NEVER

TRUST

2014 - Autoprodotto

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
14/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Poche storie, anche se siamo nel 2015 e le tecnologie digitali consentono alle band di quadruplicarsi in potenza, epicità e tiro, non si può fare a meno di restare legati al sound crudo da cui il metal è nato. Oggi i software possono fare in modo che il nostro strumento, suonato una volta, possa moltiplicarsi all'ennesima potenza grazie a “diavolerie” come equalizzatori, compressori e via dicendo, ma una volta era ben diverso. Andiamo con ordine: per tutti gli anni 50', 60' e 70' vi era il dominio dell'analogico, il musicista era da solo contro il mondo, un mondo fatto di microfoni, mixer e bobine di nastri che annotavano tutto ciò che uscisse dalle sue mani, si trattasse di note sublimi o di storpiature cacofoniche, era quindi responsabilità del musicista suonare nella miglior maniera possibile con la quanto mai fantastica utopia della cosiddetta “buona alla prima”. Prendiamo i Black Sabbath, giusto per dire un grande nome, Bill Ward, Tony Iommi, Geezer Butler e Ozzy Osbourne aspettavano il via del fonico per dare sfogo a tutto il loro estro; la band suonava tutta assieme, solo in seguito infatti si inizierà ad utilizzare il multitraccia, quello che la band suonava era poi quello che finiva sul disco. Il batterista è andato leggermente fuori tempo? Problemi suoi, avrebbero risposto cinicamente i microfoni se solo avessero potuto parlare, era infatti accortezza dei compagni di jam “coprire” l'errore di chi è dietro le pelli, lo stesso dicasi per un qualsiasi altro membro del gruppo: la voce stecca? Mettiamo magari un dirt picking di chitarra ad eclissare la nota sbagliata, il basso esegue una nota imprecisa? La copre il batterista con un colpo più secco sui tom o sul timpano, in modo da creare un unica amalgama di suoni bassi. Un modus operandi che fa rabbrividire i produttori moderni: c'è un errore? Una bella ripassata di editing e oggigiorno anche il musicista più storto può suonare preciso quanto un cecchino. Miracoli della tecnologia si pensa comunemente, e lungi da me criticare l'enorme comodità e la qualità che si riesce a raggiungere con i programmi informatici disponibili sul mercato, ma guardiamo il proverbiale rovescio della medaglia: dove va a finire l'istinto del musicista o, per dirla in maniera meno metafisica, il suo tocco? Un qualunque Pro Tools, Cubase o Logic che sia è in grado di sistemare tutto, ergo è cambiato radicalmente lo stesso rapporto che i musicisti hanno con lo studio. Eppure si pensi ai capolavori del metal nati sotto il segno dell'ignoranza: “Reign in Blood” degli Slayer, capolavoro metallico indiscusso, è stato registrato con modalità ben lontane da quelle che oggi definiremmo “professionali”, cosa lo rende grande? Il fatto che quello che sentiamo sono al 100% gli Slayer senza altre macchinazioni strane, non è la postproduzione ma la materia prima a renderlo uno dei grandi dischi di sempre; quei pezzi ci arrivano dritti nella faccia come un pugno durante una rissa a guardia scoperta, ma l'impatto non lo danno le macchine o gli strumenti, bensì le mani che li suonano. Fortunatamente ci sono ancora degli araldi della concezione “retrò” dell'andare in studio: alcuni generi infatti sono ormai rodati sul rifiuto categorico di ogni aiutino digitale (fra questi però non vi compare buona parte del metal, se non le sue frange più estreme e minimaliste): dal punk, all'hardcore allo stoner, l'aiuto delle tecnologie che essi chiedono è notevolmente ridotto e ciò ci garantisce una resa assolutamente primordiale ed istintiva del sound della band in questione. Questa premessa mi è servita per presentarvi gli ellenici Never-Trust, band dedita ad un harccore-thrash assolutamente di ottima fattura. Ricordate quelle band i cui membri, negli anni ottanta, giravano di concerto in concerto regalando a chiunque il loro demo tape registrato nella cantina di casa a bassissimo costo? L'unica differenza tra questi gruppi ed i Never Trust è puramente anagrafica: si sono formati nel 2010, con un ep d'esordio l'anno seguente, ma la loro attitudine non ha nulla da invidiare agli Anthrax dei tempi che furono, ai Black Flag, ai Dead Kennedies, ai D.R.I o altri grandi maestri della materia; il fatto che il legame con il passato oggi sia quanto mai più saldo testimonia che se da un lato troviamo il progredire della musica verso il futuro, dall'altro abbiamo la lezione degli “avi” sempre ben presente; al centro ci siamo noi musicisti ed ascoltatori, che buona creanza vorrebbe intenti all'ascolto dei dischi con la mentalità il più aperta possibile, la quale, dovrebbe aiutarci ad apprezzare un album per quello che è (nel caso ci piaccia naturalmente) e non come surrogato di un qualcosa di già fatto ed automaticamente bollarlo come tale. Ma addentriamoci ora in “Bras De Fer” dei Never Trust.



