NEROCAPRA

Mefisto Manna

2014 - Justified Violence Records

A CURA DI
MARCO PALMACCI
29/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Roots, Bloody Roots! Un urlo cavernoso, ancestrale, carico di seminale bestialità. Un ritornello particolarmente irruento e facile da ricordare, parole - simbolo di una tradizione, indistruttibile distintivo con su inciso il proprio patrimonio. Sia esso artistico, culturale, poco importa. Quel brano dei Sepultura voleva solamente lanciare un messaggio, unico nel suo genere: mai dimenticarsi di chi si è, mai scordarsi ove le proprie radici affondano. Terriccio morbido e ben irrigato, sangue torbido e denso.. in entrambi i casi, mai scordarsi del proprio passato, della propria strada. Dei propri albori. Un messaggio non molto ben capito, purtroppo, dai metalheads del 2000, ormai sempre più lontani da quella passione, da quella ruvidezza, dall'irruenza, da tutte le cosiddette "colonne portanti" del nostro genere preferito. Questo primo ventennio (in fieri) del duemila è quanto meno piegato alle logiche di mercato, ed anche il mondo dell'Acciaio Pesante ne risente tristemente, in quanto TROPPE band "Metal" stanno oramai perdendo la voglia di mettersi in gioco, di stupire, di creare qualcosa che sia di grande impatto e soprattutto che lasci il segno. Si lascia tutto nelle mani di un corposo "team" di "esperti", personaggi troppo spesso intenti a capire cosa vende piuttosto che cosa effettivamente vale la pena ascoltare.. personaggi che si occupano di rendere "presentabili" questi giovani artisti, renderli dei "numeri uno", dei fenomeni da hit parade. Ecco che la tecnologia tende la sua furbesca mano: superproduzioni, accorgimenti atti a rendere impercettibili delle lacune musicali piuttosto marcate, pulizia a fondo del sound, computers.. chi più ne ha, più ne metta. Cosa ne è stato, dunque, di quelle radici? Vogliono realmente farci credere che il tutto sia ormai caduto nel dimenticatoio, seppellito "dal tempo e dalla polvere", tanto per citare i Mayhem, che su quella bestialità primordiale hanno basato la loro carriera e il loro genio? Difficile a dirsi, ma la risposta sembrerebbe essere affermativa. In un mondo in cui nessuno ha più voglia di proporsi e perché no, imporsi, carico di una sana voglia di sconvolgere gli animi, sembra proprio che sia "tutto quel che è Perfetto", a dominare. Perfetto per i produttori, per la hit parade, per un manipolo di giovanotti ormai privi di interesse, che vedono nella t-shirt "nera coi teschi" unicamente un modo per ribellarsi all'autorità genitoriale, quel tanto che basta per sfogarsi. La Passione, dov'è? Forse più vicina di quanto pensiamo, se si osserva, smettendo di guardare solamente (osservare vale molto di più di guardare, chiaramente). E paradossalmente, forse questa Passione, queste "Roots Bloody Roots", sono addirittura in casa nostra. Nell'Italia ove è proprio l'industria della musica usa e getta, a governare. In questo scenario di falsità, finzione e soprattutto immobilismo riesce dunque a sgomitare e ad uscire dal coro un combo di ragazzi piemontesi, dal nome assai particolare, se non altro evocativo e grottescamente malefico allo stesso tempo. Direttamente da Torino, arrivano sino alle nostre orecchie i Nerocapra, un gruppo particolare, basato sulla volontà di recuperare sonorità ottantiane ed assai estreme, tant'è che sono loro stessi a descriversi usando un particolare epiteto, quello di "Primitive Metal", ovvero un gruppo atto a suonare Metal Primitivo, quello degli albori, quello grezzo, scolpito in maniera grossolana ma assai diretto ed efficace.. proprio quelle sonorità impregnate di quella cattiveria di cui abbiamo parlato. Quella stessa cattiveria che fu locomotiva e forza generatrice del sound di gruppi come i Venom, in questo caso alfieri di tutto ciò del quale parliamo e sicuramente fra gli ispiratori principali dei Nerocapra, ma andiamo per gradi. Il gruppo si forma nel 2003 grazie all'unione di Mirco Rizzi (chitarra / voce) e Dne (chitarra / voce), due amici di vecchia data uniti dalla passione per tutto ciò che, musicalmente parlando, è in un certo qual modo estremo. Non v'è spazio per le melodie o per i riff intrisi di ottimismo e torbida ruffianeria, nella vita di questi ragazzi: niente ritornelli orecchiabili, niente cori, niente di niente; solo velocità, ritmi incalzanti, voci rauche e crudeli, come se provenissero dal profondo dell'inferno. Chiaramente, queste particolarità erano esaltate non tanto dagli album prodotti da grosse label, che comunque intervenivano sul prodotto finale per limare (seppur poco) qualche tratto forse eccessivamente "distruttivo". Il sound che i due ragazzi cercavano proveniva dai cosiddetti demotapes, molto spesso rigorosamente autoprodotti. La Demo, soprattutto in ambito Death e Black (i generi che più affascinano i nostri Nerocapra, i quali si sforzano di presentarci uno splendido connubio fra i due), non venivano infatti "limitate" da nessun obbligo, contrattuale o musicale. Semplicemente, i componenti della band svuotavano le loro tasche, si guardava quanti soldi c'erano e via, con quel che si aveva si noleggiava l'attrezzatura, direttamente proporzionata alla quantità di denaro. Si era soli, senza produttori o manager. Soli con la propria