NERODIA

Prelude To Misery

2013 - Revalve Records

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
29/11/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Prelude To Misery” è il titolo dell'EP uscito per Revalve Records lo scorso 11 novembre 2013 dei romani Nerodia. La band si forma nel 2004, da un'idea del chitarrista e cantante Giulio Serpico Marini e del bassista Davide Villa: le loro influenze thrash old school, unite a un'attitudine piuttosto punk, si evolvono col tempo verso un indirizzo black metal moderno, influenzato anche dalla scena death metal. Nel 2007 la band si esibisce per la prima volta, con Francesco Latini alle pelli e Luca Fois alla seconda chitarra: dopo numerose esibizioni live di successo, la band decide di registrare la prima demo nel 2008, aprendo la strada alla registrazione del loro primo album, “Heretic Manifesto”. Dopo numerosi cambi di line-up, i Nerodia vivono un periodo difficile nell'estate 2012, ma riescono a tornare in carreggiata reclutando David Folchitto alla batteria e Marco Montagna alla chitarra solista. Grazie alla collaborazione dei quattro, “Prelude To Misery” riesce finalmente a vedere la luce, offrendo un sound a metà strada tra il moderno e classico, influenzato da band del calibro di Venom, Satyricon, Destruction e Immortal. A partire dall'artwork, “Prelude to Misery” si presenta molto invitante: all'occhio saltano immediatamente due mostruosi esseri con tanto di falce in ben salda in pugno, padroni di un'atmosfera infernale. Un riassunto visivo che testimonia alla perfezione quel che si racchiude in questo vaso di Pandora musicale. Da un ascolto iniziale, “Selfsick Madness” porta con sé un'immediata smorfia inclinata tra il maligno e il sarcastico, un sorriso che per induzione si verrà a stampare anche sul volto di chi ascolta. Il riff principale, in tutto il suo splendido, diabolico fascino, introduce il brano, che va a spezzarsi per lasciare spazio a un blast beat feroce: compare la voce, in uno scream misto a growl, accompagnata da una chitarra serpeggiante e molto acuta. Il pezzo scorre fluido, trascinando l'ascolto in un balletto tra dannati e serpenti, direttamente al Canto XIII dell'Inferno: lo splendido testo ci porta infatti alla Divina Commedia, citando direttamente le parole di Dante. Le liriche del brano riprendono il motivo per cui i dannati del XIII Canto dell'Inferno si trovano tramutati in arbusti: con frasi minimali e una metrica intrigante, si parla di una condizione di esistenza malata, intrisa di follia, che getta via la propria vita con disgusto. Sembra essere un avvertimento, ecco ciò che accade a chi, come quei dannati puniti e tramutati in piante per aver violato la loro condizione umana, si toglie la vita. Un bel riff corposo e tirato lascia spazio a uno splendido assolo di chitarra: il suono è pulito, netto, bello, in sostanza, e soprattutto in grado di infondere brividi di piacere sulla schiena. Cosa ancor più importante, nonostante la sua durata sia generosa, non tende a stancare, visti i molteplici cambi di scena e situazioni proposte. “Selfsick Madness” si conclude sulle note della strofa, lasciando modo di godere di quel riff così coinvolgente per un'ultima volta. Il sound estremo di “Dead End Procession” avvia il pezzo con una chitarra acidissima e un blast beat bestiale, vorticoso e convulsivo: si apre il riff della strofa, un'evoluzione stilistica e musicale veramente ottima. Ancor meglio il ritornello, con un tocco pulito di chitarra, in forte contrasto con la voce, al limite con lo scream: ma la sorpresa si cela nel bridge, che ci offre uno stacco melodico onirico, quasi, con protagonista una chitarra pulita, dal sound enigmatico. Le dinamiche ritmiche sono una goduria, perfettamente sincronizzate con quelle degli altri strumenti: un puzzle nero e rosso sangue che combacia alla perfezione e dove ogni pezzo narra del dolore, del tormento, di un'oscurità interiore talmente forte da andare a intaccare la vita di chi vede sparire la propria felicità. È per questo motivo che amiamo coloro