L'inizio del disco è quanto di più old school si possa desiderare: la opener “Counter-Strike” si apre con un fischio di chitarra volutamente lasciato a se stesso; immaginiamo di essere ad un concerto del gruppo, con il palco approntato all'inizio dello show, lo stendardo ben innalzato e tutti gli strumenti pronti a radere al suolo il locale. Improvvisamente ecco arrivare Vic, il chitarrista della band, sul palco ed imbracciato il proprio strumento accende l'amplificatore facendolo fischiare, quasi ad avvisare i presenti che il concerto sta per avere inizio. La partenza del brano è a dir poco esplosiva: degli stacchi decisi e martellanti accompagnano un riff di chitarra in shredding, sembra l'apertura di un pezzo degli Slayer eppure, anche se non stiamo parlando della band di Tom Araya, il risultato è comunque soddisfacente. Il tempo di batteria è un quattro quarti lineare e preciso, un tempo quanto mai fondamentale nel thrash metal, su cui la chitarra ed il basso hanno modo di sfoderare un riff incisivo ed efficace. Pur trattandosi di una struttura abbastanza standard, a rendere la traccia convincente e di impatto è l'alternanza fra tempi dritti e tempi dimezzati: il mid tempo che sostiene il ritornello, raddoppiato con la doppia cassa, conferisce quel che di “mitragliante” ad una canzone che contiene al suo interno tutta la furia del thrash metal vecchia scuola unito alla rabbia senza limiti dell'hardcore. E proprio da quest'ultimo che il vocalist John si ispira nell'esprimere le sue liriche: la sua è una voce roca e sporca, un growl volutamente grattato e non troppo gutturale che richiama molto alla mente lo stile di Jamey Jasta degli Hatebreed, ideale per esprimere tutto l'odio che si prova verso un sistema sempre più corrotto che non si tira mai indietro nel vessare sempre i più deboli. A forza di stare sotto però, ogni pazienza arriva al proprio culmine; non c'è un protagonista unico in questo testo, se non un popolo ormai arrivato alla massima soglia di sopportazione, il confine è stato varcato, il governo ha spremuto dalle nostre povere tasche tutto quello che poteva e adesso siamo noi a prenderci la nostra rivincita, non con proteste e cortei ma semplicemente con un buon randello e la sola convinzione che la rivola sia l'unica via per ricominciare tutto da capo. Non sarà nelle aule di governo che nascerà questa nuova era ma nelle piazze, non di una sola città, sollevatesi all'unisono al motto urlato da John “rise against everywhere” (trad. “insorgi in ogni dove”). Ancora più marziale è l'inizio della successiva “Bras De Fer”, ancora una volta la batteria sostiene con i propri accenti il riff di una chitarra pronta alla guerra, solo che invece del rullante sono i fusti ad avere il ruolo principale: un rapido passaggio sui tom prima che inizi la nuova colata di astio sui nostri timpani. Il ritmo è un mid tempo carico di groove e potenza, segno che non servono esclusivamente le ritmiche lineari per spaccare; a muovere i fili di questa traccia è il rif di chitarra, dinamico veloce e precisissimo, che pur nel suo essere “intricato” ben si amalgama con il basso di George, che sostiene l'andare del pezzo con una ritmica dinamica e tirata. Al tempo dimezzato principale, il batterista Stas alterna un tempo ostinato sul ride, nuovamente un'altra piccola perla presa dal retaggio del grande thrash, al fine di dare altre alla proverbiale “mina nei denti” anche un senso di “schizofrenia” per una rabbia che aumenta sempre di più in un crescendo che, per dirla in maniera hardcore, puzza già di asfalto. Sul piano lirico siamo al proverbiale punto di svolta: la metafora del “bras de fer” (trad. “braccio di ferro”) è quanto mai netta è concisa. La nostra sfida contro il sistema è come una sfida al noto gioco da bar, il nostro gomito e quello di chi ci governa poggiati insieme sullo stesso tavolo, non un pianale qualunque ma le strade della nostra quotidianità, e