musica, con la voglia di urlare al mondo la propria rabbia. Schietti, genuini, senza filtri: così erano i gruppi che, in quelle demotapes, apparivano, senza troppi timori di risultare "inadeguati".. chi non sopportava quella forza, quella potenza, quella violenza, poteva tranquillamente recarsi altrove. Del resto, era questo il modus operandi di gruppi che, negli anni '80 e '90, decidevano di mettere a ferro e fuoco le loro scene. Il cosiddetto "battesimo del fuoco" avvenne con gli inglesi Venom ed i loro inni al Maligno, dischi come "Welcome To Hell" produssero un effetto domino che fu difficile da arrestare, e le conseguenze si fecero subito osservare, in tutta la loro potenza. Dopo una manciata di anni, in tutto il mondo si manifestarono realtà importantissime e "di nero tinte", bands che facevano dell'assalto in musica il loro solo ed unico credo. Nell'America latina erano gruppi come Sarcòfago e Sepultura a dettare legge in quel senso, a suon di chitarre distruttive, voci allucinate, percussioni martellanti. Spostandoci negli U.S.A c'erano Chuck Schuldiner ed i suoi Death, che nel 1987 esordivano con il corrosivo "Scream Bloody Gore", in Europa erano gruppi come i Sodom ed il loro "In The Sign of Evil" ad imporsi. Spostandoci in Italia, le prime leggendarie demo dei Death SS e la loro allucinante proposta musicale sprovincializzarono e di molto il nostro panorama artistico. Vi furono poi gli inizi degli Schizo, l'esordio infernale dei Bulldozer ed in seguito i tuoni degli Horrid, gruppi - alfieri di una nuova era, i quali iniziarono a scrivere una Storia ben lungi dalla giovialità e dalla spensieratezza di generi come l'Heavy. Del resto, il tutto era nato perché "eravamo stufi di cantare di ragazze come facevano i Def Leppard", Conrad "Cronos" Lant docet. Questo è dunque il background dei Nerocapra: niente sconti, niente prigionieri, niente che possa risultare anche solo per un attimo accomodante o comunque ben augurante. Passarono gli anni ed i nostri giunsero nel 2007, anno che vide il completamento della formazione con l'ingresso del batterista Giamma. L'unione non sembra durare, comunque, per troppo. Nel 2009 Giamma abbandona la band e viene presto sostituito da B. Il terzetto è ora completato, ed i nostri possono finalmente regalare ai loro fan il loro esordio ufficiale, una demo datata 2009 (intitolata semplicemente "Demo 2009") e dalla copertina assai semplice, ma splendidamente efficace. Naif a tratti, con il suo sfondo totalmente nero, il logo della band (rigorosamente in caratteri bianchi e "tremuli") e la testa di un caprone a dir poco stilizzato. Questo stile, tipicamente proprio delle band pocanzi citate ai loro esordi (quando le copertine dei demotapes consistevano in un disegno a penna o pennarello fatto in fretta su di un pezzo di carta, con la tracklist rigorosamente scritta a mano), è quello proprio anche della musica. Un esordio dunque più che convincente, presto bissato dal primo, vero full - length dei nostri, uscito nel 2011 e targato "F.O.A.D. Records". "Vox Inferi" ("La Voce dell'Inferno") giunge come una vera e propria consacrazione di intenti, come una sorta di coronamento di tutto ciò che i Nerocapra volevano (e vogliono ancora) proporre: un disco tiratissimo, registrato senza troppi orpelli, portatore di un modo di suonare inusuale per gli anni 2000. Rabbia, tanta rabbia. Bordate sonore che spaziano dal Death Metal più crudele al Black Metal più misantropico ed oscuro, un perfetto compromesso fra i due generi che meglio (assieme al "figlioccio" Grindcore) riescono ad esprimere quanto più di "nero" esista, in questa vita. Lanciato da brani come "Heaven Smiles" (del quale viene anche realizzato un particolarissimo videoclip, nel quale la band viene vista suonare nella propria sala prove e, particolare assai "inquietante", il volto di Dne non viene mai chiaramente inquadrato), questo "Vox Inferi" si pone esattamente come doveva porsi. Una ventata d'aria fresca ma al contempo ancestrale, una bordata di violenza che riporta il Metal in una sala prove, non in un Gran Galà. La concretezza forse "minimale" di una band che non le manda certo a dire, anzi, che urla, che strepita, che ci invade di riff spacca ossa e percussioni martellanti e per nulla avvezze al riposo e alla calma. Passano tre anni e qualcosa cambia: Dne abbandona la band, ormai composta unicamente da Mirco e B, i quali comunque non si arrendono e donano a "Vox Inferi" un fratello ancor più selvaggio e crudele. Siamo nel nostro presente, nel 2014, ed ecco a voi l'ultimo lavoro dei Nerocapra, intitolato "Mefisto Manna" ("Justified Violence Records", più l'apporto della "Warhell Records"), composto da otto tracce ed a conti fatti degno successore del suo predecessore. Da sottolineare anche l'ingresso nella band di Alessandro, che non ha partecipato alle registrazioni di "Mefisto.." ma fa parte, tutt'oggi, della band a titolo effettivo. Addentriamoci, dunque, in quelli che i Nostri definiscono come "trenta minuti di primitivo Black / Death Metal". Se anche voi siete ansiosi di riassaporare quei bei tempi che furono.. ebbene, siete nel posto giusto, gentili lettori. Caliamoci in questi oscuri solchi e prepariamo le nostre orecchie ad un autentico assalto sonoro.. siete pronti? Let's Play!

