthesis", perfetti esempi di chitarrismo e di senso del gusto della melodia. Non appare nemmeno fuori-luogo la stupenda cover dei Simon & Garfunkel, Sound of the Silence, che è stata destrutturata e rimodulato secondo un gusto più metal che folk, ma non per questo di diverso valore (a questo c'è da aggiungere il testo di Paul Simon, perfettamente aderente alle idee oscure e catastrofiche di Warrel Dane). Questo rifacimento ha colpito non poco l'opinione pubblica metallara che non si sarebbe mai aspettata un risultato così avvincente. Insomma, potremmo stare qui a parlare per ore e non ne verremo mai a capo. "Dead Heart in a Dead World" non è tanto un semplice disco musicale, ma l'emblema di una band all'apice che mai più avrebbe concesso una tale qualità ai propri fans. Vuoi per i rapporti intestini alla band, vuoi per la voglia di abbracciare nuovi progetti. E proprio per questa unicità con cui è stato concepito merita di essere ricordato come un grande disco, composto da altrettanti grandi idee. Idee che vedono una band relativamente giovane, come lo erano i Nevermore all'epoca, sbancare il botteghino portando a casa un disco semplicemente unico e memorabile.

1) Narcosynthesis
2) We Disintegrate
3) Inside Four Walls
4) Evolution 69
5) The River Dragon Has Come
6) The Heart Collector
7) Engines of Hate
8) The Sound of Silence
9) Insignificant
10) Believe in Nothing
11) Dead Heart in a Dead World
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