la sfida può avere finalmente inizio. Siamo semplicemente noi contro di loro, faccia a faccia, uniti da una presa salda che sarà di fondamentale importanza per la vittoria conclusiva. L'immagine, fra l'altro, è resa molto bene anche a livello grafico sull'artwork del disco: al centro troviamo il tavolo, a sinistra una figura antropomorfa, ormai letteralmente ridotta all'osso, una chiara metafora esistenziale di chi tutti i giorni si spacca la schiena con il sudore della fronte per portare a casa la pagnotta e nonostante questo non riesce ad avere una minima stabilità economica, sulla destra invece compare un uomo distinto in giacca e cravatta: carnagione chiara e dall'aspetto curato in ogni singolo dettaglio; uno di quelli che una volta si chiamavano “colletti bianchi” ma probabilmente molto di più, un manager, un politico, fa lo stesso, quel che è certo è che questa figura guadagnerà bei soldoni non facendo assolutamente niente di utile per la comunità. Al centro dell'immagine le due braccia strette nella presa per il braccio di ferro, la sfida ha così inizio. Ad arricchire la scena, sempre in posizione centrale, un'aura elettrica attorno alle due mani, quasi ad indicare l'energia di chi lotta ogni giorno per quella che a tutti gli effetti è diventata una questione di sopravvivenza. Il nostro avversario ci irride, incitandoci a mostrargli cosa sappiamo fare, mentre la rabbia monta ancora di più dentro di noi, fino a quando non gli avremo spezzato quel maledetto braccio. Il finale del pezzo, netto e conciso, sembrerebbe rappresentare appunto questa eventualità, come un raptus di rabbia, questo potentissimo brano si esaurisce in 4 minuti di hardcore-thrash. La successiva “Tought Ain't Enough” parte senza nessun compromesso, se le due tracce precedenti si aprivano con un inizio a stacchi ora ci troviamo ad una canzone marcatamente thrash metal, viene quasi da pensare ad una versione 2.0 dei Black Flag ma possiamo tranquillamente rivolgere la nostra mente anche verso nomi più moderni e devastanti come Mudvayne o Lamb of God. Le pelli sono il motore trascinante di una struttura che dall'essere dritta nella sua prima porzione verte invece verso una serie di stop and go precisi nel finale, con una doppia cassa letteralmente chirurgica che segue fedelmente ogni pennata del plettro sulle corde delle chitarre e del basso. Siamo di fronte ad un brano che non richiede spiegazioni ma che semplicemente ci impone di far partire un circle pit non appena viene annunciato. Ad arricchire ulteriormente lo sviluppo del pezzo sono poi i cori, incisivi e mordenti quanto quelli della curva sud ad una partita di calcio, con l'unica differenza che qui la violenza si riversa solo nella musica. Gli stop and go si riconfermano un espediente ritmico particolarmente gradito ai Never Trust, che lo scelgono ancora una volta per condurci alla conclusione della terza traccia dell'album; in questi frangenti balza alle orecchie la precisione e la perizia esecutiva di Stas dietro ai fusti e di George al basso, la pausa tra uno stacco e l'altro ci anestetizza momentaneamente l'udito prima della successiva martellata nei denti data dai loro strumenti, tutto è puntato all'impatto e nel genere proposto è sicuramente un obiettivo primario che viene pienamente raggiunto. Ancora una volta il testo verte sul sociale, il tu a cui si rivolge la voce di John è ipotetico, poiché esso rispecchia, purtroppo, la situazione di milioni di persone: ancora una volta siamo stati ingannati, ancora una volta siamo stati sfruttati e ancora una volta restiamo delusi per aver posto il nostro impegno in un lavoro che non ci ha portato a niente. Il senso di amarezza purtroppo è fine a se stesso, abbiamo buttato il sangue per fare qualcosa che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto darci la sicurezza per vivere tranquillamente e invece si conclude tutto con un nulla di fatto, come il classico operaio