Ad aprire le danze sono voci distorte e demoniache, acide e ruvide quanto basta, presto raggiunte da un riff tagliente quanto un rasoio. E' questo l'inizio di "Fame D'Aria", che come biglietto da visita risulta essere perfetto a dire poco. La struttura della canzone è assai semplice, ma il tutto non la limita, anzi, è proprio questa semplicità a renderla un vero e proprio trionfo dell'estremo. La batteria di B è impostata su di un blast beat alienante, disturbante, che cessa di martellare solo in pochi frangenti salvo poi ritornare sui binari originali. Dal canto suo, Mirco è un chitarrista deciso a non concedere sconti; la sua chitarra è un tripudio di rimandi e riferimenti, sia in ambito Death sia in ambito Black, e, meravigliosamente, notiamo quanto ognuna delle due scuole risulti essere parimenti incisiva. Il riffing è di chiara matrice europea, possiamo ascoltare in queste note sia la cattiveria dei primissimi Gorefest (quelli della demo "Tangled in Gore", per intenderci) sia la crudeltà dei Mayhem periodo "Deathcrush". Un connubio che non risulta comunque "isolato", dato che a condire il tutto arriva una spruzzata di Cripple Bastards (leggende del Grind italiano) ed un momento assai particolare, giungente verso la conclusione del brano, verso il minuto 2:18. Dopo un ritornello praticamente urlato ed accompagnato dagli strumenti ancor più forsennati che prima, veniamo messi dinnanzi ad una sorta di climax, ad un crescendo rossiniano di emozioni e sensazioni. La band gioca con la sua volontà di esplodere e questa volta dosa meglio l'intensità dei suoi bombardamenti finali, tenendoci col fiato sospeso sino alla fine, quando sono nuovamente i riff serrati / ossessivi ed il blast beat a dominare. Ottimo esordio, dunque, per questo disco  che vuole sin da subito mettere le carte in tavola. Niente intro strumentali o particolari, si batte il ferro finché caldo e "Fame D'Aria" risulta essere una martellata a dir poco efficace. La voce crudele, distorta, a tratti incomprensibile, la batteria programmata per condurre ritmi al limite dell'umano, la chitarra che trasuda Death e Black da ogni dove. Una struttura semplice, che beneficia del suo momento più estremo verso in concomitanza del ritornello.. un qualcosa di non variegatissimo o "progressivo", ma assai più vincente (e CONVINCENTE) di tanti altri pezzi "ben" articolati e pieni di voli pindarici fini a loro stessi. Esordio promosso con lode. Altra particolarità del combo torinese è la volontà di cantare in Italiano, proponendo testi molto originali e per nulla scontati o banali. Le lyrics di "Fame D'Aria" sono difatti abbastanza criptiche, forse portatrici di un significato molto personale, nascosto, particolare. Leggendo i versi possiamo tuttavia effettuare varie congetture. Avere fame è sinonimo di bisogni da appagare a qualsiasi costo, senza compromessi: non si può ignorare il bisogno di mangiare, il nostro corpo lo richiede, ne abbiamo bisogno per vivere, dunque parliamo di bisogni di prima necessità. Ed avere fame d'aria può difatti essere sinonimo di voler vivere, volersi liberare di una sorta di prigionia opprimente ed asfissiante. Uno status dunque "castrante", che non ci consente di esprimerci al meglio e ci rende semplici comparse di quella Vita che, quasi, desidera vederci oppressi e disperati più di ogni altra cosa ("aggrappato, affannato, spaventato, sollevato, naturale circolo, bastardo destino"). C'è però una fortissima volontà di ribellarsi, di "respirare" appunto, di cibarsi di tutto ciò che in un certo qual modo potrà salvarci da una fine sgradevole ed ingloriosa, degna della vigliaccheria di chi non può ergersi a padrone della propria esistenza, perché incapace di reagire, in quanto spaventato ("nell'orgoglio del tempo indefinito, dalle parole aggrovigliate, nel tuo sapore, nel tuo dolore, lasciami respirare"). Arriva per tutti il momento di avere fame d'aria, resta solo da vedere in quanti saranno effettivamente pronti a saziare questo appetito e in quanti, invece, si lasceranno semplicemente morire di stenti. Proseguiamo avanti tutta, e subito veniamo accolti dal brano numero due del lotto, nonché tracklist: "Mefisto Manna" si presenta alle nostre orecchie come un brano più lento e per certi versi ragionato, che mette momentaneamente da parte le velleità à la Cripple Bastards per proporci dei riff assai più cadenzati, ragionati, scanditi da un tempo più preciso e meno cadenzato, almeno nella sua prima parte. Possiamo, difatti, dividere il brano in due momenti ben distinti: nel primo, osserviamo come l'influenza primaria sia sicuramente l'oscurità di gruppi come i Celtic Frost o gli altrettanto seminali Root, complesso ceco ai più sconosciuto ma assai importante per quella che è stata l'evoluzione musicale di gruppi come i Nerocapra. Un'andatura dunque oscura, tinta di death - black ed imperiosa come una "marcia dei dannati". Ascoltiamo attentamente il susseguirsi di queste note sferraglianti, il cui cammino è scandito da una ritmica poderosa ed instancabile: sembra quasi di trovarsi al cospetto di una processione, maledetta e spaventosa, ove nere figure avanzano tetre ed a testa bassa, intente ad affossare qualsiasi cosa si paia dinnanzi al loro cammino. Il riff portante riprende dunque l'attenzione per l'oscuro che i gruppi pocanzi citati (Celtic Frost e Root) riversavano nelle loro composizioni, adottando l'espediente della violenza sonora priva della "solita" velocità disarmante e distruttiva. "Veloce" non è sempre sinonimo di "cattivo", si può tranquillamente risultare possenti e roboanti anche dilatando i tempi, come in questa precisa situazione, in cui è l'alienante ed ipnotico incedere della chitarra di Mirco a farla da padrone, chitarra accompagnata da una voce ancor più terribile, roca ed acida. Riff leggermente più melodici