nei quali riusciamo a trovare la nostra esistenza, altrimenti rischieremmo di cadere in un baratro di solitudine, nero come l'odio. Con “The Birth of the Dragon” ci troviamo sulle rive del Cocito, con Ecate come guida e Caronte come compagno: mentre il Cracken emerge dagli oceani abissali del cuore dell'Inferno, si parla di un tradimento, come quello di Giuda, Bruto e Cassio nei confronti del cielo. Il pezzo si avvia su un tema che incita alla battaglia, esplodendo poi in una lotta cruenta e spinosa: dietro alle pelli cannonate di potenza invigoriscono la situazione, mentre i colpi di chitarra stridente si accordano con la violenza della voce grattata e graffiante. Un bel cambio di scena annuncia un pre-chorous di puro piacere, le sonorità si incupiscono caricando la scena, che si trasforma in pura estasi col ritornello: troviamo il solito canto secco, accompagnato da una linea melodica pulita, entrambi perfettamente posizionati su di un terreno calmo e relativamente tranquillo dal punto di vista ritmico. Ottimo lo spazio riservato all'assolo, l'ennesima dimostrazione che i Nerodia sono in grado di cambiare radicalmente situazione con uno schiocco di dita: sicuramente ci troviamo di fronte a una delle tracce più interessanti dell'EP, che suona a metà strada tra un incubo e un sogno proibito di splendida violenza. “Under My Black Wings” porta alla ribalta la luce dell'oscurità che riesce a trionfare in un mondo ormai privo di bellezza, ridotto in cenere, pronto ad accogliere l'Inferno. Sotto le ali nere di un nuovo tempo, il sole non sorgerà più, e il mondo sarà pronto a far da spettatore all'alba di un nuovo dio che non giudica né tradisce mai, generoso nel dare ciò che si vuole ma meticoloso nel ricordare che tutto gli appartiene. È tempo di una nuova era o sono le persone a esser così cieche? Già dall'introduzione ci troviamo di fronte a un bel riff corposo, ricco di brillanti evoluzioni entusiasmanti. La strofa è piuttosto cattiva, con chitarre deliranti e una voce acida a prendere in mano la scena che si fa via via più intensa, fino a esplodere in una pioggia nera e oleosa nel ritornello. Il bridge è l'ennesima sorpresa entusiasmante di questo EP, semplice ma vorticoso, una discesa lieve verso la fine del brano, che si conclude sulle note del ritornello. “Under My Black Wings” si ricollega stilisticamente all'ultima traccia, “The Univited Guest”, cover dei Mercyful Fate: una rivisitazione molto interessante e ben eseguita di un gruppo storico e di un album del calibro di “Into The Unknown”. “Prelude to Misery” è una bomba, nel vero senso della parola: è un'esplosione continua di grinta, idee e situazioni musicali eccellenti. La varietà e la portata del lavoro lo rendono accessibile a chiunque, amanti o meno del metal più estremo: entusiasma a prescindere dai pregiudizi di genere che spesso si tende, erroneamente, a portare innanzi a un lavoro. Ci riesce sia per il talento che i Nerodia hanno dimostrato di avere in grande quantità, sia per la scelta dei suoni che stanno dietro alla produzione: i passi più estremi, più marci e putridi, si rivelano per ogni verso esempio di un gusto musicale affinato, difficile da scovare in un EP. È un viaggio con Caronte traghettatore dell'Ade, da una sponda all'altra di un universo a metà strada tra la dannazione e l'esaltazione, tra il cinismo e un'energia nera, ma pur sempre vivace: con “Prelude to Misery” si respira una ventata intensa di zolfo scuro, ribolle il sangue per la trasformazione mostruosa alla quale si va in contro e quell'espressione maligna, quel sogghigno demoniaco che compare con “Selfsick Madness”, permane, fino alla fine. Questo vaso di Pandora musicale si è aperto, ma non si è esaurito assolutamente: nell'attesa di vedere un bel full-lenght dei Nerodia, impariamo a respirare la loro energia nera e, come loro, a trasformare i nostri demoni più interni in ottimi esempi musicali.


1) Selfsick Madness
2) Dead end Procession
3) The Birth Of The Dragon
4) Under My Black Wings
5) The Uninvited Guest 
(Mercyful Fate cover)