che continua a lavorare senza sosta pur non prendendo stipendio da chissà quanto tempo e si sente dire sempre le stesse cose: “non ci sono soldi”, “non possiamo farci nulla” e via discorrendo, una macabra cantilena che accompagna il declino inesorabile di una società. “Seeking Redemption” si apre con un parlato freddo e sterile ma altrettanto inquietante. Un oscuro profeta dichiara che si prenderà la sua vendetta per un torto subito, un punisher che compie la sua dichiarazione di intenti prima di iniziare a sparare all'impazzata; saranno proprio i colpi di arma da fuoco a lanciare il pezzo: troviamo nuovamente un mid tempo a scandire il ritmo della struttura, stacchi precisi e dal tiro sempre altissimo si alternano in una serie di stop and go che sorreggono la voce di John, lanciata in una serie di “fucilate” sonore incalzanti e travolgenti prima della partenza in quattro quarti della sezione centrale del brano. Lo stile è marcatamente hardcore, la rabbia e l'insofferenza verso il sistema sono ormai i motori principali di questa macchina da guerra che sono i Never-Trust. Proprio il disagio raggiunge l'apice nelle liriche di questo pezzo: il senso di straniamento e di alienazione ci fanno vivere ogni giornata come il tassello minuscolo di un grande mosaico raffigurante la nostra noia esistenziale, ogni respiro che facciamo va a collocarsi come singola nota di una sinfonia ormai monotona che ci fa sentire oppressi, zittiti ma soprattutto insignificanti. Ad ogni passo in avanti che facciamo per recarci al lavoro, al pub o verso qualsiasi altra destinazione ne seguono due indietro portati dalle delusioni e le amarezze dell'esistenza, persino le strade che percorriamo sono sempre le stesse, non c'è mai nulla di positivo che intervenga a modificare quella morbosa routine che trascorre inesorabile ora dopo ora; per dirla citando il grande Eugenio Montale, il male di vivere non solo lo abbiamo incontrato ma è diventato il nostro costante compagno di viaggio. Attorno a noi vediamo delle facce familiari, i volti di coloro che come noi vivono in questo oblio esistenziale e noi stessi li abbiamo lasciati morire giovani. Perché sono trapassati in giovane età? Per colpa nostra, che non abbiamo mosso un muscolo per cercare di cambiare le cose, consentendo a chi ci governa di compiere sempre i loro comodi, ed andare in cerca di redenzione ormai è del tutto inutile. L'unica via di fuga è come sempre la più ardua: prendere coscienza del fatto che lo stato schiavizza ed uccide la sua stessa prole, l'unica soluzione è trovarne la via d'uscita (“You have to get out”). Torniamo nei ranghi del thrash metal più crudo ed old school con “Keep Your Distance”, il tempo parte subito serratissimo con la chitarra di Vic a trascinare con sé anche il basso di George e la batteria di Stas, creando una struttura compatta ed inarrestabile come un carro armato; non vi sono attimi di respiro, l'unico momento di tranquillità si riscontra nel tempo dimezzato dello special per poi ripartire in quarta ed investirci senza nemmeno darci il tempo di capire da dove sia arrivato il treno che ci è passato sopra. È nel finale della traccia che si fa sentire la vena più ribelle e punk del gruppo, la batteria infatti rallenta per passare ad un tempo cadenzato su cui si scagliano dei cori da stadio di sicura presa, i Never Trust vogliono lanciare un messaggio ed il mezzo per farlo e proprio la loro musica, energica e graffiante al punto giusto per smuoverci dallo stato di inettitudine in cui ci troviamo ogni giorno. Il testo della canzone si pregna di un cinismo tanto freddo quanto imparziale: ad ogni errore dobbiamo imparare ad alzarci ed andare avanti, non preoccupandoci dei rimorsi passati quanto dell'arricchimento che traiamo da queste cadute per il nostro futuro; cresciamo giocando in allegria con i nostri amici di infanzia e proprio loro, un domani, possono benissimo diventare i nostri peggiori