supportano quelli più aggressivi verso il momento che va dal secondo 48 al minuto 1:36, in cui udiamo una chitarra diversa, che emette note maggiormente più chiare e squillanti, a supporto di quello che è comunque l'impianto generale del pezzo. Giungiamo così alla seconda parte di quest'ultimo, nella quale viene compiuta un'accelerazione che ci catapulta in un ambiente adatto a band come i Venom ed i primissimi Bathory: Metal estremo, suonato come si deve, che sprizza old school da ogni dove, tanto che il riff che possiamo udire a partire dal minuto 1:48 è certamente tinto di nero, ma possiede un forte retrogusto di quello speed metal misto di punk, che proprio negli anni della NWOBHM mieteva vittime vedendo nei ragazzi capitanati da Cronos i suoi portabandiera. Nuovo momento devastante verso il minuto 2:50, in cui tutti gli strumenti esplodono letteralmente, compresa la batteria di B, picchiata a più non posso dall'energico drummer, il quale sfodera in questo frangente tutte le sue potenzialità. Il finale è un susseguirsi di riff al vetriolo, intervallati da continui stop, i quali ci illudono che la traccia sia finita, salvo poi rivelarsi il preludio per un altro riff, fino alla conclusione effettiva del pezzo. Dal punto di vista lirico, notiamo come questa volta non sia solo l'italiano ad essere presente; benché la nostra lingua sia quella dominante, una strofa è cantata interamente in inglese, e tutto il testo riprende i toni criptici già presenti in "Fame D'Aria". Cominciando ad analizzare il titolo, possiamo notare come questo possa avere, forse, due significati. Dapprima, possiamo notare come il "Mefisto Manna" sia una categoria di petardi molto nota per la sua potenza esplosiva, e forse questa omonimia potrebbe giustificare il genere di musica che stiamo ascoltando, metal estremo della vecchia scuola. Tuttavia, "Mefisto", abbreviativo di Mefistofele, è anche universalmente sinonimo di Diavolo, inteso come Anticristo, e dunque Satana. Questa antonomasia fu creata dallo scrittore Goethe, che nel suo "Faust" usò proprio il nome Mefistofele per descrivere la figura con il quale il protagonista stringe un patto maledetto per ottenere immortalità ed eterna giovinezza. L'anima in cambio della vita eterna, il più classico dei compromessi ai quali si giunge con il Demonio. Leggendo le liriche, sembra proprio di trovarci a contatto con la bramosia distruttiva di un uomo che pretende troppo: "bramo l'ansia del possedere, pensare a me stesso sazio e stanco / si rotolava nella polvere con piacere, creando, tentando, strisciando, sperando di possedere", parole che descrivono una forte cupidigia ed un legame morboso e malsano con beni tipicamente terreni, lati del carattere di una persona fortemente avida e materialista, che per puro egoismo arriva a desiderare l'impossibile, lasciandosi letteralmente rodere l'anima da queste sue volontà, le quali prosciugano le sue forze ogni giorno che passa. La strofa in inglese, inoltre, sembra quasi una sorta di "preghiera" rivolta ad una non meglio precisata entità. Una richiesta d'aiuto, di insegnamento.. una domanda da porre supplicando, sperando di essere ascoltati ed esauditi ("drive me, feed me, teach me the reason to live and to be" - "guidami, sfamami, insegnami la ragione dell'Esistenza e dell'Essere"). Ritornano riff più smaccatamente speed - thrash con l'avvento della terza traccia, "Urla di Strappi", che ci presenta il suo benvenuto dapprima introducendo un modus suonandi che nuovamente strizza l'occhio ai Venom degli ultimi tempi (soprattutto quelli di album come "Metal Black" o "Hell"), ma subito dopo si ritinge di death - black metal mostrandoci diverse affinità con i gruppi dell'uno e dell'altro genere. Notiamo come la componente Grind non sia presente nemmeno qui, e forse è un bene, dato che eccedere in quel senso avrebbe potuto far erroneamente assurgere i Nerocapra a cover band dei più blasonati Cripple Bastards. Avendo influenze e radici molto differenti fra loro, il combo torinese è conscio del fatto di dover fare i conti con una gran varietà di materiale, ed i Nostri sono bravissimi a non cadere nella trappola dello stilema unico, da ricalcare e riciclare ad ogni traccia. Parlavamo di Death e Black Metal: in questo caso, entrambi i generi sono supportati da una marcia base di speed 'n' roll, ed ambedue le componenti possono sfoggiare la loro presenza senza troppi complimenti o riservatezza. Grandi ispiratori dei riff portanti sono senza dubbio i Mayhem nel loro primissimo periodo: sembra quasi di ritrovarci al cospetto di Euronymous e soci, tanto la chitarra e la voce di Mirco (una voce che richiama prepotentemente gli stili di singers come Maniac) risultano crudeli ed esasperate. Una sorta, questa "Urla di Strappi", di sorella di brani come "Deathcrush", dove è comunque un Death Metal degli albori (molto degli albori, potremmo citare addirittura i Possessed benché il gruppo fosse più legato ad un thrash metal assai brutale) a mitigare le velleità maggiormente più blackeggianti. La batteria di B. è come sempre una garanzia, ed il drummer si mostra capace sia di scandire per bene il ritmo (minuto 2:05 - 2:16, ove il tempo risulta più cadenzato e Mirco torna a servirsi di una tetra melodia ben più squillante e distinguibile dai riff sferraglianti ai quali ci ha abituato) sia di esplodere letteralmente (minuto 2:18  e seguenti), un'autentica tempesta percussiva che quasi non ci fa credere di trovarci dinnanzi ad una produzione tipicamente made in Italy. Aggiungendo il ritorno dirompente della chitarra di Mirco, se non leggessimo chiaro e tondo il nome Nerocapra potremmo tranquillamente dire di stare ascoltando uno dei primissimi lavori degli statunitensi Von, con l'unica differenza consistente nel fatto che la produzione di "Mefisto Manna" (seppur SPLENDIDAMENTE