nemici, ciò che non uccide rende più forti, recita la massima, eppure c'è ancora un altro modo per abituarsi al mondo: la vita è imprevedibile quindi occorre maturare con la consapevolezza di essere sempre pronti a lottare contro tutti senza pietà, porre troppa fiducia negli altri può trasformarsi nel nostro punto debole in un attimo, ecco perché, recita il titolo stesso del pezzo, bisogna imparare fin da subito a mantenere le distanze. Di nuovo gli stacchi di batteria aprono la seguente “Lust For Violence (L.F.V)”, la batteria accenta con la cassa ed il crash mentre la chitarra si lancia in un break prima di lanciare una partenza decisamente core oriented. Le accordature ribassate della sei corde e del basso sono senz'altro un'arma vincente per aumentare il tiro ma tutto sommato la prima porzione di traccia appare un po' spenta, questi musicisti ormai ci hanno abituati a velocità alcaline e riff al vetriolo e questa apertura non sembra conforme ai loro canoni. Fortunatamente a metà canzone vi è un cambio netto di tempo, dopo il quale parte un quattro quarti serratissimo da pogo spaccaossa, ecco che un'introduzione non del tutto convincente si trasforma subito in preludio atto ad alzare la suspence prima dello sviluppo a dir poco incendiario del pezzo. Ad affiancare i Never-Trust in questa suite distruttiva è il loro fratello, o in gergo “bro”, Manolo, che si è unito ai quattro in veste di special guest prestando il suo contributo con delle backing vocals incisive e potenti al fianco della voce di John. La furia omicida fin qui riscontrata nelle precedenti liriche si trasforma adesso in una vera e propria lussuria, un istinto insaziabile di violenza derivato solo da anni interminabili di soprusi e vessazioni subiti. Non siamo più singoli combattenti di una lotta contro il mondo, siamo diventati un esercito, un'orda che dalla strada marcia imperterrita fino alle più alte sale del sistema. Chi prova ad ostacolarci non deve osare proferire parola, perché ogni minima accusa di sovversione viene punita non con querele o altre azioni legali ma a sprangate nei denti, quella controversa legge fai da te che, per quanto irrazionale e discutibile, alle volte risulta essere l'unica alternativa che funzioni. Il solo vedere un uomo d'affari qualunque dinnanzi a noi ci disgusta; noi, vestiti di stracci, sfamati solo da un pasto spartano ma nutriente proprio perché portato sulle nostre parche mense con il sudore della fronte, e lui, con il suo bel completo su misura e di marca: basta solo guardarlo per esserne disgustati, solamente l'orologio che porta al polso equivale come minimo a diversi mesi della nostra busta paga, con la sola differenza che noi i beni di lusso possiamo permetterceli solo dopo aver tirato la cinghia, lui li riceve come regalo da qualche altro pezzo più grosso di lui per aver ricevuto le giuste marchette. Il disgusto è tale che il pensiero di potergli frantumare il cranio ci eccita tanto quanto il desiderio di passare la notte con una pornostar. Ecco che la fame di omicidio si trasforma nella lussuria più sfrenata. “Thrashcore Demonstration” può tranquillamente considerarsi il manifesto di questa band greca: il titolo della traccia (trad. “dimostrazione thrashcore”) è quanto di più azzeccato si possa trovare per quello che risulta, a tutti gli effetti, essere il manifesto di questi musicisti. La chitarra inizia fin da subito a sciorinare note serratissime e taglienti quanto rasoi arrugginiti, una colata di lame sui nostri timpani è quello che ci vuole per immergersi in un disco che è crudo nel senso più puro del termine. Il passaggio da ritmiche lineari a mid tempo è nuovamente utilizzato come espediente, con l'aggiunta di alcuni ottimi raddoppi di cassa, specie nel finale in fade out della canzone, che fanno si che la batteria diventi una vera e propria mitragliatrice che spari sulla folla senza pietà. Poco più di tre minuti di durata, in cui i Never