non curatissima) è comunque una spanna superiore a quella delle demo dei blackster a stelle e strisce. L'andatura black n roll prende il sopravvento nel finale e ci conduce alla fine di un altro brano fantastico, ottimamente riuscito e fra i migliori del disco tutto. Le lyrics risultano, in questo frangente, maggiormente più comprensibili e meno criptiche del solito. Il testo di "Urla di Strappi" sembra totalmente incentrato su una sorta di visione pessimistica della vita e del mondo. La nostra esistenza è paragonata ad una bambola di pezza ridotta a brandelli, che ogni giorno si scuce maggiormente e perde pezzi. Nel mentre, ci affanniamo per continuare quanto meno ad andare avanti, pur non avendo la possibilità di salvarci dal marcio che ci insegue, da una fine pronta a ghermirci, la morte nascosta dietro l'angolo. Trasciniamo così le nostre vite vuote ed insignificanti, continuiamo a vedere questa bambola che continua pian piano a perdere pezzi, pezzi che vanno in putrefazione lentamente. Possiamo guardarli ed urlare dal disgusto e dallo schifo, ma nulla ci salverà dal nostro naturale destino. Only Death is Real, direbbe Tom Warrior, ed i Nerocapra sembrano perfettamente d'accordo con il guerriero. Possiamo anche far finta di essere felici, in realtà, dentro, sappiamo di essere schiavi. Della Noia, della consuetudine, della routine che pian piano ci accompagna verso la tomba, nostra ultima meta, che comunque ci accompagna sin dalla nascita ("felicità rattoppate, perdere i pezzi di una bambola mal ricucita / croci appese, urla di strappi, porte sbarrate nel ritrovare i pezzi di quella bambola ormai marcita"). Giro di boa compiuto all'arrivo della quarta traccia, "Primitivo", vero e proprio manifesto programmatico della poetica dei Nerocapra. Questa volta assistiamo ad un'adozione di stilemi più propriamente Thrash, anche se quest'ultimo non risulta propriamente ispirato dai gruppi della Bay Area. Il thrash che sembra più attirare i nostri (messo da parte lo speed di gruppi come i Venom) sembra difatti essere quello sudamericano, e nelle cadenze alternate a sprizzi di velocità devastanti di questo brano possiamo udire tanto la crudeltà dei Sarcòfago quanto la durezza e la malvagità intrinseca di gruppi come gli Holocausto. Importante, in questo senso, mostrare quanto album come "I.N.R.I." o "Campo de Exterminio" abbiano avuto un notevole ascendente sul modo di intendere il thrash dei nostri, che per l'ennesima volta ci propongono un brano pressappoco perfetto. Si comincia in maniera non troppo veloce e ben scandita, il riff iniziale avanza imperiale e pronto a tenderci un agguato dal quale non avremo scampo, nemmeno per miracolo. Poderoso il lavoro di tamburi di B., il quale supporta un Mirco particolarmente ispirato ed intento a ricamare note ipnotiche, decise a trascinarci in un vortice quasi. Vortice che arriva verso il minuto 1:00. Il batterista si lancia in un blast beat devastante ed il suo rullante sembra quasi cedere ai colpi, la sei corde di Mirco accelera di colpo e tutto ciò ci conduce al ritornello, che urla a gran voce il nome Bulldozer, per quanto è effettivamente notevole la somiglianza fra i Nerocapra di "Primitivo" e la band di AC Wild. Tellurici giri di quartine verso il minuto 2:20 e conseguente blast beat ci riportano in un clima di caos generale, notiamo come il pezzo sia stato strutturato seguendo la formula del climax, e ci avviamo verso la conclusione in maniera sempre più decisa, ascoltando delle note veramente possenti e spacca ossa, che non lasciano tregua o scampo. Difficile che un disco, arrivato a metà, non presenti momenti di noia o comunque fasi di "stanca".. ebbene, "Mefisto Manna" sta in questo momento recando onore ai suoi compositori, che possono senza dubbio dirsene soddisfatti, nonostante si sia appena arrivati alla metà di questo lavoro. Parlavamo ad inizio descrizione di questa traccia di manifesti programmatici. Ebbene, il testo di "Primitivo" enuncia chiaramente quelli che sono gli intenti della band. Il Primitive Metal dei Nerocapra, in effetti, consiste proprio in un'operazione di ispirazione ai grandi del Metal Estremo, soffermandosi non troppo sui dischi quanto sulle demo, sugli EP, su quanto di home made e lo-fi esista nelle discografie di gruppi come i già citati Venom, Death o Possessed. Si recupera un tipo di sound andato ormai perduto, quasi soppiantato dalle grandi produzioni, dai colossi delle case discografiche, che pur di rendere bello il prodotto non esitano a confezionare un pacco effettivamente bellissimo a vedersi, ma pronto a rivelarsi deludente una volta aperta la confezione. Dove sono finiti il sangue, il sudore, la voglia di mettersi in gioco, di urlare al mondo la propria rabbia? Ebbene, i Nerocapra sono qui per ricordarci proprio questo. Quel tipo di sound, quell'attitudine, non sono andati persi. Nel bene e nel male, quel modo di suonare rimarrà sempre indelebile nella mente di intere generazioni di metalheads, sia esperti sia giovani, pronti a riportare in auge quel che a conti fatti è una concezione dell'Acciaio Pesante più pura e genuina possibile ("ricorda gli antichi, le loro gesta, il bene e il male, la stessa natura / infiniti gesti, immani fatiche immerse nel sangue, propellente di vita"). La seconda parte del disco è presto presentata da una track strumentale, semplicemente intitolata "Putrefazione". E' difficile descrivere un brano così sui generis, che non si basa troppo su espedienti musicali ben definiti per risultare il gioiello che è. Il tutto sembra quasi un'accozzaglia di suoni messi assieme per produrre un'atmosfera terribile, da incubo, più nera di una notte senza luna o stelle. Il freddo ed il buio dominano l'intera track, che si apre in crescendo presentandoci un fastidioso rumore, ridondante e cupo, vibrante, presto seguito da una specie di inquietante fischio (il quale si presenta ad intervalli regolari) e da un "cicaleggiare" sinistro, quasi ci trovassimo immersi in una foresta, nel cuore della notte, con la paura in gola e nel cuore. Le foglie che si spostano leste, animali che con il favore del buio girano intorno alle nostre figure frastornate e spaventate, pronti ad assalirci per divorarci. Questo insieme di rumori continua, preso si aggiungono sinistri rulli di piatti (almeno così sembrerebbe), il fischio non cessa mai di far sentire la sua presenza. Arriva così il momento della chitarra di Mirco, la quale si lascia andare ad una veloce successione di note, quasi fosse un carrilon infernale. Rumori simili ad artigli struscianti su di un vetro fanno la loro comparsa, la cassa della batteria di B. simula il batto cardiaco di chi, suo malgrado, si trova protagonista di questa esperienza. Battiti sempre più veloci, che rallentano e presto riesplodono. Il cuore - cassa è completamente impazzito, qualcuno o qualcosa è pronto a sferrare la sua offensiva e noi ci ritroviamo lì, persi, soli, abbandonati al freddo e ai mille pericoli che popolano la Notte. Indirettamente, sembra quasi che i Nerocapra abbiano deciso di ricreare un'atmosfera Lovecraftiana, tanto il terrore che riescono a trasmettere ricordi e di molto le ambientazioni dei romanzi - racconti del Solitario di Providence. Se oscure città come R'lyeh potessero effettivamente essere caratterizzate da un brano o da un tema musicale, "Putrefazione" sarebbe in tal caso la track ideale. Questo episodio, differente dalla "scelleratezza" sonora sin ora udita, spezza i ritmi e cambia passo, ma non rassicura o cambia troppo le carte in tavola. Dicevamo che la "cattiveria" è solo esprimibile mediante velocità? Orbene, un brano come questo riuscirebbe a far impallidire decine di gruppi che credono il contrario, ed in nome delle loro convinzioni rimangono fossilizzati su una formuletta semplice e stereotipata. Tutto questo ci fa capire quanto il combo piemontese non sia da prendere sotto gamba. Non è un gruppo di fanatici nostalgici, tutt'altro. Stiamo udendo un revival assai personale e fortemente sperimentale, come appunto possiamo capire ascoltando questa "Putrefazione". Troppo presto per nominarla la track migliore dell'intero disco, ma è sicuramente una sincera candidata. Riesplode la vena thrash dei Nerocapra con l'avvento di "Reprobo", sesta track, dall'andatura lineare e più morigerata circa "guizzi" improvvisi o cambi di prospettiva troppo repentini. Riffone speed in apertura, presto sorretto dalla batteria di B. e seguito da una notevole prova vocale di Mirco, vocalist convincente e concreto, perfetto anche come chitarrista. Un binomio da esaltare, senza dubbio! L'andatura thrash (sempre e comunque preferito quello violento di stampo sudamericano ed in questo caso anche teutonico) viene intervallata da "esplosioni" sonore in cui a farla da padrone è un blast beat eseguito in maniera perfetta, che ci catapulta nuovamente nel mondo Death Metal, mostrandoci quanto tutti i generi proposti in questo disco risultino molto ben amalgamati e proposti in maniera intelligentemente alternata, senza mai cadere nella monotonia. Basta avere una forte dimestichezza con il Metal Estremo, infatti, per cogliere le varie sfumature di "Mefisto Manna": ai tuttologi che predicano "l'assoluta uguaglianza" di tutte le produzioni di questa branca del Metallo, giudicando il tutto come come "urla e basta", consiglierei caldamente un ripasso generale della materia, cominciando proprio da questo album, che ci sta regalando diverse perle niente male. Rallentamento verso il minuto 2:12, in cui tutto suona meno veloce ma assai più minaccioso, come una quiete dopo la tempesta. La voce di Mirco è quanto meno spaventosa e ricca di effetti che la rendono quasi proveniente dalle profondità degli abissi, e veniamo messi di fronte ad un ottimo momento solista, che mostra tutta la qualità del nostro chitarrista, sino ad ora più intento a macinare riff (non che questa sia una limitazione o un difetto, SIA BEN CHIARO). Questo frangente permette a Mirco di mostrarsi in tutto il suo proverbiale "saper fare", un chitarrista adattissimo al genere qui proposto. Andando avanti sembra quasi di ritrovarci immersi nei solchi dei primissimi lavori dei Sodom, tanto la concretezza black thrash viene esaltata e resa protagonista. Altro buon momento, era assai difficile ri-abituare l'ascoltatore a certe sonorità dopo un pezzo particolare come "Putrefazione". Ancora una volta, le lyrics risultano criptiche, ma affascinanti ed apocalittiche allo stesso tempo. Il termine "Reprobo" sta ad indicare chi, per tutta una serie di fattori, risulta essere malvagio nel vero senso della parola. Cattivo senza rimorsi, perverso, orribilmente sadico, tanto da (nel senso religioso del termine) suscitare ribrezzo persino alle Divinità. Ed il testo, difatti, sembra quasi il racconto di un dannato dinnanzi ai cancelli dell'Inferno. Un aldilà ove regna una macabra, grottesca ed a tratti disgustosa perversione generale, un'orgia putrescente nella quale i corpi sono impegnati a marcire all'unisono, emanando odori nauseabondi e descrivendo scene al limite dell'orrore. Le somiglianze con l'Inferno dantesco sono riscontrabili soprattutto nella prima parte del brano, un cui notiamo l'espressione "sciami d'ali di insetto" (vespe e mosconi sono difatti il tormento eterno degli Ignavi) ed in seguito, andando avanti nella lettura, possiamo intendere come le crude immagini dipinte possano in qualche modo essere la concretizzazione - umanizzazione dei peccati del reprobo, che si trova a vederli dinnanzi ai suoi occhi, dopo una vita passata a non rendersi conto dei peccati commessi. Ora è tutto sotto i suoi occhi, quelle terribili immagini lo tortureranno