Trust si presentano raccontano la loro storia e soprattutto dichiarano i loro intenti: loro sono mossi dalla passione e dall'ispirazione che gli offre la realtà sempre più aberrante, il comporre musica è la valvola di sfogo migliore che possiedono e nella quale si riconoscono maggiormente, si muovono un passo alla volta, compatibilmente con le loro tasche, perché anche nella musica, ahimè, al giorno d'oggi contano più gli affari che la sostanza: alle major interessa che un gruppo venda, non che sia bravo, ecco che anche il mondo delle sette note si trasforma in un freddo calcolo capitalistico di mercato, in cui il musicista è solo “merce” e non più arte. Ma questi quattro musicisti greci non si fanno scoraggiare, vanno avanti senza guardarsi indietro, cercando sempre di evolversi e rafforzando sempre la loro voglia di dire ciò che sentono, la dimostrazione thrashcore consiste proprio in questo concetto: non importa se la loro musica possa piacere oppure no, chi la ascolta avrà comunque la certezza di avere per le mani un prodotto sicuramente old school ma suonato con il cuore, non vi sono virtuosismi o tecnicismi di sorta, solo attitudine pura e cruda. “By My Self” continua il discorso della canzone precedente sia sul piano stilistico che su quello lirico. Il tempo è sempre sostenuto e dinamico ed il main riff si presenta subito serratissimo e di alta perizia esecutiva. Ciò che colpisce dei Never-Trust è senz'altro la loro capacità di suonare pezzi che, seppur abbastanza semplici a livello strutturale, godono di un tiro che solo chi vive la propria musica è in grado di suonare, unendo l'amore per l'old school alle sonorità moderne; per spiegarmi meglio, è come se i Lamb of God suonassero i pezzi di “Among The Living” degli Anthrax. La sezione ritmica di Stas e George ci offre qui una delle proprie migliori performance, tutto il brano infatti gode di un sostegno letteralmente monolitico su cui la chitarra di Vic ha modo di far cadere a pioggia le proprie note, sempre spruzzando thrash da ogni singolo poro. Se nel testo precedente i Never-Trust ci raccontavano la loro condizione di “outsider soli contro il mondo” nel mercato discografico ecco che ora il discorso si fa più individuale ed applicato alla vita di tutti i giorni: tutto ciò che ci capita ci indebolisce ed ogni giorno il sistema cerca di schiavizzarci ed assoggettarci ma noi andiamo avanti, soli contro il mondo, non c'è nemmeno più il tempo per poter cercare di aiutare i nostri simili, ogni sforzo in tal senso si è rivelato vano, ma la battaglia della vita va combattuta e allora ecco che imbracciamo le nostre armi per scagliarci da soli contro il mondo intero. C'è l'eventualità di non riuscire, di non cambiare nulla ma bisogna pur provarci, anche se le possibilità di successo sono poche, perché è sempre meglio aver provato e fallito che non aver mai tentato e continuare a vivere di rimpianti. Non ci importa di niente e di nessuno, non abbiamo bisogno di nessuno, continueremo a lottare per conto nostro, finché avremo ancora un briciolo di forza in corpo. Molto più incisivo è l'incipit della seguente “Jack The Lumberjack”, a tornare in mente sono ora le sonorità dei grandi Sepultura dell'era dei due fratelli Cavalera, in particolar modo del periodo “Arise”, capirete bene che sono garanzie più che valide per non restare delusi. La batteria ed il basso spingono nuovamente sull'acceleratore lanciando un riff di chitarra impregnato di attitudine in ogni nota; il tempo è un tupa tupa secco e dritto, il tempo per eccellenza di tutti gli amanti delle sonorità vecchia scuola. Ad arricchire maggiormente la struttura sono i powerchord della sei corde, aperti e sostenuti che si alternano al riffing serrato della strofa, tale apertura consente quindi ai cori del ritornello di risultare ancora più incisivi e di facile presa, ideali per imprimersi nella nostra testa senza doverci nemmeno compiere lo sforzo di