per il resto della sua vita ed egli non avrà modo e maniera di potersene liberare. Il suo destino è quello, e quello sarà. Un'orgia putrescente che potremmo leggere, in seconda battuta, anche come la devastazione ed il definitivo collasso di una società marcia alla base e destinata a fare una brutta fine. Gli Dei ci hanno abbandonati, tutto quell'orrore è oramai normale amministrazione e nessuno è più in grado di scandalizzarsi. E' quella, la quotidianità ("corpi ammassati in un'orgia di carne, maiali all'ingrasso, ragadi anali solleticate rilasciano secrezioni nauseabonde"). Giungiamo senza fermarci alla traccia numero sette nonché penultima perla di questo nero scrigno: "Cerchi" è presto presentata dal battere delle bacchette di B., un battere che presenta il riff ridondante e ripetuto all'infinito di Mirco, che questa volta decide di rendere ancora più marcate le influenze Thrash e Death Metal dei Nerocapra. Il riff ossessivo / compulsivo presentatoci, difatti, trasuda morte da ogni nota, catapultandoci dritti nel ripetersi assassino tipico dei suoni che caratterizzano tali generi. La voce di Mirco risulta ancora una volta aggressiva e sepolcrale, abbiamo un crescendo di atmosfera verso il minuto 1:01, ove udiamo influenze vagamente Sodomiane ed il tutto aumenta di intensità. Tutto cresce, B. percuote in maniera priva di delicatezza i suoi tamburi e lungo tutta la traccia dimostra sia di saper tenere benissimo il tempo sia di potersi sbizzarrire in momenti atti a mostrare la sua completezza come batterista. Uno dei valori aggiunti dei Nerocapra, difatti, è proprio la sezione ritmica splendidamente rappresentata da un musicista preparato ed abile come B., il quale svolge il suo lavoro in maniera magistrale e soprattutto mostrando la sua tecnica non in maniera boriosa o inutile, tutt'altro il drummer mette quest'ultima al servizio del contesto, facendo risultare ogni sua esecuzione assai trascinante ma anche molto gradevole all'udito. Il brano è il più corto del lotto (appena due minuti e quarantanove secondi) e scorre liscio senza presentare sorprese. La prima parte è forse la più calma ed ipnotica, la seconda beneficia di un momento di "rabbia" comune e risulta molto più intensa, senza tuttavia risultata avulsa a quanto udito prima. In definitiva, un pezzo meno esaltante di altri che alla fine non sfigura. Non prevedibile ma nemmeno sorprendente, in sostanza bene comunque così. Come la durata della musica, anche il testo sembra in qualche modo più corto rispetto ad altro, ma comunque dalla difficile comprensione. Nota molto positiva: il fatto che i testi siano frutto di una profonda interiorità: il loro significato è celato "ai più", possiamo solo supporre ed avanzare congetture, in quanto la vera chiave di lettura sarà sempre totale appannaggio della band. E' sempre un bene non svelare mai  troppo la propria arte, mantenere un alone di mistero (in questo caso non eccessivo) è sempre una scelta vincente. Le poche parole di "Cerchi" sono le più complesse mai lette sino ad ora. Sembrerebbe quasi il resoconto di una sorta di ricerca non andata a buon fine, una sorta di amarcord svolto da un protagonista che si ritrova a pensare al tempo perduto ormai impossibile da recuperare o anche solo da ricordare. Il tempo, dopo tutto, è così. Inarrivabile e crudele, arriva ad un certo punto del suo scorrere in cui desidera metterci dinnanzi ai nostri fallimenti, piegando al suo passare la nostra Vita, la quale non può opporvisi per nessuna ragione al mondo. Nemmeno un ultimo guizzo di orgoglio, nemmeno un'ultima speranza, un ultimo sogno. Siamo condannati a chinare il capo, i nostri ricordi sono piegati dal Tempo e quel che ci rimane è il nulla assoluto, il totale annichilimento del nostro Essere ("..laddove il pensiero si pone piegato dal tempo implorato, cercando insperato le forme, i colori, i sapori, gli odori.."). Giungiamo così alla fine di "Mefisto Manna" con l'avvento dell'ultima canzone del disco, "Uccido la Bestia", aperta come in altre occasioni da un riff thrash speed debitore dei Venom soprattutto odierni (in questo caso possiamo riscontrare somiglianze fra questo riff d'apertura e quelli uditi in album come "Fallen Angels") e di seguito sfociante in una sequenza di martellate sorrette come sempre dal poderoso blast beat di B., instancabile e scatenato come non mai. Soprattutto in questo caso possiamo notare come giungano alle nostre orecchie riferimenti ai Darkthrone o ai Satyricon più prettamente black n roll che Black Metal "allo stato puro", ed il tutto è mescolato con l'aggressività del Death Metal ed il Thrash Metal di stampo più tipicamente teutonico (ancora una volta, impossibile non notare le eco Sodomiane qui presenti). Il brano continua con questa andatura killer per buona parte della track: notiamo alcuni piccoli intervalli lungo il secondo 00:56, in cui notiamo rallentamenti atti a rendere il clima maggiormente predisposto ad accogliere in seguito vere e proprie scariche blackenead deatheggianti, ove è sempre B. a balzare agli onori della cronaca. Al minuto 2:35 il tutto rallenta e non per poco, come udito pocanzi. Il momento cadenzato viene prolungato sino al minuto 3:00, quando la chitarra di Mirco emette una nota lunga che ci porta quasi sino al silenzio totale. Silenzio che non giungerà, in quanto presto sentiamo delle cavalcate di batteria crescere impetuose, dal pianissimo al forte. Il battere dei tamburi è doppiato dalla chitarra, intenta sia a seguire il batterista sia a creare un sottofondo composto da un'unica e stridente nota, meravigliosamente fastidioso per le orecchie di un amante dell'estremo. Ritorna l'esplosione Black - Death, un nuovo momento solista di Mirco verso il finale ci lascia letteralmente di stucco. Il caos che ci accompagna alla fine di "Uccido la Bestia" non è