ricordarli. Protagonista di questa lirica è appunto Jack The Lumberjack, la popolare raffigurazione del boscaiolo grande e grosso che vive nella foresta; un uomo rude, con la barba ed i capelli incolti, vestito di stivali, jeans e camicioni e sempre in possesso dell'ascia con la quale si taglia la legna per scaldarsi nella sua capanna. Una figura primitiva senza dubbio ma che si pone come metafora esauriente di quella vita pura, semplice e a stretto contatto con la natura, una sorta di età dell'oro in cui l'uomo viveva solo di ciò di cui aveva bisogno, incorrotto dall'ottica consumista dell'era moderna per cui sprechiamo i soldi acquistando cose di cui non abbiamo nemmeno bisogno pur di obbedire alle leggi di mercato. Il testo del pezzo racconta proprio la rivolta di Jack a questo disfacimento sociale: lui sarà pure grezzo ed arretrato nel suo modus vivendi, eppure abbastanza al passo coi tempi da capire a quale bruttura sia giunta la società moderna. Anche in questo caso egli è solo, un anticonformista dei boschi che viene automaticamente etichettato da individui vestiti con abiti griffati e fotografato da una miriade di smartphone per essere subito condiviso su Facebook. Lo schifo provato è tale che il bonaccione Jack, un classico gigante buono, improvvisamente impazzirà e brandirà una motosega per dilaniare le nostre carni e bollirle sul fuoco, quasi a purificare i nostri corpi ormai corrotti dall'inesorabile avanzare dei tempi e del progresso, ed è proprio con un rumore di urla strazianti e motoseghe a pieno regime che si conclude la canzone. Il disco si chiude con “Groove Squad”, aperta da un riff in palm muting di chitarra granitico e marziale. L'ingresso del basso e della batteria appesantisce ulteriormente lo sviluppo, creando un vero e proprio muro di suono che si trasformerà poco dopo in un compatto incedere su un quattro quarti serratissimo con la doppia cassa in trentaduesimi a spingere il tutto. Ancora una volta i Never Trust tornano a seguire le loro muse più harcore punk, band come Agnostic Front, Hatebreed e Biohazard appaiono immediatamente riconoscibili nei loro ascolti durante lo scorrere del pezzo. Il crescendo finale si sviluppa poi come un vero e proprio tritacarne, impossibile infatti esimersi dal fare headbanging, o ancora meglio, da lanciarsi in uno pogo sfrenato nel caso si abbia la fortuna di sentire “Groove Squad” dal vivo; come per la precedente “Thrashcore Demonstration”, anche questo testo è marcatamente autocelebrativo, del resto nell'hardcore thrash un po' di autoironia non ha mai fatto male e tranquillizzatevi, non siamo certo ai livelli dei Manowar, anche se il messaggio appare ugualmente convincente. Con i Never-Trust non c'è affatto da scherzare, non perché non abbiano senso dell'umorismo, anzi la loro ironia verso l'attualità è quanto mai tagliente, solo che loro te la sparano in faccia a forza di riff al vetriolo e legnate sonore dure quanto un muro di mattoni. Da questo testo emerge inoltre il forte senso di gruppo che questi ragazzi ellenici sentono fortemente, non si tratta di John, Stas, Vic o George come individui ma si tratta dei Never-Trust, i loro messaggi sono chiari e diretti proprio perché sono frutto del lavoro compositivo di tutti e quattro i membri non di uno solo. Questi quattro musicisti sono uniti non solo nel fare musica ma sono anche compagni di vita, ognuno con il proprio lavoro ed i propri interessi ma che alla sera si trovano in sala prove per esorcizzare i propri demoni. L'unica pecca in questo pezzo è il finale netto: essendo in chiusura di disco sarebbe stato preferibile un finale altrettanto esplosivo ma più duraturo, non solo per congedare gli ascoltatori ma anche per rimanere coerenti con lo stile “bootleg” utilizzato per aprire la prima track del lavoro; salvo questa piccola critica comunque, la canzone conclusiva dell'album si presenta senz'altro come una delle più esplosive della tracklist.



Questo “Bras De Fer” è un disco che colpisce in tutti i sensi: innanzitutto per il suo sound compatto, crudo, diretto e volutamente orientato verso la tradizione old school, in secondo luogo per l'istintività ed il pathos che possiedono i pezzi in esso contenuti. Come per un qualunque altro messaggio, quello che deve trasparire dai testi del lavoro deve essere chiaro e conciso e fedelmente all'antica regola letteraria della convenentia lo stile deve essere adatto al contenuto: i Never-Trust vogliono farci riflettere su quella che è la realtà di tutti i giorni, a prescindere dalla nostra nazionalità, una quotidianità dove lo squilibrio sociale vede sempre ai vertici una spavalda minoranza di eletti (non sempre da noi) spartirsi la ricchezza del resto del globo, lasciando a noi plebei solo le briciole, che a loro volte vengono via via sottratte dalle nostre tasche con qualche viscido ed infido sotterfugio. La loro attenzione verso il tema sociale non è certo celata sotto metafore o altri giochi verbali, dai testi trasudano frecciate, accuse ed ingiurie che non potrebbero essere più chiare, ma si tratta di thrashcore, la musica deve quindi essere dura e scarna tanto quanto lo è la vita nei sobborghi metropolitani. La stessa immagine della titletrack si rivolge ad uno dei giochi più popolari del nostro retaggio culturale, il braccio di ferro a cui si sfidavano gli operai ed i portuali nelle osterie dopo una lunga giornata di lavoro; la sfida questa volta vede fronteggiarsi la working class con la classe dirigente, i lavoratori sfidano il potere sul loro metaforico campo da gioco, consapevoli che se la partita si disputasse sul campo dei manager si partirebbe sconfitti in partenza, cavillati in ogni dove non solo per essere sconfitti ma per essere anche umilianti. Anche il sound del lavoro si dimostra all'altezza del contenuto: vengono privilegiate le frequenze medio-basse al fine di conferire ai brani un sound più avvolgente e di impatto, quella che tutti noi metallers ricerchiamo definendola la proverbiale pacca, inoltre, le chitarre sono volutamente caricate di gain, al fine di far uscire il suono delle sei corde il più corrosivo e graffiante possibile, un trucchetto questo che garantisce una resa ottimale al lavoro. Le canzoni non sono certo molto variegate tra loro in materia di composizione, ma visto il genere proposto non servono strutture complicate, anzi, più le tracce sono brevi e dirette meglio arriva il messaggio che esse vogliono trasmettere. Se avete avuto una dura giornata di lavoro, magari con qualche screzzo con il vostro caporeparto, mettetevi su questo disco, sarà senz'altro un buon coadiuvante per sfogare tutta la vostra rabbia.


1) Counter-Strike 
2) Bras de Fer 
3) Tough Ain't Enough 
4) Seeking Redemption 
5) Keep Your Distance 
6) Lust for Violence (L.F.V.) 
7) Thrashcore Demonstration 
8) By Myself 
9) Jack the Lumberjack!
10) Groove Squad