altro che la totale coronazione di quanto udito sino ad ora. Giunti alla fine, possiamo utilizzare solo una parola per descrivere quanto qui sentito: ESTREMO. Questo disco è estremo, cari lettori. E' potente, dall'inizio alla fine, non annoia, ci trascina in un villaggio dei dannati con l'intento di violare le nostre orecchie e di lasciarci sbigottiti. Una produzione finalmente non laccata e precisina, accorgimenti in grado di scatenare realmente un'ancestrale e primitiva potenza. Un disco privo di ridondanza ed ampollosità. Crudo, a tratti grossolano? splendido, nel mostrare la sua ruvidezza. Le lyrics, anche questa volta molto criptiche, sono tuttavia molto più comprensibili di quelle lette in "Cerchi". Nel caso di quest'ultimo brano, i Nerocapra trattano un tema assai caro a molte band ma anche a molti scrittori o artisti in genere: quello del dualismo uomo / bestia. Chi è la vittima, chi il carnefice? Non potremo mai saperlo con certezza, anche se nel caso di questo brano sembra l'uomo ad essere cacciatore, e non viceversa. L'uccisione della bestia potrebbe quasi risultare un rituale propiziatorio, un omicidio rituale e metaforico, atto a mettere in mostra il contrasto fra di noi e le nostre paure, o fra di noi e noi stessi. La Bestia è forse la concretizzazione del nostro timore, delle nostre ansie.. cacciandola, affrontandola ed uccidendola dimostriamo a tutti quanto siamo in grado di poter ottenere il controllo sulla nostra vita, senza lasciarci sopraffare da nulla e nessuno. Viceversa, la Bestia potrebbe anche simboleggiare il nostro lato più oscuro e recondito, confinato nei meandri dell'Io per paura di entrarvi in contatto. Fronteggiando ed uccidendo questa parte di noi, per poi cibarcene, non facciamo altro che accettare ed esorcizzare questo nostro lato, rendendoci conto che la vita è anche bestialità; tornare in contatto con quelle che sono le nostre radici primitive ed animalesche riusciamo infatti a comprendere meglio noi stessi ed il mondo che ci circonda, riusciamo ad essere maggiormente preparati ad affrontare le intemperie e i pericoli che sempre ci perseguiteranno. Con il sangue che cola dalla bocca, comunque, saremo pronti a difenderci. Vinceremo o perderemo? Chi lo sa.. l'importante è far male alla vita, comunque sia. Far sentire la potenza del nostro morso.

Un album dalla durata non importantissima, questo "Mefisto Manna".. eppure stupendamente intenso. Lo slogan di presentazione parlava chiaro: trentuno minuti di primitivo black death metal, ed è quel che alla fine è stato servito, o meglio buttato sui nostri volti senza troppi convenevoli. Non è cosa da tutti, riuscire nell'intento di recuperare determinate tradizioni. Troppo, troppo spesso si riesce solamente ad annoiare, realizzando più che dischi delle vere e proprie parodie di quelli che furono quei tempi, non certo per la mancanza di preparazione, quanto per una totale incapacità di apprezzare realmente ciò che si ascolta. I blackster di oggi, in larga parte, sono convinti che basti pitturarsi il volto di nero e bianco e rubare (letteralmente) un paio di riff ai Darkthrone, per convincere. Idem per troppi thrashers della nuova era, più intenzionati a sfoggiare cartucciere ed abbigliamento "attitudinale", anziché produrre dischi validi. Per quanto riguarda il Death Metal.. beh, l'abbondare eccessivo di tutti questi nuovi gruppi che fanno dello splatter e del gore la propria bandiera ha contribuito a rendere il genere quasi più "macchiettistico" che altro. E' in questo contesto / mondo di "fotocopie" che possiamo accogliere i Nerocapra come una sana boccata di ossigeno, in un panorama offuscato da una nebbia che finalmente può essere diradata a suon di Primitive Metal. Perché quella del combo piemontese non è un'operazione nostalgia fine a se stessa, e di certo non si presenta come un furto autorizzato (giustificato con tante belle storie riguardanti "l'essere True ad ogni costo") o comunque come una parodia. Questa band ha il grande merito di saper frapporre un filtro fra essa medesima e le diverse esperienze che arrivano a comporne e delineare il sound. Un sound SENTITO all'interno della propria esperienza musicale, non rubato o improvvisato per racimolare facili consensi. Il filtro del gusto personale, del proprio saper sentire, del saper valutare, del saper pensare con la propria testa. E' un disco, "Mefisto Manna", che lascia spiazzati per la gran quantità di riferimenti, ma che a conti fatti suona proprio come un disco dei Nerocapra. Primitivo ma non banale. Denso, corposo, corrosivo, in cui tante esperienze diverse coesistono ordinate secondo un criterio ed un proprio concetto di Gusto. Un ordine stabilito dalla sensibilità dei musicisti chiamati a comporre un album splendido come questo. Un consiglio spassionato a tutti gli amanti di certe sonorità, ma agli amanti VERI, non ai fan di un pomeriggio: procuratevi questo album. Ascoltatelo, gioitene, divertitevi a cogliere tutte le varie sfumature ed i diversi richiami.. ed alla fine, provate a definire questo genere con una parola sola. Black? Certo, ma non del tutto. Death? Certo, ma non del tutto. Thrash? Certo, ma non del tutto. Black Death Thrash? Si ma.. cosa potrebbe effettivamente comunicare, un'espressione del genere? Tagliamo la testa al toro (o meglio al Capro) e chiamiamolo con il suo nome. "Mefisto Manna" può essere definito solo con l'aggettivo Primitive Metal. E quando ascoltatori e recensori non riescono a trovare un modo per definire totalmente ed immediatamente un genere musicale, i musicisti chiamati in causa possono essere più che soddisfatti del loro lavoro. Perché cos'è l'arte, se non il trionfo dell'imprevedibilità?

1) Fame D'Aria
2) Mefisto Manna
3) Urla di Strappi
4) Primitivo
5) Putrefazione 
?(Instrumental)
6) Reprobo
7) Cerchi
8) Uccido la Bestia